martedì 25 ottobre 2016

La Salvezza secondo Leone.


Oggi, venne in visita da me Sesac; e mi consegnò questo racconto che pubblico, come sempre, assai volentieri.
Tratta, come consuetudine, della vita degli animali della foresta e dei fatti di un tempo che fu.

Sam Cardell
 
Tratto da “i Dialoghi” di Sesac
 
La Salvezza secondo Leone.
 
(Prima Parte)
 
ovvero:
 
Ipazia, vittima sacrificale.
 
Leone si svegliò all’albeggiare, come sua consuetudine. Era il sabato del villaggio e l’estate volgeva verso il suo termine. La temperatura era fresca e gradevole, il cielo d’uno splendido cobalto, il suo stato fisico non ottimale e la voglia di sgambettare di Billyno incontenibile.
Perciò decise di salire in altura per funghi, anche se riteneva che non ce ne fossero.
 
In Itachia vi erano stati dei movimenti tellurici che avevano creato desolazione e morte nella zona colpita.
Leone conosceva bene quella zona, che pur con epicentri diversi era quasi ogni decennio destinata, or qua or là, a simile sorte.
Personalmente riteneva che quando le faglie, planari o non planari, producessero la loro diaclasi, l’entità della forza sprigionata spesso non lasciasse scampo ai malcapitati.
E così era stato.
Decenni prima, quale membro onorifico del C.I.S.M. e in virtù delle sue qualifiche professionali, aveva partecipato a uno studio idrogeologico nel nord di Itachia, mappando le cartine dei punti a rischio con tante crocette. Sicché, ironizzando, affermava che quella zona pareva alla fine un cimitero, tanto che non avrebbe neppure dovuto essere abitata.
Tuttavia, come si sa, i bipedi dediti alla politica, di ciò non se ne avvedevano, né per evitare i guai né per mettere in sicurezza il territorio. Perché, dopotutto, come affermò quell’idiota, la ricostruzione avrebbe poi prodotto un aumento del Pil.
Salvo poi correre, mesti in viso ma festanti per la carica, a presenziare alle esequie di stato, onde elargire a piene mani ai malcapitati sopravvissuti le condoglianze di rito e le promesse, doverose, sull’impegno pubblico, che forse (sicuramente) dopo decenni sarebbero state ancora … disattese.
Pure stavolta il ciarliero pollo del Mugello e lo spento, moscio e amorfo siculo a ciò non s’erano negati.
 
Leone e Billyno, dopo aver lasciato Bipperino poco sopra la Cascina, iniziarono la salita verso lo Sparavento, occhieggiando i laghi che, sfavillanti, riverberavano fin lassù i primi raggi del sole.
Dato il suo precario stato di forma Leone decise di procedere sulla pianeggiante pista tagliafuoco, onde entrare in temperatura lentamente.
Dopo un buon tratto la abbandonò, iniziando a salire nel pascolo d’altura tra i procaci ginepri, poco oltre il bivio che portava ai Marsì, proprio là dove una betulla faceva bella mostra di sé.
Billyno sgambettava davanti, radioso di felicità; mentre Leone procedeva più a rilento con molta cautela e calma, onde evitare i frequenti broncospasmi che avrebbero anche potuto essergli fatali, di norma immediatamente preceduti da evidente dispnea. Sicché, quando ciò si manifestava, prontamente si fermava per evitare guai.
La sosta era motivo anche per gustarsi lo splendido paesaggio che appariva ai suoi occhi, con il Rosa, a ovest-nord-ovest, che si stagliava nitido e massiccio con la sua bianca cresta orientale. Colse, pertanto, l’occasione per salutare - da sud a nord - la P.ta Giordani, la Piramide Vincent, il C.no Nero, lo Zurbriggen, il Parrot, la P.ta Gnifetti, lo Zumstein, la Dufour e la Nordend, che da lungi ricambiarono il saluto; non tralasciando un breve cenno anche al nanerottolo P.zo d’Andolla, che rannicchiato verso il Sempione s’intravedeva appena.
Decise, infine, di procedere al rallenty, come faceva decenni prima sugli ottomila, giungendo così senza altri problemi lentamente in vetta. Ad attenderlo lassù, oltre a Billyno che aveva nel frattempo nell’andirivieni già calcato la vetta più volte, v’era la bianca tozza croce sommitale, avvolta dall’abituale turbolenza.
La toccò con la sinistra, accarezzandone il braccio, prima di recarsi poco più a sud al suo solito posto.
 
