lunedì 25 marzo 2019

La tentazione storica e speculativa.

Oggi, venne in visita da me Sesac; e mi consegnò questo racconto che pubblico, come sempre, assai volentieri.
Tratta, come consuetudine, della vita degli animali della foresta e dei fatti di un tempo che fu.
Ogni accostamento a fatti realmente avvenuti è puramente casuale.

Sam Cardell
Tratto da “i Dialoghi” di Sesac
La tentazione storica e speculativa.


Leone non era al meglio da diverso tempo. Un continuo e diffuso tremore gli scuoteva il corpo.
Perciò, dopo aver rigovernato il pranzo, si sentì afflosciare: un pesante torpore lo colse, come se non dormisse da molti giorni, e le forze svanivano.
Decise pertanto di piantare il chiodo ai suoi impegni giornalieri e di coricarsi. Si addormentò quasi all’istante; mentre Billyno, che bramava andare assieme nell’orto, lo osservava sconsolato e deluso dalla sua poltrona, sgranando desolato gli occhioni neri.

Leone difficilmente sognava. Perlopiù, dormendo, il suo cervello lavorava preparando relazioni o discorsi che gli sarebbero poi serviti più avanti, oppure elaborando concezioni filosofiche, sociologiche o economiche.
Questa volta, invece, ebbe un sogno, che tuttavia non lo turbò per niente, lasciandolo indifferente.
La visione lo proiettò a nove lustri addietro: si rivide giovane nella sua casa attuale, mentre una donna gli faceva una visita inaspettata. La donna era Mary Grace.
Pure costei appariva giovane. Con sé aveva una culla con una bambina di pochi mesi e un uomo che la accompagnava, giovane pure lui. Leone non indagò su chi fosse costui, perché proprio non gli interessava affatto appurarlo: consorte, parente o semplice amico.
La donna gli mostrò la bimba, appoggiando la culla sulla tavola, facendogli un discorso pieno di sottintesi. In pratica che sua figlia, cui aveva dato il nome di Alejandra, se le cose in precedenza fossero andate a lei diversamente, avrebbe potuto avere come padre Leone.
Leone ebbe la sensazione che costei gli sollecitasse in modo sottinteso un contributo. Al che gli rispose, licenziandola subito: No tengo dinero. Me despido.
Il sogno, su questa sua affermazione, svanì.

Negli anni ’70, Leone, dopo aver frequentato il Decio Celeri in quel di Lovere, era andato nella città del Taurus per proseguire gli studi presso il Taurus Institute of Technology.
Là, lavorando e studiando simultaneamente – infatti non erano anni di vacche grasse per lui – conobbe per le sue mansioni di lavoro una splendida e intelligente rossina, segretaria alla Osram. Tra i due sbocciò subito una particolare e reciproca simpatia affettiva; perciò cominciarono a frequentarsi, e con l’andar del tempo a programmare seriamente il loro futuro, appena Leone avesse completato l’università.
Dopo oltre un paio d’anni di studi, però, Leone, nonostante l’ancor giovane età per quel ruolo, fu chiamato (quasi obbligato per scelta) a ricoprire un incarico dirigenziale presso il SIC (strategic investigation centre), venendo dirottato subito all’Accademia, dove in breve completò gli studi, intraprendendone pure altri.
Data la delicatezza del ruolo e il rischio che ciò comportava, Leone, dopo aver soppesato per bene i pro e i contro, addivenne in cuor suo alla conclusione che per il momento era meglio rinunciare a metter su famiglia. Ne parlò con l’amata rossina e si stabilì che ci si sarebbe pensato più avanti a impegno concluso, sciogliendo così la relazione con molto rincrescimento.
E fu proprio in quel periodo che gli giunse una missiva di un’ex compagna di classe, che gli voleva parlare.
Accettò, fissando l’appuntamento al suo primo periodico rientro al borgo natio, cioè per l’Immacolata.

Mary Grace, da tutti e in famiglia chiamata semplicemente Grace, era una ragazza normale, ultima d’una numerosa nidiata: non molto alta, non bella ma comunque gradevole, mora, capelli lisci e ondulati, mingherlina col naso aquilino, ginocchia sghimbesciate, tristerella e di rado sorridente, moderatamente intelligente. Sapeva, volendo, essere simpatica con chi entrava in sintonia. Era del segno della Vergine, nata subito dopo la Natività di Maria.
Era, al Decio Celeri, compagna di classe di Leone. Tra i due, nel tempo, era sorta una certa simpatia: quell’infatuazione affettiva propria dei giovani della loro età.
Grace, secondo le teorie di Leone, che già allora in materia non era un micco, era una che aveva degli evidenti complessi, dovuti alla sua situazione familiare. Era, infatti, orfana di madre da diversi anni.
La sua fobia più evidente era il terrore per gli animali morti, specie se appartenenti a quella specie di molluschi marini cefalopodi come le seppie. Temeva il laboratorio di biologia; tanto che Leone, un giorno, per farle superare l’impatto la costrinse di forza a stargli accanto mentre ne dissezionava una. Cosa che, almeno per quello, gli tolse il complesso.
Il padre era un tipo scorbutico e già anziano: alto, longilineo, stempiato, sciancato, asciutto, tetro e scontroso di carattere.
Leone lo aveva visto una volta, facendo una fugace visita a Grace con altri compagni di classe dopo una gita in montagna. Nonostante il saluto rivoltogli dalla compagnia, costui se ne stette accigliato sulla sua sdraio senza proferire parola, mentre questi sorbivano il tè che Grace aveva offerto loro.
Era un collega di mastro Geppetto; ma, a differenza di questi, si era industrializzato, sfornando ben sei pinocchi e, alla fine, pure due pinocchiette. Nulla di strano, perciò, se la moglie se n’era andata … a miglior vita.
Sicché, oltre a lavorare il legno, doveva essere particolarmente portato a ciurlare … col manico.
La famiglia apparteneva al clan dei mariuoli, che traeva, secondo la nomea popolare, la propria origine dalla deportazione di quei condannati spagnoli ai lavori forzati, confinati secoli prima in Valcamonica a lavorare nelle fucine di ferro, numerose nella valle, specie a Bienno e dintorni.
Abitavano nel centro storico di Esine, borgo sgarrupato a quel tempo, dove pure il sole faticava a entrarci d’estate. Pareva un accumulo disordinato di masi, addossati l’un l’altro e serviti da strette viuzze, spesso sormontate da bui archi e porticati, sotto i quali apparivano ancora alcune concimaie.
I locali chiamavano in dialetto camuno il borgo Éden, anche se l’accostamento a quello della Genesi era una spropositata diaclasi linguistica.

