domenica 25 dicembre 2011

Natale 2011


Un anno tribolato volge al termine; e a questo Natale, in modo particolare, si guarda con la speranza che il prossimo sia migliore.


Le aspettative non sono buone e il comune cittadino – quello come noi tutti – teme che vi siano altri … guai: tasse, disoccupazione, crollo del benessere individuale e generale … e grande recessione.


Pure L’Ue pare in dissoluzione, specie se un nuovo pesante attacco ai mercati mobiliari indurrà la Merkel (Germania) a mettere in atto il Piano B durante un fine settimana di pura follia.


Il Governo del benestante e cattolico Monti (ligio e osservante) più che sembrare composto da tecnici è parso a tutti un carnefice: vecchie ricette stantie e nessuna novità. Se questi sono i tecnocrati taumaturgici, di sicuro rimpiangeremo i vecchi e fallimentari politici.



Il Natale, tuttavia, induce alla speranza; e in modo particolare questo, perché se le difficoltà sono maggiori pure la speranza diventa più grande.


La speranza è uno dei grandi doni peculiari del cristianesimo, perciò ciò che ci fa vedere sempre una luce anche nel buio assoluto: si trasforma in certezza.


Le difficoltà non sono uguali per tutti, anche perché ognuno di noi ha dei talenti diversi da quelli di tutti gli altri. È importante il metterli al servizio di tutti, specie di quelli che ne hanno maggiormente bisogno. Solo in questo modo la speranza diventa un punto fermo anche per chi ha o molto meno di noi, o la capacità di reggere le difficoltà minore della nostra.



Una vita che nasce è il fulcro della speranza; e i genitori si impegnano in modo che per il nuovo nato vi sia un mondo migliore. Diversamente non lo avrebbero neppure chiamato alla vita.


La speranza fa rinascere anche ognuno di noi, rendendoci capaci di progettare e vedere oltre le difficoltà.


Pure chi scrive ha avuto un anno tribolato fisicamente e professionalmente. Tuttavia è stato un anno di grande ricchezza interiore per il grande dono ricevuto da chi sono riuscito ad aiutare anche con quel poco che potevo offrire: moralmente, economicamente e psicologicamente.


Oggi, facendo una commissione, ho incrociato un conoscente che da molto soffre una devastante malattia. Faticava pure parecchio a togliere la mano dal giubbotto per porgermela; e me lo fece pure notare dicendomi: Non sono neppure più capace di togliere la mano dalla tasca!


Non mi fece pena; ma in lui, pur nella progressiva decadenza fisica, ho notato la fiducia nel futuro e quella voglia di progettare qualcosa di nuovo. Infatti mi disse nel salutarmi: Spero di migliorare e di poter fare ciò che quest’anno non ho potuto realizzare.



Quando si è nell’angustia, nel dolore e nella grande difficoltà (indigenza) le parole spesso sono superflue; vanno sostituite con le opere, quelle capaci di dare speranza.


La mia speranza di questo natale è la disponibilità verso chi è bisognoso. Una disponibilità che deve essere sorretta dalla coerenza e dell’attenzione al prossimo, qualunque sia il suo bisogno.


Nel biglietto augurale che ho composto compaiono all’inizio e alla fine del Buon Natale due composizioni floreali analoghe e, su una consonante e su una vocale dei due vocaboli, due bianchi uccelletti gioiosamente svolazzanti. Il tutto su un terso cielo azzurro.


Il dono, la vita, l’augurio, la disponibilità e la gioia del farlo.


L’augurio va rivolto sempre a qualcuno, possibilmente a tutti. Diventa un impegno, e non pura convenzione, quando diviene gioia di dare e di donare, nella convinzione di lottare per un mondo migliore.



Buon Natale … a tutti.



… Senza altre parole.


sabato 17 dicembre 2011

Billy.

Sesac, oggi, venne a farmi visita e mi consegnò questo racconto che pubblico assai volentieri.


È il primo di 2 articoli connessi, pur con tematiche diverse, che parlano della situazione della foresta e delle vicissitudini degli animali.


Questo tratta della scomparsa di un amico, che da molto faceva parte del gruppo degli animali.