D - Ciao, Leo! Mi pari assai affaticato. Come ti senti?
L – Verissimo, Buon Dio: sono stremato e mi sento un rottame. Il mio fisico è prostrato e debilitato, per cui non risponde più ai comandi della mente. Tuttavia ho compiuto un’impresa che pochi avrebbero saputo fare, dato il mio stato fisico attuale. Ciò mi appaga!
D – Su, riposa e siediti al tuo solito posto. Osservandoti salire ho avuto la sensazione che tu intendessi suicidarti.
L – Dai, scusa l’ardire: non dire scemenze! Sai che dicevano i nostri vecchi? Che ammazzare le persone e spalare la neve sono due lavori inutili. La gente, infatti, muore da sé, proprio come la neve poi si scioglie al sole. Perciò un giorno morirò, senza suicidarmi prima.
Se sono giunto quassù il rischio era calcolato. Su ciò, Ti prego, non aggiungere altro. Diversamente elucubrerò con un parallelo sul Tuo Sacrificio in croce, giacché chi ci va volontariamente, pur con nobili motivi, in pratica si suicida.
Sai, puoi stare tranquillo, tra un paio di giorni farò gli opportuni accertamenti clinici.
Comunque, giacché sei in argomento, viste le mie condizioni attuali e non essendoci nulla di scontato, prova, lassù, a farTi un tantino in là, onde lasciarmi lo spazio sufficiente per sedermi alla Tua destra o alla Tua sinistra. Sai, non è che mi interessi molto esserTi vicino o lontano. Però se c’è poi da confabulare tra di noi, come ora, non vorrei sprecarmi troppo nella voce. Già vedi che il fiato mi manca.
Pure un’altra richiesta vorrei farTi. Infatti, il Tuo amato apostolo Giovanni racconta nell’Apocalisse che attorno al Tuo Trono vi è una moltitudine immensa di santi, tutti dediti ad osannarti a gran voce e a prostrarsi al Trono Tuo (dell’Agnello).
Ebbene, detesto i clamori, gli adulatori e tutti gli adoratori. Amo il silenzio! Fatti osannare fin che vuoi; ma se mi chiamerai lassù - Te lo dico prima! - quando arriverò fa in modo che tutti questi osanna e clamori siano cessati.
Perciò, se mi vorrai accanto a Te, vedi prima di zittire tutti questi caciari.
D – Su, Leo, non essere troppo rigido. Dagli eletti è ovvio che prorompa la gioia della Salvezza e che la manifestino palesemente.
L – Ma vahh! E lo faranno in eterno? Tu non conosci il Tuo Valore e hai bisogno di tutti costoro che Te lo gridino continuamente? La gioia è una cosa, ma la decenza e il ritegno è ben altro. Non mi vorrai far credere che hai la necessità d’essere adorato da mani a sera. Aggiungeranno, forse, con tutto il loro eterno clamore, qualcosa al Tuo Essere Perfetto?
Comunque sia lasciamo questo tedioso ragionamento e torniamo al discorso iniziale.
D – Non ne ho bisogno, ma è la naturale riconoscenza a chi li ha creati e poi salvati.
Ok, riprendiamo. Procederò diversamente. Perciò ti chiedo: mi ami tu?
L – Bene, Buon Dio, vedo che sei in splendida giornata. Forse, considerato il mio precario stato fisico, pensi di abbindolarmi per bene.
Sicché Ti risponderò con un’altra domanda: Tu, mi ami?
D – Che domanda inutile, Leo. Sai benissimo che amo tutte le mie creature. Perché non dovrei amarti? Chiamandoti alla vita non ti ho forse fornito di talenti particolari che altri non hanno?
L – Già, Onnipotente. Così pare. Ciò che significa: forse che ami più me di altri? Non dirmi che sono un Tuo … raccomandato, però.
D – Sicuramente no. Anche se vi è una certa predilezione; pur essendo tu, nei miei confronti. un discolo contestatore e ribelle.
L – Non dirmi però che sono un Tuo profeta. Discolo non direi, ma critico, in senso positivo, sì. Più che criticare Te, però, critico le teorie che i Tuoi illustri teologi hanno sfornato dal loro alambicco cerebrale. Non per nulla Kant affermava che la teologia è la più inutile delle scienze.
