lunedì 25 dicembre 2017

L'essere buoni a Natale.

 
L’unico Vangelo che descrive il Natale è quello di Luca. Pure Matteo parla della nascita di Gesù, ma solo indirettamente; perciò non descrivendola, ma solo accennandovi.
Come si sa Luca era discepolo e assistente di Paolo di Tarso. Entrambi non erano nell’entourage di Gesù, ma si convertirono dopo.
Ambedue conoscevano il greco, perciò pure la tradizione greca. Ciò significa che nella predicazione è molto probabile che ammantassero alcuni eventi con quelle teofanie indirette proprie del paganesimo ellenistico.
Personalmente credo che quanto Luca descrive in 2, 9-15 (gli angeli che annunciano la nascita ai pastori) appartenga a questo filone figurativo e interpretativo.
 
Ciò che traspare evidente è che il Padre, mandando i suoi angeli annunzianti e gaudenti, sia euforico per la nascita del Figlio. Come lo sono tutti i padri di questa terra.
Certo è che nessun angelo viene mandato dal Padre e appare durante la crocifissione. In questa vi sono solo alcuni quadri indiretti (Mt 27, 51-53; Mc 15, 38; Lc 23, 44-45), catalogabili anche come normali e occasionali eventi fisici e astronomici.
 
Quando un bimbo nasce la famiglia d’appartenenza è gioiosa. Il figlio è un evento che arricchisce la famiglia, dandole un discendente o facendola crescere di numero.
Tutto ciò che arricchisce, crea gioia. Spesso la gioia crea disposizione alla bontà.
La bontà è un’attenzione specifica rivolta a un essere diverso da sé stessi: trasmette all’altro parte delle proprie potenzialità.
Essere buoni significa essere disponibili verso altri.
 
Il Natale cade il 25 dicembre: è una festa pagana relativa alla nascita del dio Sole, che ha le sue fondamenta nel solstizio d’inverno. E i cristiani la fecero propria dopo la presa del potere con Costantino (28 ottobre 312 dC). Presa di potere avvenuta non con l’amore, bensì con la spada.
Dalla nascita del sole si passò a piè pari alla nascita di Dio. Il primo diffonde luce e calore materiale sulla terra, il secondo luce e calore spirituale. Vi è un semplice passaggio fisiologico e intellettivo tra materialità e spiritualità. Quando la materialità è assodata e scontata, l’uomo tende ad ammantarla, nobilitandola, di spiritualità, perciò di arcano.
È la storia dell’escatologia.
 
A Natale tutti paiono più buoni. Salvo poi scoprirsi identici il giorno dopo, quando il trantran giornaliero riprende il suo corso. Proprio come i genitori riversano tutte le proprie attenzioni sul neonato, sculacciandolo poi più avanti quando fa i capricci.
Perché ciò avviene? Perché la novità attrae: porta l’attenzione dell’uomo comune sul nuovo.
Un nuovo figlio è una novità materiale; il Natale è una novità ridondante annuale.
Sarebbe stato interessante scoprire come l’uomo avrebbe reagito difronte a questi due eventi senza il perpetuarsi ciclico del tempo, perciò pure della morte.
Il tempo, infatti, viene conteggiato nella caducità temporale, non nell’eternità spazio/temporale.
 
Il cristianesimo si sta spegnendo nel mondo occidentale. Attrae ancora quando diventa spettacolarità: quando l’evento diventa spettacolo consumistico e manifestazione (evento) di cui godere.
I Media fanno del loro meglio per renderlo tale, usufruendo di quell’arma atomica di assuefazione penetrativa di massa che è la pubblicità. Perciò, quando il pubblico viene sostituito dalla pubblicità, l’evento diventa farsa.
Sicché avviene che il panettone più che cibo diventi business, quindi affare. Un oggetto da offrire al consumatore condizionabile, arricchendo il produttore.
Pure la Chiesa ormai attrae quando offre non ministero ma solo servizio, specie se quel servizio è “speculativo”, perciò divertimento: sagre, Grest/Cre, pizzate, pellegrinaggi, tombolate o rappresentazioni paesane a larvato sfondo spirituale. Ciò porta business su vari fronti: dalla cassa parrocchiale all’indotto.
 
Le chiese si riempiono a Natale; molto meno a Pasqua. Proprio come il Padre mandò una moltitudine di angeli alla nascita, ma non alla morte del Figlio.
Tutti accorsero ad adorare il bambinello salvatore, magi (potentati) compresi. Solo il pubblico affamato dello spettacolo consumistico alla sua morte.
Il correlare la messa domenicale o giornaliera in contrapposizione alla messa di Natale entra nell’ottica sociologica dell’inversione oggettiva di obiettivo. Oggi il vero fedele è catacombale, oggetto della desertificazione spirituale e intellettuale.
 
A Natale siamo più buoni.
 
È però un più buoni … consumistico. E, come tutte le cose consumistiche, prima o poi stancano portando la nausea al soggetto fruitore.
Infatti, la festa rende apparentemente buoni; la realtà delle problematiche giornaliere elimina la bontà. Questa rimane solo nello spirito convinto della dedizione.
E quando la bontà diventa solo natalizia, questa è identificabile col detto latino: semel in anno licet insanire (una volta l’anno è lecito far pazzie).
Ecco, forse, perché il giorno di Natale ci si prodiga a fare sorrisi e auguri a tutti, porgendo la mano pure a coloro a cui il giorno dopo non si degnerà neppure uno sguardo. Come si riempie la chiesa per la messa di mezzanotte, dimenticandola poi fino al Natale seguente.
 
Sinceramente:

Buon Natale e Felice Anno Nuovo a tutti voi!

martedì 6 giugno 2017

Sesac.


