domenica 21 gennaio 2018

Capitalismo democratico e capitalismo bancario: le due facce del Debito sovrano.


In fisica esiste il detto: nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma. (A. Lavoisier
Nell’economia capitalistica potrebbe essere il contrario: tutto si crea, tutto si distrugge, tutto si trasforma.
Analizzando il corso degli eventi politici dal dopoguerra in poi, appare evidente come tutti gli stati (e pure la neonata Ue) abbiano operato in modo spesso contradditorio, costretti dagli eventi a inseguire la risoluzione dei problemi (crisi) immediati con decreti tampone. Perché quando il problema diventa troppo grande, l’ideazione di un disegno a lunga scadenza è spesso problematico da progettare e da realizzare. Ne consegue che, a breve o a medio termine, il tampone usato per correggere un problema ne crei in seguito un altro maggiore.
Quando un problema economico o finanziario esplode, è perché il governante di turno - policy maker (decisore politico) - non l’ha prevenuto con lungimiranza, lasciandolo incancrenire prima di intervenire.
Il Debito sovrano è stato – e lo sarà ancora fino alla cachessia delle economie – il toccasana immediato cui fare ricorso: il provvedimento tampone di cui si è abusato continuamente fino a farlo diventare un problema impossibile da risolvere.
Le politiche monetarie e fiscali (le due facce operative del capitalismo democratico) hanno agito in modo spesso contradditorio in tutti i paesi occidentali, largheggiando in quella dicotomia politica che ha visto spesso la carota (ricorso al debito) e il bastone (imposte) sovrapporsi, onde cercare di tamponare una situazione sempre più complessa.
Ciò è avvenuto spesso anche nelle compagini governative dei vari stati, con ministri nei dicasteri chiave che spesso agivano con politiche contrapposte. Per l’Italia basti citare i dicotomi ministeriali più acclarati, come Andreatta- Formica, Goria-Visentini e Monorchio-Reviglio.
All’assetto istituzionale governativo italiano, potremmo pure affiancare per la Bce le contrapposte politiche finanziarie di sostegno all’economia Trichet-Draghi. Il primo restrittivo, il secondo espansivo. Oppure il contrasto attuale su come condurre la politica monetaria tra Bce e Germania.

Il capitalismo democratico è il sistema finanziario e operativo pubblico che governa e dirige l’economia di ogni stato.
Il capitalismo bancario è lo stesso sistema, a carattere privato, che affianca e sostiene il progetto economico pubblico.
Nulla di strano, quindi, che quando uno dei due va in crisi, ciò è dovuto alla crisi sistemica dell’altro. Tuttavia è di norma il primo che trascina con sé il secondo.
A farne le spese è sempre l’economia reale, con ampie, drammatiche e ricorrenti ricadute sul cittadino nel settore occupazionale e assistenziale (welfare).
Chi ne trae beneficio (eufemismo drammatico) è il Debito sovrano, la cui tendenza è di crescere a dismisura in modo praticamente costante: il Giappone è prossimo al 300% del Pil, mentre i maggiori paesi occidentali sono tutti oltre il 100% e taluni prossimi al 150%.
Tutto ciò significa che per pareggiare il Debito sovrano creato ovunque ci vorrebbero non anni, bensì svariati decenni di forti politiche restrittive. Le quali, però, non sono solo politicamente improponibili nell’aspetto sociale, ma porterebbero l’economia reale al completo collasso strutturale.
Il Debito sovrano è la palla al piede che vincola e rallenta l’azione economica di un paese. Ne consegue che più questo è alto, più quello stato è in default sostanziale. E fu un immenso errore politico dei vari governi pensare che il Debito sovrano potesse essere la resilienza adatta a sopperire sia la spesa pubblica, sia il mezzo utile a potenziare il Pil.