D - Sai, Leo, vi è stato anche chi la definì la più gioiosa delle scienze.
L – Credo tu alluda a Karl Barth. Da buon calvinista avrà preso il classico colpo di sole. Come sai i teologi stanno tutti tra le nuvole e l’intelletto spesso gli va poi a farfalle.
D – Kant era uno come te. Guardava alla sostanza delle cose, senza farsi ingannare da concezioni conclamate.
L – Troppo onore, Buon Dio. Kant era un grande. Io mi diletto solo in qualche concezione e analisi. Ora, poi, son pure da anni in disarmo.
D – Non essere troppo modesto. Quanti possono vantare il Riconoscimento Hegel?
L – So dove vuoi arrivare. Ti ricordo però che certe insinuazioni già le ha espresse da tempo la Leonessa. Pure allora mi sono ben guardato dal confermarle. E così faccio pure ora, anche se Tu conosci ogni cosa.
D – Sei abile, Leo, sfuggente come un’anguilla. Proprio come lo eri quando dirigevi i tuoi gruppi internazionali di intervento. Ricordi?
L – Beh, quelli son tempi passati. Quella persona non esiste più da tempo. La storia l’ha seppellita definitivamente.
D – Non direi. Non molto tempo fa non avevano, forse, cercato di … riarruolarti?
L – Non abbocco, Buon  Dio. Torna alla Tua intenzione originaria e non fare il Maligno tentatore. Quello è un Tuo antipodo e non sapresti farlo bene. A ognuno il suo ruolo; pur essendo, Tu, l’Onnipotente, certi limiti evidenti sono consoni della Tua Perfezione.
D – Ok, Leo. Ti ripeto la domanda: mi ami tu?
L – Ti risponderò a modo mio. È forse un Tuo problema saperlo? Forse non lo sai già?
Vedi, per me non è un problema sia che Tu mi possa amare, sia che Tu non mi amassi. Vivrei sempre allo stesso modo, secondo ciò che ritengo sia giusto fare in ogni frangente.
Ora, Ti raccomando, non farmi la stessa domanda per la terza volta. Io non sono Pietro e non ho alcuna intenzione di sentirmi dire di pascere, poi, i Tuoi agnelli e le Tue pecorelle.
D – Forse tu mi vuoi provocare. Nel tuo tono sento quasi una minaccia velata nei miei confronti. Sono curioso di sapere dove tu voglia andare a parare.
Perciò ti ripeterò per la terza volta la domanda: Leo, mi ami tu?
L – Buon Dio, se Tu non fossi l’Eccelso Ti mancherei di rispetto e Ti direi: qua casca l’asino. Siccome lo sei, eviterò di affermarlo.
D – Sei diplomatico oltre che astuto. Me lo hai detto senza dirmelo espressamente. Quale struggente stratagemma filosofico mi stai preparando?
L – Vedo che stai diventando perspicace. Ormai mi conosci bene, anche se non pari adeguatamente tutte le stoccate.
Vedi, giacché hai insistito, Ti esporrò il mio pensiero. Come sai, filosoficamente, spesso i conti non mi tornano. Procediamo alla maniera socratica.
D – Mi hai colto in castagna. Pensavo tu volessi procedere in modo plotiniano.
L – Dici? In effetti pur essendo modalità diverse, Plotino procedeva in modo parallelo a Socrate. Infatti, oltre ad essere considerato l’ultimo dei grandi filosofi classici, è stato il padre del filone neo-platonico. È stato un vero peccato che un tuo Padre della Chiesa, quel tale Cirillo (XV papa della chiesa copta), oltre ad aver di fatto lasciato che i suoi sgherri parabolani (monaci dei monti della Nitria, che svolgevano il ruolo di pretoriani al servizio del vescovo) assassinassero Ipazia, abbia poi proceduto allo smantellamento della Biblioteca alessandrina.
Diversamente il Tuo sommo Tommaso, mica sarebbe stato scolastico, perciò aristotelico. Sarebbe stato sicuramente plotiniano, se avesse potuto conoscere le Enneadi di Porfirio.
Sai, Plotino idealizzò molte di quelle Tue virtù che poi i vari Padri e teologi della Chiesa fissarono. L’ipostasi, per esempio è opera sua, anche se venne stabilita come dogma solo a Calcedonia.