Spesso mi giungono sollecitazioni a rivelare chi sia Sesac, considerato che ho l’abitudine di ospitare alcuni suoi articoli.
Conoscendolo bene vi parlerò un po’ di lui. Ovviamente senza svelarne l’identità, per non tradire la fiducia che ripone in me.
Inizierò dal nome nella storia; o, se si preferisce, da come risulta nella letteratura.
Non prima, però, di spiegare che questo nome non è stato scelto a caso: corrisponde a un personaggio storico antico e nello stesso tempo è un acronimo.
 
Le consonanti e le vocali del nome Sesac palesano la vera identità dell’autore.
S sta per Sesac, e per è; e le altre lettere declinano il nome e il cognome del personaggio. A ogni lettore lascio la fantasia e la libertà di interpretarle a proprio piacimento.
 
Il nome Sesac appare per due volte nella Bibbia nel I Libro dei RE. E s’identifica con un re d’Egitto.
La prima volta in I RE 11,40, quando Salomone, in seguito alla profezia del profeta Abia cerca di far uccidere Geroboamo, figlio di Nabat.
Il versetto declama: Salomone allora cercò di far morire Geroboamo; ma egli fuggì e si rifugiò in Egitto presso Sesac, re d’Egitto, e vi rimase fino alla morte di Salomone.
La seconda citazione biblica è in I RE 14,25-26, che testualmente afferma: Il quinto anno del regno di Roboamo (figlio e successore di Salomone), Sesac, re d’Egitto, salì contro Gerusalemme. S’impadronì dei tesori del Tempio del Signore e di quelli del re, tutto assolutamente, e in particolare di tutti gli scudi d’oro preparati da Salomone.
 
Nella storia Sesac è un re d’Egitto, non però un faraone, essendo di origine straniera. Fondò la XXII dinastia egiziana che secondo una fonte durò dal 945 all’817 o, secondo un’altra, sino all’801 a. Cr.
Le scarne notizie storiografiche del tempo, citando la sua occupazione del regno di Giuda nel 925 a. Cr. con un’imponente armata, non specificano se Sesac si mosse chiamato da Geroboamo e in suo aiuto, stante la loro amicizia, oppure su iniziativa propria con l’intenzione di crearsi un impero.
Sta di fatto che dopo aver preso Gerusalemme, e averla saccheggiata unitamente al Tempio, tornò in Egitto, lasciando che Roboamo continuasse a regnare, pur sempre tra continue guerre con Geroboamo, re di Israele.
Fu, nella storia, il primo che (su volere di Dio) entrò a cavallo nel tempio fino al Sàncta Sanctòrum e lo saccheggiasse; seguito allo stesso modo, con la spada sguainata, quasi un millennio dopo nel 70 d. Cr., da Tito Flavio Vespasiano, poi divenuto Imperatore col nome di Tito (Giuseppe Flavio, Guerra giudaica).
Emblematiche sono due scene, anche se riferite a Tito, ma rievocative pure della spedizione di Sesac. Entrambi, infatti, entrarono e agirono nel tempio allo stesso modo.
La prima la si può osservare nel rilievo posto nell’Arco di Tito, rievocante il sacco di Gerusalemme il 7 settembre del 70 d. Cr.; evento ricordato pure nella festa annuale ebraica della Tisha BeAv.
La seconda si riferisce al film rievocativo della presa di Gerusalemme, nella quale Tito entra a cavallo nel tempio, tagliando i veli del Sàncta Sanctòrum con un colpo netto di spada.
La sola differenza tra Sesac e Tito fu che il primo non distrusse né la città né il tempio, mentre il secondo rase tutto al suolo.
 
Lo pseudonimo e nello stesso tempo acronimo, corrispondente al nome Sesac, viene scelto dall’autore negli anni ’90 del secolo scorso. Ha un prodromo particolare.
Sesac – mi si acconsenta di continuare a chiamarlo così – in quegli anni era all’apice della sua carriera sia dirigenziale che accademica.
Alto dirigente di un ente internazionale “regnava” un po’ ovunque, avendo operato in diverse nazioni. Le sue gesta di allora fanno parte della storia.
Come accademico aveva già tenuto corsi specializzati al M.I.T., alla Sorbona e alla Sapienza. Inoltre, come conferenziere aveva operato su invito in varie città; oltre ad aver partecipato a diversi congressi internazionali come esperto cultore di una determinata scienza, legata sia alla psicologia che alla neurofisiologia.
Un giornale abbastanza noto, gestito da una Curia importante, scambiò l’articolo scientifico di un noto accademico, pubblicato sul più importante quotidiano nazionale, come suo;  e lo attaccò apertamente a malo modo. L’inghippo fu che il nome vero dell’autore, in calce all’articolo, fu scambiato come uno pseudonimo, addebitandolo a lui.
Ovviamente Sesac rispose privatamente per le rime. Il giornale non pubblicò le sue contronote per non ammettere l’errore, limitandosi a fugaci accenni e perseguendo la stessa linea.
Sta di fatto che dopo queste scaramucce dialettiche, Sesac restò vittima di un ingente furto. Inoltre gli fecero ritrovare l’automezzo in una via cittadina dedicata a un personaggio storico locale, che, non a caso, portava il suo stesso cognome.
I committenti fecero diversi errori. Il maggiore fu quello di ignorare la sua carica dirigenziale; il secondo di far ritrovare l’automezzo in quella particolare via. Per Sesac fu un input inoppugnabile, come una firma.
Sesac riunì allora privatamente il suo staff, raccolse le prove del furto, individuò in breve gli autori materiali e da questi risalì ai committenti. Per lui, al livello qual era, fu un gioco da ragazzi.
Non essendo vendicativo e considerato i posti che costoro occupavano, decise di non metterli alla berlina con l’affidarli alla giustizia.
Ferrato com’era culturalmente, decise di operare in modo diverso, attaccandoli (sbaragliandoli, come Sesac con Roboamo) nel loro stesso campo, onde far comprendere loro ch’era a perfetta conoscenza della loro identità di … vermi.
Scrisse una lunga missiva ai committenti, identificandoli con i tre personaggi biblici di Giobbe: Alifaz, Baldad e Sofar. Iniziali che, non casualmente, corrispondevano a quelle dei nomi dei committenti.
Fu così che prese il nome di Sesac, sia perché era capace di “saccheggiarli” nella loro specialità professionale  (gli scudi d’oro di Salomone), sia perché lo pseudonimo scelto indicava come acronimo la sua vera identità.
Va da sé che dopo breve tempo, e in prossimità del Natale imminente, con un articolo indiretto il giornale gli porse le sue ampie scuse e rincrescimento per quanto era avvenuto.
Sesac prese atto sia del pentimento sia delle scuse; e sigillò con una pietra il … sepolcro.
 
