domenica 2 maggio 2010

Un lungo "maggio" d'intenso lavoro.

La Grecia è una piccola regione con poco più di 11 milioni di abitanti.

Ciò nonostante l’ è sotto attacco, i mercati finanziari impazziscono e l’Ue e il Fmi devono intervenire pesantemente per evitare un nuovo e imponente tracollo finanziario globale.

In verità la Grecia non è il “problema” finanziario dell’Europa e del pianeta, come non lo fu la Lehman Brothers, prodromo iniziale strategico all’attuale crisi in atto, non assimilabile neppure lontanamente ai blandi effetti negativi finanziari creati dagli attacchi alle Torri gemelle l’11 Settembre.

Un capitolo a parte andrebbe riservato alle agenzie di rating che emettono giudizi spesso … temerari oltre che superficiali, specie, quasi sempre, a mercati aperti.

Basti pensare che, ad esempio, la Parmalat e la stessa Lehman Brothers erano considerate fino a 24 h prima del tracollo, da queste stesse società, da tripla A: il meglio che si potesse trovare sul mercato!

Ora i titoli greci sono dichiarati spazzatura, il Portogallo (altra piccola nazione) declassato e la Spagna stessa incriminata.

La situazione è drammatica localmente, ma non lo dovrebbe essere per tutto il pianeta.

La speculazione si acuisce sui mercati finanziari, fidando sull’isterica fiducia che i risparmiatori hanno nel futuro.

Chi segue il trading non può non aver notato che, quando il ribasso si avventa sui titoli, l’offerta raggiunga cifre enormi, anche se poi la reale trattazione di quei prezzi attaccati si riduca, come minimo, ad un centesimo di volumi.

I titoli dei vari Paesi sono di norma sottoscritti per più della metà da soggetti esteri, proprio come buona parte del debito americano è sottoscritto dalla Cina. E ciò vale anche per l’Italia.

Il debito americano è il vero pericolo all’economia globale per le grandi dimensioni che ha assunto, non tanto nel pubblico, quanto nel privato. La somma di pubblico e privato raggiunge una montagna troppo alta da … scalare; e, in misura minore, il discorso vale anche per l’Inghilterra.

Eppure vengono considerati, a torto, paesi affidabili!

Se la speculazione dovesse colpire i titoli di stato degli States, come lo è per la Grecia ora, non credo che vi potrebbe essere alcun rimedio.

Ciò, tuttavia, non avverrà per un semplice motivo: il tracollo americano sarebbe traumatico per tutti, compreso gli stessi speculatori che andrebbero in malora come tutta l’economia del pianeta. Le cifre finanziarie in questione sarebbero troppo ingenti per chiunque.

Il rischio non varrebbe la candela.

Perciò, per speculare, è assai meglio “condizionare” il mercato dei piccoli.

L’Argentina ha in parte superato il default pregresso; ma, analizzandone i conti, non pare che dal passato abbia tratto gli insegnamenti del rigore necessario dovuto.

La politica, perciò, viene chiamata pesantemente in campo con le sue scelte strategiche e sociali.

E lo diventa anche per il caso Grecia, giacché, a livello Ue, si sono persi mesi importanti per evitare troppo spreco di danaro comunitario, intruppati tra personalismi ed egoismi nazionali che ora costano moltissimo di più.

Un esempio?

Fino a circa un mese fa la Grecia aveva bisogno di circa 22 mld di €, ora di 45 immediati per arrivare alla fine dell’anno; e poi altrettanti per ciascuno dei prossimi 2 anni, sperando che questa immensa massa monetaria sia sufficiente a placare la sfiducia dei mercati.

Se questa immensa somma fosse data alla Lombardia, quasi analoga negli abitanti, tutti nuoterebbero … nell’oro come il papero di Disney.

Tradotto in moneta sonante, alla Trilussa, il costo addebitabile ad ogni singolo cittadino italiano per sostenere la Grecia, perciò l’€ stesso, sarà di circa poco inferiore ai 300 € complessivi nel triennio, in linea con quanto costerà ad ogni altro cittadino europeo.

Perciò, se il sistema salta (l’€), saranno grandi dolori per tutti; specie per chi, come le nazioni a sud, ha maggior debito e meno riserve ed energie da immettere sul mercato. Non per nulla le resistenze, anche se poco plausibili politicamente, della Germania sono comprensibili.

