martedì 26 febbraio 2013

Breve analisi di voto e Mercato.


Molti giornalisti e commentatori si dicono meravigliati per il fatto che Grillo con il suo M5S sia diventato il primo partito italiano. Prevedevano una certa sua affermazione, ma abbondantemente al di sotto del 20%. Molti affermavano che avrebbe doppiato al massimo il già lusinghiero risultato siciliano, cioè il 18%.
Etichettarlo come voto di protesta sarebbe riduttivo e infantile. Chi lo ha fatto in precedenza ora si arrampica sugli specchi dicendo che, comunque, ora è giunto il momento anche per M5S di cominciare a costruire e non solo a protestare.
D'altronde quando 1/4 (25%) dell’elettorato premia una formazione politica, l’affermare che tutti lo fanno per protesta è fuori da ogni logica.
Grillo ha raccolto soprattutto non tanto il voto di protesta – anche se anche quello – ma, più di tutto, la richiesta di una nuova politica economica e sociale, oltre ad una correttezza morale dei parlamentari e dell’amministrazione pubblica che è degenerata continuamente negli ultimi decenni.
Non sarà, pertanto, una semplice rotazione di uomini che risolverà il problema. Ci vorranno anni perché una nuova cultura sostituisca quella affaristica e collusiva della Prima e Seconda repubblica.
Gli elettori “grillini” sono lo specchio di una società che richiede, gridandolo a squarciagola, una totale inversione di tendenza rispetto a quella precedente, soprattutto di Monti. Monti che, in sostanza, è con tutta la sua posticcia armata Brancaleone il vero e grande sconfitto di queste elezioni.
Perciò pure anche della politica Ue, tesa con il rigorismo penitenziale a penalizzare e a affossare l’economia dei paesi mediterranei.
Credo, in sostanza, che l’esito delle elezioni italiane sia l’antipasto della probabile prossima disfatta sia della linea Merkel in Ue, sia della sua permanenza alla guida della Germania.

Nella storia repubblicana italiana avevamo già due casi analoghi abbastanza eclatanti, anche se i risultati erano stati diversi per più motivi: la Lega e Forza Italia.
Erano tempi con problematiche differenti, ovviamente, ma comunque significativi.
La Lega si affermò come movimento locale che reclamava autonomia, non tanto come scissione – quello era solo folclore –, quanto come gestione e organizzazione del territorio.
Forza Italia riempì il vuoto lasciato dalla Dc colpita da Tangentopoli e già da tempo in emorragia di consensi in favore, al Nord soprattutto, della Lega.
Grillo ha ripetuto l’exploit in modo e con metodologia diversa, affidandosi alla rete. Cosa un tempo non solo inimmaginabile, ma, soprattutto, tecnicamente impossibile.
È stato favorito sia dal fallimento in campo economico della politica di Monti, sia dell’errore di Napolitano[1] di aver voluto (subito) a tutti costi un Governo tecnico.
Il suo successo indica che gli attuali rimborsi (finanziamenti) elettorali dati ai partiti non sono necessari all’uso della democrazia diretta.

Ho seguito con attenzione l’andamento dei Mercati (Borse), con particolare attenzione a quello di Milano.
Il dato più eclatante – ma non è una novità, bensì una conferma – è che tutt’oggi è in mano alla speculazione e che le istituzioni (Consob) latitano continuamente nella tempestività dei controlli e degli interventi necessari. Diversamente, nonostante i dati del corso serale della borsa di ieri sera, non si capirebbe perché la Consob abbia aspettato fino dopo le 12 a bloccare lo short selling (vendita allo scoperto) su alcuni titoli finanziari, nonostante la caterva di rinvii per volatilità e eccessivo ribasso di molti finanziari. Non potendo più attaccare allo scoperto gli stessi Titoli sovrani, la speculazione attacca quelli finanziari che li detengono.
Nei giorni scorsi molti – basandosi sui sondaggi – avevano speculato moderatamente al rialzo. Ieri lo avevano fatto in modo smodato.
Milano, dopo i primi errati exit poll”, era schizzato in poco tempo addirittura oltre il 4%, seguito dalle Borse Ue e da Wall Street. Con i primi dati ufficiali che ribaltavano i primi 2 posti tra CentroDx e CentroSx, vi era stato un piccolo ripiegamento di mezzo punto, ma comunque marginale.
Il crollo avviene pochi minuti dopo una leggera ripresa al rialzo, quando appare chiaro che M5S si apprestava con il suo 25% a diventare il primo partito italiano, piazzandosi a ridosso delle 2 grandi coalizioni maggiori.
Perciò, oltre a perdere i 4 punti guadagnati chiude pure in ribasso, rimpinguandolo nella contrattazione serale con un altro -5%. Ribadito nella realtà e per la statistica ufficiale dalla seduta odierna.
L’esito del voto non si limita a Milano, ma trascina giù pesantemente tutte le Borse continentali e pure Wall Street, seguito nella notte dalle Borse asiatiche.
Questo forte ripiegamento ovunque è, in effetti, da un lato un dato significativo, perché indica l’importanza dell’Italia nello scacchiere internazionale finanziario. Parafrasando l’abituale affermazione di molti economisti l’Italia, in sostanza, sarebbe un Paese troppo grande per fallire.
Perciò se salta il sistema italiano lo seguono con effetto domino tutti gli altri stati. Salterebbe soprattutto l’.