In seguito Sesac decise di usare questo pseudonimo per scrivere dei brani su differenti filoni, ambientandoli nella Foresta, in un fantomatico mondo animale.
Nel tempo ha seguito tematiche diverse, dalla politica all’economia e alla sociologia, proprio come ora sta sviluppando il filone filosofico/teologico, perciò religioso.
Ovviamente negli articoli di Sesac, tutti i personaggi citati sono celati sotto degli pseudonimi, alcuni frutto dell’anagramma del loro nome, altri velati con nomignoli significativamente allusivi. Coi quali il lettore può, a suo piacimento, farsene l’esatta identità.
 
Scorrere i “Dialoghi” di Sesac è come rileggere agli infrarossi la storia di questi ultimi decenni, spesso vissuta dall’autore come attore: sia nella sua vita pubblica che privata.
Certi fatti, per ben essere interpretati, devono essere collocati nel loro periodo storico, per cui le date di pubblicazione sono abbastanza significative. Talora i fatti sono invece rievocativi; ma essendo con facilità riconoscibili sono perfettamente inquadrabili.
 
È tutto!
 

sabato 3 giugno 2017

I miracoli.

 
Oggi, venne in visita da me Sesac; e mi consegnò questo racconto che pubblico, come sempre, assai volentieri.
Tratta, come consuetudine, della vita degli animali della foresta e dei fatti di un tempo che fu.

Sam Cardell
Tratto da “i Dialoghi” di Sesac
I miracoli.

In quel tempo … s’era in un caldo e afoso meriggio infrasettimanale. Di quelli che, pur essendo in tarda primavera, anticipano le infuocate giornate del solleone.
Per sfuggire alla calura Leone decise di salire con Billyno in Cascina, sia per portare delle vettovaglie a Gini, sia per muovere alcuni passi nella ventilata frescura dello Sparavento.
Ivi giunsero mentre Gini si stava preparando a salire in altura, onde accudire alla mandria al pascolo.
Leone lo prese con sé su Bipperino; e preceduti dal coriaceo Bruno si avviarono sulla pista tagliafuoco fino allo spiazzo dei piccoli nembresi. Billyno, dal canto suo, sulle ginocchia di Gini e con la testa fuori dal finestrino, con festosa cagnara incitava Bruno alla corsa davanti a Bipperino.
Procedettero indi a piedi, imboccando dopo breve cammino la deviazione che porta ai Marsì.
In breve giunsero alla mandria, intenta a ruminare. Gini si accinse all’abituale lavoro del cambio recinto, mentre Leone e Billyno puntarono verso lo Sparavento.
Le pozze d’abbeveraggio erano desolatamente secche. Solo quella del boschetto e la sommitale avevano una manciata d’acqua. Là, oltre il crinale, pure quella della Comunaglia e del Cadorna palesavano l’arsura di cui soffrivano.
 
Leone decise di salire con gradualità e continuità. Aveva impostato e ritrovato un buon passo; cosa che lo aveva reso soddisfatto, avendolo da molto tempo smarrito per la malattia.
Fu così che in breve, anche se con gambe legnose nell’ultimo irto tratto, giunse abbastanza fresco in vetta, poco prima che il respiro tendesse ad essere affannoso.
 
Alzando la testa vide la tozza croce in pietra davanti a sé; le diede un affettuoso buffetto ad un braccio e si sedette, come sempre, poco sotto; rimirando i laghi cobalto che si stagliavano placidi giù nelle valli.
Aprì lo zaino per un leggero spuntino, con Billyno intento ad aspettare bramoso la sua razione di cioccolato fondente, di brioche e la ciotola d’acqua.
Scosso col tocco del buffetto dal torpore meridiano per la pennichella, pure il Buon Dio si risvegliò.
 