Leone, col frutto del suo lavoro, prima aveva aiutato la propria famiglia e poi s’era comprato in primavera una bella e potente auto: una Ford Mexico Ghia 1.750 blu con doppio carburatore, tetto in vinile, naso di Knudsen, consolle in radica, fornita di tutti quei confort che allora erano disponibili per una vettura di rango.
Perciò, un sabato, con quella si recò all’appuntamento, imboccando a fatica, intorno alle quattordici, a dx la viuzza che precedeva la piazza del paese, passandoci a stento.
Grace lo stava già aspettando, bardata e agghindata di tutto punto. E mentre lui con diverse manovre girava l’auto in uno spiazzo angusto, lei scese e salì in auto.
Su richiesta di Leone, Grace manifestò il desiderio di risalire la valle. Leone, puntò quindi verso il Tonale, dove avrebbero preso un caffè prima di rientrare.
Mentre guidava Leone osservava Grace e si chiedeva il cui prodest, subodorando una sorpresa.
S’era messa un elegante tailleur nero con sotto una fine camicetta bianca in pizzo, sbottonata in alto in modo di esaltare con l’apparente scollatura il piccolo seno. Con capelli appena fatti e con vezzosi riccioli finali che lambivano il collo e le spalle. Profumata, ben truccata e con aspetto sorridente e giulivo, proprio di chi intende ottenere qualcosa. Si comportava e parlava come se fossero una coppia da tempo affiatata. Mai a Leone era capitato di vederla così.
Cominciò a dire che in casa aveva un grosso problema: il padre s’era accasato da poco con un’insegnante in pensione conosciuta a un soggiorno marino; donna che, ovviamente, intendeva comandarla a tutto spiano. Perciò, pure lei, voleva accasarsi velocemente, perché tra loro non vi era feeling, ma solo astio reciproco. Disse pure ch’era disposta a lasciare il borgo anche per una grande città, dove avrebbe potuto continuare gli studi universitari in economia o intraprenderne altri, visto che la scelta fatta non la soddisfaceva.
Dal discorso fatto e dalle allusioni Leone capì in fretta che il candidato era lui, ma finse di non capire più di tanto. Tuttavia si domandava dove mai fosse finito il rapporto di Grace col suo moroso storico, figlio d’una tabaccaia vedova.

Leone, molto esperto di psicologia già al liceo, era stato spesso il confidente, il confessore e il consigliere di varie ragazze della sua classe, che s’erano rivolte a lui per superare certe loro problematiche giovanili, sia sentimentali che familiari. Ovviamente nella massima discrezione.
Forte di quel ruolo che Grace conosceva, ma di cui non s’era mai avvalsa, Leone decise di rivestire ancora quei panni, ignorando, di fatto, l’esplicita richiesta che costei gli avanzava.
Leone, infatti, spesso evitava l’ostacolo che gli si parava davanti, in pratica disconoscendolo. Era come se non capisse, ma in realtà andava oltre per vedere come e per quanto, ancora, il soggetto si sarebbe spinto.
Consigliò, pertanto, a Grace pazienza nei rapporti familiari, che forse si sarebbero appianati. Inoltre che a intraprendere la vita coniugale così d’acchito poteva essere un surrogato momentaneo, magari capace di generare in seguito problematiche maggiori.

La giornata era piovosa, ma fuori la temperatura era prossima allo zero.
Grace disse di sentire caldo in auto. Perciò si tolse la giacca del tailleur, sistemandola sul sedile posteriore, continuando con fervore a sostenere la propria idea.
La camicetta trasparente di pizzo le fasciava bene il corpo, esaltandone le forme e valorizzando le braccia e tutta la pelle. Sotto, infatti, portava il solo reggiseno.
Giunti nei pressi di Edolo, a Leone parve che cominciasse a innervosirsi, considerato che il suo progetto non faceva molti passi avanti. Leone, infatti, la scrutava attentamente solo con la coda dell’occhio senza che costei se n’avvedesse, tenendo gli occhi ben fissi sulla strada.
Decise perciò di procedere in altro modo, temendo che un discorso palese fosse rifiutato e desiderando che la guardasse bene mentre gli parlava.
Perciò chiese a Leone se intendesse guidare tutto il pomeriggio e se non fosse il caso di fermarsi un po’ a riposare. Leone rispose che gli pareva che la meta fosse il Tonale per un caffè. Comunque, se lo gradiva, non aveva nulla in contrario a fermarsi.
Là dove il torrente Rabbia confluisce nell’Oglio, le piene alluvionali avevano depositato molta ghiaia, che l’Anas provvedeva sistematicamente a usare come sbarramento per proteggere la strada, creando anche un ampio spiazzo da poter usare come parcheggio. Proprio là Leone accostò, posizionandosi discosto dalla strada e con il muso dell’auto rivolto verso la foce del Rabbia.
Fuori faceva freddo; ne conseguì che senza la ventilazione del moto i vetri termici dell’auto in breve si appannassero, oscurandosi come se vi fossero state messe delle tendine.
Grace continuava nella sua perorazione guardando bene in faccia Leone, che in cuor suo la osservava divertito pur restando col viso imperturbabile, come se la cosa non lo riguardasse.
Poi, quasi stremata, si acquietò, guardando il fiume per alcuni istanti. Fu proprio allora che Leone ebbe la certezza che avrebbe messo in atto il suo ultimo tentativo, l’unico che le era rimasto. L’arma atomica di Eva: la seduzione.
Ruppe il silenzio girandosi verso Leone, chiedendogli se l’auto aveva i sedili reclinabili. Cosa non scontata per le auto, pure di classe superiore a quel tempo.
Leone affermò di sì; e senza aspettare la sua richiesta le disse che sul lato esterno del sedile vi era una leva. Bastava tirarla leggermente verso l’alto e poi inclinare il sedile nella posizione desiderata.
Grace armeggiò per un po’, ma non vi riuscì, chiedendo, indi, aiuto a Leone. Lui allungò il braccio dietro il sedile passeggero, onde evitare di doverle passare davanti e sfiorarla. Tuttavia non ci riuscì perché la manovra era difficoltosa in quel modo. Perciò, scese dall’auto, vi girò attorno, aprì la portiera del passeggero e sbloccò la leva, ripetendo poi il percorso inverso per risalirci.
Grace distese il sedile, vi si adagiò e stette in silenzio per un po’ con lo sguardo fisso al soffitto dell’auto; mentre Leone, divertito e imperturbabile nello stesso tempo, la scrutava.
Si girò infine verso di lui, aprì ulteriormente la camicetta con movimento lento e con lo sguardo e la mimica lo invitò a piegarsi su di lei per abbracciarla e baciarla.
Leone, imperturbabile e in silenzio continuò a fissarla negli occhi, finché costei ebbe un gesto di stizza. Si eresse di scatto e in modo concitato e rabbioso così lo apostrofò: ¿Me has tomado quizás por una puta? ¿Pero tú, no te dejas nunca ir?
No! - rispose seccamente ma in modo fermo Leone - Per il resto hai detto tutto tu, io non ho detto nulla. Credo che tu ora voglia tornare a casa.
Grace non aggiunse nulla, raddrizzò il sedile, abbottonò la camicetta, indi prese la giacca del tailleur e se la mise.
Leone aspettò che si fosse sistemata. Quindi accese il motore e partì per riportarla a casa.
Tre mesi dopo Grace fu per una settimana in viaggio di nozze nel paese dove si producono i Cucù. Ne approfittò per inviargli una cartolina al giorno. Non si sa se per rivalsa,  per dirgli addio o per fargli … cucù.