I mercati, senza una regolamentazione restrittiva e normativa oggi fanno ciò che vogliono, affidati alla sola mercé di quelle aziende che, avendole e non avendole, sono in grado di immettere sui mercati cifre astronomiche anche in un solo giorno.

Negli anni passati sono sempre stato restio alla formazione politica dell’Ue, motivandola pure con scritti ed interventi. Tanto da essere bollato da alcuni superficialoni come “euroscettico”.

La mia contrarietà era basata non sull’unione stessa, ma alla modalità attuativa, troppo semplicistica e senza vincoli precisi, che la facessero diventare un corpo unico e non un semplice amorfo agglomerato politico e sociale, come, in effetti, ora è.

L’Italia politica si attuò nel 1870 con la presa di Roma; quella sociale reale, a molti decenni di distanza, è lungi ancora dell’avvenire.

Perciò figuriamoci l’Europa, divisa strutturalmente tra paesi del nord e quelli del sud non solo operativamente e strutturalmente; proprio come la nostra Italia è divisa logisticamente tra nord e sud: un nord a mentalità anglosassone, un sud latino.

La Finanza tedesca è quella che detta l’incedere alla Merkel, vincolandone le scelte.

Vi sono molti indizi che fanno presagire un’irritazione sempre maggiore a stare nell’Ue in generale e nell’€ in particolare, proprio perché ciò include costi supplementari che non sono compensati in toto da benefici.

Basti ricordare che la Germania dovrà addossarsi l’onere maggiore del sostegno alla Grecia: il 60% in più circa di quanto costerà all’Italia.

Vi sono già ipotesi più che realistiche a svincolare subito la Germania dall’€ in caso di default di alcuni paesi, dividendo di fatto l’Ue in due diverse entità:

a) la prima, anglosassone, ancorata alla Germania con i vari paesi satelliti viciniori, e con la possibile aggiunta della Francia;

b) la seconda, latina, ancorata all’Italia con tutti i paesi latini e mediterranei. In questo deprecabile (anche se a mio parere solo fantapolitico) caso l’Italia si spaccherebbe subito in due, con il nord che andrebbe a nord con la Germania, lasciando il sud e il centro al proprio destino.

Ecco perché si è perso troppo tempo per salvare la Grecia, onde impedire poi che altri paesi dell’area P.I.I.G.S. fossero sotto scacco della speculazione.

Proprio come il caso della Lehman Brothers ha evidenziato sui mercati internazionali.

Tra nord e sud Europa vi è la differenza somatica propria della diversità insita tra l’individuo che fa sistema e lo statalismo che fa assistenzialismo. Come avviene, in sintesi ridotta, anche in Italia tra il Nord e il Sud.

A sommi capi non per nulla il nord è a maggioranza di matrice religiosa protestante, perciò laica, mentre il sud è cattolico, perciò confessionale. Diversità ideologiche che portano con sé altro: il pragmatismo operativo da una parte e la pretesa del diritto acquisito dall’altra.

La Grecia prima ha bleffato sui propri conti, poi ha dichiarato che avrebbe accettato alle sue condizioni ed ora che … senza aiuti sarà la catastrofe. Uno strano modo, si fa per dire, di procedere: il tirare la corda fin quando si stia rompendo.

Una delle diversità industriali maggiori è la produttività tra nord e sud, identificabile alla stessa situazione italiana.

Non per nulla, in Italia, al Nord è sorta la Lega, dove la gente si è “stufata” di dover mantenere il sud all’infinito.

E questa stessa idea pervade la stragrande maggioranza dei tedeschi che si domandano perché mai, dopo aver pagato per potenziare i paesi poveri dell’Ue, ora debbano pagare anche per mantenere le pensioni d’oro che questi percepiscono senza essersele guadagnate.

Si può parlare sì di egoismo, ma di un egoismo che nasce dagli errori strategici della politica: quelli di una fusione che non doveva avvenire a qualsiasi condizione e senza alcun amalgama sovrannazionale.

L’allargamento Ue ha peggiorato la situazione e aumentato i costi, favorendo solo le multinazionali che hanno potuto vagare indisturbate dove l’utile poteva essere maggiore, impoverendo in tal modo l’impianto produttivo strutturale dei singoli paesi avanzati.