Sam Cardell


Tratto da “i Dialoghi” di Sesac


Billy.



La compagnia, avvicinandosi le festività, si dava appuntamento in un’accogliente baita alpina dove spesso Leone si recava. Com’era tradizione da anni ci si riuniva anzitempo sulle festività di fine anno per i consueti auguri.


Di norma era così; ma quest’anno andò diversamente e quando vi giunsi trovai una situazione ben diversa.


L’occasione, come sempre, veniva colta più per riunirsi che per i convenevoli sociali. Quest’anno, poi, data la situazione esistente nel settentrione della foresta, specie ad Itachia, l’occasione era maggiormente ghiotta.


Itachia faceva parte del continente Eustachia, così chiamato perché ogni suo Land sentiva solo pro domo sua.



Giù nella piana e nelle valli vi era una forte nebbia; ma, appena attaccati i primi tornanti che portavano al valico, questa si diradava velocemente lasciando posto al gagliardo sole dicembrino che, se non turbato dal tramontano, scalda ancora il cuore e la mente di tutti gli animali, bipedi e quadrupedi indistintamente, specie di quelli poveri che da lui traggono il calore per superare giorno dopo giorno il lungo inverno.


Salendo tra il bosco ceduo che fiancheggia tutta la salita, facevano bella mostra di sé sia le foglie mattone del faggio che quelle ancor più seghettate e scure del forzuto roburo, parente stretto del rovere, della quercia e della ghiandaia; arbori, però, che ai monti prediligono o la piana o le ondulate e morbide valli, specie di quelle che immettono poi nei terrosi fiordi montani.


Ad eccezione dei radi e verde cupo abeti, posti a sud sulla dorsale che divide le 2 valli, i rimanenti fusti arborei levavano verso il cielo le scarne braccia, quasi implorando il buon Dio affinché li scampasse dalla grave crisi in atto; e avendo spesso, accanto, altri colleghi che, benché spogli, erano imbellettati dalla rossa pastura per gli uccelli.



Non erano ancora iniziati i grandi freddi, per cui il clima era mite e la natura, sebbene già in letargo, ancora molto accogliente.


Appena dopo una curva a gomito un’intrepida lepre balzò dal muro a monte e si cimentò, fino al tornante successivo, in un duello sportivo di corsa alpina con Bipperino. Costui, per la verità, procedeva beato, indifferente e senza alcuna fretta, intento a scansar le grosse e indecenti buche che l’amministrazione di quei luoghi, come proprio civile biglietto da visita, presentava al coraggioso viandante che lassù si avventurava alla singolar tenzone.


Giungemmo infine al valico; e invitai Bipperino a sostare un attimo, onde goderci il paesaggio. Prontamente accondiscese. Si era solo a metà viaggio.


Scesi; e tra il terso fiammeggiar del sole mi godetti il paesaggio familiare.


Scorrendo l’occhio da ovest a nord, e infine verso est, notai il fulgore dell’imponente catena alpina, già ben imbiancata nelle sue alte cime. Sotto di noi, a sud, i grandi e piccoli laghi dai vivaci colori; e, più lontano, la brumosa immensa piana che mostrava però solo un grande mare: quello della nebbia, intenta a frangersi contro il fianco dei monti propri degli etruschi.



Mi sovvenni che lassù sarebbe mancato un amico: un piccolo quadrupede a noi tutti caro, capace ogni volta di accoglierci con un festoso bau-bau di benvenuto. Ci aveva lasciati alcuni giorni prima senza alcun clamore.


Casualmente lo seppi, anche sa da mesi sapevo dei suoi acciacchi.


Lo vidi emergere dal mare di nebbia della piana, quale fantasma reale, alter ego della Dama Bianca che nelle notti agostane attraversa il lago ch’era sotto di me.


E attratto nel gorgo biancastro rividi … tutto.



Avvenne, infatti, che giorni prima dovessi recarmi da Leone, presso il suo antro, per chiedergli delle informazioni su Becca Morti.


Giunsi nell’immediato pomeriggio e non trovai Billy ad accogliermi. Pensai che fosse uscito con Leone.