Appena il sogno svanì, Leone elaborò subito il fatto collegandolo al passato, dicendosi, mentre dormiva: ma guarda cosa oggi vado a sognare. Devo proprio essere rimbischerito con l’età.
Non aveva neppure finito di dirselo che, continuando a dormire, sentì una voce familiare, iniziando con questa un colloquio.

D: Ciao Leo. Dimmi, ti è garbato rivedere Mary Grace?
L: Senti,  Buon Dio, questo, sicuramente, è stato un Tuo scherzo da … prete.
D: Ma no, Leo. È il maligno che ti tenta, proprio come un tempo tentò il Mio fedele Giobbe.
L: Sicuramente accenni a Giob. 1,7-12.  Beh, sai che Ti dico? Che se le cose stanno così, scusami l’espressione, Tu e il maligno siete come culo e camicia.
D: Dai, Leo, non essere così drastico. Dopotutto non abboccasti anni fa e non ti sei scomposto pure ora.
L: In effetti sai benissimo che neppure Tu saresti in grado di farmi fare ciò che non voglio.
D: Purtroppo lo so. Tu hai il vizio di leggere solo sul tuo libro, perciò ti comporti di conseguenza e segui imperterrito la tua strada. Lo dice sempre pure la Leonessa.
L: Senti chi parla. Tu, scusa, su quale libro leggi: sul mio, sul Tuo o su quello di Pincopallino? Poi, in ciò, la Leonessa non fa testo. Questo è poco ma sicuro.
D: Senti, vorrei parlare un po’ con te della tentazione. Credo che tu sia qualificato a farlo, considerati i tuoi trascorsi in materia.
L: Beh, mi pare sia inesatto. Credo che più che essere tentato io sia stato spettatore di ciò.
D: Non sempre Leo; almeno una volta sei stato coinvolto con pulsioni incontrollate, anche se per pochi istanti. Sai, ti scrutavo da lassù quando Nassi, ufficiale russo aggregata al tuo gruppo per l’occasione,  ti si propose senza veli nella tua suite. Ti ricordi di lei su nell’Essex,  quando ti disse “Je suis prête!”.
L: Certo che me la ricordo, e pure con piacere. Era una splendida donna e amabile walchiria. Come lei ne ho viste poche in giro. Al suo confronto Grace apparirebbe come uno sgorbio di natura.
Ma Tu, che fai lassù? Il guardone?
D: Vedo che mi hai … pagato.
Su, procediamo. Ora parlami della tentazione: quella di un tempo e quella del sogno, perché mi paiono in connessione.
L: Certo che lo sono. Se non ci fosse stata la prima, la seconda non sarebbe esistita.
Innanzitutto credo che la storia del maligno che tenta l’uomo sia assai discutibile. Personalmente la lascio al Tuo tunghina bianca che lo cita a ogni piè sospinto. Beato lui che ci crede.
Io ritengo che la tentazione sia lo stimolo e la reazione, nello stesso tempo, che avviene nella testa dell’uomo. È generata da aspettative, da problematiche e da progetti.
Prendiamo il caso di Grace.
Io da poco avevo lasciato la bella e amata rossina, costretto dai possibili rischi che la mia nuova mansione comportava. Perché l’amore implica anche l’evitare ad altri i propri rischi.
E che avviene? Che Grace, ignorando tutto ciò, ha un suo progetto da realizzare, più o meno forzata dagli eventi. Perciò si guarda in giro per trovare la scelta migliore. In ciò non trovo nulla di disdicevole; semmai di discutibile.
Ti ricordi di quel tale, meticcio arabo, soprannominato Ar Mandù la faina? Ebbene, quello adocchiava ragazze, come molti altri, magari anche seriamente. Una di queste non lo degnava affatto, perché tutta intenta col curato. Poi succede che resta incinta e allora che ti fa visto che il prete non la può sposare? Fa dei sorrisini all’Ar Mandù e accetta il suo invito. Gli si concede e dal petting si arriva al coito.
Quello si esalta e si sente un dongiovanni; ma pochi giorni dopo la tipa gli comunica che è rimasta incinta. Dal curato? No di certo: da lui. Risultato: matrimonio frettoloso e padre … putativo.
E questa sarebbe la tentazione storica che è diversa dalla tentazione speculativa. Un po’ come avviene col venerdì storico e col venerdì speculativo.
D: Credo di capire ciò che intendi dire: che, ad esempio, tu e Ar Mandù abbiate avuto una tentazione storica, generata da una tentazione speculativa.
L: Bravo! Hai capito benissimo.
Per essere più esplicito: se la mia esperienza con Grace è una tentazione storica, il sogno che ho ora avuto è una tentazione speculativa.
Nella prima c’è l’evento storico, nella seconda il possibile risultato, quindi il fine. In pratica il sogno mi fa vedere il possibile fine all’esecuzione del primo: l’avere dei figli e una famiglia. Un’aspettativa umana comprensibile.
D: Dalla quale, però, tu ti sei sempre astenuto, sposandoti tardi.
L: Ti dirò, col senno di poi, che in effetti oggi il non avere figli è una grazia di dio – concedimi l’espressione – con tutte le problematiche oggi esistenti.
Non so se fu bene o male per me. Di certo fu che i fatti della vita mi portarono a fare determinate scelte, di cui sono appagato. Magari sarebbe stato molto meglio se mi fossi sposato presto, ma con i se e con i ma non si fa la storia.
D: Già. Infatti la possibilità è un’eventualità e non una realtà. L’atto speculativo non sempre dà i risultati voluti, anche se ci si mette tutto l’impegno possibile. Troppe varianti interagiscono poi. Non c’è forse il proverbio che tra il dire (progettare) e il fare (realizzare) c’è di mezzo il mare?
L: Infatti è così.
La sessualità può essere una delle tentazioni, ma ogni cosa nella vita può essere considerata tentazione. Diventa tale quando non  si fa analisi speculativa.
Ti faccio un esempio: vedo una fetta di salame e la bocca mi crea acquolina. Subisco la tentazione se la mangio, soddisfacendo le aspettative della bocca. Ci resisto se faccio analisi speculativa e se considero che non tutto ciò che è gradito alla bocca è benaccetto pure allo stomaco.
Subisco la tentazione speculativa quando, ideato un progetto, lo perseguo per il fine primario che mi sono proposto, pensando che ciò porti alla realizzazione di me stesso.
D: Sai, Leo, non mi è troppo chiaro. Elucubra meglio.
L: Scusa, ma Tu stai ancora sul pinnacolo del tempio?
D: Perché mi fai questa domanda. Certo che no!
L: Per collegarmi alle Tue tentazioni: Mt. 4,1-11; Mc. 1,12-13; Lc. 4,1-13.
Tu, come le hai superate?
D: Mi pare semplice: facendo analisi speculativa, perciò anteponendo il risultato reale all’aspettativa immediata prospettatami. In questo siamo molto simili, Leo.
L: Bene. A questo punto torniamo all’esempio di Grace, facendo analisi speculativa; perciò analizzando sia la tentazione storica sia la tentazione speculativa.
Ipotizzando che fosse in buona fede il risultato dell’analisi è questo: in primis Grace vuole iniziare un rapporto affettivo, nonostante che tra noi non ci sia mai stato un candido bacio o un semplice abbraccio. In secundis che nell’offrirsi vuole provare piacere e goderne. In terzis che per superare le sue problematiche in famiglia vuole crearsene una propria.
D: Vero. Il ragionamento mi pare azzeccato. Procedi.
L: Ora, sempre analizzando il suo tentare ed esserne simultaneamente tentata – perché è chiaro che la sua sia una premeditazione di superare le tre problematiche in essere: primis, secundis, terzis – pur considerando l’impellenza degli eventi (i problemi con la matrigna e anche con il padre), è il quid delle scelte che può arrecare molta perplessità,  forse troppa, anche se non conosco la procedura che l’ha portata a formulare ciò.
In sostanza: questa era l’unica possibilità che aveva per superare il problema? Perché, poi, tanta fretta? Qual era la causale del puntare innanzitutto su me, visto che poi a breve si coniugò con un altro?
D: Beh, mi pare logico che i dubbi fossero palesi e molto evidenti.
L: Dopo aver considerato l’analisi in buona fede, proviamo a vedere quella dell’eventuale malafede.
Qua abbiamo un racconto sugli eventi del padre che non quadrano molto, anche se possono essere stati reali.
Il padre, secondo me, era uno scorbutico. In pratica uno a cui è meglio stargli alla larga. L’eventuale nuova moglie, specie se ex insegnante, aveva sicuramente una pensione decorosa. Chi glielo faceva fare di sposarsi con uno così, che tra l’altro non era un adone, per andare a vivere in una realtà sgarrupata? O forse era una con poco cervello, morta di fame e ancora in calore?
Altro quesito: vi era una motivazione celata da coprire dietro la decisione di Grace, da imporgli tanta fretta? Alejandra?
D: Dimmi Leo: per uno come te, specie allora, sarebbe stato uno scherzo appurare la verità. Lo hai mai fatto?
L: No, Buon Dio, e per un motivo molto preciso.
D: Cioè?
L: Mi pare semplice: le mie scelte erano molto diverse dalle aspettative di Grace. Infatti, mentre mi parlava, io mi sentivo molto lontano dal suo modo di essere, dal suo mondo e dai suoi problemi, totalmente indifferente. Il mio non era un mondo migliore, uguale o peggiore del suo; era solo un mondo estremamente diverso, non però contrapposto. Era semplicemente un altro modo di vedere e di vivere la vita, sia nel costruirla sia nel programmarla.
Riducendo tutto a un nocciolo: non si costruisce una famiglia in quel modo, se non vuoi poi naufragare interiormente e subirne le conseguenze, anche se ti va comunque da … culo.
D: Questo mi è sempre stato chiaro. Capisco che Grace, in quel modo, si giocò tutte le sue già scarse possibilità d’avere successo con te.
Di sicuro tu non dai mai nulla per scontato, sia che lo veda sia che ti sia detto. Analizzi sempre tutto.
L: Mi pare il minimo che uno possa fare. Ricordi ol Paulì? Quand’ero giovincello e lo accompagnavo in montagna mi diceva spesso: “Ragazzo, ascolta me: credi sempre a metà di quel che vedi e a nulla di quel che senti!”
D: Il vecchio Paulì era un saggio, questo è poco ma sicuro.
Ma come hai vissuto la tentazione?
L: Da spettatore, Buon Dio. Sicuramente né come attore, né come comparsa.
Ora lasciami dormire. Ne ho bisogno.

