giovedì 22 marzo 2012

Qualcosa eppur si muove.


Questa frase la si attribuisce a Galileo, mentre era dedito sia alle osservazioni astronomiche sia alle susseguenti derivazioni filosofiche/teologiche.


Proviamo ad … imitarlo con alcuni brevi pensieri.



Prima, se il Governo doveva fare qualcosa, le opposizioni dicevano subito “No!”, magari etichettandola come legge ad personam o con conflitto d’interesse. Ovviamente si era in un sistema bipolare e se una parte diceva bianco l’altra urlava subito nero. Il bene comune e l’interesse nazionale erano, nella pratica, l’interesse della propria fazione, anche se la necessità dell’azione implicava una convergenza comune su quel problema.


Ora, miracolo dei miracoli, essendoci un tecnico, tutti sono concordi a concedere la fiducia, magari mugugnando in cuor proprio. Siamo nell’ammucchiata quasi generalizzata. Dire inciucio sarebbe forse offensivo all’orecchio … di alcuni.


La realtà è però ben diversa: senza voto di fiducia questo Governo va sempre sotto per interesse trasversale anche più volte al giorno, nonostante possa contare su una maggioranza bulgara. Di fatto non vi è né una maggioranza politica, né una tecnica; vi è solo la paura del contingente calata dall’alto sotto mentite spoglie.



L’Italia ha (aveva) un sistema bicamerale, utile in democrazia a controllare che qualcosa non sfuggisse. Però questo bicameralismo perfetto oggi è reso nullo proprio dai continui voti di fiducia. Se qualcosa viene modificato in un ramo del Parlamento il Governo procede subito con un emendamento, ponendo subito il voto di fiducia. Ottenutala si va nell’altro ramo e la si pone di nuovo, sistemando capra e cavoli secondo l’unico volere del governo. Vi è un deterrente per ottenerla: la minaccia che in caso diverso il differenziale esploderebbe di nuovo nel mercato, anche se non si spiega chi lo manipoli astutamente e interessatamente.


Del voto di fiducia negli ultimi anni si è abusato assai.


La concertazione con le classi sociali ora appare solo un escamotage di facciata, utile a mostrare con i media che siamo sempre e ancora in democrazia. Quale? Quella del governo di tecnici, ovviamente. Ecco perché gli accordi – secondo Monti – non sono affatto necessari.


Sicché la democrazia del voto popolare è stata turlupinata: prima imponendo alla nazione un governo tecnico – direi, visti i redditi, oligarchico/tecnocratico/plutocratico -, poi i due rami del Parlamento che restano solo a fare il lacchè di turno, svuotati in questo modo della loro competenza.


È finita la democrazia e siamo passati ad un regime pre-dittatoriale? Sì, se si considera che da molto si seguano le imposizioni esterne dell’alta finanza; no, se si considera che comunque il voto popolare potrà rovesciare tra poco questa sconcertante situazione.


Però molti già ipotizzano, per il dopo elezioni, un Monti bis. A che servirà, allora, andare a votare?



Il Pdl ha la responsabilità del sostegno al governo. Diversamente questo sarebbe subito travolto. Però, vista la dissociazione della Lega alla politica intrapresa dal centrodestra, il suo sostegno non è sufficiente; ed allora ecco una nuova grande coalizione, con centro e centrosinistra necessari a puntellare una maggioranza solo di facciata.


Per la verità il centro sarebbe superfluo; ma all’Udc si è pensato bene che era necessario rientrare nei giochi per non perdere il treno, pur se con percentuale esigua, raccogliticcia e assai disomogenea, dopo aver rischiato per qualche frazione di punto di essere estromessi dal Parlamento nelle ultime elezioni.


Non per nulla Casini è sempre il più entusiasta dell’operato e delle decisioni del governo Monti; molto meno i suoi alleati nell’Unione di centro: Fli e Api. Pare colui che dice sempre entusiasta: Signorsì! Forse sta facendo ancora la … recluta.