Leone, invece, lo vidi intento a preparare degli attrezzi per eseguire un lavoro: una vanga e un piccone. Aveva già gli stivali ai piedi per non inzaccherarsi.


Mi vide, mi salutò senza troppo entusiasmo e mesto nell’aspetto. Mi invitò ad attenderlo nell’antro, dicendomi che mi avrebbe fatto aspettare poco. Doveva fare una buca nel terreno dietro casa.


Gli chiesi se avessi potuto seguirlo. Non mi rispose, come se non mi avesse sentito, apparentemente chiuso nella sua mestizia.


Si avvio verso il podere con gli attrezzi in spalla, quasi a malincuore; ed io lo seguì a distanza con discrezione.



Nel podere vi era un prunus armeniaca; e presso quello Leone si fermò. Mi arrestai a distanza ad osservarlo presso un calicantus.


Tutto intorno la terra era morbida, nera, fresca e senza zolla, come se fosse stata lavorata da poco.


Prese la vanga e cominciò con forza a spingerla nel terreno, sollevando poi grosse quantità di terriccio che posava ai lati. Poi prese il piccone e scavò ancora nella buca per renderla più profonda, spostando poi la terra smossa.


Infine misurò con la vanga la profondità e ritenne – almeno mi parve di intendere – che fosse bastevole.


Lasciò gli attrezzi e tornò nel cortile di casa. Poco dopo ricomparve con una cesta in mano, coperta da un drappo azzurrino. La depose lentamente poco distante dalla buca, sul prato che vi era vicino.


La scoprì e a distanza vidi che c’era: il corpo esanime e ben composto di Billy.


Né … soffrii!



Leone mi dava di spalla e stette per alcuni attimi ad osservarlo; poi pose un ginocchio a terra e coccolò l’impavido e fido cagnolino a lungo. Infine lo sollevò tra le braccia togliendolo dalla cesta. Girò su se stesso verso la buca e … li vidi bene entrambi.


Leone mi parve commosso, estraniato come se il mondo non esistesse. Billy era rigido, ma splendido come sempre e con le sue fiere orecchie ritte e la coda composta; pareva dormisse beato, ninnato tra le braccia di Leone. Ebbi la convinzione che se Leone lo avesse posto a terra in piedi Billy, nella sua rigidità, sarebbe parso vivo, pur con gli occhi chiusi. Era, infatti, in una posizione naturale eretta.


Lo depose lentamente nella comoda buca, attento a non sciupare quella posizione; lo pose adagiato sul fianco dx. Lo coccolò un attimo accarezzandogli la testa; poi si alzò.


Si diresse verso un rosa posta al limitar del podere e ne colse un bel fiore rosso, lasciandone un altro già un po’ sfiorito. Non era la stagione dei fiori. Ve n’erano altri in bocciolo, ma li disdegnò.


Tornò verso l’amico e dall’alto lasciò cadere il fiore su di lui. La rosa cadde ruotando come un’elica su se stessa con il gambo rivolto verso il basso e si infilò nella terra proprio sotto il mento di Billy, creando uno splendido abbinamento di tinte con la sua pelliccia biondo scuro.


Leone osservò l’effetto, poi vagò ancora un attimo per il terreno, raccogliendo una grossa margherita gialla e una bianca di prato; notò pure un fiore multiplo cobalto e raccolse pure quello.


Tornò alla fossa; si inginocchiò sopra di questa, appoggiò la mano sx tra la nuda terra per sostenersi, si chinò e depose i fiori sopra l’amico, vicino alla rosa.


Lo rimirò a lungo, accarezzandolo tra la nuca e la coda, sulla schiena, con la sua dx. Vedevo bene in faccia Leone e alcune rade lacrime gli scendevano dagli occhi, resi ancor più splendenti e brillanti, come diamanti, dal trasparente liquido lubrificante, cadendo sopra l’inerte amico. Tuttavia il suo viso, pur nel dolore, era sereno.


Infine si alzò deciso, prese la vanga, salutò con un ultimo amorevole sguardo Billy e con mosse sicure e decise lo ricoprì velocemente di terra finché il tumolo fu terminato.


