sabato 23 gennaio 2010

Le tre gravi e imponenti crisi infinite: la crisi culturale.

Premessa.

A Orbetello si indice un pubblico concorso e vi partecipano 24 laureati, alcuni dei quali con corsi di specializzazione aggiuntiva o di master.

Succede che tutti non siano ammessi alla prova orale per gli innumerevoli errori che hanno commesso nella prova scritta.

E non solo. Si dice, infatti, che pur candidandosi a mansioni direttive comunali, non sapessero cosa significassero “appalto” e altri lemmi, assolutamente normali, nel linguaggio comune di ogni giorno.

Tempo fa mi chiamò un noto uomo politico, invitandomi a fargli visita perché mi avrebbe dovuto chiedere alcune cose.

Ci andai e mi interrogò su diverse problematiche. Con me avevo mia madre novantenne e ancor lucidissima, che fece solo le elementari, non essendoci a quel tempo altro.

Per non stare in auto al freddo, ad attendermi, entrò pure lei; non disse una parola oltre ai saluti e ascoltò solo.

Alla fine ce ne andammo e, in auto, mi chiese candidamente nella sua semplicità:

Costui è quel tale che tu dici che fece per anni il presidente della … e che è in …?

Sì, Madame. – risposi –

Quell’ignorante[1] lì che non capiva neppure ciò che gli spiegavi più volte? – obiettò -

Sì, proprio lui. Il grave non è la sua impreparazione, ma il fatto che persone così occupino, o abbiano occupato per anni, posti di grande rilievo e strategici nello scacchiere nazionale. E se chi è al vertice è a questo livello culturale ci si può immaginare come siano quelli che gli stanno dietro.

La crisi culturale.

Oggi si parla moltissimo di capitale umano e molti cattolici anche di personalismo.

Spesso i due termini sono strettamente connessi.

Entrambi, per essere proficuamente applicati, hanno bisogno di un’inderogabile esigenza: che la persona li basi sulla fiducia reciproca nel rispetto dei ruoli.

Tradotto in moneta sonante vi deve essere la percezione di Stato da parte del cittadino; e da parte dello stato l’esatta percezione del Cittadino e delle sue inderogabili esigenze. Sono entità paritetiche che si basano una sull’altra vicendevolmente.

E ciò non deve avvenire solo nello Stato, ma pure nella Chiesa.

Da una parte (persona) vi deve essere la fiducia e dall’altra (stato) la concessione del credito.

Credito non inteso come entità finanziaria, ma come esatta intuizione del valore patrimoniale del cittadino che compone lo stato: persona che forma un popolo e non numero che assomma una nazione.

Esattamente l’opposto di quanto, ora, spesso avviene, sia nel Governo, sia in Parlamento, sia nella Nazione o nella Chiesa.

Uno Stato (o Chiesa) è la somma di “X” persone, le quali esprimono una cultura in grado di produrre un’etica sociale che crea ricchezza morale nel paese. E la ricchezza venale è tanto maggiore quanto il capitale umano è preparato socialmente a coesistere nel rispetto vicendevole.

Entrambi, Stato e Chiesa, debbono essere Popolo e non comunità.

La ricchezza venale globale è in perfetta correlazione con la cultura sociale. Perciò è di pochi quando si basa sull’egocentrismo individualista, e di molti quando il rispetto culturale è fondato su valori e principi unanimemente riconosciuti da tutti.

Diversamente abbiamo solo i “serviti” e i “servitori”; i primi dei quali hanno invertito a loro favore il ruolo che proclamano di essersi assunti, sia che siano politici, o industriali, o finanzieri, o ecclesiastici o dirigenti in generale.

Pure la nostra attuale società politica e religiosa si basa su una forma a piramide costituita, la cui base sta in terra e il vertice in alto.

Perciò il cittadino/credente sopporta tutto il peso della struttura, venendone soverchiato e spesso schiacciato.

La piramide, però, dovrebbe essere geometricamente rovesciata, perciò con il vertice che sostiene tutto in base al detto di Archimede:

Datemi un punto di appoggio e vi solleverò il mondo.

Archimede, in verità, chiedeva pure una leva, la quale si divide in due bracci: braccio di potenza (P) e braccio di resistenza (R).

La piramide (Società) rovesciata dovrebbe perciò basarsi su un punto di appoggio predefinito (Cultura) e su una leva (Nazione) che si divide in braccio di potenza (Popolo) e braccio di resistenza (Repubblica/politica).

Ma non vi può essere Popolo se il cittadino è un numero e non una persona, come non vi può essere Repubblica se invece del concetto democratico di Popolo vi è solo quello di Comunità.

La cultura è la base di ogni società; e la cultura genera un’ideologia che fa da motore all’incedere della società.

Una società che non esprime una propria cultura, perciò un’ideologia precisa, è uno zombi composto da tante comunità che vanno per conto loro, come parti estranee di un unico corpo altamente handicappato.

E la stessa cosa vale per la Chiesa, società nella società, che basa il suo esistere su un’etica particolare, capovolta nel sistema concettuale.

