domenica 23 ottobre 2011

I conti in tasca all'Ue, fallimentare in politica e in economia.


In questi giorni si sta decidendo come ristrutturare il Debito greco, perciò come svalutare, di fatto, i Titoli sovrani ellenici.


I governanti Ue sembrano indirizzarsi come minimo ad una svalutazione tra il 50% e il 60%, cosa che dovrebbe essere già stata fatta 2 anni fa, quando si capì chiaramente che la Grecia non sarebbe mai riuscita a sopportare (onorare) tale debito. Di fatto, perciò, il debito greco verrà ridotto sotto i 200 mld di € dai quasi 400 attuali.


Per la Grecia non sarà comunque la salvezza, né la consapevolezza che è scampata al pericolo default che è reale (effettivo) da molto tempo, essendo totalmente inadempiente agli obblighi assunti sul mercato.


La ristrutturazione comporta un concordato preventivo, perciò una trattazione tra portatori di titoli e l’emittente dei titoli stessi; ma ciò non avviene perché una transazione tra emittente e creditore non esiste. Esiste un’imposizione dall’alto che rende la Grecia una “colonia” dell’Ue.


Chi decide sono soprattutto Francia e Germania, le cui banche sono quelle maggiormente esposte al rischio. Sicché per non far saltare le banche con un default a catena bisogna prima ricapitalizzarle. In pratica iniettare nelle loro casse la differenza monetaria tra il valore nominale del titolo e quanto ora è quotato dal mercato, perciò dalla pressione del differenziale.


Chi ci mette questi soldi? Semplice: l’Ue stessa. Ecco perché l’accordo tarda ad arrivare, giacché gli altri stati dovrebbero farsi carico in propria quota del salvataggio (fallimento) della Grecia, perciò del salvataggio stesso delle banche franco/tedesche.


Come a dire: le finanziarie (banche) delle economie forti Ue prima hanno speculato assai lucrando sui differenziali ed ora pretendono dagli altri membri la compartecipazione ai danni.



Calcolando che con i contributi versati in precedenza - in vari modi per sostenere la Grecia - si sono raggiunti circa 300 mld di €, è ovvio chiedersi quanto questa nazione sia costata all’Ue, sommando ai precedenti gli attuali importi dovuti alla ristrutturazione del debito.


Ristrutturazione che, è bene sottolinearlo, fino a poco tempo fa era ufficialmente disconosciuta da tutti; come si dichiarava ufficialmente che la Grecia non sarebbe mai fallita. E … infatti … abbiamo visto.


Ovviamente Collodi potrebbe oggi scrivere in altro modo il suo Pinocchio; e aggiungere che la svalutazione/inflazione – secca o strisciante - toglie il cibo (reddito) alle formiche per darlo allo scialacquio (benessere) delle cicale.



Il problema Grecia si connette all’Ue quasi esclusivamente per l’€, che è moneta comune. Perciò il suo fallimento effettivo sarebbe la rovina della moneta comunitaria, oltre che trascinare nel baratro probabilmente tutte le nazioni Ue per contagio sequenziale. Meglio quindi pilotarlo.


Infatti, mentre l’impero sovietico si smembrava in una molteplicità di stati, gli Occidentali, ignorando gli eventi della storia, costituivano il Colosso di Rodi (Ue), enorme nell’aspetto, ma debolissimo nella sostanza.


Stare ora a rivangare su quel fatto lascia il tempo che trova, essendo la frittata non solo cucinata, ma pure abbrustolita.


Il problema Grecia – ma pure Portogallo e Irlanda, e a seguire Spagna e Italia – non è quello di trovare chi finanzia cosa, onde sostenere i paesi in forte crisi (soprattutto per la speculazione del mercato), quanto quello di trovare la strada per farli riprendere a camminare con le loro gambe. Problema assai più impegnativo che il soccorrere finanziariamente la nazione in difficoltà, perché in realtà alla Grecia non è mai mancata la liquidità necessaria.


La Grecia, anche a debito più che dimezzato (o azzerato), ma con le spese attuali e con un Pil recessivo continuo a -5%, anche tra 2 decenni sarà nella stessa identica situazione attuale, perciò in stato fallimentare e solo mantenibile. E le previsioni ufficiali Ue su un pareggio di bilancio e di un Pil positivo nel 2014 sono bugie incoraggianti solo per gli allocchi.


E se si continuerà ad imporre loro dei tagli e finanziarie correttive a cadenza quasi … settimanale sarà pure peggio.



Rilanciare il Pil è tuttavia un problema non indifferente, perché i tagli e le nuove imposte rendono il popolo povero (riduzione dei salari e disoccupazione), perciò la recessione mangia di per sé il risparmio disponibile – se esistente -, togliendolo agli investimenti necessari per incrementare la produzione.


I debiti sovrani, inoltre, sono al limite del non ritorno, perciò non possono essere ulteriormente incrementati fondando – come nei decenni scorsi – l’investimento sul debito.


Francia, Germania e Bce – oltre alla governance Ue – stanno pressando in queste settimane in modo miope l’Italia, perché prenda altre misure correttive al bilancio per non cadere nella stessa identica situazione della Grecia. Si vuole, in sostanza, che faccia un progetto ambizioso per rilanciare gli investimenti e il Pil, e con questo sostenere le spese. Manovre tese unicamente a calmierare la pressione isterica del mercato mobiliare - a cui non si vuol porre un freno -, ammantate dal nobile proclama delle riforme strutturali.


Quello che i predetti non riescono a capire nella loro austerità etica protestante – austerità/pena – è dove queste risorse possano essere trovate.


Saggiamente Tremonti dice loro che queste risorse sono reperibili solo se l’Ue emetterà Eurobonds per favorire lo sviluppo dei paesi in crisi, non essendoci negli stati in recessione, o in stagnazione, neppure un € da investire nello sviluppo. Se l’Ue vuole incrementare lo sviluppo non vi è per ora altra via alternativa: o si procede emettendo titoli, o si stampa altra moneta.


Nuovi tagli e nuove tasse accrescerebbero la deflazione, proprio nel momento congiunturale in cui, dopo una lunga pausa dovuta al crollo dei consumi, i prezzi riprendono a crescere. Quando un’economia rallenta al punto di fermarsi è ovvio che tutti tendano a ridurre le scorte, ma quando queste sono terminate è altrettanto ovvio che per essere prodotte abbiano costi superiori, perciò inflattivi.