Dopo molto Leone si svegliò. Erano già le diciassette.
Aprì gli occhi e vide che vi era luce nella stanza; poi guardò oltre la porta e vide altra luce venire dalla veranda. Pensò d’acchito che Madame si fosse alzata prima di lui.
Infine si rammentò che s’era coricato dopo pranzo, pertanto ch’era sera e non mattino. Perciò si disse: Leo, sei proprio tutto fuso!
Si alzò e Billyno gli corse incontro. Leone capì che voleva, perciò salì per un po’ nell’orto con lui.

Sesac





sabato 2 marzo 2019

I mali della Chiesa.

Oggi, venne in visita da me Sesac; e mi consegnò questo racconto che pubblico, come sempre, assai volentieri.
Tratta, come consuetudine, della vita degli animali della foresta e dei fatti di un tempo che fu.

Sam Cardell
Tratto da “i Dialoghi” di Sesac
I mali della Chiesa.


Leone si svegliò sul tardi.
La sera precedente si era coricato a tarda ora involontariamente, intento com’era a rivedere, approfondire e completare dei suoi studi di gioventù.
Su sollecitazione esterna, infatti, era quasi tentato di sottoporsi a un esperimento pilota di rapidità: prendere una nuova qualifica professionale in un lasso di tempo molto breve, cioè in meno di un anno, alla sua quasi veneranda età, bruciando i quattro/cinque anni normalmente richiesti.
Leone si era quasi deciso a farlo, per fare … poker. Davanti a sé aveva solo l’imbarazzo della scelta su quale materia puntare tra quelle propostegli. Imbarazzo non di poco conto, considerati i suoi molteplici interessi passati.
Tuttavia era diventato un po’ pigro. Perciò, non desiderando fare troppa fatica, ristrinse la scelta a due materie che già ben conosceva: sociologia e psicologia. Virò deciso su quest’ultima, anche se entrambe avevano connessioni con la simbiologia. Per l’altra, eventualmente, avrebbe fatto un secondo round, se ci avesse … preso gusto. Le sfide (quasi) impossibili erano sempre state, infatti, il suo forte, sia culturalmente che professionalmente.
A farlo propendere per questa scienza era per lo più il fatto che aveva già pronta nel cassetto la tesi adatta, avendola presentata anni prima a un congresso: “L’analisi transazionale come fattore primario per la comprensione psicologica del comportamento individuale e di massa, seguendo le onde, a flussi susseguenti, culturali, architettoniche, politiche e strutturali della società.”
S’era, comunque, riservato del tempo per decidere, sia per le analisi cliniche cui doveva sottoporsi a breve, sia perché tra la trentina di esami previsti ve n’erano due che proprio non gli garbavano affatto: l’inglese, che non aveva mai accettato di studiare, pur conoscendo in gioventù sei lingue, e il … tirocinio.
Cosa, quest’ultima, che riteneva ridicola per uno già avanti negli anta e per il quale l’esperimento era quasi solo uno sfizio e non uno sfogo professionale futuro. E a poco valeva, pure, l’offerta della Leonessa a insegnargli personalmente l’inglese con … tanto amore, essendo uno scolaro molto … molto difficile.
Leone riteneva, pur tenendo i piedi ben piantati per terra, che almeno una decina di esami li avrebbe potuti affrontare di fila anche in un solo giorno, senza il bisogno di alcun approfondimento o ripasso.
Dopotutto i professori – ma non solo quelli -, nella sua vita da adulto li aveva sempre guardati dall’alto in basso, sciorinando quella cultura approfondita e complessa che, spesso, rende l’esaminato il vero esaminatore.
La Leonessa era solita commentare che lui usava la sua cultura e dialettica come un’arma, per abbattere l’avversario. Se - aggiungeva – avesse fatto l’avvocato, avrebbe preso giudice, giurati e controparte per sfinimento.
Sta di fatto che lei, però, non l’aveva presa per sfinimento, bensì con l’intelletto. Infatti, costei, all’inizio si chiedeva se non temesse che gli avrebbe potuto dire di no. Cosa di cui Leone non s’era neppure mai posto il problema.