Per espandere l’economia di solito si ricorre al credito. Il credito però, quando è elevato, diventa insostenibile, oberando stati e aziende di un debito che spesso non possono più onorare. Ne consegue che vanno in sofferenza e i debiti dovuti ai creditori diventano inesigibili: i crediti in sofferenza.
I Debiti sovrani in effetti sono imponenti crediti/debiti in sofferenza.
Le economie occidentali hanno creato un escamotage (truffaldino) per consentire al debitore di esistere e al creditore di non dover subire le perdite: il rifinanziare il debito in continuazione. Questo metodo è sistematicamente usato sia dalle banche sia dagli stati. Ciò permette a entrambi di non dover fallire.
È però ovvio che il perpetuare questo sistema all’infinito significhi ignorare il problema. O, meglio: disconoscere il problema.

Il Debito sovrano nei decenni scorsi – fino agli anni ’90 circa, anche se in modo continuo decrescente - era per lo più finanziato dalle famiglie. Ciò consentiva allo stato di ridistribuire la ricchezza; ma, poiché lo stato stampava moneta per sopperire ai bisogni di cassa e sostenere l’espansione/conservazione del Pil, ha prodotto continua inflazione, giunta a due cifre nel momento topico della crisi.
Per rendere competitivi i propri Titoli sovrani lo stato ha dovuto alzare i tassi di interesse, producendo da una parte ulteriore inflazione e, dall’altra, delle grosse rendite finanziare che rendevano poco redditizi altri investimenti. Si è creata, per quasi un decennio, una piccola/media classe borghese dedita più alla rendita finanziaria che al lavoro, che ovviamente affiancava col voto i partiti e che da questi era privilegiata in modo clientelare.
Ciò ha sottratto un’ingente massa finanziaria, prima destinata al finanziamento delle imprese. Non solo: molte imprese, anziché investire in azienda hanno trovato più conveniente investire in Titoli sovrani.
L’aumento dei tassi e delle rendite finanziare, perciò dell’inflazione galoppante, ha prodotto un ulteriore fenomeno consequenziale: l’aumento considerevole del valore del mattone.
Ciò ha portato in breve il risparmiatore a cambiare strategia di investimento: spostare i risparmi dalla rendita finanziaria al mattone, considerato bene durevole con maggiore resistenza all’inflazione.
A complicare le cose ci ha pensato nel ’90 la Legge Amato (218 Amato-Carli – poi seguita da altre correttive nel ’92 e ’93 sulle pensioni) sulle banche, dando la possibilità anche a quelle commerciali di operare come le banche d’affari. Queste hanno perciò riversato sul mercato azionario/obbligazionario un’ingente quantità di denaro, o agendo direttamente o tramite i propri Fondi di investimento.
Perché le banche a diritto pubblico diventarono S.p.A., perciò a diritto privato? Semplice: servivano soldi per il fabbisogno dello stato e bisognava forzatamente vendere ciò che poteva essere appetibile agli investitori esteri.
Per fare ciò bisognava svincolarle dagli assetti che le rendevano legate a doppio filo allo stato, tramite le Fondazioni bancarie. Ciò avvenne grazie agli stratagemmi dell’allora governatore della Banca d’Italia Ciampi, inventore della cartolarizzazione, trasformando i crediti (spesso quasi inesigibili) in titoli negoziabili sul mercato.
Si ha così una società (originator - di norma una banca) che costruisce emissioni di titoli obbligazionari da immettere sul mercato, atti a trasformare il bene o il debito (securitization) in titolo negoziabile.
È in pratica lo stesso stratagemma che usa lo stato per emettere Titoli sovrani: non s’impegna direttamente con il sottoscrittore, ma concede a questo la possibilità di girare (vendere) il titolo ad altri. Si trasforma il debito da nominale a informale, perché questo modo impedisce la richiesta di un’eventuale insolvenza, poiché il titolo, alla scadenza, è pagato con l’emissione di un altro titolo.
E, non casualmente, sono gli anni in cui nascono e proliferano sul mercato i Derivati.