Inghilterra e Stati Uniti hanno esigenze finanziarie diverse da quelle Ue, perciò devono ridurre l’indebitamento delle famiglie che è eccessivo e assai superiore a quello, pur notevole, dei rispettivi stati.


Ridurre l’esposizione familiare comporta la riduzione della spesa individuale, perciò del consumismo stesso. Loro ci provano stampando continuamente moneta e creando inflazione strisciante, onde controllare il processo in modo graduale, pur se lungo.


La stessa cosa accade anche in ambito Ue, dove per contenere e ridurre il debito sovrano le manovre di austerità tolgono al cittadino molte risorse al suo reddito.


Fare affidamento su investimenti massicci per rilanciare industria, produzione e consumi non solo è utopistico, ma pure un controsenso finanziario in tale situazione. Aumentare il Pil solo basandolo sul consumismo interno e non su un surplus export è una panacea capace di reggere a breve, ma di peggiorare i problemi nel medio termine; di norma l’export europeo si basa su interscambi tra nazioni Ue.


Gli U.S.A. per almeno un paio d’anni perseguiranno questa politica; e rimanendo ferma l’America – riducendo le importazioni - è ovvio che pure il mondo andrà al suo traino, perciò navigherà su un Pil assai vicino allo zero.


Se n’è accorta pure la Fiat che pensava di spopolare con la Chrysler, mentre invece ha sbagliato conti, prospettive e dilatato il proprio debito.


L’investimento per rilanciare il Pil sarebbe pertanto estremamente rischioso e controproducente.



La società attuale deve essere riformulata e per farlo bisogna fornirla di nuovi valori e nuovi ideali. Non si potrà, stando così le cose, continuare a produrre beni destinati al consumismo spiccio, perché la riduzione dei redditi individuali non permetterebbe di assorbirli. Pure la produzione dovrà necessariamente essere ridimensionata e razionalizzata.


La Cina sta avendo diversi problemi e il suo Pil sta inesorabilmente scemando, pur essendo ancora alto. L’inflazione è notevole e dovuta perlopiù alla domanda interna, perciò al consumismo che sta crescendo in modo anomalo. Ciò comporterà complicazioni - di liquidità e di debito - che innesteranno problematiche future, specie se l’Occidente – maggiore destinatario della produzione – continuerà ad essere in stagnazione o in recessione.


L’Occidente, inoltre, da un po’ di tempo si sta dissanguando in politiche neocolonialiste ammantate da ideali democratici, impelagandosi militarmente e finanziariamente in continue e costose operazioni (invasioni) militari, che alla fine risultano fallimentari sotto ogni punto di vista.


L’avventura libica, infatti, ha chiaramente mostrato che la Nato da organismo difensivo è diventata una struttura di attacco, partecipando e fomentando attivamente una guerra civile i cui risvolti, pur con la fine di Gheddafi, sono ben lungi dal mostrare una rapida soluzione e pacificazione.


Gli stessi paesi magrebini in subbuglio mostrano un futuro nebuloso e indecifrabile, foriero di speranze ma pure di preoccupazioni, con implicazioni internazionali di sicurezza e di instabilità in zone nevralgiche per la presenza di materie prime. Perché dove la democrazia non si sa neppure cosa sia – pur se reclamata a gran voce – è ovvio che in assenza di un’autorità coercitiva la violenza dilaghi e con questa l’anarchia, proprio perché il concetto di reciprocità, basilare per la democrazia, non esiste neppure nella loro cultura religiosa. E i fatti lo stanno a confermare.



L’Italia, in ambito Ue, avrebbe un’ottima carta politica da giocare, se l’operazione ristrutturazione debito greco andrà in porto: pretendere che l’Ue tutta si faccia carico di un’identica ristrutturazione del Debito italiano di almeno il 50%, comprensiva del salvataggio delle banche interessate.


Ovviamente è una trovata dialettica, ma sarebbe utile a far comprendere alle 2 nazioni forti che o si sta insieme tutti, oppure si affonda tutti insieme, perché non vi possono essere interessi di serie A e di serie B simultaneamente, né decisioni bilaterali imposte agli altri.


A ruota dell’Italia seguirebbero pure Spagna, Portogallo e Irlanda ed allora … addio Ue.


La strada da seguire è tuttavia un’altra: quella di comprendere che se non si diventerà un’unica entità con un governo politico, economico e finanziario sovranazionale non si farà molta strada e il baratro sarà per tutti vicino.


Ristrutturare il Debito greco due anni fa sarebbe costato 200 mld di €; farlo ora tra banche, ristrutturazione debito e contributi già immessi a vario titolo supererà almeno i 1.000 mld, che comunque non saranno risolutivi del problema.


Se si aggiungono a questi le forti perdite del valore di capitalizzazione al mercato mobiliare e facile conteggiare che la “turbolenza Grecia” ha già superato nell’Ue i 10.000 mld di €, visto che le borse europee in media hanno perso oltre il 70% di capitalizzazione.


Questa imponente cifra non è addebitabile solo alla Grecia, ovviamente, essendo stata causata da eccessi speculativi che hanno creato danni, sofferenze e fallimenti nel sistema finanziario internazionale, di cui in parte la Grecia è stata pure vittima designata quale anello debole di sistema. Osservando con attenzione i grafici degli indici borsistici, si nota tuttavia che quando questa fu sull’orlo del baratro, se priva di aiuti, gli indici sono affondati maggiormente.


Per ciò dobbiamo dire “bravissimi” ai nostri sagaci governanti e strateghi finanziari per la loro grande capacità, perspicacia e preveggenza.



In Italia, su pressioni Ue e Bce, si stanno ipotizzando nuove gabelle: patrimoniale, Ici sulla prima casa e altre imposte disparate. L’idea è quella di usarne i proventi per rilanciare il Pil. Saranno comunque soldi buttati che non serviranno a molto, se non a prostrare ulteriormente il popolo e a far rimbalzare momentaneamente gli indici mobiliari.


Una patrimoniale per essere redditizia dovrebbe colpire la proprietà mobiliare che da noi è consistente. Però per la maggior parte si tratta di prime case; dunque si colpirebbe per lo più il ceto più debole.


Un aumento a vario titolo dell’imposizione fiscale porterebbe l’Italia non ad un risanamento, ma ad accrescerne i pericoli, avvicinandola alla realtà greca. Ciò porterebbe una virulenza sociale di cui abbiamo già visto i primi gravi segni di disagio.