L’umore degli italiani è molto diverso rispetto a quello dei parlamentari e il malcontento serpeggia ovunque sempre più. Non per nulla chi crede ancora nell’operato dei partiti è solo il 4% degli elettori, cioè 1 su 25. Ciò significa che i partiti hanno fatto default e perciò si giustifica sia il sostegno all’attuale governo, sia la resistenza ad andare subito alle elezioni, che vedrebbero favorite assai le attuali compagini che stanno all’opposizione parlamentare e extraparlamentare.



La crisi continua ad accentuarsi, la disoccupazione e la CIG a crescere, la recessione si fa largo, le tasse hanno portato l’Italia all’invidiabile (detestabile) medaglia d’oro nel mondo, l’inflazione a crescere, la svalutazione promossa dal quantitative easing della Bce serpeggia, … la povertà si incrementa nei ceti popolari mentre il ceto medio tende a diventare esso stesso popolare. In compenso i benestanti e le caste accrescono i loro redditi e privilegi a discapito di tutti gli altri.


Comunque, stando ai proclami, l’Italia sta superando le aspettative sia dell’Ue che del mondo intero. Quali non si sa se non quello chiaro a tutti che procedendo con questa politica di austerità e di rigorismo penalizzante siamo incamminati verso una deriva economica e di bilancio di tipo … greco.



Certi redditi sono inconcepibili sia nel privato che nel pubblico. Qualcuno grida la sua “innocenza” affermando che guadagnare molto non è un reato in Italia, ma lo è il non pagare le tasse.


La seconda parte del ragionamento è condivisibile; la prima eticamente errata e scorretta. Infatti, si possono capire certi redditi di impresa o di capitali, ma non quelli di … un avvocato (o altro) che a conti fatti dichiara ben 40 mln di vecchie lire nette al giorno. Ciò, più che un reddito, pare una rapina continua verso i … malcapitati clienti, pur nell’ipotetico valore professionale dell’interessato.


Per non dire dei grandi top manager, che in un mese possono beneficiare anche del rapporto – in certi casi – di 1 a 800 rispetto alla media dei loro dipendenti. Se non è scandaloso è, di sicuro, eticamente deplorevole e cristianamente … peccaminoso.


Nel settore bancario, secondo dati Abi, il rapporto del manager è posto a 1 a 84 rispetto al comune bancario. Ciò significa che quel che guadagna un manager in un anno l’impiegato di banca non lo vede in tutta la vita, considerando pure la pensione e il Tfr.



Questo Governo sta facendo cose che anche molto prima andavano fatte, compresa la riformulazione (cancellazione) dell’Art. 18. Ciò che non convince è l’urgenza e la frenesia del procedere in ogni problematica, come se si fosse al capolinea e calpestando il consenso con le parti sociali.


Affrontare non vuol dire risolvere; spesso la fretta nasconde interessi non dichiarabili e grossi guasti procedurali.


L’Italia da decenni procede con l’Art. 18; e ha resistito bene al mercato sia prima della crisi che pure ora nelle aziende che sono competitive. Perciò è un falso problema che incide poco sulla produttività.


Il lombardo veneto, ad esempio, produce pure ora un surplus export notevole nella bilancia commerciale. Basti pensare che il solo Veneto ha un attivo di 9 mld di €, contro un passivo nazionale di 24 mld. Per non parlare della Lombardia che ha cifre positive ancora maggiori. E in queste regioni la bilancia commerciale è sempre stata positiva. Attualmente il Pil nazionale è in recessione, ma lì è ancora leggermente positivo; e quando quello cresce minimo è il doppio di quello.


Riformulare il mercato del lavoro può essere utile solo se si cambiano simultaneamente le regole sociali. Diversamente può nascondere il pericolo che grosse aziende e lo stesso stato si accingano a licenziamenti di massa, come già sta avvenendo in Grecia, magari per assumere personale con costi decisamente inferiori.


La flessibilità è un fatto positivo, se è compensata da contratti diversi che prevedano, per i datori che ne vogliano usufruire, di erogazioni contributive e salariali maggiori più la precarietà sia probabile.


Serve non tutelare il posto di lavoro, bensì salvaguardare l’operaio, perché l’alta finanza ha prodotto i guasti e di sola finanza non si vive.



Questo governo sta demolendo la pace sociale, perciò pure la coesione nazionale, onde fare ciò che da tempo si doveva. Ciò non è un fattore democratico, bensì un procedere dispotico. E in questo i partiti hanno la loro grande responsabilità appoggiandolo ad occhi chiusi.