Nello stesso periodo avanza l’idea che per reggere gli impatti delle crisi ricorrenti in Europa necessiti la creazione di una nuova moneta, atta a parare i contraccolpi dei Debiti sovrani.
Sono gli anni del crollo del muro di Berlino (1989) e dell’unificazione tedesca, con gli ingenti costi che quest’unificazione comporta.
Mitterand, timoroso che il nuovo colosso possa in futuro essere egemone (col marco) su altri stati e sulla Francia in particolare, non frappone ostacoli all’unificazione politica, ma impone in scambio la creazione di una nuova moneta comune: l’Euro. Diventato esecutivo un decennio dopo.
Il tedesco Wolfgang Streeck (sociologo - Tempo guadagnato. La crisi rinviata del capitalismo democratico.), sostiene che l’Euro fu ed è un grave errore politico, atto solo a guadagnare tempo. Perché la nuova moneta è stata progettata per servire solo l’austerity e gli interessi di mercato e non quelli dell’economia reale.
Nel suo saggio sostiene che gli stati dell’Ue saranno costretti entro il 21° secolo (forse anche solo tra 30/40 anni) a dichiarare default, ponendo fine al capitalismo democratico.
Ovviamente non è il solo, basti citare tra i cultori di queste fosche previsioni anche István Mészáros (filosofo ungherese – Oltre il Capitale), Immanuel Wallerstein (sociologo e economista statunitense - La retorica del potere. Critica dell'universalismo europeo e Dopo il liberismo) e Robert Kurz (filosofo e giornalista tedesco – Le crepe del capitalismo).
Sta di fatto che l’Euro ha permesso ad alcuni stati, grazie al Fondo salvastati, di sopravvivere alle mortali crisi sistemiche dovute al corrispettivo Debito sovrano, sia per l’impossibilità di rifinanziarsi per un certo periodo sul Mercato (Grecia, Portogallo), sia per politici attacchi massicci al proprio spread (Italia, Spagna), sia per la forte crisi che aveva colpito il capitalismo bancario (Germania, Irlanda, Francia, Austria e Spagna).
Tutto ciò perché la crisi del capitalismo democratico opera sempre su tre fronti: finanziario, fiscale e di crescita.

L’Europa, nonostante i proclami iniziali dei propri governanti - la crisi durerà alcuni mesi – è da oltre un decennio in recessione e in stagnazione.
Fuori luogo appaiono pure i proclami attuali sulla crisi che è ormai alle spalle, e sulla ripresa dell’occupazione negli stati maggiormente penalizzati, specie quelli mediterranei. Le due grandi crisi sistemiche precedenti del capitalismo sono, infatti, durate circa quattro lustri. La prima (1873-1895) conclusasi con un’imponente emigrazione di massa verso nord (continentale) e verso ovest (oltreoceano); la seconda (1929-1946 – alcuni pongono erroneamente la sua fine al 1939, anno d’inizio del secondo conflitto mondiale) durò un po’ meno, per i 60 mln di cadaveri che la guerra generò.
Personalmente ritengo che, come tutte le grandi crisi sistemiche, i benvenuti miglioramenti attuali siano solo una piccola ondulata laterizzazione della crisi, che si protrarrà ancora per un certo periodo.
È pur vero che la Germania ha un mostruoso surplus commerciale, ma va pure sottolineato che questo surplus è all’interno dell’Ue, perciò a discapito di altri paesi.                                                   