Politici e governanti non hanno molta fantasia, specie quando si sentono cariche istituzionali ipotizzare patti di solidarietà tra padri e figli, che più che essere utili alla società creerebbero maggiore disoccupazione.


Innalzare l’età pensionabile ridurrebbe il costo pensioni all’Inps, ma allo stesso tempo bloccherebbe l’ingresso al mondo del lavoro ai giovani.



Se l’Ue si è decisa a ristrutturare il Debito sovrano greco è soprattutto per un valido motivo: il popolo ellenico si sta ribellando a questa situazione disastrosa e aumenta la sua insoddisfazione, oltre che pressione di piazza, sia contro il proprio Governo, sia contro le imposizioni della Troika. La situazione pubblica sta diventando insostenibile.


In Italia, se si arrivasse alla situazione greca, un patto sociale di rifiuto a tale situazione dovrebbe coinvolgere tutta la nazione, perciò maggioranza, opposizione, istituzioni e parti sociali; cosa per ora inimmaginabile vista la contrapposizione politica esistente.


Le tante riforme strutturali prospettate e invocate da più parti sono ovviamente necessarie per ammodernare lo stato; ma non possono prescindere da una grande e coraggiosa riforma strutturale degli strumenti e delle regole finanziarie di mercato, principale reo (confesso e acclarato) della crisi che ha colpito principalmente il mondo occidentale.


I governanti questo coraggio per ora non l’hanno ancora mostrato. Ed è il motivo principale dell’insipienza del loro operare e dell’immenso costo – con relativo danno – che la crisi finanziaria ha creato nel mondo e a tutti noi.


mercoledì 19 ottobre 2011

Somos un poco todo de los indignados.


Parlare di crisi comincia a diventare assai noioso perché questa, anziché esaurirsi, continua ad avvitarsi su sé stessa peggiorando la situazione di tutti. Deprime non solo il mercato, ma pure il morale di molti che cominciano ad avere scarsa fiducia non solo nei governanti, ma pure nei politici.


Di tutti proprio non direi, perché nel mondo vi sono pochissime persone e moltissimi enti finanziari che da questa traggono benefici rilevanti: guadagnano speculando e aumentando il loro benessere e attingono con abbondanza alle casse pubbliche.


Gli strateghi, dominus della situazione, forse perseguono un progetto particolare che - a pensar male - lo si quantifica nel ridurre volontariamente il benessere generale, onde aumentarne il proprio. Ciò avrebbe dei contraccolpi importanti economicamente; ma l’economia reale, quella produttiva e del lavoro, oggi è passata in subordine alla finanza proprio come il parente povero giace miseramente davanti al nababbo. La finanza può produrre utili senza impianti strutturali costosi e deperibili all’uso, è assai flessibile, mobile e non è vincolata ad una tempistica produttiva più o meno lunga tra materia prima e utilizzatore: è estremamente intercambiabile e volatile. Ha il solo difetto d’essere accessibile a pochissimi.


Chi sta nelle stanze del potere finanziario proviene quasi sempre dal potere politico. Per citarne uno solo basti ricordare Christine Lagarde, femme d’un certain âge, che da membro del governo francese è passata alla direzione del Fmi, dopo l’imboscata tesa al suo predecessore e connazionale Dominique Strauss-Kahn appartenente, casualmente, ad uno schieramento politico opposto.


Costei, dopo essere stata ministro, ora si avvede che bisogna velocemente ricapitalizzare le banche, proprio come dice Trichet, altro suo connazionale. Non a caso, tuttavia, le banche francesi sono quelle maggiormente esposte sui bonds ellenici insieme a quelle tedesche.


Una domanda sorgerebbe spontanea: ma costoro si sono accorti solo ora di ciò?


Tuttavia fino a circa un mese fa tutti questi strateghi dichiaravano ufficialmente che le banche europee erano sufficientemente capitalizzate e in grado di poter reggere l’urto del default greco, almeno la maggior parte di quelle sottoposte a stress test. Perciò una cosa è ovvia: o costoro erano inetti prima o mentivano spudoratamente.


Cosa è cambiato da allora? Semplice: è crollato progressivamente il mercato a causa della speculazione sui differenziali, specie di quelli italiani che hanno superato in costo d’interesse quelli spagnoli.


Tant’è che la Bce ha quasi imposto al Governo italiano un’immediata manovra finanziaria bis, nonostante che, 10 giorni prima, quella appena fatta fosse stata dichiarata oltre la sufficienza.


Molti istituti bancari, inoltre, in ossequio a Basilea 3 hanno provveduto ad effettuare forti ricapitalizzazioni, per cui non si capisce bene (eufemismo dialettico) dove queste montagne di soldi siano evaporate e a cosa siano servite.



Le banche invece di fare il loro classico mestiere – prestare soldi agli imprenditori per potenziare e finanziare la produzione, quindi l’incremento del Pil – hanno preferito dedicarsi alla speculazione finanziaria, creando tutte, magari in concorso con altre, o dei Fondi o degli Hedge fund, che con leve elevate tentano di inseguire il mito di Creso: rendere oro anche il … letame, cioè tutti quegli strumenti finanziari creati ad arte (Derivati) che non dovrebbero neppure esistere e che la storia ha in buona parte etichettato come titoli spazzatura.


I politici, Obama in testa, davanti ai primi sinistri scricchiolii e fallimenti, sono corsi ai ripari salvando le grandi banche in maggiore difficoltà; le quali, passata la prima paura, si sono messe a speculare di nuovo ancor più potenti di prima.


Per cui, ora, ci vengono a dire che bisogna ricapitalizzarle. Andando sul mercato a raccogliere l’aumento tra gli azionisti? No! Solo usando risorse pubbliche o il Fondo salva stati Efsf.


Domanda particolare: salva stati o … salva banche? Anche se lo portassero a 5.000 mld non servirebbe a risolvere la crisi, proprio perché le varie imponenti immissioni di Quantitative easing in America hanno lasciato le cose come prima.


Tutte le multinazionali manifatturiere, inoltre, invece di svolgere il loro lavoro produttivo si sono dedicate a creare opportune divisioni finanziarie, onde non essere escluse della spartizione della torta speculativa. Per cui, oggi, si rischia un tracollo generale per effetto domino di dimensioni inimmaginabili.