Che Grillo sia contro l’attuale gestione dell’€ non è un mistero, come non lo sono le molte idee similari e con motivazioni diverse che vi erano negli altri schieramenti elettorali.
In pratica solo Monti, con la sua compagine di “signorsì”, avallava in pieno l’attuale politica Ue basata sul diktat della Merkel.  Non per nulla ha avuto un consenso fallimentare, Fini è stato estromesso dal Parlamento e Casini vi è entrato per il rotto della cuffia come miglior perdente.

I mercati finanziari in sostanza, agendo sullo spread tentano di condizionare a proprio favore la politica dei vari paesi.
Vale ricordare che nel periodo di turbolenza finanziaria dello scorso anno, la Bundesbank vendette in un solo giorno ben 50 mld di Titoli sovrani italiani, probabile preambolo alle probabili pressioni tedesche per un “domestico” Governo tecnico.
Ciò che però il Popolo italiano ha dichiaratamente evidenziato con il voto è stata la penalizzazione – perciò la sconfitta – di quelle coalizioni che avallavano con maggior entusiasmo la politica del rigore.
Monti è uscito con le ossa rotte e per poco non è rimasto fuori dal Parlamento, mentre Bersani ha visto drasticamente ridursi il consenso da cui era partito. Mentre Berlusconi, per soli 124 mila voti, non ha ottenuto il premio di maggioranza.
Ne consegue che Monti in primis e Bersani in seconda battuta siano i veri sconfitti di queste elezioni, mentre Grillo e Berlusconi i reali vincitori.

I risultati elettorali aprono molte nebulose sul futuro prossimo, considerato pure che, essendo nel semestre bianco del suo mandato presidenziale, Napolitano non può più sciogliere le Camere per nuove elezioni.
Le coalizioni presenti in Parlamento dovranno perciò trovare un accordo per eleggere un nuovo Presidente della Repubblica e, eventualmente, per fare altre cose che ritengano necessarie o improrogabili.
È comunque evidente che l’esito elettorale avrà un impatto anche in ambito Ue, soprattutto per una modifica dell’impostazione economica comunitaria, basata soprattutto sul rigorismo e sul salvataggio delle banche.
Variare la politica economica Ue di questi ultimi anni è proprio ciò che è indigesto al Mercato, perciò alla speculazione non solo continentale, ma pure di oltreoceano.
D’altronde anche le ultime vicende di MPS hanno evidenziato che è necessario non solo un maggiore controllo delle autorità preposte a certe pratiche rischiose, ma pure una ormai improcrastinabile nuova regolamentazione del mercato stesso.
I cittadini, infatti, sono stanchi di pagare per errori altrui. Il voto ha messo in rilievo proprio questo.



[1] - Per approfondimenti vedere anche: Monti e Napolitano gli sponsor migliori di Grillo!

domenica 24 febbraio 2013

Papa che va e Papa che viene.


Tra pochissime ore la Cattedra di Pietro sarà vacante. Lo sarà non per decesso dell’attuale pontefice, ma per dimissioni volontarie[1].
Che ciò avvenga in un modo o nell’altro non cambia molto, considerata l’età che Benedetto XVI ha e il suo carente stato fisico. Al massimo è solo un precorrere leggermente … il tempo.

La Chiesa, pur ripiegata da alcuni decenni su sé stessa e sulle sue ferite e infermità (incapacità di comprendere e adattare la propria pastorale alle esigenze dell’uomo credente d’oggi), è una Società multi-religiosa, mentre dovrebbe essere pluri-religiosa.
La Chiesa è quasi sempre stata multi e quasi mai pluri. Già il suo primo Concilio della storia, quello di Gerusalemme, lo mise in evidenza.
Se poi guardiamo alla Chiesa in senso lato – Cristiana e non solo Cattolica – allora si nota maggiormente la multi-religiosità, con differenze anche sostanziali non solo sulla costruzione più o meno piramidale della struttura dirigenziale, ma pure su quella dogmatica e dottrinale, sia in termini teologici che in quelli morali.
Tutto ciò porta alla considerazione che invece d’essere un corpo unico e omogeneo sia, in effetti, un corpo diviso e disomogeneo.
Forse sarà un caso, ma gli ultimi 2 papi nordici sono sembrati più una risposta fondamentalista e restauratrice al liberalismo protestante delle coscienze che un’innovazione della Chiesa latina.