L’handicap dei partiti oggi è il non saper (voler) ideare una nuova società basata su una divisione più equa della ricchezza, una regolamentazione etica del mercato, un nuovo sistema industriale capace di fare distretto, emolumenti lavorativi maggiori e flessibili e gli stessi doveri individuali paralleli ai diritti.


La storia ci dirà cosa … accadrà.

venerdì 9 marzo 2012

Fatti e misfatti di Bce e Governi Ue.


ovvero:



Il salvataggio/swap Grecia è una burla ben preparata.




Ad alcuni forse sarà sfuggito, ma la Grecia non è salva. E dietro questa operazione di maquillage ci sta ben altro: sostegno al differenziale italiano e spagnolo, favoritismi (elargizioni) alle banche e ulteriore austerità e rigorismo in arrivo per il cittadino.


La ricetta parte da lontano; in pratica dall’avvento di Draghi alla Bce con il monetarismo moderno americano – l’opposto del rigorismo di Trichet - e la pressione internazionale per il cambio di Governo in Italia.


La Grecia è solo una cenerentola che serve per ben altri progetti, perciò la vittima sacrificale. Infatti, nessuno la salverà e l’attuale swap al 75% non è altro che un vero fallimento. Ma non è ancora finita e tra non molto il problema si ripeterà. E questo i nostri politici Ue ben lo sanno, a meno che siano … idioti del tutto.



Attualmente la Grecia ha circa 350 mld – già al netto delle precedenti ristrutturazioni - di Debito sovrano, pari al 160% del suo Pil. Con lo swap dei privati lo ridurrà di ben 107 mld, portandolo al 120% del Pil. Teoricamente potrebbe reggere, ma con una recessione oltre il 5% ufficiale – in realtà superiore al 7% - neppure con i 130 mld della Troika riuscirà ad andare avanti, ammesso che questi siano elargiti in toto, vista la situazione in cui si trova e l’hanno ridotta.


Dei 107 mld si calcola che circa il 15% siano riconducibili a retail, perciò a normali cittadini che hanno sottoscritto i Titoli sovrani ellenici su proposta di banche o per decisione consapevole (?) propria. Tradotto l’importo in nuda cifra il contribuente/finanziatore avrà complessivamente una perdita minima di circa 16 mld di capitale.


Se l’adesione allo swap superasse il 90% - lo si saprà a breve – l’investitore retail potrebbe ricevere tutto il capitale investito; ma è probabile che l’operazione sia pilotata e che ci si fermi sotto tale soglia, nonostante il Financial Times abbia ipotizzato un’adesione del 95%.


Parlavo di contribuente/finanziatore proprio perché l’operazione complessiva grava sulle spalle dei cittadini Ue e non delle banche. Vediamo comunque nel dettaglio.



La Bce con 2 operazioni di quantitative easing ha immesso liquidità, a tasso agevolato dell’1%, nelle casse delle banche per quasi 1.100 mld di €. Ovviamente il procedere con l’immissione di tale importo equivale a stampare altrettanta moneta, perciò a creare svalutazione e inflazione strisciante. Va considerato che le analoghe operazioni fatte dalla Fed non hanno mai superato gli 800 mld di $ annui – e neppure per anni consecutivi -, che equivalgono a circa 600 mld di €. Là, però, andavano anche ad aziende e cittadini, onde sostenere i consumi e incrementare il Pil.


L’economia Ue è molto lontana nelle cifre complessive da quella americana. Perciò la cifra impegnata dalla Bce appare spropositata a sostenere l’economia che, in verità, è in vera recessione. Infatti, non serve a questo fine, ma solo alla grande finanza.


Non è però spropositata se la si inquadra nell’ottica di una finalità ben precisa: sostenere l’acquisto massiccio da parte delle banche Ue di bonds italiani e spagnoli per far scendere (stabilizzare) lo spread sotto i 300 punti.