Quanti sanno per quanto è indebitata la nostra maggiore industria?


Alcuni Debiti sovrani sono ingenti, ma tolta la Grecia il pericolo non viene da lì: il vero problema sono le banche, perché se saltano svanisce tutto il sistema di risparmio di aziende e di privati. Ecco perché le Società di rating continuano a declassare molte banche europee e nazionali.



I politici parlano della necessità di mettere in atto delle riforme strutturali, spalleggiati (sollecitati) dai dirigenti delle varie banche centrali, ai quali si aggiungono, onde non stonare nel coro, anche le varie organizzazioni industriali.


Ovviamente tutte queste riforme hanno la coda di paglia, perciò si basano su tagli, tasse, esuberi (licenziamenti) e innalzamento dell’età pensionabile a scapito del lavoratore, onde favorire il pro domo mea.


Perciò si procede con il detto goliardico: tam pro papa quam pro rege bibunt omnes sine lege!


Nessuno, vedendo da dove è venuta la crisi e da dove continuano a sommarsi i pericoli maggiori, mette mano a quella riforma internazionale utile a far diventare il mercato un luogo di investimento e non di speculazione, abolendo ovunque e su tutto lo short selling, le leve esagerate, i prodotti finanziari inutili e dannosi e … via dicendo, forse perché questa sarebbe una riforma epocale e dal costo veramente a zero. Più che a zero in utile, perché eliminerebbe la quasi totalità delle disfunzioni del mercato e eviterebbe molti pericoli esterni ai bilanci aziendali e statali.


E se si tornasse alla parità di cambio delle monete, invece della fluttuazione di mercato, cosa farebbero quelli che ogni giorni minimo con leva 1:2.000 speculano sulle divise?



Emettere un’obbligazione, perciò pure un titolo sovrano, sottintende una domanda ed un’offerta, proprio come avviene tra un privato e una banca: io cerco soldi e offro tot di interesse per tot anni, tu vuoi investire e accetti la percentuale proposta, oppure la contrattiamo per accrescerla non sembrandoti congrua al rischio. Finché tra le due parti avviene la transazione su un determinato tasso e spazio temporale, indicato in mesi oppure in anni.


Ora, tuttavia, un titolo sovrano viene continuamente trattato al mercato mobiliare, nonostante la sua scadenza; e, quasi sempre, viene scambiato per il 90% con vendita allo scoperto, perciò senza possedere il bene materiale (titolo), mettendo in ridicolo non solo il tasso pattuito ma anche la durata temporale fissata, oltre che a variarne continuamente il valore stesso.


Nell’Ue l’Eurobonds risolverebbe molti problemi speculativi, ma non è gradito alle nazioni forti che in questo modo sarebbero maggiormente condizionate ad una politica economica comunitaria.


Eppure quando gli Stati Uniti si formarono molti dei 16 stati fondatori avevano debiti enormi ed erano sull’orlo della bancarotta. Il dollaro assunse il ruolo di moneta comune e i debiti di tutti diventarono l’investimento sicuro del creditore che, sottoscrivendo nel concambio i Treasures, finanziò lo sviluppo di un nuovo grande stato e di una florida economia. Da creditore ormai tradito ad investitore e finanziatore del nuovo stato.



Maggioranza ed opposizione si rimpallano le responsabilità; ma questo è il gioco della politica. L’opposizione reclama governi di larghe intese o di unità nazionale, guardandosi bene però di proporre un programma e di prospettare la possibilità reale di creare un tale governo. Con chi se pure tra loro sono assai divisi?


In ambito Ue vi sono governi di dx e di sx; ma non per questo vi sono isole felici dove la crisi non esista. E dove l’alternanza è avvenuta spesso la situazione è pure peggiorata.


Nel frattempo l’uomo maturo si sente frustrato perché non sa se domani avrà ancora il suo posto di lavoro e di che vivere. Quello anziano rischia la pensione e il giovane si ritrova sul groppone della sua vita l’allegro malgoverno della concertazione, che nei decenni scorsi ha reso il debito pubblico un buco nero infinito.


Tutti guardano in cagnesco la politica e molti si estraniano anche dal voto, accomunando tutti nella stessa considerazione di perfetti idioti eletti, non riuscendo a trovare una persona affidabile in capacità e coerenza sociale. L’antipolitica si fa strada non solo nelle paure, ma anche negli intelletti.



A Todi vi era un tempo Jacopone, religioso, poeta e post mortem anche beato. Ora ve ne sono andati altri per meditare sul libro di Giobbe della vacuità politica, probabile perditempo a mo’ di conclave di un’intellighenzia cattolica che cerca una possibile via propria, pur con personaggi datati, affermati e sicuramente benestanti, che filosofeggiano (male) sul Bene comune senza mai qualificarlo e quantificarlo, essendo economicamente tutti anni luce distanti dal comune mortale che vive ogni giorno sulla sua pelle l’indigenza della vera crisi.


Pure Bagnasco, oltre che mentore, ha detto la sua nella prolusione iniziale, dicendo chiaro a tutti i cattolici che il non impegnarsi in politica è (secondo lui) un grave peccato di omissione.


Ovviamente ne prendo atto e lo metterò insieme a tutti i miei altri gravi peccati che non … confesserò mai, essendo un cattolico degenere oltre che sui generis.


Ma spesso, chi accusa, dimentica o non sa che la traduzione della parola ebraica satana significa accusatore.


Da simbiologo, però, posso accostarlo a Ruini anche fisicamente, con quegli occhi da furbetto e da surfista scafato, con quell’identico modo di parlare, di ragionare e di deambulare. Non ha caso ne è il degno successore, cliché controverso della chiesa attuale.



Da quando la Dc esalò l’ultimo respiro la diaspora cattolica ha cavalcato gli opposti schieramenti in cerca più di un sicuro posto al sole che dell’impegno reale. Infatti, molti di coloro che declamano la difesa dei valori cristiani sono spesso i primi a ripudiarli nella loro vita privata, iniziando dalla sacralità del matrimonio, per finire al diletto … sessuale. Di ciò la cronaca rosa ne è zeppa, specie partendo da quelli più illustri.


Alcuni cattolici sono scesi nell’agone e han provato a rilanciarla come partito, pur con nome nuovo; ma dopo i primi entusiasmi il tutto si è spento per incapacità pratica e mentale di ideare una nuova società da proporre e per la carenza assoluta di forze fresche, con il pratico risultato di creare altri piccoli cespugli.