Era una splendida giornata di sole, quasi primaverile.
Leone, pertanto, decise di muovere alcuni passi in montagna, onde provare l’arto dx che da mesi gli poneva grossi problemi.
Con Bipperino e Billyno giunse nell’immediato meriggio in altura, parcheggiando oltre la cascina poco sotto il boschetto di ginepri, onde evitare le placche nevose ghiacciate che coprivano in parte la pista tagliafuoco.
Più giù, il cascinale era deserto e orfano di Gini, che, gravato dall’età, da oltre un anno s’era ritirato più in basso nella sua Predai.
Ora tutto sembrava diverso. Pure il silenzio immoto del monte, che solo il frusciare del Phon a tratti musicava. Mentre, prima, v’era un cicaleggio continuo di strumenti sonori ben assortiti che allietavano l’incedere del solitario viandante: il muggito della mandria, il latrare di Moro, il canto vibrante dei galli di Gini e il gaì dello stesso, che squarciava a tratti la quiete del pascolo e del bosco sottostante in modo spesso convulso e assordante.

S’incamminarono.
E mentre Billyno si slanciava con entusiasmo sul sentiero innevato che corre tra gli smeraldini e vellutati ginepri, Leone volse lo sguardo in alto, a rimirar la candida vetta dello Sparavento, inondata dal sole.
Inspirò profondamente, puntò con gli occhi la preda lontana e gli inviò questo messaggio: Quand’anche dovessi sputare sangue, sta pur certa che il mio tallone poggerà pure oggi sulla tua cima.

Più su v’era molta neve farinosa; Billyno vi sprofondava, come inghiottito, e procedeva a saltelli per togliersi dall’impasse continuo, quasi imitando l’incedere della lepre.
Leone lo seguiva distanziato e lentamente per non affaticare troppo la gamba dolorante, sbuffando come un tasso nell’alto manto bianco.
Giunsero infine alla pozza dei Marsì, ch’era un’unica lastra ghiacciata coperta di neve. La superarono, affrontando indi la ripida e lunga erta finale che, percorrendo il crinale, sbuca in vetta.
Leone vi giunse abbastanza provato, ma contento per aver superato bene la prova.
Poco sotto la vetta il sole, sfruttando il calore di una roccia calcarea che fuorusciva dalla neve, aveva liberato un piccolo spazio, dove la compagnia si sistemò per riposare e rifocillarsi.
Billyno, che aveva una fame da lupo a causa della salita, divorò in breve la brioche spezzettata, la frutta secca, il fondente e i biscotti che Leone gli mise nella sua ciotola, sorbendo poi tutto il tè caldo al latte che gli versò nell’altra. Si distese quindi ai piedi di Leone, guardando i laghi giù in basso, su una zolla erbosa asciutta.
Leone osservò compiaciuto la grande piana, che si stendeva uniforme e grigiastra fino alla muraglia nerastra degli Appennini e delle Marittime. Pareva il grande, immenso lago Gerundo che un tempo la ricopriva.
Poco appresso, alle loro spalle, la tozza croce sommitale in pietra vegliava su tutto, rimirando compiaciuta l’ampia seghettata candida catena alpina che, millenni prima, il suo inquilino aveva creato, disegnando con abile maestria.
Fu così che lo stesso inquilino ricominciasse a dialogare con Leone.