Questa Chiesa sta perdendo gradualmente sé stessa e il suo gregge un po’ ovunque. In alcune parti del mondo – quello terzo e quarto mondista è invece ancora fiorente e in espansione -, specie in quello occidentale, la sua decadenza è stata quasi fulminea negli ultimi decenni.
La crisi comincia con e subito dopo il Concilio Vaticano II: propulsore e innovativo in sé stesso, ma in realtà – oserei dire – boicottato e incompreso dal clero stesso.
Le sue innovazioni sono state interpretate più come novità liturgica e spettacolarità (teatralità) che come nuova via adatta al tempo attuale.
Gli ultimi 2 pontificati, poi, nella loro logica sequenza ci hanno mostrato una Chiesa fenomenologica e mediatica non tanto ingessata, quanto, soprattutto, imbalsamata su sé stessa. Le encicliche di Papa Wojtyla e di Papa Ratzinger ne sono l’espressione migliore, più adatte ai secoli passati che a quelli moderni.

La Chiesa è pervasa da tante debolezze strutturali: nella fede di credere, nei peccati canonici di una morale che è distante dalla realtà, in un clero ridotto al lumicino e incapace di capire gli stravolgimenti sociali, nella gestione affaristica dei beni, nella struttura neoliberista che diventa globalizzata e speculativa, nella comunicazione mediatica più che pastorale, negli scandali che coinvolgono clero, prelati o potenti organizzazioni ecclesiastiche, nella stretta connessione (talora, collusione) continua tra politica e Vaticano. Solo per citarne alcuni.
Si è creduto, a torto, che il canonizzare santi in modo industriale fosse la panacea dei mali della Chiesa. In pratica si è puntato sull’idolatria feticistica basata su molti totem piuttosto che sulla penetrazione educativa delle coscienze. La Sacralità del corpo della Chiesa la si è traslata dall’Àgape (γάπη) all’individuo.
Si cercano e si discutono rimedi che tali non saranno mai, ma solo dei surrogati provvisori: matrimonio ai preti, sacerdozio femminile, legalizzazione anche religiosa dei divorzi civili, coppie di fatto o omosessuali, aborti più o meno terapeutici, pillole o sistemi anticoncezionali, libertà sessuale affidata all’esigenza e all’istinto del singolo.

Kärl Häbsburg così[2] esprimeva già decenni fa: nelle chiese tra 3 decenni si entrerà come nei musei, per vedere e guardare ciò che si era un tempo. Per capire il nostro passato.
Infatti, anche lo scorso anno ho potuto constatare personalmente che più che al culto molte cattedrali sono aperte al turista dietro lauto … compenso. Diventano fonte di lucro invece che di fede e di culto. E là dove non vi è il ticket obbligatorio vi è comunque l’invito all’offerta. Da luogo di unione e di preghiera a luogo di divertimento culturale.
E in questi templi valgono più gli affari (gestione patrimoniale dei beni ecclesiastici) che la santità delle persone, perciò della Chiesa.
Infatti, basta osservare molti esponenti cattolici, politici e premier, intenti a parole ad enunciare il Bene comune, ma poi nella pratica agli antipodi rispetto alla carità/povertà di S. Francesco, dove il tanto decantato Bene comune si identifica perfettamente con l’interesse personale o di parte.

La quasi totalità dei prelati attuali – a mio modesto parere – è distante anni luce dal credente. Lo sono perché non conoscono le sue problematiche, lo sono perché sono  occupati in ben altre mansioni. Sono perlopiù amministratori piuttosto che Pastori.
Non a caso Martini affermò pubblicamente che la Chiesa è indietro di 100 anni in … tutto.

I cardinali a breve si riuniranno in Conclave per eleggere il nuovo Papa.
Se, tuttavia, sono distanti culturalmente dal Corpo reale della Chiesa (credenti) è ovvio che pur con l’assistenza dello Pneuma penseranno più a sé stessi che alla Chiesa. Sarà un Conclave che eleggerà un Papa … autoreferenziale.
Negli ultimi secoli è sempre stato così. Non un religioso comune o un laico (credente) è stato innalzato sulla Cattedra di Pietro. Sempre e comunque membri del collegio cardinalizio, anche se il papato è elettivamente aperto a ogni battezzato per  l’assistenza e l’illuminazione dello Pneuma.
È, in sostanza, la grande debolezza e il grande … peccato della Chiesa attuale. Vede nella sola alta gerarchia la perpetuazione di sé stessa.
Eppure tanti laici o comuni religiosi sono santi e con preparazione anche superiore a molti prelati, perlopiù ancorati oggi a una monocultura facilmente – e non spregiativamente – definibile da sacrestia.

Pure da un cardinale eletto papa può avvenire la Rivoluzione della Chiesa. Una rivoluzione pastorale e ecclesiale che, basandosi sui dettami dottrinali millenari, sappia interpretare in termini moderni le esigenze e le problematiche attuali di un credere ed agire diverso da quello dei secoli passati. Tuttavia, pur non ponendo alcun limite allo Pneuma, mi pare un’ipotesi … più remota che possibile.
Un laico sarebbe non tanto un’innovazione, bensì già di per sé una vera rivoluzione: un’apertura della gestione della Chiesa stessa a qualsiasi credente.
Pure l’elezione di un Vescovo non cardinale sarebbe già di per sé una grande novità: un passaggio intermedio ad un nuovo modo d’essere della Chiesa.