In questi giorni ho sentito il promotore del Forum dichiarare che i cattolici dovranno trovare per forza un nuovo De Gasperi, tanto in capacità quanto in coerenza.


Trovarlo oggi non sarebbe difficile perché di ottimi cattolici coerenti e capaci ce ne sono in giro, specie tra coloro che sono insensibili alle sirene di Mammona. Il problema è che nella nostra società attuale servirebbe a nulla, perché un partito cattolico oggi sarebbe solo minoranza e a fatica raggiungerebbe le 2 cifre nella migliore delle ipotesi.


La dirigenza ecclesiastica di questi ultimi decenni batte spesso il tasto del relativismo, non avvedendosi che il personalismo stesso è una fenomenologia assai relativista e perdente e che in politica il cattolico e più relativista di altri.


Bonanni, braccio politico del conclave, si è spinto oltre, invitando il governo attuale a levare il disturbo perché inadeguato. Lo affermò serioso e conscio della forte (eufemismo) base elettorale che possiede, considerato che in questi giorni nei lavoratori del più importante quotidiano cattolico la Cisl ha perso i 3 rappresentanti che aveva in favore della Cgil.



Nell’immediato dopoguerra in seno alla curia vaticana l’idea di formare un partito cattolico era molto controversa. Tra i 2 sostituti di Pacelli Tardini era contrario, non ritenendo necessario un partito cattolico che poi tale non sarebbe stato per le varie anime culturali, poi sviluppatesi in altrettante correnti.


Montini, invece, d’estrazione borghese e figlio non casualmente di un ex deputato del partito popolare, propendeva per questa necessità. Ma subito all’interno della neonata Dc vi furono strategie politiche diverse che videro contrapporsi soprattutto De Gasperi e Dossetti.


Come abbia poi governato la Dc, quanti governi e di che durata siano stati e come sia finita lo dice la storia. La quale dice pure che non era un partito, ma un agglomerato di partiti. E di quei governi oggi ne stiamo pagando lo scotto.


Credo che fondare oggi un nuovo partito cattolico sia andare contro la storia ed essere fuori dalla storia, proprio perché l’essere cattolico può avere varianti implicite che possono reggere nella Chiesa ma non nella società.



In Grecia le manovre correttive imposte dalla Troika Bce/Ue/Fmi stanno riducendo il popolo non solo alla fame, ma pure alla disperazione. Una statistica ufficiosa dichiara che tra nuove tasse e tagli agli stipendi il benessere (bagget) familiare e individuale sia sceso in 2 anni del 60%. Infatti, scioperi generali e manifestazioni di piazza sempre più imponenti si infittiscono ogni giorno, nonostante che vi sia un governo di sinistra.


La Grecia, se deve essere salvata, non può essere distrutta totalmente portando il popolo alla fame; soprattutto perché le manovre di (falso) risanamento non hanno ancora mostrato il loro apocalittico scenario di continua implementazione.


Il movimento trasversale degli Indignados si sta espandendo dalla Spagna al mondo, sia perché i giovani sono quelli maggiormente colpiti dalla disoccupazione, sia perché il loro futuro è stato gravemente compromesso non tanto da genitori e nonni, bensì da politici incapaci e da dannose speculazioni finanziarie.


Oggi siamo tutti un po’ indignati, chi più e chi meno; e domani lo saremo ancora di più, perché il futuro che pensavamo di aver costruito farà ripiombare indietro il nostro benessere di decenni, se non di un secolo.


Domenica prossima vi sarà l’ennesimo G20 in cui si spera, proprio perché la speranza è l’ultima a morire.


Tuttavia se da quando è iniziata la crisi non sono riusciti a trovare la strada per risolvere i problemi, mi pare utopistico pensare che ora ci riescano, specie se sono sempre quelli, pur con qualche alternanza, che in questa situazione ci hanno cacciato. Quegli stessi che ci stimolano ad essere tanti Indignados.


domenica 9 ottobre 2011

Tra Verità e interesse di parte.

(Questa mia riflessione trae la sua origine dall’analisi di un articolo pubblicato su un quotidiano e riportato in un sito cattolico, facilmente visionabile cliccando sul seguente link: Lo strano silenzio della Chiesa. Per comodità, data l’ampiezza del documento, non l’ho contestualmente riportato insieme all’articolo.)




Tra Verità e interesse di parte.


Chi sia la Spinelli lo sanno tutti e pure i valori che ha professato e professa anche materialmente nella sua vita.


Perciò che venga a voler impartire alla Chiesa, e ai credenti, una lezione non solo di etica, ma pure di politica, mi sembra molto sospetto.


Basta conoscere il suo curriculum vitae per rendersene conto.



La prima cosa che manifesta è quella d’essere un supremo giudice che usa la sua cultura – dire sapienza sarebbe un’eresia – per avere già una risposta giudicante a tutto: al Premier, al Papa, ai Vescovi e alla Chiesa tutta. Risposta ancor prima di ogni sentenza! Risposta forse … culturalmente interessata?


Ovvio che possa facilmente confondere la Chiesa con la chiesa, perciò identificare qualche possibile o ipotetico misfatto di qualche prelato per fare di ogni erba un fascio. E pure quello di qualche possibile o reale cattolico.


Il Premier può avere le sue colpe, ma si dichiara pure un laico e un pubblicano (uomo debole soggetto a certe tentazioni), perciò non un credente (solo battezzato e non praticante). Mentre la Chiesa ha la vocazione di redimere (accogliere/attendere) il peccatore, sia costui una pecorella dell’ovile oppure una vagante altrove.


La Chiesa né abbatte, né crea governi: predica il Vangelo, perciò la carità, il perdono, la tolleranza, la comprensione e il rispetto delle idee di chi non la pensa da cristiano. E il Vaticano è uno stato indipendente che può esprimere opinioni, ma non dettare direttive ad un altro stato.


Il metterla sempre su un interesse finanziario è perciò deviante, considerati pure i commi concordatari liberamente sottoscritti da ambo le parti. Commi che, a quanto pare dal discorso, molti cancellerebbero volentieri, compresa la Spinelli (Tra gli oppositori vi sono persone a sufficienza, purtroppo, che non ve li toglieranno.).



Che oggi vi possano essere profeti interessati fuori dalla Chiesa è estremamente intrigante, specie se il tutto lo si abbina ad un’analisi di simbiologia analogica dei soggetti.