D: Ciao, Leo. Ti vedo un po’ afflosciato dallo sforzo dell’ascesa. Era un po’ che ti attendevo quassù. Come ti va?
L: Da papa, Buon Dio, se il papa fosse un cane.
D: Questa è bella. Burlone! Perché dici così?
L: Beh, vedi Billyno? Secondo Te vive meglio lui o un papa?
D: Sicuramente lui. Devo però aggiungere che lui è un cagnolino non solo beato, ma pure fortunato.
Proprio come Madame, che ha chi si cura di lei a tempo pieno. A parte la vista, pur centenaria, la trovo bene. Giorni fa la vidi passeggiare con te presso la cascina come una giovincella.
L: Già, su questo non Ti posso contraddire, anche se basta un piccolo soffio per cambiare tutto. Però la sua longevità è dovuta a una Tua precisa scelta.
D: Non capisco. Quale sarebbe?
L: Mi pare semplice. Per ora me la sorbisco io e non Tu. Sai come sarebbe avertela accanto con tutti quegli oremus ossessivi, spesso maccheronici?
D: Vedo che sei di buon umore. Quando burli in questo modo è buon segno.
Sai, mi è giunta voce che stai per intraprendere un nuovo ciclo di studi. Poi, consentimi, Mi troverò in difficoltà a dialogare con te. Assommerai troppi titoli, mettendomi in … soggezione.
L: Per ora è solo una voce, anche se non è esatto dire ciò. La materia come sai la conosco da tempo.
Vedo che pure Tu sei di buon umore. Aggiungerò: non è l’abito che fa il monaco.
Come si dice in gergo? Chi sa fa, chi non sa insegna, chi non sa insegnare ha cattedra in università.
Tu, quante lauree avevi acquisito per insegnare tre anni, per curare, per miracolare e resuscitare?
D: Erano altri tempi, Leo. Poi, come sai, l’Onnipotente è già qualificato in ogni materia. Lui ha creato le scienze. Lui è Scienza!
L: Già. Così alcuni hanno affermato e affermano tuttora. Ti faccio solo notare che un teorema teologico, non è necessariamente scientifico.
D: Filosoficamente è un’osservazione corretta. Te ne dò atto.
Però, vorrei parlare un po’ con te di una questione che alla Peter house stanno ora dibattendo i miei grandi druidi.
L: Ti dirò: la cosa mi giunge nuova. Con loro dovresti discuterne, non con me. In verità non sto seguendo il caso.
D: Ma va! Tu sai benissimo dei mali della Mia Chiesa.
L: Alludi alle cinque piaghe di Rosmini? 1) Divisione del popolo dal clero nel pubblico culto. Riformato col Vaticano secondo ma esistente ancora in buona parte dei preti che … se la credono; 2) L’insufficiente educazione del clero. Qui diciamo che vi è stato pure un peggioramento; 3) La disunione dei vescovi. Anche se non è una novità pure oggi; 4) La nomina dei vescovi abbandonata al potere laicale. Sarebbe molto interessante fare un discorso su come ora vengano nominati; 5) La servitù dei beni ecclesiastici. Infatti oggi i più dei preti e dei vescovi sono tanto amministratori e poco (per nulla) pastori.
D: Su, Leo, non prenderti gioco di Me e non girare troppo il coltello nelle ferite.
Sai benissimo che stanno discutendo di pedofilia, specie di alcuni miei ministri.
L: E beh? Che c’è di nuovo in ciò? Il fatto che ci sia un peccato non significa che tutti siano peccatori. In queste cose il fatto mi entra da un orecchio e mi esce subito dall’altro.
D: Dimmi: credi che le accuse siano costruite ad hoc, oppure vuoi sminuire la gravità dei fatti e del peccato?
L: Vedi, Buon Dio, io credo che più di discutere di pedofilia nella Tua Chiesa, i Tuoi sommi druidi dovrebbero discutere della sua eziologia. Ma, purtroppo, questa sfugge alla loro comprensione e attenzione.
Diversamente, dopo il Dimittantur del 1854, non credi che sarebbero corsi ai ripari?
D: Che intendi dire?
L: Vediamo se riesci a capirmi. Cercherò d’essere molto sintetico.
Dopo il Vaticano II la “moda” fu il rivoluzionare la liturgia, tramutando quasi il rito (messa) dal sacralismo alla sacralità, perciò spettacolarità. Anche se ciò era ben lungi dalle intenzioni dei Padri conciliari.
Poi, venne il Polacco. E si cambiò tematica: fu moda chiedere perdono degli errori passati. È, infatti, molto più facile chiedere scusa degli errori altrui, piuttosto che dei propri.
Poi venne il Tedesco e quello si fissò sul Motu Proprio Summorum Pontificum. Poi, come sai, si mise a riposo volontariamente.
Ora c’è Franceschiello e la moda, pur non sottovalutando il problema, è quella della pedofilia. La pedofilia, però, è sempre esistita. Che sia diventata di pubblico dominio credo sia un fatto mediatico.
Ogni società, infatti, è solita scaricare le responsabilità proprie su un capro espiatorio. E, come ben sai, il capro deve essere un simbolo preminente, non subalterno. E chi, come Ente morale e spirituale è più capro espiatorio di tutti se non la Chiesa? E nella Chiesa, chi se non un alto prelato?
D: Su ciò condivido. Ti faccio però notare che è un peccato abominevole, specie se è stato praticato o è tuttora praticato da alti prelati, oltre che da alcuni miei semplici ministri.
L: Ognuno ha le sue idee, Buon Dio. Pure Tu.
Però, dimmi: secondo Te tra i tuoi ministri, alti o bassi, sono più i pedofili, i puttanieri o gli omosessuali?
D: Perché mi fai questa domanda che è molto imbarazzante?
L: È solo per creare una statistica, quindi una priorità dei mali. Perciò risponderò io per Te.
Nella mia vita, compreso quando mi furono affidati alcuni tuoi ministri con gravi problemi di vario tipo, ho solo sentito parlare di due probabili preti pedofili. Personalmente non ne ho mai conosciuti.
Di omosessuali ne ho conosciuto un paio, di puttanieri varie decine.
Come sai bene tra i miei vicini vi sono due figli di tuoi preti. Uno di questi figli è pure un mio parente.
Ne consegue che il problema del ministro puttaniere, pur con le attenuanti dell’Eva tentatrice, sia nella Tua Chiesa molto più praticato della pedofilia e dell’omosessualità.
Poi, ho conosciuto varie centinaia di Tuoi ministri perfettamente corretti e in molti casi pure santi.
Se poi rapportiamo i dati ora citati con quelli della società laica, pur in una compatibile scala di corretta percentuale, giungo alla conclusione, in base alle mie conoscenze, che nella società queste percentuali vengano moltiplicate almeno per cento.
Poi, scusa, a Sodoma e Gomorra erano tutti … santi?
D: Sul tuo discorso condivido. Ciò, però, non esclude la gravità della tematica e l’odiosità di tale peccato.
L: Vedi, io credo che “il” peccato sia “un” peccato. Ciò significa che se non si guarda all’eziologia che lo genera, tutto vada poi a sfociare o nel capro espiatorio o nel qualunquismo moralista.
E, pur da lontano, mi pare che la conclusione di questo summit vada a colpire sia il capro espiatorio, sia a finire nel qualunquismo moralista.
Per l’odiosità che affermi, poi è tutto relativo. A Te pare odioso, a me pare solo un comportamento riprovevole e degenerato. Chi subisce il peccato altrui, qualunque questo sia, lo considera odioso. Se fatto ad altri allora è solo riprovevole.
D: Che intendi? Spiega!
L: Beh, mi pare semplice.