D – Ipazia? Sai, questo nome non mi è nuovo, Leo. Stranamente, però, non è tra i miei santi.
Senti, Pietro detto Cefa, tu che tieni le chiavi del mio regno, ti risulta ‘sto nome? No? Vedo che sei sicuro, perciò non è qui tra di noi.
Leo, raccontami un po’ di lei. Sai, il Cirillo è santo e sta qua accanto, ma … potrebbe esserci stato uno … sbaglio. Lo vedo agitarsi alle tue parole. Forse sarà stata una sua marachella di gioventù, già … condonata.
Quasi mi vien voglia di laurearti “honoris causa” pure in Storia, tanto per aggiungere un’altra qualifica a quelle che già hai.
L – Tu, Buon Dio, ti sei affidato troppo agli uomini per il Tuo Regno.
Il Polacco di santi ne ha sfornati tali e tanti che la General Motors, ad esempio, al suo confronto ha fatto schifo, producendo nello stesso periodo meno auto dei … santi di lui. E appunto per questo poco fa han fatto … santo pure lui.
A Te, ad esempio, risulta che il Polacco abbia santificato un Luther King, un Plotino, un Socrate, un Gandhi, un Galileo, un Savonarola, un Arnaldo da Brescia o un Lutero, tanto per citarne alcuni? Oppure un Heghel? Dopotutto non è stato quello che oltre ad essere un buon credente ha elaborato con discreta perfezione il Tuo Divenire ed Essere?
D – Suvvia, Leo. Non saranno stati nella manica della sua “tunghina” bianca.
Ahahaahaaahhhhhh! Vedi, mi contagi; comincio ad usare le tue stesse espressioni.
L – Già, che vuoi? Chi va col lupo impara ad ululare. Così dice il proverbio.
Sai, certe volte mi vien da pensare che il buon Giulio avesse ragione.
D – Giulio chi? Quel mio papa che morì su una scala (Giulio II) colpito a morte mentre al comando delle sue truppe dava l’assalto alle mura felsinee, per assoggettare i petroniani ribelli?
L – No, Buon Dio. Fu più volte premier di Itachia. Sai, un giorno mi disse nel suo ufficio: Leo, forse hai ragione. A pensar male certe volte ci si azzecca!
D – Come sarebbe a dire? Non ti capisco.
L – Capirai da Te prima o poi. Ora ti faccio una domanda semplice, da barrare quella giusta con una crocetta come ai quiz per la patente di guida: certi delinquenti (disonesti, inetti, intrallazzatori, arrangioni, affaristi …) stanno in prigione o in parlamento? Forse è così anche in … Paradiso per i santi? Ovviamente non intendo generalizzare.
D – Leo, sarò diplomatico e non ti risponderò. La risposta la sai già benissimo. Ora capisco perché in quel luogo non hai mai accettato di sederci.
L – Non avrai imparato da Pilato a lavarti le mani in pubblico, ehhh? Ho capito la … risposta!
Sai, ultimamente han fatto santo pure quel controverso fondatore dei “nazisti di Dio” - come li chiamo – nonostante fosse in odore di pedofilia. Poi, come sai, mancava pure un santo protettore dei cafoni. Ora nell’annuario ci sta pure quello. Però ha il merito, come l’altro, d’aver costruito un impero finanziario, nonostante fosse un … fraticello … poverello.
Il bello è che i tuoi vicari in terra con il Decretamus parlano ex cathedra. Sicché se hanno sbagliato alla fine è … colpa Tua. E Tu, lassù, te li godi poi tutti.
D – Che vuoi, Leo? Tutte le colpe gli umani le addossano alla fine sempre a Dio, perciò a me: è il frutto della loro insipienza. Non vi è forse, in materia, il detto vox populi, vox Dei?
I greci non dicevano forse che, quando uno era colpito da un fulmine, era perché aveva fatto torto a Zeus, facendolo arrabbiare?
L – Già; bravo, proprio così! Solo che Zeus non è mai esistito. Non sarai mica il suo … sosia … moderno?
Ma lasciamo perdere. Perciò procederò con Ipazia.
D – Bene, desidero aggiornarmi su questo argomento.
L – Siccome non sono eterno come Te, a quel tempo non c’ero. Ti ragguaglierò, perciò, sui cenni storici esistenti.