Infatti, non è l’etica che detta le regole morali, ma la morale che detta l’etica. Il che è umanamente e filosoficamente fuorviante.

In realtà, l’etica ecclesiastica è un insieme di regole morali da imperativo categorico, che traggono le loro origini da risposte escatologiche primordiali. E queste sono sì sapienziali, ma unicamente perché l’uso delle stesse ha prodotto una certa civiltà asservita al mistero deduttivo eleusino: la concezione empirica deduttiva, di cui la Scolastica fu il massimo fulcro prima della decadenza dovuta all’avvento della società industriale, basata sul pragmatismo operativo.

Gli imperativi categorici sfuggono all’induzione analitica, soverchiati dalla trascendenza empirica, viziata da secoli di aggiustanti processi ideologici tesi ad asservire un principio/postulato: Dio.

La Scolastica venne sostituita dal neopositivismo e questo, a sua volta in questi ultimi decenni, dalla fenomenologia personalista relativistica, di cui il personalismo cattolico ne è il precursore naturale e imperfetto.

La fenomenologia personalista, tuttavia, tende a trasformare il concetto di popolo in quello di comunità. Ne consegue che pure quello di democrazia tenda a degenerare nella conclamazione personalista del vertice statale/ecclesiale.

Il secolo scorso ha prodotto il personalismo, in risposta sopratutto al massimalismo nichilista o alle dittature fasciste di dx e di sx, tese a massificare l’uomo.

La concezione personalista[2] basa il suo credere ideologico sulla particolarità e irripetibilità della singola persona umana, mettendola alla centralità del sistema ideologico sociale.

Facendo ciò, però, non ci si avvide che si scardinava il principio di società, vincolandolo alla singolarità e all’unicità della singola persona: la persona al centro della galassia, nella quale il “centro” non era più il sistema cosmogonico sociale (Popolo), ma ogni singola/unica/irripetibile persona, mondo egocentrico a sé stante nel cosmo universale.

La particolarità assoluta come prodotto valoriale fondante della società!

In pratica, grazie alla coscienza individuale che privilegia inevitabilmente le proprie esigenze, si ipotizzano tante galassie ideologiche che, invece di amalgamarsi tra di loro, si estraniano e si fronteggiano vicendevolmente.

Si ha, infatti, il personalismo anarcoide, quello nichilista, quello contiguo massimalista e quello religioso che si scinde in diversi rami: personalismo cattolico, personalismo comunitario, personalismo anglosassone e personalismo americano, facilmente accomunabile al neoliberismo postindustriale di stampo religioso, da cui proviene il pallino per gli affari della Chiesa attuale.

La persona al centro della società ha una necessità inderogabile: essere vincolata ad una propria certezza.

E questa certezza, nella persona, si fonde con la propria coscienza; la quale, a sua volta si basa forzatamente su una determinata propria cultura che forgia un’etica particolare e individuale.

La centralità della persona, intesa come irripetibile e come essenza valoriale assoluta, non assurge a valore oggettivo, ma unicamente soggettivo. E se questa soggettività si basa su una cultura sommaria, questa produrrà un’etica superficiale che, a sua volta si impernierà su una morale parziale e soggettiva.

Nulla da eccepire, perciò, se la politica viaggia attualmente sulla base del populismo e del qualunquismo, interagendo nella società sul concetto di comunità in difesa di singoli interessi corporativi.

Il cittadino si invera socialmente nell’esigenza del bisogno, che non ha la prerogativa della necessità primaria, ma solo di quella terziaria.

Ne consegue che la coscienza individuale è sommaria, perché basata su un’esigenza terziaria; e appunto per questo prodotta e supportata da una cultura schematica che poggia su una morale trascendente e compendiata e non su un’etica basilare.

E l’emorragia imponente di fedeli, che la Chiesa ha subito in questi ultimi tre decenni, è l’indice superlativo di quanto una certa cultura sapienziale ancestrale, basata su degli imperativi categorici morali, abbia rotto l’equilibrio precario tra cultura e morale, specie con l’avvento, dopo il Vaticano II°, di una tendenza fenomenologica personalista e relativista, poggiata sul culto personalistico del vertice ecclesiale.

Il Vaticano II° ha fallito? No! Semplicemente: ha fallito quella maggioranza di prelati che hanno trasformato il popolo in comunità e il sacramento in sacralità, perciò in spettacolarizzazione fine a sé stessa dell’evento relativista.

E pure nello Stato ciò avviene; perché il pragmatismo dirigenziale è di norma vincolato ad esigenze di mediare tra le richieste delle varie comunità/lobby che si fronteggiano economicamente e che così agiscono perché fraintendono (eufemismo) il concetto di popolo e di democrazia.

Si ha, pertanto, una forte diaclasi tra le varie enclavi sociali che, quasi scisse in caste, non riescono ad intuire l’esigenza della controparte e, con questa, neppure l’utilità finale della propria.

Ne sortisce uno scontro continuo di ceti e comunità, asserviti al capitale, perciò all’interesse economico delle varie classi, intente per lo più ad aumentare il proprio benessere sottraendolo alle controparti.