Come sai io sono garantista. Perciò si condanna con prove certe o perché il soggetto incriminato ha reso pubblica ammissione. Non si fanno processi indiziari, anche se è molto di moda. Credo che la Tua Chiesa abbia pure propri tribunali, anche se per lo più su questa tematica lascia fare alla società.
Capisco pure l’opportunità morale di certe scelte, anche se l’impedire a un cardinale, che si è sempre dichiarato innocente, pure di dire la messa e di amministrare sacramenti mi pare un abominio.
Questa, se mi consenti, è una decisione solo … di opportunismo politico ecclesiale.
Poi, nella Tua Chiesa, quanti santi vi sono che prima erano grandi peccatori?
D: Capisco. Tu che avresti fatto al loro posto?
L: Lo avrei lasciato nel suo rango, pur evitandogli la rappresentanza mediatica, mettendolo momentaneamente a riposo. Un consacrato resterà sempre un consacrato. Nessuno, neppure un papa, può affermare che, anche se ridotto allo stato laicale, se amministra un sacramento questo sia nullo. Diversamente cambiate la teologia e il Diritto Canonico.
Di norma si colpisce il peccato, non il peccatore. Il peccatore va salvato e redento. Non sei venuto proprio per questo?
D: Scusa, Leo, ma le vittime che chiedono giustizia?
L: Chi accusa non necessariamente è sempre nel giusto; talora vi sono pure degli interessi venali. E quando uno esce allo scoperto dopo anni o decenni, allora sorge il sospetto che qualcosa non quadri, sia nella presunta vittima, sia nella sua complessa personalità. Tu, hai mai visto una vittima che non abbia qualche sua anche minima responsabilità?
Mi pare che dalle notizie che sono state fatte trapelare, i casi di pedofilia trattati risalgano per lo più agli anni sessanta e settanta.
Come sai nel vecchio rito del sacramento matrimoniale, poi riformato, quando una coppia contraeva il sacramento, il celebrante prima di congiungerli a un certo punto diceva, rivolto agli astanti: Chi ha qualcosa da dire parli ora; oppure taccia per sempre. Credo, ma non ricordo più bene, che ciò avvenisse anche durante la consacrazione sacerdotale, pur se con modalità diversa.
Non intendo sminuire la gravità del problema, ma il dargli tanta importanza ora, mi pare un parallelismo alle mode precedenti già citate.
D: Il tuo pensiero ora mi è chiaro.
Però mi parlavi di eziologia del peccato. Illuminami su ciò.
L: Bene! Io, più che pensare, credo fermamente che il problema sia a monte. In parte è addebitabile a Te, che li hai scelti e chiamati, in gran parte ai Tuoi druidi, che li hanno allevati per anni e poi consacrati.
Che poi abbiano in seguito coperto i rei, questo è un discorso parallelo e diverso che meriterebbe altra argomentazione. Diciamo che in ciò siamo ancora ai tempi di Rosmini.
Poi, secondo la Vostra teologia, un vescovo è scelto dallo Pneuma, perciò da Te. E qua sta il primo cavillo.
D: Che intendi?
L: Mi pare semplice. Se questo postulato teologico fosse vero, allora Tu saresti correo dello stesso pedofilo, conoscendo perfettamente le sue tendenze, le sue abitudini e i suoi peccati. Uno, come puoi ben capire, non diventa tale da vecchio. Perciò Tu, vocandolo a essere Tuo Apostolo, devi aver sbagliato qualcosa, se non molto. E, quand’anche lo diventasse da vecchio, nella Tua preveggenza avresti dovuto ponderare ciò.
D: Già, Leo, vuoi che non fosse così? Alla fine la colpa sarebbe Mia.
Ora, ascolta Me: Pietro e Paolo non erano stinchi di santo, prima. Tuttavia svolsero poi un ruolo basilare nel ministero ecclesiale. E allora?
L: Vero, e lo fecero come molti altri. Però qua è esattamente il contrario: questi non erano santi prima, né lo furono dopo, perciò ora. Anzi: dopo furono peggio di prima.
D: In parte è vero. Tuttavia i miei fini sono imperscrutabili per gli uomini. Può darsi che, pur peccando gravemente, siano serviti al bene della Chiesa.
L: Bravo! Vedo che stai diventando machiavellico; dove il fine giustifica i mezzi. Sarà perché il loro peccato e scandalo serva alla purificazione della Chiesa?
D: Procedi, Leo. Non vorrei litigare con te su questo dettaglio.
L: Ok!
Uno, come ben sai, non diventa prete da un giorno all’altro, ma segue un lungo ciclo di preparazione.
Perciò chi lo segue, lo istruisce e lo prepara al ministero deve avere una capacità tale da capire le eventuali magagne che costui può avere o manifestare in futuro. Diciamo: deve essere uno molto qualificato.
Come sai io vado nelle Tue pievi più per analisi che per altro. E quando vi è la giornata del seminario o vi trovo dei giovani preti sai che vedo di norma? Dei borderline e dei complessati, con tic notevoli e carenze spesso macroscopiche.
Anche se poi penso che Tu possa usare le pietre scartate dai costruttori per farne testate d’angolo.
D: Leo, questa tua celata ironia accusatoria tende ad irritarmi.
L: Calmati e non agitarti. Seguo solo un ragionamento d’ipotetica congettura.
Ora, se in passato mi sono stati affidati alcuni casi particolari da seguire, significa che i Tuoi druidi non erano in grado di farlo.
Nei borghi, una volta, vi erano tre personaggi di riferimento: il prete, il medico e il notaio.
Il prete era uno dei tre “sapienti” della comunità perché sapeva leggere, scrivere e alcuni studi li aveva fatti. Ora, invece, chi è? Spesso l’“ignorante” della comunità, perché molti hanno studiato e sanno più di lui.
Ma ciò sarebbe ininfluente.
La mia impressione è che li allenino alla pratica abnorme della preghiera, trascurando il vero senso del loro ministero futuro. La preghiera che cos’è se non la qualifica degli zuccabanchi?
D: Che intendi?
L: Che il seminarista deve essere edotto e educato perfettamente alle rinunce della vita a cui il ministero lo chiama. Di ciò deve essere cosciente per non trovarsi poi in difficoltà, o nel peccato, al primo intoppo della sua vita sacerdotale. E per non dare poi grande scandalo.
Diversamente è meglio che cambi vocazione; o, se preferisci, professione.
D: Capisco perfettamente. La principale rinuncia è infatti la sessualità. Il celibato non è solo quello eterosessuale, ma coinvolge tutta la sfera e le tendenze sessuali.
L: Bravo!
Vedi, per quanto ora sia lontano da tempo da questo ambiente, nell’analisi che svolgo non mi pare che ciò avvenga.
Perché, a mio parere, vi sono due pecche nei seminari: la cultura prioritaria della preghiera, perciò dell’adorazione, e quella della delazione. Tutto il resto va in subordine.
D: Leo, permettimi, ma la seconda mi giunge nuova.
L: Dici? A me non pare. È la gerarchia verticistica che s’è creata che porta a ciò. Chi sta sopra è sempre quello che decide, piaccia o non piaccia a tutti gli altri. Non è forse così anche nei consigli pastorali?
Solo nel concilio avviene la perfetta democrazia teosofica.
Ne consegue che chi decide deve sapere tutto di tutti; ma il tutto e quello che riceve dagli altri, quasi mai dal soggetto interessato o inquisito. Perciò si basa sulla delazione, intesa anche positivamente.
Che manca al decisore? La capacità d’inchiesta, intesa a mettere sintonia tra accusa e difesa, tra pro e contro. Capacità che spesso viene sostituita dalla preghiera, come se l’illuminazione debba sempre venire da Te e dal colloquio reverenziale con Te.