Il Patto di stabilità (PSC) cerca di contenere gradualmente l’incremento del Debito sovrano, ora intorno al 2,8/3% del Pil. Ciò significa che il Debito sovrano di ogni stato tenda continuamente a dilatarsi con queste percentuali, perciò a crescere. In Italia siamo ormai prossimi ai 2.300 mld.
Il macroscopico errore sia degli stati, sia dell’Ue è di vincolare il suo rapporto di crescita o decrescita al rapporto col Pil, non alla sostenibilità del Debito, come in effetti dovrebbe essere, perciò al suo monte complessivo.
Ne consegue che, giorno dopo giorno, il Debito continui a crescere, anche se i politici, rapportandolo al Pil, affermano il contrario.
È ovvio che tutte queste manovre, comprese quelle a carattere di monetarismo virtuale della Bce (quantitative easing), siano solo interventi provvisori atti a guadagnare tempo, onde non soffocare l’economia reale dell’Ue. E in ciò Streeck ha perfettamente ragione.
Manca un progetto specifico di riduzione reale dei Debiti sovrani, o, almeno, di sterilizzazione di questi.
Nell’Ue, tra i policy maker, manca la volontà e la capacità di voler affrontare a lungo termine il problema con strumenti idonei.
Questi possono essere individuati in una politica finanziaria, fiscale e monetaria unitaria, in grado di risolvere il problema: a) emissione di Eurobonds per tutti, vincolati al rispetto di parametri tassativi sui bilanci nazionali; b) politica fiscale paritaria in ogni stato membro; c) controllo del Debito basato sul suo ammontare complessivo e non sul degenerante rapporto col Pil.
Per realizzare ciò vi è però la necessità di una centralità decisionale. Che significa, per gli stati dell’Unione, il dover cedere sovranità ad un organismo centrale che ancora non esiste.
L’alternativa non è molto rosea: cercare di sopravvivere, procrastinando più che è possibile il collasso strutturale.
Pure la pessima idea di allargare ad est la confederazione, con gli stati fondatori ancora mal amalgamati, è stata una scelta dettata dalla necessità di favorire un’economia languida con un mercato espansivo.

I sistemi politici sono delegittimati dal voto del popolo; oppure, quando questo ancora soprassiste, dal malcontento generale e dalla disaffezione alla politica, testimoniata soprattutto dall’elevato astensionismo che coinvolge tutti gli stati.
Si assiste ad un a deriva hayekiana (Streeck) dovuta ad una de-democratizzazione dell’economia e nello stesso tempo ad una parallela de-economizzazione della democrazia.
La causa di tutto ciò è dovuta ai vari Debiti sovrani, i cui bonds sono nelle mani dei bondholder (gigantesche strutture finanziarie sovranazionali dedite ad acquistare con banche, fondi di investimento e Bce i bond dei vari stati), strutture in grado di condizionare pesantemente lo spread e, di riflesso, pure le economie nazionali in modo rilevante con interventi speculativi sul mercato.
Il Mercato condiziona le politiche economiche e finanziarie dei vari stati, agendo forzatamente, anche se indirettamente, sulle varie leggi finanziarie. Perché l’ordine è il frutto del rapporto tra le aspettative nazionali (economia reale) e quello altrui (bondholder), in grado di realizzarle.
Friedrich von Hayek (economista e filosofo austriaco - The Constitution of Liberty) a proposito, così affermava: The important point is that every man growing up in a given culture will find in himself rules, or may discover that he acts in accordance with rules and will similarly recognize the actions of others as conforming or not conforming to various rules.
Secondo Hayek, infatti, esiste un ordine endogeno (kosmos, spontaneo – quello dovuto alla necessità dei vari stati) ed un ordine esogeno (taxis, frutto della progettazione – quello dei mercati) che spesso non coincidono. Ne sortisce che spesso, specie se gli stati sono in difficoltà a reperire risorse sul mercato, i secondi condizionino pesantemente le scelte dei primi.


domenica 14 gennaio 2018

Lettera aperta ad un povero curato di campagna … scanzonato.


Oggi, venne in visita da me Sesac; e mi consegnò questo racconto che pubblico, come sempre, assai volentieri.
Tratta, come consuetudine, della vita degli animali della foresta e dei fatti di un tempo che fu.
Ogni accostamento del racconto a eventuali simili fatti della realtà è … puramente casuale.

Sam Cardell
 
Tratto da “i Dialoghi” di Sesac
 
Io, Sesac, da tempo non visitavo Leone.
Avevo saputo del suo infortunio casalingo e della sua prolungata convalescenza.
Seppi che aveva da poco ricominciato ad adoperare l’arto, grazie ad una placca in titanio di Leisinger, che mesi prima si era fatto volutamente impiantare.
Perciò, certo di non essergli d’impiccio, mi recai una sera sul tardi a visitarlo. Era un sabato sera.
 