Il prodromo nasce da Teodosio. Quello, per intenderci, che impose il Latrocinium ephesinum.
Ebbene, costui promulgò un editto nel 380 d.C. - editto di Tessalonica - nel quale suddivideva di fatto il potere in politico e religioso, oltre a stabilire il credo niceno come religione di stato. Entrambi i poteri viaggiavano quindi in modo autonomo e indipendente in parallelo, e l’uno non poteva interferire sull’altro. Nell’editto si sanciva pure il primato episcopale teologico di Roma e di Alessandria su tutte le altre.
A questo ne fece seguire l’anno dopo un altro, col quale si proibivano gli antichi riti pagani, divenuti perciò fuorilegge.
In seguito a ciò la situazione in Alessandria diventa ad un certo punto esplosiva, sfociando in aperte sommosse.
Teodosio nel 390 e 391 promulgò altri decreti, sollecitato dall’influente vescovo di Alessandria Teofilo, nel quali si sancisce la proibizione di qualsiasi culto pagano, equiparando il sacrificare nei templi al delitto di lesa maestà, punibile con la morte. Si ordinava, inoltre, la distruzione di ogni tempio pagano, compreso quello munifico di Giove Serapide (Serapeo). Su insistenza di Teofilo sfuggiva alla distruzione solo quello di Dioniso, venendo donato a costui per farne una chiesa. Teofilo, in precedenza e con l’avallo imperiale, aveva trasformato il munifico tempio Cesareo (dedicato ad Augusto) in cattedrale.
La distruzione del Serapeo, portò alla sommossa degli elleni, che dopo aver occupato il tempio con la forza lo lasciarono per non essere sopraffatti, disperdendosi poi in altre regioni.
Ipazia, succeduta a Plotino alla direzione della scuola neoplatonica, era un punto di riferimento importante per la cultura alessandrina e mondiale. Pare, che pur essendo agnostica al cristianesimo, mediasse con Teofilo per impedire gravi spargimenti di sangue. Certo è che la popolarità e la fama di Ipazia accrebbe a dismisura dopo quei fatti, diventando il faro, nell’impero orientale, dell’importante movimento politico e culturale degli Elleni, sostenitori della tradizione culturale greca indipendentemente delle singole adesioni ad una determinata fede.
La tregua tra le varie correnti culturali e religiose – politeista e cristiana – pare chiudersi nel 412 con la morte di Teofilo e con l’avvento sul soglio episcopale alessandrino del Tuo “buon” Cirillo, suo nipote, – permettimi l’espressione: che Dio l’abbia in gloria! Infatti da secoli te lo godi lassù – il quale accentua lo scontro tra le varie anime cultuali con l’intento di annientare la parte avversa, volendo far diventare il proprio episcopato un vero e proprio principato sulla città.
In Alessandria a quel tempo vi era come prefetto imperiale Oreste, per nulla credente, al quale Cirillo voleva togliere le prerogative del potere politico, intendendo assumerle di persona. Per attribuirsi poteri che non gli spettavano, pur negandolo mendacemente, Cirillo paventava (fomentava) pubblicamente nelle sue omelie e insegnamenti che la lotta religiosa potesse riproporre lo spettro di un aperto conflitto tra il cristianesimo e il paganesimo. Per far ciò si serviva di un suo fedelissimo, un certo maestro Ierace, sempre pronto ad applaudire con i suoi il vescovo ad ogni sua pubblica sortita.
Nel 414 alcuni ebrei, stanchi dei soprusi cristiani, denunciarono al prefetto lo Ierace come fomentatore di scontri e di discordie. Oreste lo fece arrestare e torturare.
Cirillo reagì a suo modo, minacciando gli ebrei. Questi reagirono a loro volta massacrando un certo numero di cristiani. Al che, Cirillo, con l’aiuto dei parabolani, massacrò la comunità ebraica, la cacciò dalla città e distrusse tutte le sinagoghe.
