giovedì 20 novembre 2008

Un concetto che non ho recepito.

Testo integrale ricevuto

da: www.movimentopopolarecristiano.eu

Il significato della vittoria di Obama

e le inevitabili delusioni delle sinistre

Non è vero che l’elezione di Barak Obama negli USA sia dovuta, come pensano le sinistre europee, al progresso o a qualche altro marchingegno moderno. Essa rappresenta invece la conferma piena e convinta dei valori che sono da secoli alla base della cultura politica occidentale, cioè della grande tradizione giudaico-cristiana. Difatti la dignità e la sacralità della persona umana che s’erano già affermate 600 anni prima di Cristo nell’antica Atene, ma che erano circoscritte soltanto ai cittadini maschi della polis, vennero con l’avvento del diritto romano estese anche alle donne (cioè all’altra metà del genere umano), le quali trovarono una loro piena legittimazione all’interno della compagine familiare latina. Ma toccherà soprattutto al cristianesimo estendere i valori inalienabili della persona a tutti gli esseri umani per cui anche gli schiavi incominciarono a sentirsi, in quanto figli di Dio, persone uniche ed irrepetibili.

Se non si parte dalla rivoluzione impressa dal Cristianesimo e trasferita negli USA dai Padri pellegrini sfuggiti dalle persecuzioni religiose europee, non è facile comprendere il significato profondo dell’avvento di un nero come Obama alla guida della più grande democrazia industriale del mondo. Intervistato sul “Foglio” di martedì scorso dalla brava Marina Valensise, il famoso politologo di Harvard, Harvey Mansfield, studioso di Tocqueville e del nostro Machiavelli, nonché discepolo di Leo Strauss, ha risposto con queste parole: « Obama si è fatto eleggere non in quanto nero, ma come politico universale che poteva essere votato anche dai bianchi perché era il miglior candidato possibile». Ed ha aggiunto: «La sua vittoria rappresenta il prodotto compiuto dell’universalismo democratico, una delle più grandi invenzioni dell’Occidente. Essa segnerà la fine della correttezza politica che sinora ci ha impedito di parlare di differenze razziali per non violare un tabù. Oggi il politicamente corretto non ha più senso. Possiamo finalmente parlare con franchezza di caratteristiche razziali, di vizi e virtù dei vari gruppi e comunità. Grazie a Obama, ai suoi ideali universali, al suo ritorno ai padri fondatori, l’America abbandona il multiculturalismo, per riscoprire l’unità della nazione. È un bel progresso». Insomma, con la vittoria di Obama sono destinati, da un lato, a vincere i valori dell’Occidente e, dall’altro, a tramontare tutte le ipocrisie dei progressisti nostrani.

Il fatto è che, come ha dimostrato Lucio Caracciolo su “Repubblica” (8 nov.), tra poco più di trent’anni, cioè tra una generazione, i bianchi nel 2042 rappresenteranno negli USA solo il 46% d’una popolazione destinata a superare i 439 milioni di abitanti, di cui gli ispanici saranno 133 milioni, i neri 66 milioni e gli asiatici 41 milioni. Di fronte a queste tendenze demografiche, gli USA saranno costretti a rinsaldare l’unità nazionale: e ciò sulla base di pochi valori elementari ed essenziali intorno ai quali tutte le varie etnie, tutte le varie classi sociali, tutte le varie religioni cercheranno di convergere per incrementare la loro appartenenza alla medesima civiltà. Si tratta naturalmente di valori che posseggono una forte ed irriducibile ispirazione religiosa.

In una recente imponente ricerca dedicata all’esame delle diverse costituzioni occidentali (da quelle francesi a quelle spagnole, da quelle inglesi a quelle americane), lo studioso Ettore Rotelli (Le Costituzioni di democrazia (1685-1850), ed. il Mulino, 2008) ha dimostrato come nella costituzione statale della Pennsylvania (1776), cioè nella colonia fondata dal quacchero William Penn, venisse, dopo la dichiarazione di tutti i diritti «naturali, innati e inalienabili» (tra cui la libertà di culto), richiesta a tutti i candidati una dichiarazione in cui si impegnavano a «credere in un unico Dio» e a «riconoscere l’ispirazione divina delle sacre scritture» (p. 48). E ciò nella certezza che solo gli uomini di fede fossero in grado di assicurare una autentica tolleranza religiosa.