Entrando lo salutai con una battuta: Ave, Leone bionico!
Mi sorrise e pure Billyno alzò il suo musetto per salutarmi, menando la coda, assiso comodamente sulle gambe di Leone che stava sdraiato sulla sua fantastica poltrona presidenziale.
Lo trovai in buona forma, nonostante l’età e i malanni.
 
Mi disse che in estate, prima dell’infortunio, era pure tornato con le dovute precauzioni in altura, accompagnato dall’amico bocconiano Piro.
Or, una volta, avvenne che Piro, data l’età e la mole, andando insieme un giorno per pigne di mugo per produrre mugolio, lassù oltre il Plagna sulla cresta del Visolo dove il Vandul strapiomba sul Dezzo, scaricasse le … pile.
Sicché, tornando, Leone gli consigliò di prendere delle bustine particolari di sali, onde recuperare velocemente e non creare dell’acido lattico nella muscolatura.
Il buon Piro prese sì quelle bustine, ma quelle per atleti, la cui dose, però, anziché essere diluita in un bicchiere d’acqua bisognava versarla in una bottiglia intera. Bevve, si ristorò e in un quarto d’ora recuperò una forma smagliante.
Sicché, avendo sempre osservato le femmine in minigonna con un certo compatimento da provetto cattedratico, avvenne che si ritrovasse per alcuni giorni, vedendole, a sentire … strani richiami … sessuali, comunque ben controllati.
 
Mentre amabilmente si chiacchierava, Leone mi offrì una fetta delle sue famose crostate, sfornata poco prima, accompagnandola con un bicchiere di pregiato Vin Santo dei toschi colli. Pure Billyno ne pretese, leccandosi i baffi.
Nell’ampia stanza, infatti, ancora aleggiava il profumo del lievito vanigliato, della farina di cocco e del vino liquoroso.
 
Leone era tornato in serata dal suo abituale orizzonte di analisi.
Non potendo quel giorno spaziare oltre, si era recato nella pieve del borgo, anche se il druido burino era ormai per lui un libro aperto, letto e riletto fino alla noia. Lo riteneva un pollo da ingrasso, perciò un cappone, uno di quei polli castrati destinati ad imbandire le tavole natalizie.
Tuttavia, nonostante ciò, era l’emblema d’una chiesa morente, arroccata su storielle, favole e fatti fantasmagorici che ai più non dicevano più nulla. Ragion per cui le pievi diventavano sempre più deserte.
Leone aveva scarsissima considerazione di costui, degno esemplare di quella casta di serviti che riteneva, com’era solito dire decenni prima al grande Aperitivo Purpureo, allevati nei seminari come tanti polli da batteria.
 
Or avvenne che il druido, durante l’omelia, s’infervorasse con quella voce da bue impazzito che usava nell’oratoria e nel canto, forse infastidito da alcuni fedeli, intenti o a guardarsi attorno per smaltire la noia, o a guardare l’orologio per vedere quanto costui la dilungasse, oppure intenti a meditare sui fatti propri.
Il druido notò, stando costui nei primi banchi – almeno tale gli parve – che uno addirittura dormisse beato, infischiandosene dei suoi sublimi insegnamenti di scienza infusa.
Sicché, anonimamente, lo citasse ai fedeli con voce sonante. Costui, tuttavia, gli parve che non si riscuotesse, per cui chiuse l’omelia con voce tonante e irritata in questo modo: Non dormiamo; svegliamoci!
 
Leone citava all’occorrenza il detto: Dio paga sempre il sabato. Aggiungendo di norma: Leone, invece, paga anche alla domenica o al lunedì o nel giorno che meglio ritiene opportuno.
Perciò, raccontandomi divertito il fatto, decise di prendere carta, penna e calamaio e così scrivere:
 
Lettera aperta ad un povero curato di campagna … scanzonato.
 