Oreste si indignò moltissimo perché una città tanto importante era stata svuotata da moltissimi suoi esseri umani; ma a causa dell’editto imperiale di Teodosio del 384, che sanciva che il clero potesse essere assoggettato al solo foro ecclesiastico, non poté nulla, se non inviare la sua preoccupata relazione a Costantinopoli.
I parabolani se la presero con Oreste, non si sa su “istigazione” di chi.
A tal proposito, Buon Dio, Tu hai … un’idea da chi provenisse l’istigazione?
Perciò successe che i parabolani in gran numero si appostassero sul percorso di Oreste, quindi circondatolo lo riempissero di insulti, accusandolo d’essere sacrificatore ed elleno. Costui, temendo un’insidia architettata da Cirillo si proclamò cristiano per non rischiare la vita, affermando d’essere stato tempo prima battezzato dal vescovo Attico a Costantinopoli.
I parabolani non accettarono ragione ed uno dei loro capi, Ammonio, colpì Oreste al capo con una pietra.
Accorsero per il clamore molti alessandrini per dar manforte alla scorta militare del prefetto, disperdendo i parabolani. Presero Ammonio e lo consegnarono ad Oreste.
Il prefetto lo mise sotto processo secondo le leggi, spingendo a tal punto la tortura che costui morì. Indi inviò la relazione a Costantinopoli; ma a sua volta Cirillo ne inviò una opposta, manipolando la verità.
Cirillo fece, inoltre, collocare il cadavere di Ammonio in una chiesa, cambiandogli il nome col il greco Thaumasios (ammirevole), dichiarandolo martire della fede. Cosa che non era vera, essendo costui stato processato per un delitto politico verso il prefetto imperiale (praefectus augustalis) e non per essere costretto ad abiurare la fede cristiana .
D – Tutto vero, Leo? O maldicenze dei pagani?
L – Senti, Buon Dio, Tu puoi benissimo informarTi, ma tutto ciò che ti ho testé raccontato l’ho tratto dagli scritti (Historia ecclesiastica) di uno storico cristiano del tempo, Socrate Scolastico – teologo, avvocato e storico della Chiesa -, che, come chi a quel tempo ebbe senno, compresi i cristiani, prese le distanze dagli intrighi del Tuo “santo” Cirillo. Pure Damascio, filosofo pagano, riferisce negli stessi termini.
D – Ok, procedi.
L – Oreste era in ottimi rapporti con Ipazia; e Cirillo si rodeva perché la casa di costei era molto frequentata per la sua fama di filosofa e scienziata.
Così Socrate Scolastico racconta: (Ipazia) s'incontrava alquanto di frequente con Oreste, l'invidia (di Cirillo) mise in giro una calunnia su di lei presso il popolo della chiesa, e cioè che fosse lei a non permettere che Oreste si riconciliasse con il vescovo. E più avanti così racconta: (Cirillo) si rose a tal punto nell'anima che tramò la sua uccisione, in modo che avvenisse il più presto possibile, un'uccisione che fu tra tutte la più empia.
E, in tale clima, si organizzò l’omicidio di Ipazia. S’era in quaresima del marzo 415.
I parabolani, guidati da un certo Pietro, ch’era lettore, si appostarono sui luoghi del suo passaggio. Giunta costei, assalirono il suo carro, la trascinarono nella vicina cattedrale (ex Cesareo), le strapparono i vestiti e con delle conchiglie la scarnificarono tutta. Dopo averla fatta a pezzi la smembrarono, condussero i miseri brandelli nel Cinerone e li distrussero, bruciandoli per cancellare ogni traccia.
La sua morte non fu meno incruenta della Tua crocifissione.
Così Damascio scrisse nella biografia di Ipazia: una massa enorme di uomini brutali, veramente malvagi [...] uccise la filosofa [...] e mentre ancora respirava appena, le cavarono gli occhi.
Il clamore suscitato nell’impero da questo omicidio fu enorme, tanto che la corte dovette aprire un’inchiesta ufficiale sull’operato di Cirillo.