D - Ciao, Leo. Che sorpresa che mi fai. Non me l’aspettavo.
L – Ma vah! Ma Tu non eri forse quello che tutto sapeva e prevedeva?
D – Certo, ma con i comuni mortali. Tu non appartieni alla loro risma. Sei talmente riservato che talora giungi inaspettato pure dalla Leonessa. Sei imprevedibile! Diversamente non saresti stato un tempo colui che poteva fare ciò che agli altri non riusciva. Poi ti sei ritirato da tutto; ma quello è un altro discorso.
Sai, mi piace osservarla quando inatteso entri in casa, con quella faccia inebetita dall’appagata sorpresa e con la bocca spalancata.
L – Sai perché in quei momenti tiene la bocca spalancata?
D – Su, Leo, che domanda mi fai? Tanto è ovvia la risposta.
L – Forse, Buon Dio, non sei troppo attento nell’osservare.
D – Che intendi? Ti vuoi prender gioco di me? Su, dimmi la tua nuova trovata.
L – Bene, te la dirò tutta: la tiene spalancata non per la sorpresa, ma perché affamata vuol mangiarsi le mosche.
D – Burlone! In ciò sei incorreggibile. Meriterai le pene dell’inferno per i tuoi sarcastici sberleffi.
L – Bravo! È quel che cerco, specie d’inverno. Si risparmierebbe con il riscaldamento.
D – E d’estate come la metteresti col caldo di laggiù?
L – Considerate le giornate torride che ci propini quassù, la sostanza resterebbe immutata.
D – Ne sai sempre una più del Diavolo, Leo.
L – Sai, Buon Dio, a sentirTi parlare così talora mi viene il dubbio di incarnarlo. E fortuna che non sono a due millenni fa.
D – Perché mi dici così?
L – Ehhh! Sai, se incrociassi il Figlio mi scaccerebbe da qualche parte, magari precipitandomi in un lago come il branco di porci (Mc 5,1-20). Chissà se proprio in quello qua sotto, dove si bagna i piedi lo Sparavento.
Ora permettimi un’osservazione: fu poi un lavoro inutile! In pratica uno di quei miracoli fine a sé stessi?
D – Scusa ma non ti capisco. Perché affermi così?
S – Semplice, Buon Dio. Infatti, annegarono i porci, creando enorme danno ai mandriani. Non creparono i diavoli. Quelli, come gli umani che creasti, hanno per Volere Tuo l’anima immortale.
D – A ciò non avevo pensato. Mi sorprendi sempre.
L – Su, dai, non essere così modesto. Diciamo che Ti sorprendo solo ogni tanto. Diversamente i ruoli sarebbero a parti invertite.
D – Cioè?
L – Io starei lassù sul Tuo Trono e Tu quaggiù nel mio ruolo di mortale.
D – Credo che in quel caso se ne vedrebbero delle belle, Leo. Inceneriresti tutti gli umani.
L – Senti chi parla. Non fosti poi Tu a incenerire la Pentapoli, specie Sodoma e Gomorra? E poi, lasciamelo dire: sarebbe un lavoro inutile! Prima o poi quelli crepano tutti da sé.
Tu, infatti, li annegasti una volta, li inceneristi un’altra, ma poi hai lasciato perdere per un motivo specifico e pratico.
D – Dimmi, Leo: credi forse di uguagliarmi e di poter leggere nella mia mente?
L – Io? Proprio no! Ti dirò come Abramo: non si adiri il mio Signore se continuo a parlare (Gen 18,30).
Considerata però la tua domanda retorica, siamo sulla stessa linea d’onda.
D – Spiegati, Leo.
L – Vedi, la progenie che uscì prima da Noè e poi da Abramo non creò degli stinchi di santo. Anzi: si mostrò peggiore delle precedenti. Sicché fosti quasi costretto a invertire i ruoli.
D – Cioè?
L – Invece di annientare loro, per salvarli mandasti il Figlio in croce. In pratica una parte di Te Stesso.
Poi non cambiò belle e nulla, perché, come puoi vedere, il mondo prosegue sempre sulla stessa rotta.
D – Su ciò non ti posso contestare. Però quelli che “credono” nel Figlio, perciò nel Padre, ottengono la Vita eterna.
L – Su ciò lasciami dissentire. Secondo i Tuoi teologi la vita eterna la ottengono nel momento che Tu li chiami alla vita. Possiamo poi discutere sulla vita eterna che può essere sottintesa in due sottospecie.
D – Oggi – sarà per il caldo – fatico a seguirti. Spiega meglio.
L – Beh, mi sembra semplice. La vita eterna si divide in due sottospecie: la beatitudine eterna e la dannazione eterna.
D – Su ciò convengo. E allora?
L – Sai, Buon Dio: sempre 59 e 2 mezzi, oppure 59 e 4 quarti.
D – Spiritoso! Su ciò non mi hai colto in castagna. Burlone! E Io non ho messo l’apostrofo.
L – Dai, si fa per dire. Una risata è meglio di … 100 medicine.
D – Prima mi parlavi dei miracoli. Dimmi: tu credi in questi?
L – Li ammetto, ma non ci credo. Non sono fesso del tutto.
D – Sicché, ne arguisco, tu pensi forse che coloro che credono in questi siano tutti fessi?
L – Non mi hai inteso.
Vedi, io divido i miracoli in due settori: a) quelli che possono essere classificati come vere e proprie balle, sparate tanto grosse per dimostrare la grandezza di chi li ha compiuti. b) i miracoli reali; che sono poi dei semplici e normali eventi fisici o biologici, che si realizzano in determinati casi.
D – Fammi alcuni esempi.
L – La Bibbia e pure i Tuoi Vangeli sono zeppi di questi fantomatici miracoli, come molte agiografie dei santi. Sono tanto mirabolanti quanto assurdi. E, filosoficamente, pure rivoltanti. Sono la negazione non tanto del buon senso, ma della logica filosofica. Facendoci un ragionamento analitico sopra, si ottiene il contrario di ciò che volevano dimostrare.
D – Come sai gli antichi tendevano a questi racconti, specie se la realtà non era ben comprensibile per loro. Come sai pure l’Iliade e l’Odissea, ad esempio, sono piene di questi miracoli, di cui ai nostri giorni il comune mortale sorride pure divertito.
L – Siccome mi chiedevi un esempio ne ho proprio pronto uno di vita vissuta.
Come sai, un tempo nel borgo non vi erano le scuole come ora. Sicché per frequentarle bisognava prendere l’autobus – in Toscana direbbero la Sita -. Pure le corse degli autobus non erano frequenti come ora; perciò era molto disagevole andarci per un ragazzo.
Fu così che andai in un collegio gestito da tuoi druidi: quelli che si occupano degli emigranti.
D – Questo lo so. Prosegui.
L – Siccome erano druidi, poco aperti alla filosofia e alla teologia (non tutti) ma con una fame nera di pater, ave e gloria, in refettorio durante la cena si doveva stare in silenzio, mentre un nostro compagno di studi, ferrato in lettura, a turno provvedeva a leggerci l’encomiabile gesta dei santi di un tempo, con annessi miracoli.