Come sarà la Chiesa del futuro con o senza un nuovo concilio? Sarà catacombale e ridotta ai soli paesi emergenti, oppure dall’Occidente, definito da Giovanni Paolo IIscristianizzato”, nascerà la Luce di un nuovo essere credente e cattolico, seme fecondo in un’umanità globalizzata?
La storia ci dirà come andrà.
Per cui mi viene spontaneo chiudere con una battuta, che deve essere intesa come preghiera e non come un sarcasmo sbeffeggiante.
Questa:
Pneuma, se ci sei batti un colpo! C’è immenso e urgente bisogno di Te!


[1] - Per approfondimenti vedere anche: Benedetto XVI: un Papa grande nelle dimissioni.
[2] - Filosofia, sociologia ed etica nel nostro tempo - Kärl Häbsburg - 1984

giovedì 21 febbraio 2013

Monti e Napolitano gli sponsor migliori di Grillo!


Oggi penultimo giorno di campagna elettorale prima del voto.
È stata una campagna elettorale particolare, dove tutti si sono avventati contro tutti senza troppa cortesia: una campagna che ha badato soprattutto a promettereuna pancia piena e un portafoglio colmo.
Perfino Bersani, che apparentemente professa(va) calma olimpica, in realtà le ha sparate grosse con quel suo linguaggio gracchiante da carrettiere avvinazzato. Da bonaccione qual è mi sa che, se vincerà queste elezioni e se siederà a Palazzo Chigi, avrà le sue gatte da pelare, soprattutto mettendosi le mani in quei capelli disadorni che ormai non ha più.
Ultimamente, fiutando pericoli, si sta facendo affiancare dal suo ex competitor Renzi, uno che, più di ogni altro, si ciba del qualunquismo esasperato e delle ciance da gradasso sparate a più non posso senza alcun programma e costrutto logico. Chi non si ricorda la sua sicumera mediatica sulla sicurezza di battere Bersani alle Primarie[1], il suo ottimo (- eufemismo -) risultato amministrativo a Firenze, oppure la sua iattanza nel voler cambiare le regole a gara in corso? Bastava sentirlo ieri a Palermo su Sicilia e Lombardia: perfetta riedizione e reincarnazione di Guglielmo Giannini, non però nell’intelligenza culturale e politica.

Chi vincerà queste elezioni è indubbiamente solo uno, al di là delle percentuali di suffragio che stileranno aritmeticamente la graduatoria: Grillo!
Lui non teme le folle, non teme l’inclemenza del tempo, non teme la contestazione popolare. Riempie le piazze ovunque, mediatiche e non, sempre e comunque. Nessuno oggi sa attrarre e galvanizzare la protesta come lui.
Se allo stesso modo riempirà anche le urne non ce ne sarà per nessuno.

Un noto filosofo tedesco di Düsseldorf -  Jürgen Habermas, pure sociologo e storico - a suo tempo così definì con somma ironia l’operato di Napolitano sulla creazione del governo tecnico: un dolce, gentile, colpo di stato!
Perciò è più che plausibile che le ingerenze internazionali vi siano state, nonostante le smentite. Intromissioni che anche in questi giorni si sono ripetute in modalità diversa per influenzare il voto italiano, sia in ambito Ue che tedesco.

L’esplosione di Grillo, a lungo intorno ad un consenso del 5%, avviene durante il Governo Monti e trae il suo incipit dalla mossa (sbagliata) di Napolitano di aver voluto instaurare ad ogni costo un governo tecnico. Diversamente, ad elezioni immediate, avrebbe racimolato grosso modo quel risultato.
In Sicilia[2] esplode dopo quasi un anno di governo Monti, non tanto facendo leva sull’antipolitica, bensì sulla rabbia popolare generata dalle insensate manovre di Monti, ora riconosciute come tali anche dalla stampa internazionale. Manovre che hanno affossato tutta l’economia reale in brevissimo tempo.
I dati macroeconomici parlano chiaro anche in questi giorni; e la Commissione Ue stessa ha più volte bacchettato il suo operato, non ultima l’IMU e i Monti bonds.
M5S, infatti, in quelle elezioni diventa quasi a sorpresa il primo partito dell’isola. Quell’eclatante risultato diviene il trampolino di lancio nazionale del Movimento cinque stelle.