Con questa manovra le banche Ue, nel giro di poco più di 2 anni, recupereranno la perdita derivante dallo swap greco. Infatti, avranno una perdita secca di circa 90 mld di €, ma una rendita netta di 35/40 mld annui per l’investimento in titoli italo/ispanici. Perciò chi effettivamente ci perderà sarà il vero retail, che in aggiunta all’eventuale capitale perso dovrà pagare le imposte per finanziare quest’operazione; oltre che a subire l’aumento della pressione fiscale, l’inflazione e la svalutazione. Non si dimentichi, infatti, che nelle casse delle banche italiane ha depositato nei C/C circa 9.000 mld di liquidità (da statistiche) che le banche usano per finalità (speculazione) propria.



Il differenziale italiano e spagnolo procede di conserva e da quando è iniziata l’operazione della Bce è sceso gradualmente. Oggi appena sotto i 300 punti.


Ciò – è bene dirlo – è una buona cosa; non lo è, però, se il tutto è inglobato in un contesto generale che veda regole e impostazione del mercato mobiliare ancora nella totale immobilità.


I titoli sovrani, infatti, è molto probabile che siano immessi per ulteriori lucrose manovre finanziarie sul mercato, perché se poi il differenziale cresce ci si può guadagnare ulteriormente. La Bce con l’utile conseguito sul differenziale greco lo insegna.


Il fare battage pubblicitario sul “prodigioso” operato del Governo Monti non regge all’analisi dei fatti, se non nelle dichiarazioni pubbliche di Goldman Sachs, di cui Draghi e Monti furono fino a poco fa, non a caso, International advisor.


I differenziali Ue si muovono praticamente in parallelo; perciò il loro corso è dettato dal mercato e non dall’operato dei rispettivi governi.



Le nuove imposte volute da Monti stanno per entrare in funzione, compresa l’iva - 12% e 23% - che scatterà ad ottobre. Seguendo le proiezioni Istat e basandoci sugli importi che ne scaturiscono il costo per ogni famiglia italiana equivarrà in media a circa 1.500 € annui. Rapportati a circa 16 mln di famiglie si ottengono 24/25 mld di €, che equivalgono alla manovra fatta dall’attuale governo.


Moltiplicando il tutto per 3 anni si ha esattamente la differenza complessiva di tasso che la Bce non farà pagare alle banche Ue (1% invece dell’1,75% ufficiale per prestito corrente).


Al che il dubbio che lo swap greco sia finanziato solo da qualcuno appare legittimo, specie considerando alcune precedenti affermazioni della Merkel sulla capacità italiana di salvare da sola l’€.



Le società di rating sono spesso vituperate. Possono fare alcuni errori, ma in generale sono nel giusto.


Infatti, nel 2010 classavano la Grecia A-, ed ora … D. Uno swap del 75% non può essere considerato altrimenti.


Al capezzale della Grecia ammalata accorse (interessata) una grande banca internazionale, prodiga di consigli per rimettere in sesto la salute economica di quel paese. Tant’è che è in fallimento totale dopo tali progressivi e illuminati consigli.


L’Italia oggi viene classata ancor meno (da A- a BBB) della Grecia del 2010 ed è probabile che segua la sua stessa strada di precoce decadenza, visto che i “rimedi” sono gli stessi di quelli consigliati (imposti) a suo tempo allo stato ellenico.


Il sospetto di molti analisti indipendenti - visto anche l’attuale smembramento di Snam da Eni – è quello che queste operazioni di austerità e di liberalizzazioni pilotate abbiano – come per la Grecia a suo tempo – il fine di mettere gli ultimi gioielli nazionali nelle mani di potenti finanziarie internazionali, che da tempo vorrebbero appropriarsene a costo irrisorio, oltre al fine ultimo di rendere l’operaio Ue – specie delle nazioni mediterranee - similare in costo di manodopera e “servitù” a quello indiano o cinese.



La CIG in febbraio da noi è cresciuta del 50% rispetto al mese precedente e del 16% rispetto ad analogo periodo dello scorso anno. Ciò significa che le imprese chiudono non essendoci più né le prospettive economiche, né quelle ambientali per poter procedere oltre. Di conseguenza oltre alla recessione si accrescerà la disoccupazione, specie se la riforma del lavoro avrà l’esito scontato di privare l’occupato di ogni garanzia, oltre a togliere quelle tutele di salvaguardia che oggi ancora esistono.