A contraltare, il prestito di solidarietà alla Grecia pone la Germania quale maggiore beneficiaria nell’utile sugli interessi del 5,5% che la Grecia pagherà, avendo questa la possibilità di piazzare sul mercato propri titoli (per finanziare il salvataggio greco) a tassi minori, perciò con un gap reddituale superiore ad ogni altro.

L’Italia, ad esempio, paga 1/4 di punto in più per raccogliere i capitali necessari, essendo il suo debito di molto maggiore.

Stesso discorso analogo vale per il deprezzamento dell’€, atto a favorire le esportazioni tedesche.

Il problema non è la redditività, bensì la capacità del finanziato di restituire il capitale al finanziatore e quando.

La solvibilità si calcola non tanto sul Pil prodotto, ma sull’utile che lo stesso Pil può potenzialmente generare; e la zavorra degli interessi, che il debito pubblico crea, è un divoratore instancabile del Pil stesso.

135 mld di € complessivi, sempre che bastino, sono una cifra colossale che difficilmente la Grecia sarà in grado di restituire tra 10 anni, specie se a questi interessi si debbano aggiungere gli altri del debito pubblico già sul mercato, a tassi decisamente superiori.

I salari nel nord Europa sono maggiori che al sud, anche se la vita costa potenzialmente di più.

Questa differenza salariale è dovuta non solo alla produttività, ma, soprattutto, alla capacità tecnologica di saper immettere sul mercato prodotti ad alto contenuto tecnologico, dove il guadagno può essere maggiore per carenza di concorrenza. E la Grecia, come molti altri paesi latini, scarseggia nella redditività e nella produzione innovativa.

Sostengo che, ora che l’Ue è fatta, anche se solo in modo germinale, il processo non possa essere interrotto, bensì vada corretto e potenziato in modo che l’amalgama crei una coesione sovranazionale produttiva e un nuovo grande paese.

Per ottenere ciò bisogna correggere velocemente le storture politiche che esistono tra le varie nazioni aderenti, vincolandole ad una centralità politica ed economica di grande rigore specie sui bilanci pubblici.

Diversamente si andrà, pur con gli aiuti, verso il default strutturale di alcuni paesi, creando, di fatto, la disgregazione dell’unione stessa.

L’unione e la fusione devono essere velocemente incrementata in una centralità decisionale, pure nel rispetto delle varie esigenze nazionali.

L’ipotesi di una Finanza tedesca che si prepari a lasciare l’Ue e l’€, per salvare il salvabile nel peggiore dei casi, non è troppo irrealistica se si procederà sulla falsariga di quanto fatto finora. È un fatto pragmatico di un’ipotesi eventuale e non remota.

L’indecisione politica della Merkel, sul caso Grecia, è stata fallimentare sotto tutti i punti di vista: isteria dei mercati finanziari, maggiorazione dei costi da sostenere, perdite patrimoniali sulle partecipazioni azionarie, accelerazione del collasso economico greco, indebolimento politico dell’Ue e sfiducia dei cittadini sul futuro.

È, però, comprensibile se si guarda all’opinione pubblica tedesca, alla quale la Merkel dovrà dare giustificazione alle prossime elezioni.

Il primo maggio un tempo era la festa dei lavoratori; ora è quella del lavoro.

Un lavoro lungo e incessante che aspetta la politica, per correggere velocemente gli errori strategici di un’Unione che doveva essere più selettiva ed omogenea.

Per uscire dalla crisi finanziaria, che può coinvolgere i paesi P.I.I.G.S. e disgregare l’Ue, non sarà sufficiente il solo mese di maggio: servirà un maggio molto lungo, dove le mosse politiche e finanziarie non potranno essere procrastinate e sbagliate, comprese quelle immediate.

Pure i cittadini dell’Unione sono attesi ad un lungo maggio, non solo di lavoro, ma pure di austerità e di sacrifici per ridurre i debiti pubblici che la gestione allegra delle finanze pubbliche nei decenni precedenti ha creato.

E ciò se non si vorrà avere un futuro assai peggiore dell’attuale e traumatico per tutti, specie per i meno abbienti.