Ciò che, comunque, ha dato ancor più forza ultimamente a Grillo è stato proprio Monti con il suo scendere nell’arena politica  - pardon: salire in politica, anche se il … fiato non ce l’ha - e con il suo continuo conclamare che “ho salvato l’Italia dal baratro”. Quale non si sa e forse neppure lui lo sa, visto che ufficialmente non sa neppure quanto ha pagato di IMU perché … “di ciò si interessa mia moglie”. Perciò dopo le donne ombra regnanti o presidenti, ora ne scopriamo una anche … premier. Lui, infatti, dichiara d’avere 2 presidenti: il presidente Napolitano e mia moglie.
Ironia a parte Monti ha i suoi grandi torti e soprattutto uno: avere operato da Premier su una certa linea e l’averla sconfessata del tutto ora in campagna elettorale. Prima solo tasse a gogò, ora riduzione necessaria e rilancio crescita. Ha perso non solo la faccia, ma pure l’intelletto. Ha sbugiardato sé stesso e tutte le sue dichiarazioni e volontà precedenti.
Il suo voltagabbana operativo ha maggiormente fatto arrabbiare l’elettore, che non solo si è reso conto di aver fatto sacrifici inutili per errori d’impostazione economica evitabili - e ora sconfessati da un’antitetica linea politica -, ma si è pure sentito tradito e preso in giro da chi, in effetti, ha tanto declamato l’urgenza e la necessità della politica del rigore.
Nulla di male, quindi, se importanti testate estere[3], che lo avevano accolto a suo tempo come l’uomo giusto per l’Italia, ora lo sbertuccino e lo abbiano scaricato per manifesta incapacità.
Monti aveva una reputazione cattedratica - per la verità dovuta più al ceto sociale da cui proviene che per eccelsa coltura; non è Carlo Secchi, tanto per intenderci – che si è giocato in pochissimo tempo. Tuttavia è utile ricordare che in passato – là dove s’era cimentato in consigli d’amministrazione o in gestioni economiche – aveva sempre fallito. D’altronde, uno ferrato in economia valutaria, ora con l’ può trovarsi spiazzato, specie se il suo maggiore limite è quello di non capire le proprie vere capacità operative quando si mette in una determinata mansione. Il caso Fiat a suo tempo fu abbastanza indicativo.

Monti ha affermato ultimamente che vi sono, a suo vedere, 2 sole modalità di voto utili.
La prima è quella della protesta (a ragione) arrabbiata, perciò da dare a Grillo.
La seconda quella propositiva, impostata su un programma di riduzione delle tasse e del rilancio dell’economia, perciò da dare a Lui.
C’è però un inghippo: Monti non ha un programma economico e politico vero, ma solo un’accozzaglia di idee e di movimenti che lo sostiene, magari col mal di pancia e andando al voto turandosi naso e occhi.
Nella sua coalizione vi è di tutto: da Fini & Casini – antitetici come idee politiche e uniti solo da necessità – ad aristocratici e benestanti, con aggiunta preferenziale di rotaryani – montezemoliani, Vender, Bombassei – oltre a anonimi cattolici di contorno - integralisti o retrogradi - che gli servivano come tappabuchi per riempire le liste  elettorali non avendo altri candidati sotto mano.
Perciò è ovvio che tra una sbandata e l’altra non possa aspirare né a vincere le elezioni, né ad essere un eventuale alleato capace di dare ad una futura coalizione (necessaria) un assetto stabile e definitivo.
Rischia seriamente di fare flop e di avere solo uno sparuto numero di deputati e senatori se restasse al di sotto del limite minimo auspicato del 15%.

Grillo, al di là dei sondaggi, potrebbe rivelarsi una grande sgradita sorpresa per molti competitors, specie se dovesse (difficilmente per ora) ripetere l’exploit siciliano di essere il primo partito del Paese.
Certo che sarebbe molto interessante vederlo come Premier sedere, con quel viso da porcospino incazzato, accanto alla Merkel, nei periodici convegni Ue, e inveirle contro urlando e sbraitando in modo colorito, come sua abitudine da ottimo comico arrabbiato di successo.
Se vi sarà uno stallo istituzionale tra le forze in campo è facile che a breve si torni al voto.
Ragion per cui, Grillo, ha già comunque ampiamente vinto questa tornata elettorale, al di là del fatto che sia poi la prima, la seconda, la terza o la quarta forza del paese. Bisognerà soprattutto fare i conti con il suo movimento.
L’operato (errori) del governo Monti e la volontà di farlo nascere di Napolitano sono state le ragioni del suo successo. A loro insaputa sono stati entrambi i suoi 2 migliori sponsor.
Un successo, il suo, non dovuto solo alla protesta arrabbiata – non si faccia l’errore di considerarla solo tale, come fa Monti -, bensì una conseguenza dell’incapacità sia del binomio Monti/Napolitano, sia delle forze politiche del paese, di dare una risposta efficace alla crisi e ai problemi sociali.
Gli scandali di una società marcia – non solo politica, ma anche imprenditoriale e affaristica – hanno creato una tale nausea che in molti ha creato la convinzione che necessiti una vera rivoluzione politica e sociale, perciò da ottenersi con un ricambio totale dell’attuale classe parlamentare.
Una rivoluzione che per ora è e sarà solo pacifica e nelle urne; ma che in futuro potrebbe rivelarsi traumatica e dittatoriale, anche se l’Italia ha una concezione culturale civile che mal sopporterebbe una dittatura democratica forzata.
Potrebbe però, senza saperlo, appoggiarne una quasi plebiscitaria, proprio come quella che portò, a suo tempo, Hitler al potere.
Non per nulla le condizioni di crisi sono parallele a quelle, anche se diverse per ragioni economiche, dovute a tempi finanziari assai diversi.
Giulio Tremonti, in lizza con il suo Movimento 3L – Lista Lavoro Libertà[4], a chi gli chiede a chi dare il voto dice semplicemente e senza perifrasi: votate chi volete, ma non Monti!
Ciò significa che per lui votare Monti significa solo votare per altri disastri programmati, dando in mano la nazione a chi ha sempre servito l’Alta Finanza, facendone però pagare i danni sempre al cittadino.
   