D – Bene! Immagino che sarà toccato pure a te farlo. Già allora avevi una buona dizione retorica.
L – Già, proprio così.
Or avvenne che una sera mentre leggevo la vita di un santo romano del XV secolo, m’imbattessi in uno strano miracolo, uno di quelli tanto mirabolanti a cui solo un beota, pur se ragazzino può crederci.
D – Prosegui. Il discorso mi pare interessante.
L – Devi sapere che questo santo faceva miracoli a caterve, un po’ come Tuo Figlio quand’era quaggiù.
I suoi superiori – che ovviamente erano Tuoi ministri – erano però invidiosi che a costui venissero spontanei tanti miracoli, mentre a loro non ne sortiva uno che è uno. Perciò, sempre per invidia secondo l’agiografo, proibirono a costui di farne altri, con la scusa che ciò poteva creare disturbo alla quiete pubblica. Ovviamente, come sai, quella città era già amministrata da tempo da uno dei Tuoi tumghina bianca.
D – Leo, vieni al dunque senza molti commenti di … merito.
L – Grazie, Buon Dio!
Questo santo, ovviamente, era un religioso, perciò soggetto al voto di ubbidienza. E in base a questo si assoggettò di buon cuore al volere dei suoi superiori. La prese come un atto della … Tua Volontà.
Or avvenne che un giorno, passando per una via della città, transitasse dove vi era un alto edificio in ristrutturazione. E siccome le norme di sicurezza sul lavoro non erano le attuali, era facile che per una piccola disattenzione potesse scapparci il morto.
Infatti, mentre camminava a testa bassa intento a ruminar preghiere, fu distolto da acute urla di disperazione. D’istinto alzò lo sguardo e vide precipitare un uomo a volo libero. Gli venne spontaneo alzare una mano al cielo e ordinare al malcapitato “Fermati!”. E quello, come il sole con Giosuè (Gios 10,12-14), si fermò nel vuoto.
Ovviamente si ricordò subito del comando dei suoi superiori; perciò, lasciando quello vibrarsi come una piuma a mezz’aria a circa quindici metri dal suolo in seguito al suo ordine provvidenziale e miracoloso, corse dai superiori per avere ragguagli sul da farsi. Quelli, considerati gli eventi, gli permisero di completare l’opera. Costui tornò di corsa sul luogo e ordinò al malcapitato di scendere lentamente e di posarsi integro al suolo. Come in effetti avvenne.
D – E poi?
L – Poi avvenne, non al santo ma a me, che venisse spontanea l’esclamazione “Oibò!”. I tuoi druidi rimasero soddisfatti per tale esclamazione, ritenendola di meraviglia davanti a cotanto miracolo.
D – Invece tu volevi manifestare la tua incredulità.
L – Grosso modo. Fu come dire: ma a chi la vogliono far bere?
D – Ora ti faccio una domanda … impertinente: perché mai non avrebbe potuto essere anche un miracolo vero?
L – Semplice, Buon Dio: perché tale miracolo è in contrasto con le leggi fisiche che Tu stesso hai stabilito e creato. Sarebbe come un rigetto delle stesse.
D – Con una semplice risposta, apparentemente comune, hai espresso un alto concetto filosofico e teologico. Bravo, Leo! Completa, però, il discorso anche per il profano.
L – Mi pare semplice: Tu sei Colui che ha messo ordine e fissato le regole delle leggi fisiche e genetiche, oltre che sociali. Se il miracolo fosse contro tali leggi, non rispettandole, Tu saresti il primo a creare anarchia nel creato. E il creato, a quel punto, non potrebbe più esistere.
D - Bene! Sicché, mi par di capire, che tu escluda la possibilità che un miracolo possa sussistere, tanto nel passato, come nel presente o nel futuro.
L – In effetti, Buon Dio, non è così. La questione è un po’ diversa.
D – Fammi capire meglio il tuo pensiero.
L – Io non nego che tu possa compiere questi atti, o altri farlo nel Tuo Nome. Dico solo che questi fatti sono semplici eventi naturali fisici o genetici, corrispondenti alle leggi fisiche e genetiche da Te fissate con la creazione del mondo. Proprio come il “Fermati, o sole!” di Giosuè fu una semplice eclissi, pertanto un normale, anche se non quotidiano, evento astrofisico.
Vedi, la creazione narrata nella Genesi è tanto puerile quanto ridicola. Se il mondo esiste per opera Tua, questo è avvenuto per le leggi fisiche e genetiche che hai creato. L’intelligenza è il creare i principi che regolano la materia, non il creare la materia, perché nulla si crea e nulla si distrugge (Lavoisier).
D – Condivido, Leo. Procedi!
L – Come diceva Plotino il mondo (materia) è l’emanazione dell’Essere, proprio perché l’Essere è pieno della sua Essenza e questa travasa da lui. Il Prologo (Gv 1,1-18) non è, infatti, un perfetto estratto della filosofia neoplatonica di Plotino?
Ne consegue, tornando ai miracoli, che ciò che noi definiamo tali sono in realtà dei normali eventi fisici o biologici a noi sconosciuti. Diventano tali quando si creano le condizioni necessarie.
Se non fossero tali non sarebbero riproponibili, e non essendo riproponibili sarebbero irreali.
D – Pure tu, Leo, allora hai compiuto un miracolo, visto che hai superato la scienza.
L – Non credo. Ho sfruttato solo la combinazione che la natura mi ha messo a disposizione. Semmai è la scienza in materia che non conoscendo ancora tutte le varianti è giunta ad un responso errato.
D – Bene. Condivido appieno con te.
Senti, vorrei farti una domanda, che sarebbe pure un invito: visto che stai meglio perché non torni a fare per un po’ il conferenziere? Sarebbe utile pure al mio popolo.
L – Ti risponderò con un’altra domanda similare: perché non torni sulla terra a morire in croce per redimere l’umanità di nuovo?
D – Perché per chi vuol credere basta una volta.
L – Allora Ti rispondo pure io: pure per me basta una volta!
D – Dai, Leo; so che se te lo chiedessero lo faresti nuovamente.
L – Dipende, Buon Dio.
D – Da cosa?
L – Da chi me lo chiederebbe e cosa mi chiederebbe. Su ciò non mi sono mai tirato indietro.
Ora ti saluto e scendo. Il vecchio e consunto Gini starà ancora brigando col recinto per domani. Sarà bene che giunga laggiù in tempo utile per alleviargli un po’ di lavoro e fatica.
Ciao! Alla Prossima.
 