Ecco perché di fronte ad una Europa travolta dalla miscredenza e dal relativismo e quindi tendente a rinnegare anche la propria identità cristiana, l’avvento di Obama, che le sinistre europee hanno accolto come una sorta di Sol dell’avvenire, è destinato a creare molte delusioni, a cominciare da quella riguardante una regressione in senso protezionistico della politica economica americana. La quale per risolvere una crisi epocale come quella odierna non può certo dissanguarsi in soccorso di un’Europa, che oggi beneficia di oltre 110 miliardi di euro di investimenti americani. Tutto ciò per non parlare della politica estera e di difesa. Ne vedremo di belle. V’è solo da sperare che, in presenza di queste inevitabili delusioni, non riprenda vigore presso le sinistre europee quell’odio atavico contro gli USA e l’Occidente che fa parte del codice genetico di ogni cultura di derivazione marxista.

Sandro Fontana

Considerazioni personali.

Le considerazioni di Fontana mi sembrano appropriate e le condivido in toto solo a due condizioni:

1) Che i presupposti siano perfetti.

2) Che le previsioni e le ipotesi siano esatte.

I presupposti quali sono?

Innanzitutto le considerazioni su “la sacralità e la dignità della persona umana” che più che della grande tradizione giudaico-cristiana sono già insite, come sottolineato dall’articolista, nella società ellenica.

Poi le congetture[1] di Harvey Mansfield sul concetto “… come politico universale che poteva essere votato anche dai bianchi perché era il miglior candidato possibile.” e, ancora, “La sua vittoria rappresenta il prodotto compiuto dell’universalismo democratico segnerà la fine della correttezza politicail politicamente corretto non ha più sensol’America abbandona il multiculturalismo, per riscoprire l’unità della nazione.

Infine le varie previsioni tendenziali sulla composizione multietnica della società americana di Lucio Caracciolo e sulle considerazioni di Fontana su “gli USA saranno costretti a rinsaldare l’unità nazionale: e ciò sulla base di pochi valori elementari ed essenziali intorno ai quali tutte le varie etnie, tutte le varie classi sociali, tutte le varie religioni cercheranno di convergere per incrementare la loro appartenenza alla medesima civiltà.[2] e sullo stato attuale dell’Europa travolta dalla miscredenza e dal relativismo e quindi tendente a rinnegare anche la propria identità cristiana.

Per quanto riguarda i presupposti non si possono avanzare obiezioni alla cultura ideologica giudaico-cristiana, che, comunque, correggerei solo in ellenica-cristiana; anche se è bene rilevare che altre culture sono giunte agli stessi concetti con percorsi diversi e con leggere sfumature rispetto alla nostra stessa concezione.

L’eziologia filosofica occidentale sottolinea, nei secoli, un solido legame naturale tra ellenismo e cristianesimo, confinando il giudaismo ad uno stadio transitivo e evolutivo momentaneo, quasi casuale, tra le due culture.

Non per nulla la scolastica prosperò per secoli quale conseguenza dell’aristotelismo.

Paolo di Tarso era imbevuto più di ellenismo che di giudaismo[3]; e non a caso è stato il vero e pratico fondatore del cristianesimo. Basti pensare al Concilio di Gerusalemme ed alla contrapposizione frontale tra concezione giudaico-cristiana e cristianesimo, che portò all’effettivo allontanamento (esilio forzato) di Paolo.

Relativamente alle affermazioni di Mansfield il discorso è molto vario e diverso, specie su il miglior candidato possibile, anche se collegato ai due soli contendenti.

A proposito di multiculturalismo Kärl Häbsburg afferma:

Una nazione che non sia multiculturale è una società razziale nella sostanza, anche se multirazziale, tesa unicamente a difendere il proprio interesse.

La democrazia, se evoluta, non è mai un sistema locale, bensì universale. E diventa universale nel momento stesso del coesistere pacificamente e nell’usare le diverse ideologie quali mezzi di logica sillogistica, atti a correggere i possibili errori ed a perfezionare gli stessi concetti.

Il multiculturalismo, in democrazia, è un fattore assolutamente necessario, perché senza di esso non si scoprirebbero le differenze, le diseguaglianze e le imperfezioni, quindi le varie antitesi hegeliane (vizi e virtù) che le varie culture possono manifestare confrontandosi dialetticamente tra loro. Le culture hanno in sé un alto valore semantico, perché ci dicono da dove veniamo e dove dobbiamo andare. Sono il faro che nell’evoluzione del pensiero ci indica il punto di partenza, ma nello stesso tempo, avvicinandoci alla meta, ci indica il miglior punto di approdo possibile.