Il personalismo comunitario (Maritain e Mounier) è valido se la cultura è sommaria?

Parzialmente sì se la comunità si sente popolo e non si ghettizza. Diversamente esso sfocia in quell’integralismo e fondamentalismo barricato su un’idea religiosa sociale, che fa balenare, nella coscienza individuale, la certezza che il popolo debba essere asservito alla comunità.

Non esiste più la verità, ma una verità soggettiva comunitaria vincolata al proprio credo.

E se questa verità si basa su dettami trascendenti, ecco che, allora, il principio e valore religioso “pretende” di essere “realtà” per tutta la nazione, invece di essere “testimonianza” nella “carità” del proprio credere e nel servizio.

Questa carenza culturale la si osserva perfettamente in politica, perciò pure in quegli uomini che, per interesse soggettivo carrieristico, pretendono di difendere e di innalzare per bandiera principi e valori conclamati; ma che, in pratica, li hanno calpestati, o calpestano impunemente, con la loro coscienza asservita al proprio egocentrismo individuale.

Abbiamo cattolici ferventi che guadagnano in un anno 10/100/1000 volte più di chi a parole proclamano di difendere, senza curarsi di distribuire una parte della loro ricchezza per chi ne ha grande bisogno.

Ed è singolare che poi pretendano che sia la comunità tutta che si debba far carico delle problematiche nazionali, impersonando, nella pratica, la mosca cocchiera che intende dirigere il carro trainato dal bue.

Non si sentono popolo, ma parte a sé stante e comunità privilegiata dirigenziale a cui il benessere è dovuto.

Si può essere credibili a difendere, da leader politici, la “famiglia” dopo aver impunemente calpestato la propria? O meglio: quando si scambia per famiglia una pura convivenza interessata che dura finché è conveniente?

Si può difendere il lavoratore, che perde il lavoro non per sua colpa, e la società meno abbiente quando la forbice di reddito tra il politico e il bisognoso è tanto elevata?

Cosa manca a costoro? La cultura del servizio e la concezione che i principi e i valori non possono prescindere dall’essere, essi stessi, comunità che è sopratutto popolo.

Tutto ciò avviene pure nella chiesa, dove alle buone parole idealiste, di un’enciclica o di una pastorale, fanno da contro altare investimenti speculativi o indumenti personali e oggetti che costano decine di volte il reddito del comune mortale.

La crisi politica[3] e quella finanziaria[4] sono strettamente collegate e traggono la propria origine da quella culturale.

Sono il frutto del decadimento generale, favorito per lo più dalla carente istruzione che Chiesa e Stato sono stati in grado di dare.

La ricchezza, si afferma giustamente, non è solo quella strettamente venale, perciò il possesso di una certa massa valutaria.

Ricchezza è pure il benessere del cittadino, la pace (compresa quella sociale), la prosperità e la possibilità di lavoro per tutti, che dà al singolo individuo l’orgoglio e la certezza di essere autosufficiente.

La democrazia, per non diventare oligarchia, ha bisogno del vero concetto di popolo; perciò della percezione che la singola diversità, che contraddistingue una persona dall’altra, è un plurimo valore aggiunto basato sulla parità del diritto sociale.

Diritto che non può mai essere la pretesa dell’avere, ma la comprensione che il capitale umano si basa sulla fiducia reciproca dell’essere operativamente diversi nell’uguaglianza esistenziale.

Il capitale umano è il fulcro di ogni società; ma per essere valorizzato non può essere asservito al consumismo spiccio, figlio del business/capitale.

Per crescere ha bisogno che i valori, compresi quelli economici e finanziari, siano vincolati al territorio e che, perciò, siano attori attivi dello sviluppo.

Ciò non significa essere protezionisti o chiudere la porta allo sviluppo extranazionale, bensì comprendere che anche gli altri popoli, pur con cultura, sviluppo e ideologia/religione diversi da noi, hanno il nostro stesso diritto di esistere e di vivere senza essere colonizzati.

Le multinazionali hanno il dovere di creare sviluppo anche altrove e non solo di migrare dove il facile guadagno li porti.

Il loro impegno non può essere vincolato al solo mero bilancio, perché allora l’azionista, imprenditore e dirigente sono schiavi del capitale.

Siamo partiti da due premesse sintomatiche di come la cultura in generale, che comprende pure la preparazione professionale a svolgere un determinato compito, sia oggi molto carente.

E se chi (politico) vuol dirigere il popolo, o (dirigente) una società o un ente pubblico, non ha la cultura/preparazione per svolgere il proprio compito di servizio (pur) remunerato, allora società e chiesa sono allo sbando.

E, con questi, pure il cittadino/credente che sarà sempre di più comunità e mai popolo, con buona pace di qualsiasi formula filosofica personalistica o fenomenologica: mere astrazioni al servizio del qualunquismo e del populismo propagandistico.




[1] - In verità usò un termine dialettale analogo, che tuttavia non ha un significato spregiativo, ma unicamente riduttivo. In pratica indica il limite sapienziale e culturale della persona interessata.