Leone si alzò, prese lo zaino e se lo mise in spalla. Agguantò la racchetta, guardò divertito per un attimo la croce e cominciò lesto la discesa.
Billyno si precipitò davanti a lui, distanziandolo nettamente. Voleva raggiungere Bruno in fretta per alimentare … qualche bega.
Gini stava ancora lavorando col recinto. Perciò Leone, dopo essersi tolto lo zaino, gli diede volentieri una mano.
Indi scesero alla cascina; dove Gini, come sempre, gli offrì mezza dozzina di uova.
 
Sesac
 

lunedì 15 maggio 2017

E non ci indurre in tentazione.


Oggi, venne in visita da me Sesac; e mi consegnò questo racconto che pubblico, come sempre, assai volentieri.
Tratta, come consuetudine, della vita degli animali della foresta e dei fatti di un tempo che fu.

Sam Cardell
 
Tratto da “i Dialoghi” di Sesac
 
E non ci indurre in tentazione.
 
ovvero
 
Lapsus freudiano della Chiesa.
 
Leone era tornato ai patri lidi con Bipperino.
Billyno, che aveva percepito il suo arrivo, si precipitò fuori festante ad accoglierlo, saltando più volte a piè pari prima di abbracciarlo con le zampette. Facendo poi le fusa sulle sue ginocchia, come i gatti, appena si fu seduto in poltrona. Era da parecchio, infatti, che soffriva la sua mancanza.
 
Il tempo faceva le bizze; ma alla fine della settimana fece una pausa. Leone ne approfittò per far visita a Gini su in cascina, portandogli l’abituale sospirato chianti dei toschi colli con altre vettovaglie.
Dopo i convenevoli, e sentendosi in forze, decise di salire verso lo Sparavento. Per l’occasione, pure Birba, il nuovo piccolo amichetto di Billyno e cucciolotto di Gini, si unì alla compagnia, tanto per creare quella festosa cagnara di giochi che i piccoli amano tra loro prolungare all’infinito.
Il pascolo, tra una nevicata e l’altra, cominciava a rinverdire, addobbando la costa del monte d’un abito smeraldino. Pure la placida pozza (laghetto) dei Marsì si era abbondantemente rifocillata rispecchiando il cielo cobalto, favorita in ciò dai prolungati fortunali che avevano investito la zona nei giorni precedenti. Ivi, Billyno, decise di farsi un bagnetto; ma dato il fondo melmoso ne uscì con le zampette incrostate di nero. Alle rimostranze verbali di Leone, rispose dandosi una bella scrollata, inzaccherandolo d’acqua e di fango, onde sorbirsi le conseguenti contumelie e la racchetta alzata a monito ...  futuro. 
 
Leone, la sera prima, aveva accompagnato Madame alla prefestiva, approfittandone per ‘gustarsi’ l’elevato (eufemismo) culturale sermone del druido burino, infarcito, come al solito, di frasi fatte.
La pieve era disadorna di fedeli, tanti come i 44 gatti della nota canzoncina.  Che, appunto come tali, recepivano distrattamente da un orecchio per far fuoruscire subito il tutto dall’altro, intenti perlopiù a pensare ai fatti propri.
La pieve aveva cambiato il suo assetto naturale, perché il giorno dopo vi erano le prime comunioni di 12 bambini. Infatti, nella corsia centrale era stata posta una rustica lunga tavola, addobbata con 8 ceri e piatti di legno su tovaglia bianca. Guarnivano il tutto 3 confezioni floreali, impreziosite da alcuni girasoli, che, secondo il druido, erano sempre rivolti al sole, perciò a Gesù. Peccato per lui che questi avevano guardi diversi, perciò non rivolti verso un unico soggetto.
Costui, si dimenò assai sulla frase Io sono la via, la verità e la vita (Gv 14,6), elucubrando sul fatto che chi non avesse seguito le tre sostanze divine non potesse per forza di cose essere in comunione con la perfezione.
Sentendo ciò Leone si rallegrò del fatto di non essere perfetto, perciò del non essere grullo del tutto, come si era solito affermare tra i toschi colli.
 