Quando si sviluppa una guerra questa non è mai un fatto di democrazia, neppure se di difesa; infatti, evidenzia possibili errori procedurali di percorso e di approccio che hanno fatto prevalere l’interesse nazionale alla stessa sacralità e dignità della persona: la stretta connessione finalistica tra causa ed effetto.[4]

E su queste basi appare evidente che si parte da concetti assai diversi sia nella concezione cristiana che in quella relativa alla democrazia.

Il sistema elettivo americano è un sistema democratico proporzionale, anche se solo partitico, nelle primarie; mentre diventa maggioritario assoluto nelle elezioni.

Se poi scandagliamo le primarie, notiamo che queste si confrontano su delle “correnti” interne, ognuna delle quali esprime un proprio candidato. Si può aggiungere, onde avere un quadro definito, che spesso la maggioranza degli elettori non si reca al voto.

In pochissime circostanze, e questa è una, si è riusciti a portare il 2/3 scarsi dell’elettorato al voto.

L’attuale presidente eletto ha ottenuto il 52% dei voti utili; perciò, rapportato all’elettorato complessivo, ha raccolto circa il 35% scarso di consensi tra gli aventi diritto.

Una percentuale assai limitata per identificare una democrazia compiuta, non tanto nel sistema strutturato nazionale, bensì in quello culturale dei suoi cittadini. Ciò manifesta un distacco profondo tra classe dirigente (ceto medio) e comune cittadino.

Tali percentuali indicano solo una cosa: che il multiculturalismo e la differenziazione razziale esistono nella realtà assai più di quanto il sistema democratico verticistico elettivo possa manifestare. E come si possa compattare, in futuro, una nazione tanto variegata su pochi concetti, frutto di interessi, appare filosoficamente misterioso.

Interessante sarebbe poi analizzare i flussi razziali elettorali in base ad etnia, ma questo ci porterebbe troppo lontano.

Come pure ci porterebbe lontano, ma non troppo, il comprendere appieno chi ha appoggiato e finanziato tale campagna, oltre alla tecnologia basata sugli inserti subliminali (spot e slogan) che degli esperti hanno predisposto quale strategia per vincere le elezioni.

Il candidato eletto l’ha spuntata, a mio parere, per un fattore assolutamente esterno alla competizione prettamente democratica: lo scoppio della crisi finanziaria dovuta ai subprime e che ha innescato una reazione timorosa a catena nelle aspettative degli elettori. Difatti, gli indici dei vari sondaggi erano inizialmente altalenanti e si sono assestati a favore dei democratici nel momento stesso dell’aggravarsi della crisi e del crollo sistematico e continuo delle borse.

In simili situazioni l’inconscio umano cerca un assetto nuovo e diverso; ed appare comprensibile uno spostamento considerevole di voti nell’ultimo periodo, specie se il repubblicano era identificato, suo malgrado e senza alcuna colpa, al capro espiatorio.

Il parlare di razze, di vizi e di virtù non è un tabù da sfatare, ma solo la corretta comprensione delle differenze e delle esigenze che coinvolgono le varie classi/razze. Diversamente non è comprensibile il concetto di democrazia, né quello di eguaglianza sociale, né quello di diritto esistenziale; a meno che il significato intrinseco del concetto “democrazia” non venga traslato in altro e celante quelli di plutocrazia e di oligarchia, oppure, ed allora sarebbe maggiormente grave, quello di regime democratico[5].

La cultura del dialogo è il faro che smussa, convergendo, le varie concezioni sapienziali etniche e le avvicina verso una logicità esistenziale condivisa su più valori possibili, appunto perché la democrazia è il rispetto nell’uguaglianza sociale delle varie diversità esistenziali. È questo fa parte della concezione filosofica e ideologica ellenica-cristiana.

Che ha in comune, oltre alla pelle, il prossimo presidente con il suo omologo che vive nei ghetti cittadini? Poco sia come reddito che come posizione sociale: tra loro una diversità insormontabile di casta.

Mi rifiuto di credere che sia il solo miglior candidato possibile esistente oggi negli States, specie se considero il suo equivoco tergiversare su insignificanti precedenti personali databili alla fanciullezza. E ciò non esplicitato da un ragazzo qualunque, ma da un candidato presidente destinato a reggere l’attuale maggiore potenza militare e industriale del globo!