Non sarebbe la prima volta, né sarà l’ultima.


Perciò avviene spesso che chi conclami la propria verità – e giudizio – è spesso molto interessato. A cosa? Al proprio interesse di parte! Perciò per ottenere quello argomenta, sollecita e attacca la controparte, magari usando pure Gesù e il Vangelo per i propri fini, anche se tutto ciò è estraneo alla cultura e alla coscienza del profeta … improvvisato. Infatti, gli accorati (?) appelli per il bene della nazione e della Chiesa si sovrappongono, quasi fondendosi in un tutt’uno.


L’etica e la morale la si può fare agli altri – anche se non dovrebbe mai avvenire in un cristiano – solo se nella propria vita la si professa nelle Verità della Parola e nella sacralità del matrimonio; ma in questo caso non è supponenza e iattanza culturale, ma solo una testimonianza silenziosa e riservata verso il peccatore.


Gli accostamenti ai fatti evangelici dei mercanti nel Tempio non sono attinenti, per il semplice fatto che qualsiasi premier non sta né in Vaticano, né in una chiesa materiale (edificio), ma solo in una comunità laica e sociale.


E gli interessi privati esplicati da altri predecessori – volutamente acclamati – lo stanno a testimoniare; come pure lo sono i danni che certe scelte hanno prodotto sull’economia reale e strutturale del paese. Scelte che hanno condotto ad una stagnazione già prima che la crisi finanziaria esplodesse, cosa che l’autrice si dimentica di dire, oppure che ignora completamente.



Certe testate e i loro articolisti si battono pubblicamente da molto tempo per la pillola abortiva del giorno dopo, per mettere distributori di preservativi nelle scuole per ragazzini e ragazzine, per la regolarizzazione delle coppie di fatto, per il matrimonio tra omosessuali, per il libero amore, per l’eutanasia legalizzata e per molti altri valori che non sono proprio confacenti al Vangelo, spacciando il tutto per emancipazione individuale. E non si preoccupano né dell’istruzione al prepararsi alla vita, né di insegnare la differenza basilare tra amore e sessualità, né di far crescere in plusvalore morale questa nostra società, considerato che tra gli opposti schieramenti vi sono analoghe degenerazioni procedurali.


Però, magari, usano stralci di Vangelo per sollecitarci (pastori e credenti) a “soddisfare” il loro interesse politico, che equivale in poche parole ad appoggiare ed a compiacere la loro finalità di lotta: abbattere questo governo (non il totem Berlusconi) per subentrarne al suo posto. Un governo che comunque vadano le cose ha il diritto di governare finché ha i numeri democratici dalla sua, proprio come fece il precedente che si resse per un certo tempo su un voto parlamentare molto risicato grazie a dei senatori a vita (ormai) centenari, senza che nessuno si scandalizzasse per ciò essendo previsto dalla Costituzione.


Il cattolico non deve fare lo struzzo per non vedere la realtà, ma non deve neppure cadere nel tranello di soggiacere a quelle stesse verità soggettive (eufemismo) che l’articolista manipola per i suoi fini, spacciandole per realtà assodate.


La Chiesa è madre di tutti i credenti, specie di quelli praticanti che con lei vivono e camminano.


Non per questo i credenti perché stanno con la Madre – me lo si lasci dire – sono tutti dei “bamboccioni”, incapaci di riconoscere il profeta di Dio dal falso profeta.


La coerenza impone l’esempio della propria vita, senza la quale tutto rimane un esercizio dialettico e salottiero interessato, proprio perché i valori a cui si vuole richiamare la controparte non sono manipolabili ad un interesse contingente.


Perciò certe testate, per essere credibili al cattolico, devono avere una linearità editoriale, civica e soprattutto etica assai diversa dall’attuale.



I cattolici non sono ottusi e vedono la realtà forse più di chi la espone tanto dottamente: la vedono anche negli eccessi che pure la magistratura compie cercando ad ogni costo – a quanto pare – il misfatto, non solo contro il Premier, ma pure anche in altri casi poi sconfessati in gradi superiori di giudizio e in questi giorni evidenziati dagli avvenimenti.


Sanno pure che le ideologiche battaglie legalitarie e di progresso di certe testate non sono poi tanto tali, né al servizio dell’uomo, ma solo dell’interesse e della dietrologia di parte. Dannose spesso alla nazione e frutto di intellettualismo organico.


Il discorso della Spinelli – ottimamente impostato e scritto – è però una secca diaclasi discorsiva se convogliato nel filosofico e nel sociale, sempre in lacerazione nella logica del sillogismo: un puro, imperfetto e erudito esercizio arrabbiato e interessato di peripatetismo teofrastico.


La verità viene non solo traslata, ma spesso portata oltre il limite della dialettica democratica, specie là dove si invocano scomuniche che il Vaticano dovrebbe elargire più o meno privatamente o pubblicamente tramite l’invio di un “alto prelato, appunto perché “l’interferenza è una prassi non disdegnata dal Vaticano”.


Il Vaticano, in effetti, non può scomunicare nessuno, specie un Premier di un altro stato. Al massimo può sconfessare il proprio esautorandolo dalla sua carica. È la Chiesa che può farlo, anche se la scomunica oggi avviene già nel soggetto peccatore quando costui si estrania dalla Verità della Parola, come ad esempio nell’aborto volontario, ponendosi, di fatto, fuori dall’Ecclesia stessa. La scomunica è il porre un individuo fuori dalla Chiesa!



I gentili non sono nella Chiesa e non tutti hanno quella concezione democratica che li rende se non altro allineati su certi singoli valori. Forse pure a costoro si dovrebbero inviare scomuniche o alti prelati per l’ultima ammonizione, specie se si fanno portabandiera di notevoli disvalori religiosi. Se così fosse il mondo e pure l’Italia sarebbe un andirivieni di alti prelati e di una marea di scomunicati; ed allora sarebbe interessante vedere su ciò un illuminato articolo della Spinelli.


La Chiesa è soprattutto per il Popolo dei fedeli e per tutti coloro che vogliono ascoltarla essendo uomini di buona volontà.


Cita alcune parole del Papa ad Ancona, oppure frasi di comunicati Cei. Però ciò non le basta, perché le appaiono generici e non ad personam: sono solo analisi fiacche mancanti di sintesi. Quell’ad personam tanto avversata e spesso usata spregiativamente per etichettare ogni legge che non piaccia.