La contestazione alla classe politica monta ovunque; e pure Napolitano pare accorgersene, per cui comincia (è una mia opinione) a pensare d’essere stato … ben gabbato.


I mercati, dopo alcuni flussi emotivi e positivi, ritorneranno probabilmente a scendere, perché quando si è in recessione e la disoccupazione esplode – oltre alla rabbia sociale – è ovvio che non si possa campare sulle nuvole.


L’Italia aveva un forte e innovativo manifatturiero composto per lo più da PMI, che ora viene quasi totalmente smantellato. La Germania insegna che se regge ancora il mercato è perché ha protetto, incentivato e potenziato il proprio manifatturiero. Infatti, mentre la Fiat chiude degli stabilimenti e corre altrove, la Volkswagen da un bonus di 7.500 € in premio ai suoi dipendenti e la Bmw accresce il proprio utile operativo del 51,3%, aumentando il dividendo ai suoi azionisti.


Non vi sono ricette miracolistiche di “noti” economisti basate su austerità, tasse e sola finanza, proprio perché un’operazione finanziaria può mettere un tampone, ma non risolvere un problema: non si crea ricchezza senza lavoro manuale! Lo swap greco è proprio tale grezza operazione.



Ormai la burla è completa. La Consob – dopo aver revocato lo short selling - si limita a inoltrare comunicazione alle banche in modo di essere il più chiare possibili; mentre il commissario Ue agli affari economici Olli Rhen se ne viene fuori con la barzelletta del giorno, dichiarando testualmente che il concambio dovrebbe avvenire senza problemi – per lo swap greco -, perché l’operazione è interessante dal punto di vista finanziario, non specificando però … per chi. Ogni tanto, però, afferma pure che le società di rating sono al servizio degli U.S.A.


Sarebbe più utile se si interrogasse se lui sia al servizio di qualcuno; e se i noti economisti che hanno rovinato la Grecia e che stanno pure rovinando altre nazioni Ue lo siano.

giovedì 1 marzo 2012

Quando l'austerità e il rigorismo della politica affossano l'economia, il mercato, il Debito sovrano e il Pil.

Nell’ultima riunione Ecofin non si è salvato la Grecia, bensì la si sta portando passo dopo passo verso un default involontario selettivo che avverrà quando la nazione, totalmente stremata, senza risorse e altre prospettive, sarà costretta ad arrendersi, mettendosi da sé fuori dall’€.


L’aspettare l’esito delle prossime elezioni, il piano draconiano d’austerità imposto nonostante la manifesta indigenza del popolo e i 130 mld concessi formalmente, ma che saranno dati col contagocce, sono il mezzo ovvio per ottenere ciò. E, infatti, S. & P. emette il giusto rating di selective default.


Un prezzo che la politica della Merkel giudica dopotutto abbastanza congruo da poter avere ciò che vuole: l’uscita a breve/medio termine della Grecia (ormai troppo costosa) dall’€ è, in pratica, un fortissimo ammonimento a tutti i paesi inadempienti periferici (PIIGS) che eventualmente si mettessero in testa di chiedere un haircut sui propri Titoli sovrani.


I mercati mobiliari, infatti, attenti a capire al volo gli umori futuri, hanno bocciato con i loro corsi l’operazione salvataggio.


Quello italiano - interessato dalle discutibili manovre di Monti - appare oltremodo nervoso, ulteriormente reso incerto dalla revoca del divieto di short selling, preceduto in ciò da altre borse europee interessate a medesimo provvedimento. La politica, in ciò, dichiara la sua incapacità; e manifesta la volontà di non incidere sulle origini della crisi, specie con questo governo di tecnici provenienti tutti da classi agiate e da alti organigrammi finanziari.


Il credere che nei paesi con alti debiti sovrani non vi siano nel medio termine altre manovre correttive penalizzanti per il popolo è pura utopia.



Credo che il cuore economico Ue abbia già da tempo deciso di far fallire la Grecia. Ovviamente, non potendo dirlo esplicitamente, fa il doppio gioco: dialettico e politico. Non per nulla l’ultima riunione comunitaria è durata ben 13 h, segno inequivocabile dei dissensi e dei malumori su un simile piano, tanto da parte greca che degli altri membri Ue.