Considero inoltre la posizione assunta dalla dirigenza cattolica su diversi principi etici, non ultima quella, ad elezione già avvenuta, del Cardinale James Francis Stafford che, parlando dell’elezione così si esprime: “È un terremoto culturale. … un declino del rispetto della vita umana e della necessità per i cattolici di ritornare ai valori del matrimonio e della dignità della persona” e sul fatto che il presidente eletto ha impostato la sua campagna su “una piattaforma estremista contro la vita umana”. A ciò si aggiunga il documento sottoscritto da circa 80 vescovi americani contro l’adesione al candidato democratico per le sue posizioni assunte tanto sulle staminali dell’embrione che sull’aborto.

Se tutto ciò è la fine della correttezza politica che sinora ci ha impedito di parlare di differenze razziali per non violare un tabù la cosa dovrebbe preoccupare assai tanto gli americani, quanto i cattolici nostri che sono saliti entusiasti sul carro del vincitore, quanto la Sx nostrana che con questa elezione ha tradotto la propria sconfitta elettorale in importante eufemistica vittoria ideologica.

Per la verità non ho mai trovato negli americani, specie negli intellettuali, tale tabù! Diversamente oggi l’America non avrebbe un presidente nero.

Ho notato, tuttavia, specie ultimamente anche in Italia sul caso della ragazza lecchese da anni in coma, una certa superficialità di giudizio, da parte di molti (pseudo) cattolici anche praticanti, nel prendere posizione su importanti problemi etici e morali.

Vi è una grave tendenza a giustificare informalmente tante difficili situazioni, quasi un perbenismo saccente pilatesco, ignorando nel contempo proprio quei valori e principi che si vogliono seguire.

Una società multietnica che per rinsaldare l’unità nazionale lo farà attestandosi unita sulla base di pochi valori elementari ed essenziali, cercando di incrementare la propria (loro) appartenenza alla medesima civiltà e ritenendo che ciò sia culturalmente e democraticamente corretto, è una società in completo decadimento.

Che poi si cerchi di far passare i valori del programma elettorale democratico come valori che posseggono una forte ed irriducibile ispirazione religiosa mi pare eccessivo, oltre che intellettualmente degenerante.

Una società evoluta si rinsalda attorno a molti valori condivisi, a meno che sia una società edonistica e individualistica che fonda i propri valori sull’egoismo esistenziale.

Ma allora non si capisce perché una tale società rappresenta invece la conferma piena e convinta dei valori che sono da secoli alla base della cultura politica occidentale, cioè della grande tradizione giudaico-cristiana.

Perché, se questo è il risultato pratico e tangibile, allora l’Europa travolta dalla miscredenza e dal relativismo e quindi tendente a rinnegare anche la propria identità cristiana è stata implementata anche negli States. Con la pratica e paradossale conclusione che tutti possono gioire e salire sul carro del vincitore, anche se la prospettiva immediata sarà quella di vederne di belle.

Perché quando una nazione si rinserra nel protezionismo per difendere i propri interessi, allora quella nazione ha abdicato al ruolo egemone di potenza culturale, economica, morale, civica e … militare. In pratica non è riuscita a coniugare il proprio sapere (sapienza procedurale) con le varie problematiche irrisolte sul tappeto.

E, se queste sono le considerazioni di base, appare evidente che una tale società non potrà rispettare le previsioni espresse, perché con tali concetti e modi operativi sarà costretta ad implodere prima che una generazione sia passata.

E in questa deprecabile ipotetica situazione posso condividere il pensiero di Fontana che il nuovo presidente è destinato a creare molte delusioni.

Ovviamente non solo nella Sx, ma anche in tutti quei cittadini di origine cattolica, più o meno praticanti, che possono essere stati più o meno travolti dalla miscredenza e del relativismo, tanto in Europa come in America.

Perché, sinceramente, non ho ben compreso dove sia finita la sacralità e la dignità della persona umana su entrambe le sponde dell’Atlantico, oltre che nell’articolo, ovviamente.

Grazie dell’attenzione!




[1] - Essendo frasi estrapolate da un discorso complesso che non conosco le analizzo solo per quanto concerne strettamente il discorso attuale. Lungi da me, pertanto, l’intenzione di voler polemizzare.

[2] - Dal testo non si comprende se tale frase sia da attribuire a Caracciolo o a Fontana.

[3] - Ellenico nel ragionamento, giudaico di crescita, cristiano per convinzione e maturazione.

[4] - Filosofia, sociologia ed etica nel nostro tempo - 1984

[5] - Come le democrazie massimaliste.

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