La sintesi e la forza dove sta? Forse nell’insegnamento di una fiction come Habemus Papam, che dovrebbe insegnare alla millenaria Chiesa la gestione della debolezza mentale di un uomo, la cui fede può vacillare facendolo sentire inadeguato.



Tutti hanno il diritto di esporre le proprie idee, ma questo diritto cessa quando artatamente lo si vuole imporre ad altri; e magari costui, inopinatamente, si accoda non avvedendosi che il gioco è dialetticamente sporco.


Il vescovo e il papa svolgono un compito ecclesiale che è quello del ministero oltre che del magistero: ecco cosa ci stanno a fare e perché il Figlio li abbia investiti di certe funzioni. Non sicuramente per quella di assecondare una qualsiasi fazione politica: pensano alla gestione dell’anima, perciò della salvezza in Cristo.


Perché se lo si dimentica – Spinelli docet – è ovvio che la realtà possa solo essere quella fittizia del controverso Habemus Papam, fulcro, a quel che pare, di estrema sapienza e di inopinata docenza per la Chiesa tutta.


Ma allora non si è più nella ragione, ma solo nella manipolazione spiccia di idee, fatti e realtà: nella pratica mistificazione d’essi per i propri interessi ideologici e qualunquisti.

martedì 4 ottobre 2011

Secessione? Se e quando avverrà.

ovvero:


Quando l’economia detta i tempi della Storia.




In questi ultimi giorni in Italia è in corso una querelle artata tra Presidente della Repubblica e Leghisti sulla Padania. Polemica di cui se ne farebbe volentieri a meno da ambo le parti, considerando il difficile momento attuale e la possibile turbolenza che può generare sul mercato, peraltro già depresso per altre e più importanti ragioni.


Sarà anche pur vero che non esiste un popolo padano, ma è anche pur vero che, pur viaggiando molto, non ho mai visto neppure un “vero” e univoco popolo italiano.


L’unità della geografica Italia ha 150 anni; l’unità e l’identità del popolo italiano è ancora lungi dal venire.


Le etichette non sono sempre esatte e perciò l’errore è sempre possibile; per cui l’analisi, quando è proiettata al futuro, può assumere un aspetto fantapolitico.



I grandi politici internazionali con l’ultimo G20, pur non dicendolo apertamente, stanno preparando il mondo occidentale ad un evento pilotato che se gli sfuggirà di mano - come sarà probabile vista la loro sagacia finora dimostrata sul campo - creerà un’apocalisse economico/finanziaria inimmaginabile: il default della Grecia. E per farlo hanno bisogno di circa un anno onde limitare i danni al minimo indispensabile.


La Grecia e ingestibile e irrecuperabile, nonostante le dichiarazioni ufficiali e di facciata di molti importanti capi di stato; stando così le cose la Grecia è solo mantenibile con continue sovvenzioni (prestiti) a fondo perduto.


Giorni fa un noto economista ha dichiarato che il problema Grecia sarebbe risolto se la Bce acquistasse tutti i titoli sovrani ellenici sul mercato, cosa che avrebbe dovuto già fare un paio d’anni fa emettendo altra moneta. Pur con il rispetto per costui non condivido affatto questa soluzione molto semplicistica: infatti, anche togliendo tali titoli dal mercato le spese greche non si ridurrebbero, perciò il debito greco si rigenererebbe come l’ameba in poco tempo.


Lo Stato ellenico può solo fallire e poi ripartire con nuove regole sociali.


Infatti, lo stato ha:


a) Uno spropositato numero di dipendenti, che alle 14 staccano e se ne vanno per cavoli loro.


b) Non ha un catasto moderno; e per farlo ci vorranno almeno vent’anni, per cui ha un’evasione enorme.


c) Vanno in pensione a 52/53 anni, quando altrove si va minimo a 65.


d) Hanno stipendi e pensioni elevate che l’economia non può sopportare.


e) La redditività procapite greca è di almeno il 30% inferiore alla media Ue e il tasso di disoccupazione raggiungerà a breve, con il drastico taglio di 30.000 dipendenti pubblici, il 20%.


f) Sono in forte recessione da un paio d’anni e non hanno alcun surplus commerciale, perciò un deficit estero continuo imposto dal consumismo interno.


g) Hanno un Governo di facciata che è in pratica commissariato dalla troika Ue/Fmi/Bce e con scarso appoggio sociale interno, testimoniato dai ricorrenti scioperi e moti popolari.


h) Ha un debito sovrano in continua rapida espansione di circa il 10% annuo (da stime ufficiali: 8,5% quest’anno, 6,8% nel 2012).


Tali cifre sono impressionanti e indicano chiaramente due cose: la prima che gli aiuti sinora dati sono sufficienti solo a pagare stipendi e pensioni, la seconda che lo Stato greco deve essere completamente riformulato.



I dati greci hanno molte analogie in comune con quelli del Sud italiano, riassumibili principalmente in: enorme abusivismo edilizio, grande evasione, forte assistenzialismo pubblico (forestali in Calabria, dipendenti regionali in Sicilia, alta percentuale di invalidi), dipendenza strutturale (rifiuti urbani in Campania), insufficiente redditività e alta disoccupazione. Tutte cause che da decenni lo rendono dipendente finanziariamente dello stato centrale.


Basti pensare che nel trentennio di esistenza la Cassa per il Mezzogiorno ha elargito al Sud circa 47.000 mld di £ (aggiornati), ai quali vanno aggiunti altri circa 31.000 mld di £ (aggiornati) erogati nel ventennio ‘60/’80 dal Ministero delle Partecipazioni Statali. Importi citati nei dati ufficiali Istat.


Ciò nonostante – e non considerando le somme successive da altri enti elargite e dallo stesso Stato trasferite – il Sud attualmente produce solo 1/3 del Pil prodotto dal Nord e per gestirsi (stipendi pubblici, mantenimento opere strutturali, pensioni, costi di gestione) ha bisogno di sovvenzioni pubbliche, senza le quali sarebbe nella stessa e identica situazione della Grecia.



Se le banche franco/tedesche non fossero zeppe di titoli sovrani ellenici, il tandem Merkel/Sarkosy avrebbe già scaricato la Grecia da tempo, abbandonandola al suo tragico destino, in parte – è bene sottolinearlo – portata al collasso dopo essere entrata nell’€.