Alla Grecia già da tempo sarebbe stato utile dichiarare bancarotta; ciò non è avvenuto perché i “creditori” potevano spremere ulteriormente le ultime risorse che la nazione poteva offrire facendo leva sugli aiuti (?); e basti pensare che è un ottimo cliente dell’industria militare tedesca.


Ciò lo giudico un grande errore della politica greca, avendo immolato sull’altare dell’€ le poche risorse finanziarie che aveva.


Altresì è stato pure un grave errore Ue quello di costringere lo stato ellenico a continue manovre correttive depauperarative, atte solo da una parte a prostrare tutta l’economia e dall’altra a gonfiare con il mercato il Debito sovrano greco. Se fai cadere la nazione in forte recessione – e la Grecia lo è dal 2008 – è ovvio che il crollo del Pil tolga ulteriori risorse alla spesa corrente, dilatando ulteriormente il Debito.


Se poi si concede al mercato di far galoppare lo spread, allora il gioco al massacro è fatto.


Infatti, queste due combinazioni stanno interessando anche altri paesi e l’Italia; per cui la via che ha affossato la Grecia – rigorismo e austerità, che Monti scambia per sobrietà - sembra perpetuarsi con sconcertante accanimento terapeutico.



La Grecia non ha industrie e in pratica vive sul turismo. Ha un alto tasso occupazionale statale (per ora corretto solo in parte), una forte disoccupazione e il suo sviluppo è stato finanziato prevalentemente con contributi Ue, ai quali – necessariamente per accedervi – ha dovuto aggiungerne almeno altrettanti propri. E, come tutti gli stati ad economia debole e non basata sul manifatturiero, ha un elevato tasso di evasione fiscale. Da questi errori di progettazione economica nasce il suo dramma e il repentino declino, facilitato ulteriormente dall’imponente crisi finanziaria internazionale, dalla miopia politica Ue e dal rigorismo dannoso della Merkel, che sta rovinando tutta l’economia e i bilanci degli stati membri. Infatti, quasi tutti sono in recessione e le stime per il 2012 le giudico molto ottimistiche, specie quelle della Grecia, Portogallo, Spagna e Italia.


Se la Grecia uscisse dall’€ e tornasse alla dracma, per un certo periodo potrebbe continuare ad operare con la doppia moneta. E la massa monetaria in € in suo possesso diventerebbe una specie di riserva aurea che nessuno potrebbe impedirgli di usare. Infatti, è proprio ciò che finora ha frenato la politica della Merkel a spingere fino in fondo il proprio progetto.


Questa “riserva valutaria” – che l’Argentina ad esempio non poteva allora avere – potrebbe essere usata per attutire gli immediati contraccolpi del default e la conseguente crisi di astinenza.


Potrebbe continuare a puntare sul turismo, specie quello stanziale, magari puntando su strutture ricettive per anziani, sia di tipo stagionale che terapeutico (come la Florida). Dovrebbe comunque attrezzarsi anche per puntare almeno su una certa struttura manifatturiera, magari attraendo capitali e industrie desiderose di spuntare in Europa un basso costo produttivo.


L’idea che i problemi della Grecia siano tutti dovuti a dissipatezza fiscale e a pigrizia è una falsità inoppugnabile, utile solo a ottenere consenso politico in quelle nazioni[1] dove si pensa di essere responsabili e laboriosi.


È, infatti, questa, la stessa linea politica che ha imboccato il Governo italiano, intento più a fare un battage pubblicitario da lavaggio cerebrale che a tutto il resto, forse e soprattutto per incapacità manifesta d’agire su altri fronti ben più importanti e impegnativi, pur se necessari e basilari a risolvere la crisi.



La politica di Monti non può essere tacciata di incapacità o di errata valutazione politica, considerato che molte cose sarebbero dovute essere fatte in precedenza e furono impedite solo da un’opposizione sistematica bipolare. Sono tuttavia cose marginali utili, che però se svincolate da una vera riforma delle regole e dell’impostazione del mercato mobiliare – finora neppure mai abbozzata neppure nel discorso programmatico – sono solo fumo negli occhi al cittadino. Non si riducono le cause della crisi.