Salendo verso la vetta Leone pensava all’amico Era. Pure lui, pur avanti negli anni, lo aveva appena lasciato.
Camminando lentamente ricordava la sua grande statura professionale, il suo appassionato colloquiare burlone, il suo innato saper dialogare e socializzare, il suo perfetto inglese e pure alcune sue birichinate, che Leone, con provetta abilità di simbiologo di razza, sapeva estorcergli senza che lui se ne avvedesse.
Lui era sempre stato un tipo di un’autoironia pungente, riassumibile dalla sua proverbiale frase: Tutto procede perfettamente secondo i piani non prestabiliti. Oppure: È tanto che sei arrivato adesso?
Tanto per fare il paio con quella di Leone, che quando lo chiamava al telefono così lo burlava: Era, è tanto che ti sei alzato adesso?
Ricordò pure alcuni lavori fatti insieme, come al Quies; dove Era, dopo la posa del tetto, si era premurato di festeggiare con un lauto pranzetto con ben 2,5 kg di ‘casonsei’ (casoncelli), sorbendosi l’ironia di Leone, intento a chiedergli se avesse dovuto sfamare la folla della moltiplicazione dei pani e dei pesci.
Leone amava ricordarlo con quel suo sguardo sornione, ironico e furbesco, ancor più evidenziato dalla sua abitudine di tenere gli occhi cristallini parzialmente socchiusi, come chi con vitalità, intelligenza e lungimiranza sa guardare lontano. Pure la bocca, sempre atteggiata al sorriso, faceva risaltare la sua essenza di uomo non comune, capace di dirigere e comandare centurie intere di uomini.
Poco prima Leone aveva partecipato alla veglia funebre di Era, dove il druido, in totale estasi di scienza infusa, era tornato sulla frase evangelica del giorno, pindaricamente commentando che Dio, nella sua infinita misericordia, sapeva sì giudicare, ma soprattutto amare e perdonare. Al che, Leone, sorrideva dentro di sé per tanta somma … teologia.
Fu così che quasi senza avvedersene, intento nei suoi ricordi, sbucasse sbuffando sulla vetta, dirimpetto alla tozza croce in pietra.
L’accarezzò come sempre, prima di sedersi per il riposo e lo spuntino al solito posto.
Tuttavia non aveva voglia di godersi il panorama. In quel momento preferiva ricordare e meditare. Non un venerdì storico, bensì uno speculativo: quello che ogni uomo d’una certa levatura sa lasciare ai posteri con le proprie opere o con il proprio pensiero.
Fu così che … ricominciò l’ormai consueto dialogo.
 