Le prossime elezioni politiche, che avverranno nelle varie nazioni, spazzeranno inevitabilmente via i governi attuali, perché la gente vede nero e addossa – più o meno giustamente – l’incapacità di risolvere la crisi ai governi in carica.


Che poi quelli che seguiranno facciano magari peggio è un altro discorso; ma il malumore e il pessimismo sono palesi.


Perciò per quanto i tedeschi vogliano ancora addossarsi il mantenimento della Grecia è assai ipotizzabile: finché saranno pronti a limitare e a circoscrivere i danni di questo default.


La Grecia non è la sola e vi è pure il Portogallo quasi nella stessa situazione finanziaria; mentre Irlanda, Spagna e Italia hanno problematiche diverse.


I primi 2 paesi hanno un default palese, mentre l’Irlanda gode economicamente buona salute e l’indebitamento è dovuto in primis al salvataggio statale delle sue banche, affossate da fallimentari investimenti in titoli americani (basti pensare ai Subprime).


Spagna e Italia, pur non essendo in florida salute, hanno comunque un Pil importante e i bilanci sotto controllo (per ora), messi però a rischio dalla speculazione sui differenziali. Entrambe, messe insieme, producono circa il 35% del Pil Ue.


La politica non ha voluto correggere le storture del mercato lasciando campo libero alla speculazione. Perciò è ovvio che pure l’economia francese e tedesca stia imboccando la strada della recessione, già ampiamente annunciata dallo sprofondare degli indici borsistici.


Il mercato, dopo un breve e emotivo rimbalzo, ha bocciato la manovra da 3.100 mld del G20 e anche il potenziamento limitato dell’Efsf, intuendo ciò che tra non molto potrà accadere.



Quando la situazione diventa drammatica ognuno tende a pensare per sé e la solidarietà spesso diventa un lusso che non ci si può permettere se non si vuol fare la stessa fine di chi si soccorre.


L’Ue, perciò, sosterrà la Grecia finché la Germania vorrà, perciò finché questa non deciderà di mettere in opera il piano di auto salvataggio che da tempo tiene nel cassetto.


A questo punto molti paesi sprofonderanno ed oggi è difficile ipotizzare come poi si sarà e come le nazioni si coaguleranno in forme associative diverse da quella attuale.


È ipotizzabile (auspicabile) che la Germania possa cadere in piedi e calamitare verso di sé le nazioni potenzialmente forti, cioè le aree a maggiore industrializzazione ed ad alto tasso tecnologico.


Il Lombardo/Veneto più che una cultura italiana ha una cultura mitteleuropea, che trae le sue origini da quando era parte dell’impero austroungarico. Periodo nel quale non casualmente si espanse l’industria.


La Lombardia, infatti, è a pari merito con la Ruhr come prima area maggiormente industrializzata ed ad alto tasso tecnologico in Europa.



Le Lega ha preso piede come protesta non verso il Sud – è bene sottolinearlo, nonostante gli slogan – ma verso la gestione della politica italiana che in oltre mezzo secolo non è riuscita a risolvere l’annoso e costosissimo problema dello sviluppo del meridione. È stata un’esigenza (forse inconscia) di Popolo frustrato nelle sue aspirazioni di libertà e di vera democrazia, magari attratta più dallo slogan pedestre che dall’intuizione della ragione vera.


L’essere italiano o germanico non cambierebbe la sostanza del problema, specie in una terra dove da secoli i miscugli di razze e di costumi è perenne tra autoctoni e orde più o meno barbariche. Lo cambierebbe, invece, la sicurezza economica, un’economia compatibile non gravata da vincoli esterni (il Sud), uno sviluppo sano e sicuro basato unicamente sull’individuo/persona che fa sistema, libero da laccioli burocratici che solo uno stato centralista e allo sfacelo può generare.


Basti solo pensare alla grande differenza strutturale (istruzione, sviluppo, industria, Pil prodotto) esistente tra il lombardo/veneto e il resto d’Italia prima dell’Unità d’Italia. Ciò rese il Nord, in cultura e progettualità, più mitteleuropeo che mediterraneo, attento sempre all’innovazione e alla vera libertà, come l’idea federalismo può prospettare.


Se l’€ crolla – e i mercati lo stanno ipotizzando – è naturale che salterà pure L’Ue com’è ora concepita. È facile immaginare che allora vi sarà un profondo rimescolio, atto a unire i popoli similari e a disunire quelli convenzionali.


Le ragioni economiche saranno il disgregante e il collante di nuove identità.



Le ipotetiche logiche che indurranno la Germania ad abbandonare la Grecia saranno le stesse che indurranno il Nord ad abbandonare il Sud, perché non saranno né Bossi né Napolitano a dividere o ad unire l’Italia, ma solo le ragioni dell’economia reale.


Sarà, in pratica, una questione basilare di sopravvivenza e di sviluppo che la solidarietà nazionale non potrà evitare, pena l’affondare tutti insieme.


Le aree forti è probabile che si coaguleranno, formando perciò un ipotetico grande rettangolo geografico che dal Baltico giunga fino al Nord Italia, composto da aree macroeconomiche omogenee, unite magari in modo federativo.



Secessione è una parola forte, che però può includere anche altri concetti, come ad esempio un nuovo assetto geopolitico europeo.


È ovvio che né la Grecia né la Germania attueranno una “secessione” unilaterale dall’Ue se non saranno costrette da forzose ragioni economiche per sopravvivere, che, pur essendo diverse, avranno in comune uno sviluppo compatibile con le proprie possibilità e potenzialità.


Una tartaruga non può correre come una lepre, pena ridurre la lepre a fare la tartaruga. E l’Italia non ha costretto il Nord a fare la tartaruga, ma a foraggiare continuamente il Sud per farlo sopravvivere in nome dell’unità nazionale.


L’Ue è un’unione di popoli disomogenei, in grado di viaggiare economicamente a velocità diverse e non compatibili. Vi sono stati degli errori nel comporre la nuova Europa; ma non si può pretendere che questi errori possano essere perpetuati per … un altro secolo e mezzo.


La finanza ha prodotto l’€; l’economia reale, se necessario, porrà rimedio alla stortura attuale in un modo o in un altro. Compito della politica è quello di risolvere i problemi. Se non ci riesce, piaccia o non piaccia ai politici, l’economia tratteggerà gli eventi e i tempi della Storia tanto nell’Ue che in Italia.