Carissimo druido,
mi consenta di usare tale lemma, così com’era solito iniziare le sue famose lettere Paolo di Tarso.
Lei mi dirà, correggendomi: San Paolo.
Guardi, sarà pure santo, ma per me è stato solo un teista farisaico che ha impregnato di mentalismo il cattolicesimo, compreso l’attuale.  – La prego: per capirmi bene tenga accanto a sé lo Zingarelli o il Treccani. Grazie! -
Tornando a noi, le scrivo per congratularmi con lei per la sublime omelia, or ora fatta, infarcita da varie invettive contro i fedeli, rei di non pendere dalle sue labbra, onde assorbire la scienza infusa che da queste fuorusciva come un fiume in piena.
Mai, oserei dire, mi sono ritrovato ad ascoltare un curato tanto saputo in teologia e in filosofia. Forse sarà perché il suo predecessore era un discreto filosofo, dedito nelle omelie a sviluppare un buon discorso per sé e a farlo recepire, nello stesso tempo, ai fedeli.
Teoricamente lei potrebbe essere un BarMaghreb, o, per dirla tutta, un trans-umanoide, intento a fondersi in un meta-umanoide. Noti bene: non ho detto transumanista o metaumanista.
Ovviamente ero colui che, secondo il suo encomiabile giudizio, dormiva.
Sa, il problema è che al Papa Gioanì mi han detto che quando il tremor essensialis si manifesta in modo virulento dovrei prendere 10 gocce di lexotan o 18 di valium. Essendo medicinali e avendo possibili effetti collaterali, ho trovato un metodo migliore e senza effetti collaterali, se non la … sua stizza: ascoltare le sue omelie. Hanno per me un effetto rilassante e risanante, oltre ad istruirmi in modo eccelso su dove stia andando la Chiesa attuale: verso il disfacimento totale!
Vuol sapere perché non mi sono svegliato al suo tonante richiamo? Semplice: non dormivo affatto, anche se ad occhi socchiusi. Uno che è perfettamente vigile non può svegliarsi.
Da scientist qual sono, seppur a riposo, infatti, ho imparato negli anni che lo stare ad occhi socchiusi e in posizione di rilassamento è uno splendido modo sia di analisi che di recepimento.
Ovviamente, potrei essere uno dei pochi ascoltatori – non voglio osare dire d’essere il solo – capace di riepilogare tutto ciò che lei ha detto con tale sapienza. Non solo; potrei citarle anche le omelie precedenti a cui ho assistito, comprese tutte le castronerie confusionarie nelle quali si è avventurato.
Pure la Leonessa, infatti, dall’alto della sua preparazione culturale e religiosa, me lo faceva annotare pochi giorni fa.
Sa, chi per ben cinque volte in un’omelia dice che i santi si adorano non fa un lapsus, ma un errore sostanziale teologico. Proprio come chi confonde più volte i Sadducei con i Farisei, nonostante abbia appena letto ciò. Oppure quando si confonde la presentazione al tempio con la circoncisione.
Ma così va il mondo, quando il ragionamento (eufemismo puro) usa sillogismi verticali e orizzontali come un … geometra di quarta falciata.
La sua  frase discorsiva emblematica preferita? No, non è così! Scusi: perché non aggiunge mai come dovrebbe essere, in modo che tutti noi, volgo beota, lo sappiamo e non restiamo nell’ignoranza?
Lei è esperto in diaclasi discorsive, sia religiose che teologiche. Mi congratulo con lei.
Conosce il Domine Jesu Criste? O forse non ha studiato il latino?
Ebbene, qua si era soliti recitarlo con il celebrante da quando il Vaticano II fu fatto. Scusi la domanda: lei, allora, c’era già?
Il mio grande amico e Gran Druido Lux – colui che secondo la stampa nazionale e internazionale più innovò la liturgia dopo il Concilio - afferma che può benissimo essere recitato in entrambi i modi, perché è una preghiera sia individuale che collettiva.
Poi, qua, giunse lei che dichiarò – Sic! Parole testuali. – che ciò era totalmente sbagliato, perché spetta al celebrante recitarla, in quanto costui è l’intermediario tra Dio e il Popolo. Guardi, non è per correggerla, ma il Concilio Vaticano II ha affermato ben altro: il celebrante è colui che presiede l’assemblea. Infatti, han girato pure l’altare.