Prese un rametto di agrifoglio guarnito di bacche rosse e lo conficcò sopra. Sbatté gli attrezzi sul terreno tra l’erba, onde ripulirli dalla terra umida e appiccicosa; se li mise in spalla e si avviò deciso verso il cortile di casa.


Lo seguii.



Mentre sistemava gli attrezzi entrai in casa. Mi parve … in parte vuota. Lui giunse poco dopo. Si era completamente ricomposto.


Ci scambiammo alcune idee e mi aggiornò con serenità, su mia richiesta, sulla morte del comune amico, scomparso il giorno prima.



… Introdussi il discorso su Becca Morti, ragione principale della mia visita. Comprendevo che non era il giorno adatto, perciò vi accennammo solo.


Era costui così chiamato anche se il suo nome anagrafico era Amorino. Aveva tuttavia un aspetto tanto tetro, da bolgia infernale, che tutti lo chiamavano così, iniziando dai suoi genitori che gli cambiarono subito il nome in Becca. L’ufficiale anagrafico, all’atto della registrazione e essendo un po’ sordo, non capì bene neppure il cognome, anche perché il padre, che aveva sempre monete in bocca, masticandole per professione, aveva il difetto di pronunciare male una consonante, declamandola come se fosse la quarta successiva.


Per Becca Morti mi invitò ad essere presente alcuni giorni dopo ad un piccolo convegno di amici, alcuni dei quali – mi disse – non conoscevo ancora. Si sarebbe ragionato della situazione e delle prospettive.


Mi diede indicazione sul luogo del ritrovo, che non era uno di quelli abituali per ragioni che non mi elencò e per cui non chiesi ragguagli.


… Data l’ora, prendemmo insieme un the al latte con alcuni biscotti.


Salutai infine lui e Madame, dandoci appuntamento ad alcuni giorni dopo.



Mi riscossi dai ricordi e capii che la realtà non era nel mare di nebbia che vedevo sotto di me e nella quale rivedevo il passato prossimo. Era negli amici che mi attendevano pazienti.


Perciò risalii su Bipperino che riprese di buona lena il cammino, affrontando deciso la discesa del nostro percorso.




Sesac

giovedì 15 dicembre 2011

Quel rigido e formale puritanesimo cristiano, miope in economia e in democrazia.


L’Europa – diciamo l’Ue – si è avviata verso il disfacimento (e fallimento) progressivo, in un cammino ignavo dove appare chiaro solo il rigorismo e la pena. Elementi che, più che facilitare la risoluzione delle problematiche dovute alla grave crisi finanziaria ed economica globalizzata, sono per lo più l’ostacolo e la zavorra che affosseranno tutti gli stati.


Serve il coraggio di agire, perciò di bloccare la degenerazione della finanza globalizzata dedita alla speculazione referenziale. Cosa che i nostri governanti neoliberisti si guarderanno bene dal fare per molteplici ragioni.


Il neoliberismo, compreso quello cristiano/cattolico, dà la preminenza assoluta al mercato. L’Ue è piena di questi esponenti – politici e tecnici - che seguono questo filone culturale e finanziario. Hanno perso il contatto con l’economia reale, quella fattiva e produttiva delle persone e dei popoli, l’unica in grado di creare vero sviluppo, lavoro, benessere, sicurezza e anche … felicità.


L’hanno soppiantata con la priorità finanziaria di bilancio e con l’esplosione del terziario; non tanto di quello commerciale dedito alla distribuzione/commercializzazione del prodotto materiale, quanto di quello teorico finanziario che, secondo loro, “sarebbe” in grado di produrre ricchezza. In quest’ottica vanno inglobati tutti quei prodotti che banche e finanziarie hanno prima creato e poi piazzato sul mercato, generando i prodromi irreversibili dell’attuale e prolungata crisi internazionale e, in modo speciale, di quella occidentale, affossata già di per sé da imponenti debiti sovrani.


I prodotti finanziari impropri, esistenti a questo mondo, secondo alcuni calcoli di stima prudenziale, superano i 150 trilioni di $. Una cifra talmente spaventosa che – per capirci meglio – il Pil totale assommato di tutti gli stati del pianeta ci metterebbe molti decenni, se non secoli, per parificarla.