Ecco perché poi le colpe, incidentalmente, sono poi le Tue.
D: In parte condivido il tuo pensiero. Ti faccio però presente che il prete, o il prelato, sono esseri umani, perciò fallaci (peccatori), molto diversi dalla Perfezione del concetto di Dio.
L: Io, invece, condivido appieno ciò che or ora hai detto: il concetto di Dio. Che in effetti è un postulato teologico.
Da dove deriva la loro fallacità? Semplice: dall’incapacità di analisi, perciò del decidere con la giusta ponderazione. E l’incapacità da dove deriva? Dall’impreparazione e perciò dalla mancata esperienza a fare. E  non venirmi a dire che la carne è debole; è la testa che è debole.
E questo errore dove spesso si è manifestato? Nello spostare preti nel peccato in altri ruoli o luoghi, in modo che ciò non diventasse di pubblico dominio, perciò di scandalo alla comunità. Magari, spesso, usufruendo del promoveatur ut amoveatur. Perché il pericolo dello scandalo avrebbe creato imbarazzo e un grande problema di credibilità, sia nei fedeli che nell’opinione pubblica.
Ciò non ha risolto però il problema del peccato, ma lo ha spostato da un’altra parte, dove puntualmente si replicava. Mentre il soggetto doveva essere curato, perciò istruito e “convertito”.
D: Concludi, Leo. Non voglio farti far tardi. Come vedi il sole tende al tramonto.
L: Ok, sarò conciso.
Vedi, Buon Dio, la Tua Chiesa ha i suoi tribunali ecclesiastici, già codificati con il costantiniano Privilegium fori, perfezionato poi da Teodosio e riconfermato nel Sillabo (1864) di Pio IX. Pure Agostino d’Ippona fu un apologo di questa decisione, anche se poi molti bollarono tutto ciò come Cesaropapismo. Questi decreti si basano sulla concezione che essendo Tu il Giusto, illuminando la Chiesa con lo Spirito, la giustizia della Chiesa sia meno fallace di quella umana, perciò (più) perfetta. Giudicare viene dal latino Ius dicere; quindi dire il giusto secondo il diritto e la legge. Di là verrà a giudicare i vivi e i morti, e il suo regno non  avrà fine. Basti ricordare Rm 14,9 e Ef 1,21-22.
Per quanto mi risulta procedono con molta discrezione e serietà, escludendo il clamore e la morbosità mediatica, salvaguardando, quindi, la riservatezza dell’inquisito o del peccatore. È come una duplicazione procedurale della confessione, dove però non è il reo che comunica il suo peccato, ma dove è l’autorità ecclesiale che analizza i fatti per giungere a una conclusione nella riservatezza totale.  È ciò che dovrebbero fare per l’accusato di pedofilia, pur lasciando che la giustizia civile faccia il suo corso parallelo. Perciò senza questo giudizio, ritengo personalmente “illegali” anche le decisioni pontificie in materia.
Io credo che i veri mali della Tua Chiesa non siano l’adulterio, l’omosessualità e la pedofilia. Questi in verità sono solo dei peccati che sono destinati a scemare rapidamente per via della quasi estinzione del clero.
I mali reali sono: l’organizzazione, l’incapacità e la concezione corrente che il demonio si sia insinuato nella Chiesa per abbatterla.
Loro, intanto, Ti pregano notte e dì; ma i problemi restano. Il resto, forse, se lo sono … scordato.
Sai, della Chiesa si diceva una volta che è: una, santa, cattolica e apostolica. Ora, invece, che è peccatrice e pervasa dal demonio che la vuol disgregare.
Peccato per “E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa.” (Mt 16,18)
Teologicamente: a) è una nell’origine, perché il modello e il principio è il mistero dell’unità nella Trinità delle Persone di un solo Dio. Diversamente sarebbe politeista; b) è santa perché il Dio Trinitario è proclamato “il solo Santo”; di cui, il Figlio – Cristo – ha amato la Chiesa come sua sposa, dando sé stesso per essa, unendola a Sé come suo corpo e riempiendola col dono dello Spirito Santo. Ne consegue che essa è chiamata il Popolo santo di Dio e i suoi membri santi. E essendo santificata, per mezzo di Lui e in Lui diventa anche santificante; c) è cattolica perché è universale secondo la totalità e secondo l’integralità, essendo in essa presente Cristo. Ne conseguì, secondo i Padri della Chiesa, che “fuori della Chiesa non c’è Salvezza”. Nota bene,  Buon Dio: “della” e non “dalla”; d) è apostolica perché è basata sugli Apostoli (Ef 2,20), di cui i vescovi sono i successori. I quali sono testimoni scelti e mandati in missione da Cristo stesso. Essi trasmettono e custodiscono, con l’aiuto dello Spirito, il Vangelo, cioè l’insegnamento, il deposito e le vere parole udite dagli Apostoli. Ne consegue che fino al ritorno di Cristo essa sarà istruita, santificata e guidata dagli Apostoli, tramite i loro successori.
Beh, ti dirò, - in modo sintetico e concludendo – che, visto quel che succede, qualcosa in tutto ciò non quadra. Forse, ai successori attuali degli Apostoli, gli si è annebbiata la … procedura.
Chi vivrà, Buon Dio, vedrà. Sai, non vedo lontano come Te, non possedendo la preveggenza. Però, mi sa, che ne vedremo delle belle.
D: Grazie per la chiacchierata, Leo.
Mi complimento con te. Credo che pochi dei miei Pastori abbiano le tue doti di analisi e la tua cultura. Ora capisco perché nella città di Taurus il mio Falco Pellegrino tanto ti stimava.
Come sempre sei stato esaustivo nell’esprimere la tua analisi e il tuo pensiero.
Il tuo discorso mi affascina sempre, perché analizzi tutto senza mai dare nulla per scontato, neppure se codificato da secoli o millenni.
L: Che vuoi, Buon Dio, in ciò ho avuto un grande antesignano. Infatti quando venisti quaggiù hai stravolto buona parte delle concezioni religiose di allora, non dando nulla per scontato.
Figurati io, che non mi fido neppure di me stesso. Sai, a voler essere sincero, mica mi fido poi tanto neppure di Te.
Ciao, ora scendo. Alla prossima.

Leone versò a sé e a Billyno il tè rimasto.
Rimise tutto nello zainetto e si avviò velocemente verso il basso, prima che il calar del sole rendesse il manto nevoso una pericolosa lastra ghiacciata.
Le Cozie si stagliavano nitide all’orizzonte, favorite dal tramonto, col Monviso che s’ergeva superbo su tutte.
La piana era un mare compatto ribollente di nebbia, dalla quale pareva facesse ogni tanto capolino il mitico Tarantasio, spaventoso mostro draghiforme del lago Gerundo.
A Leone, mentre scendeva, venne spontaneo accostare Tarantasio al Demonio. Lui, al Diavolo credeva poco. Specie analizzando quei poveri diavoli di … Pastori.
I miti, infatti, li riteneva una derivazione escatologica delle aspettative umane: passati quelli giustificanti l’origine, presenti quelli che danno un senso alle aspettative esistenziali, futuri quelli che pongono interrogativi sulla fine.
Mentre scendeva, però, per lui il demonio era il pericolo che la neve ghiacciasse. Ma ciò era una probabilità e non un mito.
Il sole ormai era scomparso, ma la neve aveva lasciato posto al pascolo;  e loro erano quasi al parcheggio.



Sesac