Lo spostare poi l’imposizione fiscale sulla tassazione indiretta vuol dire puntare tutto sul solo consumismo; e in un periodo di stagnazione e recessione è molto pericoloso; e più l’Iva sarà alta, più molti saranno invogliati ad evadere e i consumi si contrarranno. Tutto ciò dovrebbe poi essere sostenuto da una forte politica monetaria di quantitative easing che non è più pertinenza dei singoli stati, ma solo della Bce.


Ovviamente può essere utile se inglobata in una riforma fiscale complessiva che preveda la totale detrazione delle spese sostenute, di qualsiasi tipo queste possano essere. Riforma ben lungi dall’essere oggi anche solo ipotizzata.


Diversamente l’imposizione indiretta serve solo ad affossare ulteriormente lo status quo delle categorie meno abbienti, che devono “consumare” per vivere tutto il proprio reddito. Il carico fiscale peserebbe quasi tutto su queste.



Le critiche all’impostazione economica attuale sono basate su molti fattori, tra i quali i principali sono: a) il credere che lo spread sia destinato progressivamente a calare – possibile, ma non certo; condizionato com’è da fattori internazionali di mercato -, riducendo di conseguenza le spese per gli interessi dovuti; b) il puntare tutto su un ammodernamento strutturale sociale che preveda lo smantellamento del welfare occupazionale, assistenziale e pensionistico; c) il credere che l’ammodernamento del paese possa dipendere solo dalle liberalizzazioni.


Molti di questi punti hanno già messo a rischio la coesione sociale, perciò la pace sociale che, in ultima analisi, è il fattore economico più importante di ogni nazione. Senza coesione il consenso crolla e si instaura una conflittualità perniciosa tra mondo del lavoro, aziende e classi lavorative stesse. Se a ciò poi si aggiunge una campagna pubblicitaria mediatica dove certe categorie professionali sono criminalizzate, allora ben si capisce che invece di riformare si sta distruggendo tutto ciò che ancora funziona.



L’imporre austerità su austerità crea solo forte recessione, specie tagliando nel sociale. E ciò vale soprattutto nei paesi in crisi. È un atto politico criminale, dove lo stato rinnega il debole e lo punisce!


Si tende quasi ovunque non a rafforzare le tutele alle categorie deboli, bensì a ridurre la forza di quelle ancora produttive e forti. Sicché l’economia reale e il Pil non potranno far altro che calare.


Ciò che oggi serve in modo prioritario agli occidentali è un’importante e coraggiosa riforma del marcato mobiliare, atta a farlo diventare luogo d’investimento, purgandolo di tutti i prodotti tossici e della speculazione e invogliando (costringendo) le banche a finanziare le aziende onde rilanciare lo sviluppo del paese.


La Bce ha assegnato ieri ben 530 mld di €, di cui quasi 140 alle banche italiane; ma se questa imponente cifra sarà usata solo per acquistare titoli sovrani, e per poi specularci sopra, allora il rilancio economico non esisterà proprio. Si creerà solo ulteriore inflazione.


La politica economica attuale è d’impostazione tradizionale e da secolo scorso. Non ci porterà sicuramente fuori dalla crisi.



Un piccolo accenno può essere fatto al reddito di molti, specie di quelli che si conclamano ligi cattolici e che occupano cariche dirigenziali pubbliche di rilievo o governative. Sono semplicemente scandalosi e fortuna che non sono delle Shiva[2]; diversamente chissà cosa … carpirebbero.


In presenza di certi redditi – gli adoratori di Mammona – il solo pronunciare i lemmi austerità e sobrietà sono un’offesa a chi in una vita non riesce ad ideare ciò che costoro “mangiano” di risorse in un solo anno.


Dichiarano solo pubblicamente che il mondo attuale è retto da una specifica casta – preferibilmente senza voto democratico -, che a ben guardare è la negazione stessa di ciò che proclama di credere: carità, socialità, democrazia, giustizia ed uguaglianza.








[1] - Francia e Germania.


[2] - L’usare il lemma “mani” sarebbe potuto sembrare offensivo per lo stato di qualcuno.