E tornando al Domine Jesu Criste, che faccia irosa (educata?) faceva se qualcuno, abituato a farlo da decenni, iniziava involontariamente a dirla insieme a lei? Oh, mi consenta: quanta immensa carità!
Eppure qua nel borgo in decenni giunsero diversi preti e occasionalmente pure diversi vescovi, non trovando in ciò nulla di sbagliato. Solo lei ha trovato il … pelo nell’uovo.
Va da sé che per un breve periodo, ad un certo punto, in  parrocchia la sostituì un frate  - lei ha pure diritto alle vacanze – e notando nella sua prima comparsa che non la si dice, alla seconda invita i fedeli a farlo, perché – dice – è una preghiera molto bella. Risultato: il Popolo di Dio parte a vele spiegate nel recitarla, con un entusiasmo che manifesta questo sospetto (pensiero): ma prima di costui (lei) eravamo forse tutti grulli?
Ho spesso classificato i druidi in serviti e servitori. Dove la metto? Ovviamente tra i serviti!
Chi le è vicino e l’affianca nelle mansioni giornaliere sa che dice? È un tipo particolare e pretensioso.
Sa, come si diceva una volta? Vox populi, vox Dei!
Va', vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi. (Mc 10, 21)  Questa è la regola dei servitori.
E che dire poi della sua innata cortesia ed educazione nell’avvicinare le persone?
Tempo fa dopo una breve funzione funebre stavo parlando con un amico e collega che mi deve molto sotto l’aspetto umano. Ebbene, a noi si avvicina un druido che, senza chiedere alcun permesso, si rivolge all’amico, con cui sto parlando di cose importanti, per salutarlo. Ovviamente fu come se fossi invisibile: non mi rivolse alcun cenno di saluto; interruppe e parlò, poi se ne andò. Io non mi meravigliai, conoscendolo; il mio amico, invece, assai, e me lo fece pure notare. Mi permetta: quanta educazione e carità!
Vede, carissimo, forse sono stato abituato in ben altri modi e la mia dimora è stata spesso visitata privatamente da religiosi sia semplici, sia importanti. Ho talora ricevuto pure mandato di assistere psicologicamente alcuni e di aiutarli a ritrovare la loro personalità.
Potrei pure dirle che le mie mani sono state talora bagnate dalle loro lacrime, mentre mi dicevano sconsolati: mi sento un fallito!
Lei mi potrà  dire: donde giunge la predica? Con quale autorità?
Ebbene, le dirò solo due cose dal lungo elenco che potrei citare. Quando lei sarà stato chiamato a condurre corsi di insegnamento al M.I.T., alla Sorbona e alla Sapienza, non a studenti, ma a cattedratici, forse lo capirà.
Come lo capirà se la sua Focus varcherà i legni di S. Damaso, perché lì richiesto
… dove abiti?... Venite e vedrete! (Gv 1, 38-39)
Non voglio andare oltre.
Chi ha orecchi da intendere, intenda.
Cordiali saluti.
Leone
 
Leone piegò il foglio, lo mise in una busta e la chiuse.
Noi ci salutammo e, data l’ora, me ne andai.
 
Sesac

 

giovedì 11 gennaio 2018

Passato!


Passato!
Nella mente irrompi con lampi di vita,
ricreando gioie, successi e dolori.
Appari qual sogno d’una realtà perduta,
qual stella lontana, cadente, che brucia.

Ti scruto!
Un altro mi appare; eppure son io!
Son io che ritorno nel buio del fato,
che diverso mi rese, come son ora,
viandante fremente per ciò che ha lasciato.

Ricordi?
Già; son tutti percorsi reali vissuti
d’un ito lento che viaggia veloce,
che torna e scompare tracciando la via
d’un astro nascente nel buio creato.

Che fai?
Scudiero zelante di vita vissuta
mi adombri varianti cha tali non furon.
Rimpianti non sono e non furono allora,
nostalgie confacenti con senno scartate.

Naziati!
L’incontro un rogo accese in entrambi,
che arde tutt’ora con grande calore.
L’oro del crine al grigio è mutato,
ma la brace del cuore brilla ancora focosa.