[2] - Per approfondimenti vedere anche: Breve commento alle regionali della Sicilia.
[3] - New York Times, Financial Times …
[4] - Per approfondimenti vedere anche: Manifesto 3L – Lista Lavoro Libertà.

lunedì 11 febbraio 2013

Benedetto XVI: un Papa grande nelle dimissioni.


Che un Papa si dimetta non è un normale fatto quotidiano. Credo che solo 4 o 5 papi l’abbiano fatto in passato.
In verità, per quanto possano sembrare un fulmine a ciel sereno – come dice Bertone –, queste dimissioni erano già nell’aria da tempo.
Ma, si sa, talora la Chiesa, per ragioni più o meno chiare, ogni tanto dice pure che il bianco è in realtà nero.

L’estate scorsa ero in una città toscana per impegni; e durante il pranzo con l’amico prelato che mi stava accanto si parlò della visita, avvenuta qualche mese prima, del Papa ad Arezzo.
Il discorso ci portò alle esternazioni di Romeo – cardinale a Palermo – proprio su questa ipotesi, fatte pochi giorni prima. In pratica il cardinale, in visita strettamente riservata in Cina con un gruppo di amici imprenditori, aveva fatto riferimento al fatto che entro un anno ci sarebbe stato un nuovo Papa, non specificando comunque se per decesso dell’attuale o se per dimissioni.
Considerata l’età e la decadenza fisica di Benedetto XVI entrambe le possibilità restavano aperte.
L’amico prelato, su mia precisa domanda rispose: “Romeo è mio amico. Tuttavia può anche capitare che pure un cardinale perda la testa, anche se non conosco bene il contesto esatto del discorso.”.
Mi chiese, comunque, cosa ne pensassi in proposito.

La mia risposta non si soffermò sulle dichiarazioni di Romeo, ma sull’analisi che potevo farne osservando il Papa da immagini mediatiche pubbliche.
Benché il fare della simbiologia su brevi filmati non sia il massimo, argomentai dicendo che Papa Ratzinger non reggeva più l’usura degli anni e che, con la lucidità che gli era naturale, molto probabilmente si sarebbe dimesso quando avrebbe capito che il gioco per la Chiesa non valeva più la candela.
La sua mobilità era ridotta al lumicino, tanto che anche per brevi spostamenti si usavano mezzi mobili (elettrici) adatti per non stremarlo. Si diceva apertamente che anche nel suo appartamento privato il Papa facesse ormai uso continuativo di una sedia elettrica mobile.
Pure la sua voce spesso languiva nel discorso; e quando ciò avveniva il suo viso, contratto e raggrinzito più del dovuto, denotava una certa sofferenza per la fatica.
La sua lettura di discorsi o omelie era spesso frettolosa, come se non vedesse l’ora di potersi rilassare e riposare.
Ad Arezzo un elicottero era pronto per portarlo al santuario francescano della Verna. Cosa che non avvenne non tanto per le condizioni meteo non troppo favorevoli, ma, soprattutto, per il fatto che la Verna non è adatta a mezzi mobili, sia per il percorso lastricato sia per i dislivelli che un po’ ovunque seguono con salti o gradini la conformazione del terreno.
La visita si sarebbe pertanto ridotta ad una semplice toccata e fuga, utile solo ad affaticarlo ulteriormente. Il Papa quel giorno pareva più vecchio e stanco del solito.

Ultimamente i testi letti dal Papa avevano una composizione linguistica e strutturale diversa da quella – tanto per intenderci – delle sue Encicliche. Ciò significa che molto probabilmente il testo era scritto da altre mani, pur se su indicazione del pontefice stesso.
Tra testi latini – come l’italiano – e testi anglosassoni – come il tedesco – vi sono sostanziali diversità linguistiche, che pure un ottimo traduttore, o poliglotta, non può del tutto celare.
Un fatto che poi aveva fatto rizzare le antenne agli esperti era la nomina e consacrazione vescovile del suo segretario personale, Padre Georg Gaenswein, avvenuta il mese scorso. Un riconoscimento che è prassi per i pontefici riconoscere al proprio fidato collaboratore solo quando capiscono che si è prossimi alla fine del proprio mandato.