D - Ciao, Leo! Ti vedo un po’ mesto. Però ti capisco.
L – Beh, come sempre accade è una parte di noi che se ne va pure essa.
D – Ti osservavo mentre salivi. Eri meditabondo. Su cosa rimuginavi, com’era solita dire la Dina? Non ti sarà andata di traverso l’omelia del mio druido di ieri sera?
L – Niente affatto. Ormai quello è tanto prevedibile tanto quanto conosco le mie tasche.
Piuttosto stavo pensando alla Tua preghiera per antonomasia.
D – Quale? Ti vuoi burlare forse di me?
L – Perché sei così diffidente? Eppure oggi splende il sole.
Ti dirò: pensavo ad un evidente lapsus di Tuo Figlio, quando la insegnò ai suoi apostoli e discepoli.
D – Vedi che ho ragione d’essere diffidente? Benché legga tutto, le tue intenzioni mi restano assai spesso nebulose.
L – Ehhh, Buon Dio. O stai diventando vecchio, oppure stai perdendo i colpi, se affermi così.
D – Per dio, Leo, sputa il rospo e illuminami sulle tue congetture.
L – Che fai, Onnipotente? Invochi pure Tu Te stesso?
D – Ma no. Come sai è solo un modo di dire. Su, non prendermi in giro. Questa l’ho capita benissimo!
L – Sai, pensavo al Pater noster. Oppure se preferisci al Πάτερ ἡμῶν, la così detta Preghiera Dominica. (Lc 11,1)
D – Son curioso di sapere dove vuoi arrivare. Non ti piace?
L – Tuo Figlio disse (Mt 4,4) che non di solo pane vivrà l’uomo, ma pure della parola che esce dalla bocca di Dio (sed in omni verbo quod procedit de ore Dei). Essendo una preghiera Tua, dovrei cibarmi pure di essa, ma non essendo cibo materiale non l’ho mai mangiata.  
D – Spiritoso!
Procedi e non lasciarmi in ambascia. Perché mi fai pure la citazione latina, pur se parziale?
L – Perché il testo che cito ha un significato più dettagliato e preciso di non quanto dica in italiano.
D – Capisco. Su ciò hai perfettamente ragione.
L – Ne consegue che il Padre nostro dovrebbe essere perfetto. Tuttavia ad un’attenta analisi logica non lo è. Contiene un grossolano errore, o se preferisci un gigantesco lapsus.
D – Suvvia, dimmi. Giacché tu lo sai pure declamare nelle varie lingue antiche, ti prego di evidenziarmi eventuali incongruenze.
L – Ok, procediamo. Userò la versione di Matteo, quella più completa e ritenuta originale (Mt 6,9-13). Il testo italiano dice:
Padre nostro, che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra. Dacci oggi il nostro pane quotidiano, e rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori, e non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male. Amen.
La variante valdese è in pratica quasi identica, ma si differenzia in alcuni particolari, dicendo:
Padre nostro, che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà come in cielo anche in terra. Dacci oggi il nostro pane quotidiano, e rimetti a noi i nostri debiti, come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori e non esporci alla tentazione, ma liberaci dal Male. Tuo è il Regno, la potenza e la gloria nei secoli dei secoli. Amen
Come sai alla veglia funebre di poco fa vi era una sicuramente valdese. Infatti lo declamava proprio in questo modo. Sai, quella vestita di verde.
D - Beh; e allora che trovi di strano?
L – Calma, Buon Dio; non essere così impaziente. Vedi, per capire bene il tutto val la pena ricollegarci alla dizione latina e a quella greca originale.
La prima dice:
Pater Noster qui es in cælis: sanctificetur nomen tuum; adveniat regnum tuum; fiat voluntas tua, sicut in cælo, et in terra. Panem nostrum cotidianum da nobis hodie; et dimítte nobis debita nostra, sicut et nos dimittimus debitoribus nostris; et ne nos inducas in tentationem; sed libera nos a malo. Amen.
Ti ricordo pure solo che erroneamente, ma non tanto, il tuo popolo prima del concilio era solito omettere il “ne”, dando alla frase ben altro significato.
D – Vero, Leo, questo lo notavo ogni giorno, ma ignorando questi il latino la loro dizione popolana creava la dissonanza da te ora evidenziata. Il loro era spesso un maccheronico; un po’ come quello che usa talora Madame.
L – Hai perfettamente ragione.
Il testo base da cui derivano le traduzioni è in effetti quello greco, che rispecchia perfettamente il testo originale di Matteo in aramaico. Questo dice:
Πάτερ ἡμῶν ὁ ἐν τοῖς οὐρανοῖς ἁγιασθήτω τὸ ὄνομά σου· ἐλθέτω ἡ βασιλεία σου· γενηθήτω τὸ θέλημά σου, ὡς ἐν οὐρανῷ καὶ ἐπὶ τῆς γῆς· τὸν ἄρτον ἡμῶν τὸν ἐπιούσιον δὸς ἡμῖν σήμερον· καὶ ἄφες ἡμῖν τὰ ὀφειλήματα ἡμῶν, ὡς καὶ ἡμεῖς ἀφίεμεν τοῖς ὀφειλέταις ἡμῶν· καὶ μὴ εἰσενέγκῃς ἡμᾶς εἰς πειρασμόν, ἀλλὰ ῥῦσαι ἡμᾶς ἀπὸ τοῦ πονηροῦ. Ὅτι σοῦ ἐστιν ἡ βασιλεία καὶ ἡ δύναμις καὶ ἡ δόξα εἰς τοὺς αἰῶνας· ἀμήν.
Perciò il testo valdese, come puoi vedere, comprende anche la frase antecedente l’amen.
Translitterando il greco, per comodità del profano, abbiamo:
Pater hēmōn, ho en tois ouranois hagiasthētō to onoma sou; elthetō hē basileia sou; genethetō to thelēma sou, hōs en ouranō, kai epi tēs gēs; ton arton hēmōn ton epiousion dos hēmin sēmeron; kai aphes hēmin ta opheilēmata hēmōn, hōs kai hēmeis aphiemen tois opheiletais hēmōn; kai mē eisenenkēs hēmas eis peirasmon, alla rhusai hēmas apo tou ponērou. Hoti sou estin hē basileia, kai hē dynamis, kai hē doxa eis tous aiōnas; Amēn.
D – Bravo Leo, sei preparato in ciò. Permettimi di tentarti così: me lo sai citare pure in aramaico, lingua che usava il Figlio?
L – Sai benissimo che non mi sono mai interessato né dell’aramaico, né dell’ebraico. Non ho dimestichezza con chi scrive da dx a sx. Per l’ebraico dovresti sentire un po’ la Leonessa. In ciò talora lei mi … sdottora.
Comunque, stando ai tuoi migliori esegeti, pare che le dizioni greca e latina siano conformi all’originale. 
D – Procedi.
L – Il verbo latino inducere viene considerato passivo. In pratica l’oggetto lo subisce. Ciò significa che il Tuo inducas potrebbe essere benissimo tradotto oltre ad indurre anche in incitare o spingere. Se fosse stato attivo, perciò positivo, l’oggetto sarebbe il soggetto. Ne consegue che invece di inducere si sarebbe usato inferre/afferre (produrre) o inicere (ispirare).
D – Ti prego, Leo, spiega meglio.
L – Ok. Parlerò diversamente se la logica ti è … astrusa.
Usando il verbo inducere il soggetto sei Tu, Dio Padre, mentre l’oggetto e il Tuo fedele, colui che Ti prega.
Ciò significa che chi porta il fedele/oggetto alla tentazione è il Padre/soggetto.
Se si fosse usato inferre o inicere il soggetto sarebbe stato il fedele e l’oggetto la tentazione/peccato.
D – In pratica affermi che vi è uno stravolgimento di competenza.
L – Esatto; ma ciò sarebbe magari anche ininfluente se la tentazione/peccato non fosse addebitabile al Maligno.
D – Come in effetti lo è!
L – Appunto. Perciò qualcosa è sfuggito o all’evangelista, oppure …
D – Oppure? Spiega!
L – I casi restano solo due: il primo è quello di un abnorme lapsus del Figlio; il secondo, escludendo il lapsus è che il Padre – cioè Tu – e il Maligno siate la stessa persona.
D - Questa è proprio bella. A dirti il vero a ciò non avevo mai pensato.  Finisci il discorso già che ci sei.
L – Beh, è abbastanza semplice. Tuo Figlio avrebbe dovuto usare un verbo diverso, come ad esempio tegere (coprire con riparo) o meglio ancora defendere (difendere, salvare) o vindicare (preservare).
D – Ipotizziamo che dall’aramaico al greco, quindi al latino vi sia stato un errore di traduzione.
L – Questo me lo devi dire Tu. Io non sono l’Onnipotente. Si potrebbe pure ipotizzare che i tre evangelisti sinottici abbiano … capito male.
Di sicuro c’è che la Tua Chiesa lo dice da due millenni. E con questo lapsus freudiano ti addossa una responsabilità di non poco conto, oltre a identificarti col Tuo opposto.
D – Che vuoi, Leo? Gli umani non sempre sono perfetti, proprio come la mia Chiesa. Non per nulla è un Popolo in cammino.
L – Questo è ovvio. Il problema però, Buon Dio, è un altro.
D – E quale sarebbe?
L – Che se ha camminato (pregato) in tal modo per due millenni e persiste ancora nell’errore, il suo cammino mi pare poco … illuminato.
Sarebbe bene che riparasse all’equivoco usando un verbo diverso.
 
Dio non rispose.
A Leone parve di percepire che avrebbe volentieri usato un braccio della croce per … grattarsi perplesso la nuca.
Il sole volgeva ormai verso l’orizzonte. Birba e Billyno, nel frattempo, continuavano i lori giochi sullo spiazzo presso la croce.
A entrambi, come a molti fedeli, le questioni filosofiche e teologiche erano precluse. Per tutti costoro tutto faceva … brodo.
Al richiamo di Leone, che s’accingeva a scendere, risposero prontamente, procedendo festanti davanti a lui. S’erano divertiti assai.

 

 

Sesac