I neoliberisti ritengono che l’andamento del mercato sia in grado non solo d’essere la cartina al tornasole dell’economia, bensì di bilanciare facilmente gli eccessi economici che potrebbero manifestarsi nel mercato stesso. Ciò in parte è vero; ma è altrettanto inoppugnabile che la correzione di questi eccessi è spesso non solo tardiva, ma a danno irreversibile.


I mercati, in effetti, con gli indici in continua flessione, dimostrano di non credere affatto alle contrastate, inefficaci e tardive manovre della dirigenza Ue; la quale prima ha concesso di dilatare il disavanzo finanziandolo con la progressiva emissione di bonds, per poi cercare di puntare sul pareggio con sole tasse aggiuntive, restrizioni, tagli lineari e forzose manovre correttive.


Ciò ha portato inevitabilmente alla castrazione dell’economia reale, privandola di finanziamento e oberandola d’imposizioni.


Trichet (Bce) prima ha innalzato i tassi, poi li ha ridotti; poi, di nuovo, li ha innalzati ossessionato dall’inflazione. Il suo successore Draghi li ha riportati giù, anche se il mercato ora di questi tassi non sa cosa farsene essendo solo teorici.


Infatti, i differenziali sono saliti tutti e lo spread applicato dalle banche si è come minimo raddoppiato. Ciò significa che ad un TUS teorico basso il mercato reale reagisca con un proprio tasso elevato, che va nella direzione opposta a quella voluta per potenziare l’economia e la ripresa.


La liquidità è carente ovunque e la moneta virtuale pare più adatta a facilitare lo spostamento di capitali, ed a creare debito, che a mantenere il contatto reale con il corretto bilancio del dare e dell’avere.


Le grandi finanziarie sia in ossequio a Basilea 3, sia per carenza di liquidità, hanno in parte sopperito con importanti operazioni di aumento del capitale. Tuttavia l’impressioni di molti è che questa ingente immissione di liquidità si sia ben presto dissolta, se l’Eba (European Banking Authority) calcola che servano ben 114 mld di € per ricapitalizzare le banche Ue. E i capi di Governo pensano di intervenire con l’Efsm per ricapitalizzarle (in pratica: salvarle).


Nasce quindi il sospetto che l’imponente mole di danaro, rastrellata poco tempo fa sul mercato, sia stata bruciata in rischiose operazioni di speculazione finanziaria.


Vale ricordare che il fallimento della Lehman Brothers fu proprio dovuto a ciò e fu l’inizio della crisi attuale.



La Grecia più che rovinarsi con le proprie mani è stata rovinata da un’ottusa politica Ue.


Infatti, con il mercato attuale basato sul differenziale, non ha alcuno scampo. E la stessa cosa sta avvenendo anche per le altre nazioni che vedono crescere ogni giorno il proprio differenziale, perciò il costo del finanziamento del proprio debito.


Nessuno Fondo salva stati, per quanto consistente, sarà in grado di invertire questa rotta, se non si affronterà il problema in modo diverso.



Angela Merkel, avendo forza e potere economico e finanziario, cerca di dettare legge ovunque, imponendo agli altri stati Ue il proprio diktat. Ha in parte alcune fattezze fisiche di Bismarck nella corposità, ma – purtroppo per lei e assai di più per noi – non ne ha né la statura, né il cervello, né la visione politica complessiva. Ha dietro di sé solo una potenza economica/finanziaria notevole, la maggiore in Europa, e che per ora regge meglio di altre le difficoltà della crisi. Una potenza che, comunque, molto probabilmente alle prossime elezioni le darà il benservito.


Figlia del pastore luterano Kasner – ex studente di teologia ad Heidelberg – trae dal padre quel culturale puritanesimo luterano che rende il cristiano più una grossa “patata” fredda che una lessa, tiepida e saporita verdura.


Facendo un’analisi simbiologica si addiverrebbe ad una giocosa ragazzotta di campagna, culturalmente goffa, perciò tanto esuberante nel forzoso aspetto quanto inefficace sul piano pratico.