La naturale decadenza fisica, tuttavia, non inficia la grandezza di un gesto che deve essere inteso sia come Servizio verso la Chiesa, sia come Donazione alla Chiesa stessa.
La globalizzazione, l’istantaneità della comunicazione, la frenesia degli avvenimenti, la complessità delle problematiche e della crisi che sta avvolgendo il globo, impongono un Papa nelle sue piene capacità e funzionalità. Cosa che Ratzinger intuì, in questo ultimo anno, che non poteva più dare e garantire.
La lunga, anche se encomiabile, agonia e calvario del suo predecessore gli devono pure aver insegnato in passato che in simili situazioni la Chiesa non ha più una guida unica, ma una suddivisione di ruoli che porta a linee programmatiche guida che possono anche essere antitetiche. Perciò anche controproducenti e dannose sia per il Magistero che per la Fede.

Ratzinger non è (stato) ovviamente un Papa latino. Nelle sue encicliche e nei suoi insegnamenti ha impersonato più che altro il rigorismo anglosassone. Soprattutto quello fenomenologico già tracciato dal suo predecessore.
Le sue encicliche più quotate hanno tuttavia fatto riferimento a encicliche latine precedenti, come la Rerum Novarum o la Populorum Progressio. In pratica, più che aggiungerne contenuti, ne ha fatto un’opportuna e proficua parafrasi per i tempi attuali.

La grandezza di un Papa non è comunque quantificabile solo dai suoi scritti e dalla sua opera. Talora, come in questo caso, le eclatanti dimissioni danno una grandezza significativa al suo già notevole spessore. Perché vanno quasi contro la logica della prassi consolidata da secoli. Perché, pur se ipotizzabili, sono una diaclasi esplosiva nelle coscienze. Perché tracciano una linea etica e morale anche per i suoi successori.

La Chiesa già da decenni è in caduta libera, specie in vocazioni e in fedeli. Perciò necessita in ogni momento di una guida autorevole, forte e decisa. Cosa che un Papa molto anziano non può più dare; specie questo.
La grandezza di Ratzinger è proprio quella di averlo capito e non solo da ora. Perché una tale decisione, in una persona della sua statura, si matura sia col tempo, sia nel comprendere coscientemente il ruolo che si può o non si può più fisicamente svolgere, pur nell’affido assoluto alla Provvidenza Divina.
È una decisione sicuramente sofferta, meditata, lungamente soppesata anche nel dolore della decadenza fisica naturale che coinvolge ogni persona. Si instaura nell’animo un doloroso conflitto aperto tra dovere e possibilità.
Un Papa, pur servito e assistito, ha degli orari di impegno che impongono delle energie che il suo fisico non poteva più dare, abusandone delle quali pure la mente perde lucidità e si spegne anzitempo.

Un Papa che fa il pensionato è una novità nei nostri tempi. La sua decisione di stare comunque in Vaticano - presso il nucleo voluto dal suo predecessore di suore di clausura (forse le Benedettine di Rosano, con cui da decenni ha un certo feeling) - significa che il suo successore potrà comunque consultarlo.
Ratzinger è ancora un Papa lucido e in grado d’essere d’utilità alla Chiesa con la sua cultura e la sua grande esperienza, se non stressato da troppi impegni quotidiani.
Un Papa che, comunque, sarà a disposizione, ma nell’assoluto riserbo che il suo consapevole e volontario ritiro gli impone.

Ratzinger è un Papa che ha fatto un gesto tale da renderlo comunque grande, indipendentemente di quanto fatto in precedenza.
Grazie del tuo pontificato e della tua decisione, Benedetto XVI!
Bravo!


sabato 2 febbraio 2013

MPS: il malvezzo della finanza e della politica.


La crisi di MPS non è di questi giorni, anche se lo scandalo è stato opportunamente pilotato per farlo esplodere durante la campagna elettorale.
I Monti Bonds erano nel programma governativo già da tempo. Per cui chi oggi cerca di trarne i maggiori benefici – a scapito del Pd – ne è il maggiore indiziato: in interesse elettorale, in mancata vigilanza e - ci metterei pure - in insider trading (indiretto). È impensabile che si siano operati interventi sostanziosi senza sapere la reale portata del problema.
Diciamo che coloro i quali dovevano vigilare in questi anni a livello nazionale non sono stati né dei monti di sapere, né dei grilli ferrati, né dei draghi eccezionali.

I Titoli della banca senese sono nell’occhio della speculazione già da mesi, se non da anni. Ciò significa che qualcuno era in grado di sapere ciò che stava avvenendo. Solo nell’ultimo anno il titolo ha oscillato paurosamente tra 0,45 € e 0,15.
Basti ricordare che già nel 2011, in un Cda, 2 consiglieri (Caltagirone e de Courtois) avevano sollevato questioni sull’eccessiva esposizione in Btp. Come in altre occasioni autorevoli allarmi erano arrivati da altri componenti del Cda e dal collegio sindacale. La stessa struttura di gestione dei rischi, con ripetuti ignorati warning, aveva sollevato dubbi sulla corretta gestione dell’attività finanziaria.
Che Vigni e Mussari non fossero in grado di capire e comprendere le operazioni fatte da Baldassarri, mette in evidenza come certe persone possano accedere a livelli dirigenziali senza le qualifiche necessarie per sovrintendere il corretto funzionamento del sistema. Si fa carriera non per merito di capacità, ma per appartenenza a schieramenti o a lobby.