In Costantinopoli regnava a quel tempo Elia Pulcheria, sorella di Teodosio II. Costei era assai vicina alla posizione di Cirillo.
Damascio scrive che il caso fu archiviato a seguito della corruzione di funzionari imperiali. Similmente afferma Socrate Scolastico, quando sostiene che la corte imperiale fu corresponsabile dell’omicidio non essendo intervenuta, malgrado le sollecitazioni del prefetto Oreste, a porre fine ai disordini, precedenti l'omicidio, causati da Cirillo.
D – Tutto ciò mi rattrista e mi addolora, Leo.
L – Lasciami essere sarcastico, Buon Dio, in modo che Tu Ti possa addolorare maggiormente con questa mia conclusione sul caso: Cirillo e Elia Pulcheria furono dichiarati “santi” dalla Tua Chiesa. Forse proprio per … questo omicidio. Infatti ora sono … con Te nella Tua Gloria.
D – In effetti, Leo, ti devo dar ragione: qualcosa deve essermi sfuggito nel tempo sulla santità delle persone, e dunque pure sulla loro Salvezza. Credo che dovrò rivedere i miei parametri di Giustizia nel giudicare, oltre a correggere lo Pneuma nell’ex cathedra.
Tuttavia tu sai che tutti coloro che sono con me nel mio Regno sono stati salvati e redenti dal Sangue dell’Agnello, avendo creduto in Lui. Sono santi tutti, indistintamente dalla proclamazione della mia Chiesa terrena.
L – Su questa teoria teologica, Buon Dio, avrei molto, ma molto, da discutere. Sarà pur vero che Tu hai pagato allo stesso modo chi ha lavorato un’ora nella tua vigna, alla stregua di chi ci lavorò tutto il giorno.
Mi sta bene pure il pentimento del penitente e il Tuo perdono (condonare). Tuttavia vi sono fatti, come si dice nei peccati capitali, che gridano giustizia davanti al Tuo cospetto.
Pertanto sarebbe opportuno che certi delinquenti si evitasse almeno di proclamarli santi quaggiù.
D – Capisco le tue perplessità; ma, come si diceva prima per gli uomini vox populi è vox dei. Ciò non significa che vox dei sia sempre vox populi. Sai benissimo che ciò che è nell’intelletto dell’uomo non necessariamente è nell’intelletto di Dio. Sono due Volontà distinte che non sempre si sovrappongono.
L – Su ciò condivido e non contesto. Aggiungo solo che una maggiore cautela sarebbe utile, specie con certi personaggi assai discutibili sia eticamente che moralmente.
Poi, scusa, nel tuo regno ci sono pure quei santi, mai esistiti, che ora sono stati tolti dall’annuario? Dai, rivedi il Decretamus! Ha toppato troppe volte per essere … infallibile.
D – Vedremo cosa si potrà fare. Come sai gli uomini, compresi i miei ministri, sono talora di dura cervice, specie se devono consolidare certi privilegi.
L – Ma non mi dire!
Comunque ora si fa tardi. Riprenderemo la prossima volta. Ora, se permetti, scendo dall’altro versante e cerco i funghi per prepararmi il pranzo.
D – Leo, nel tuo stato fisico attuale devi usare più giudizio e molta prudenza. Raddoppi in questo modo la strada del ritorno, anche se so benissimo che hai esperienza da vendere per reggere lo sforzo.
Conosco pure i tuoi impegnativi progetti a breve. Ti prego: non esagerare! Come sai la Leonessa è assai preoccupata; a me giungono le sue invocazioni perché tu receda, anche se la mia Volontà è ininfluente su di te.
L – Capisco! Ma a ciò avevo già pensato. Reggerò, tuttavia, perché lo voglio.
Comunque sia quando schiatterò morirò in piedi, questo è certo.
D – Beh, io son morto in croce, ma pur sempre … in piedi.
Buona giornata e ritorno, Leo. Arrivederci!
 
Leone si alzò, si mise lo zainetto e con passo lieve iniziò la discesa dalla parte opposta, deciso a cercare funghi.
Nell’attenta ricerca di macromiceti raccolse due splendidi esemplari di prataiolo e due di lepiota.
Il pranzo succulento era assicurato, nonostante la stagione micologica fosse scadente.
 
Sesac