I Btp in pancia alla banca sono circa 25 mld (ndr, 24,7 a settembre). Ciò ne fa la prima banca detentrice di Titoli sovrani nazionali in Italia, nonostante sia solo la terza in grandezza.
Il problema, però, non è quello relativo all’esposizione verso lo Stato. Infatti, se fosse solo questo, la banca sarebbe in ottima salute e basterebbe aspettare la scadenza delle varie emissioni per rientrare integralmente dall’investimento.
Calcolando che al giorno d’oggi i Btp rendono circa il 4% abbondante, l’istituto senese dovrebbe introitare ben più di 1 mld di € all’anno di interessi, mentre invece ne riscuote solo 65 mln.
L’inghippo sta tutto qua; ma non solo.
Il buco nelle entrate da dove viene? Dall’errata valutazione del rischio, perciò dalla speculazione che si è voluto instaurare.
I Btp, infatti, sono quasi interamente coperti da interest rate swap, che avevano cambiato il tasso da fisso a variabile, basandosi sulla scommessa sbagliata che l'Euribor sarebbe salito; mentre invece è crollato quasi a zero.
Perciò ora MPS riscuote solo il tasso Euribor al netto delle tasse.

La crisi di MPS non è tuttavia dovuta solo a un’incapacità di comprendere il rischio di certe speculazioni finanziarie. Si basa soprattutto sull’assetto che negli anni ’90 i politici di allora dettero alla finanza, sia legalizzando (permettendo) l’uso dei Derivati, e la loro emissione, sia parificando le banche commerciali alle banche d’affari.
L’artefice di queste variazioni strutturali ha soprattutto un nome: Giuliano Amato, attuale commissario straordinario del governo Monti con Giavazzi e Bondi.
Ad Amato è riconducibile anche l’istituzione delle Fondazioni bancarie, di fatto, diventate spesso il braccio operativo dei partiti nella gestione delle banche.
Non a caso Mussari – in area Pd – è passato da MPS a Abi prima d’essere travolto dallo scandalo. Come Profumo – l’ipotizzato papa nero per il Pd al tempo di Unicredit – sia stato chiamato a sostituire lo stesso Mussari alla presidenza, nonostante il rinvio a giudizio per il caso Brontos da parte del Gup di Milano Maura Marchiondelli.

L’acquisto di Banca Antonveneta pone poi molti interrogativi e soprattutto uno: perché MPS ha pagato al Banco Santander ben il 50% in più del valore di mercato della stessa banca (ndr, 10 mld contro 6)?
E perché fece su banche estere nello stesso anno bonifici per 18 mld senza che i controlli istituzionali (Banca d’Italia) sollevassero dubbi o richiesta di ulteriori giustificazioni e motivazioni?
Altra domanda interessante: perché Monti apre la bocca solo ora dopo aver finanziato l’istituto senese in difficoltà con i Monti bonds, salvo eventuali interventi della magistratura per i ricorsi in essere?

Le inchieste si accavallano e il polverone rischia di abbattere (ridimensionare) il consenso al Pd di Bersani, portandolo magari allo stesso esito elettorale della gioiosa macchina da guerra di Occhetto.
Perciò il vecchio leone – nel look assai spelacchiato e dalla criniera disadorna -, fiutandone i pericoli per le naturali commistioni in essere, più che gli artigli affila la voce gutturale e cadenzata da volenteroso e allegro carrettiere, minacciando di sbranare gli avversari che volessero attaccarlo sul caso.
Di certo c’è che il buco nei conti di MPS non sia quello del mancato guadagno sui Btp per le operazioni di interest rate swap. In questo caso vi sarebbe solo un mancato introito, ma nessun buco.
I possibili ingenti danni, che porteranno il Ministero del Tesoro ad essere in pratica con l’82% il vero padrone della banca, sono dovuti ad altre operazioni speculative sui Derivati – propri o altrui – operati principalmente sulle borse asiatiche senza alcun controllo interno.
E questo non è un malvezzo dovuto solo ad un singolo dirigente di MPS, ma proprio dell’intero sistema bancario italiano e internazionale.
Non per nulla mentre negli Usa da inizio crisi si sono recuperati solo il 25% dei posti di lavoro persi, le grandi finanziarie dedite alla speculazione hanno portato i loro guadagni al 250% sugli stessi parametri prima della crisi, mentre altre sono addirittura fallite.

Nessuno finora ha voluto e saputo mettere mano ad una nuova regolamentazione delle regole di mercato, fidando in ambito Ue solo nelle direttive Basilea 2 e 3.
Perciò l’aspettarsi nel futuro altri casi MPS non sarà una chimera ineludibile.