La crisi da ben 4 anni si sta dilatando, ma la Merkel pare non avvedersene; o a non conoscere alcun rimedio. Infatti, ostinatamente prosegue sulla sua linea di totale rigore, non prendendo neppure in considerazione certi utili correttivi che diversi economisti da tempo propongono.


Considero che il rigorismo della Germania sia giustificato; tuttavia da solo non è sufficiente a risolvere la situazione. Le manovre correttive sono necessarie e valide solo se congiuntamente si opera per modificare quelle regole di mercato che affossano l’economia reale di tutti.



L’Italia ha sovvenzionato la crisi greca per la sua quota di spettanza, poi quella del Portogallo e dell’Irlanda, poi il Fondo salva stati, per ritrovarsi infine senza un Governo democraticamente eletto – per pressioni sovrannazionali - e costretta a salvarsi da sola.


Tutti miliardi di € che hanno dilatato il nostro Debito sovrano e privato la nazione di importanti risorse finanziarie in una crisi tanto virulenta.


L’Italia, infatti, è troppo grande non solo per essere salvata, ma pure per essere sovvenzionata (mantenuta) come la Grecia. Ed ora da sé deve salvare non solo l’Ue tutta, ma pure l’€: se salta l’uno si dissolve pure l’altra.


Mario Monti, da “bravo” cattolico praticante che soddisfa pure Bertone – a differenza di Berlusconi che alle messe preferisce ben altro –, porta in sé due sintomatologie culturali a mio parere preoccupanti: una cultura arroccata e nozionistica e quella rigidità cattolica formale che lo estraniano dalla realtà. Non per nulla procede impettito e non si mischia col comune mortale. Pare quasi un asociale, inglobato solo nella sua classe sociale.


Lui vede – a mio parere - la preminenza della finanza sull’economia reale. Alla sua manovra ha dato il nome altisonante di “Salva Italia”, convinto com’è d’essere non il braccio dx del Padre Eterno, bensì l’unica verità e rimedio possibile alla situazione. Difatti in ogni suo discorso in Parlamento lo sottolinea pure inconsciamente con frasi da deismo autoreferenziale.


Perciò: tasse, tagli, tasse, tagli … e null’altro.


Come pensi di resistere alla speculazione che si abbatte continuamente sui differenziali non ce l’ha ancora detto, forse perché la sua cultura neoliberista declama che il mercato si corregge da sé con il tempo.


Una manovra da 20/30 mld, con il debito che abbiamo, serve solo a tappare qualche buco di spesa e non a salvare una nazione. Però lui ne è … convinto e lo conclama.



Che Monti sia il salvatore della patria e l’unico in grado di portarci fuori dalla crisi mi sembra assurdo. Personalmente ritengo che con il suo passato e con la sua cultura sia il meno adatto. Si è sempre basato sulla teoria del tecnicismo, ma è sempre stato lontano dalla pratica. È un privilegiato sociale.


Non è un De Gasperi, per intenderci: né culturalmente, né moralmente, né civilmente, né politicamente. È anni luce, umanamente, lontano da lui; quasi il suo opposto.


Gode di molta considerazione negli alti ambienti del potere e finanziari; ma questi sono quegli stessi che hanno prodotto e generato la crisi e che da quando è esplosa non hanno saputo minimamente correggerla, ma solo peggiorarla. E gli stessi che l’hanno scaricata sul popolo e che pervicacemente gliela vogliono far pagare con nuova povertà, disoccupazione e tasse.


Quasi per assurdo la linea politica più morigerata e logica viene dalla Francia, una nazione assai più laica e meno condizionata dalla cultura cristiana, emancipata socialmente a questa.


Sarkosy, moralmente e civilmente, è più vicino a Berlusconi che alla Merkel e a Monti. Non ha però la sufficiente potenza finanziaria per poter imporre la sua linea d’azione. Perciò deve subirla come la subì lo stesso Berlusconi.



Il rigorismo di bilancio nasce dal formalismo inconscio di un cristianesimo puritano quasi farisaico, sia cattolico che luterano, dove la pena per la colpa vale più del perdono?


L’iroso Dio canaanita del Pentateuco era solito prendersela con “tutto” il popolo per castigare il peccato di alcuni o di molti. Solo per Sodoma seguì inizialmente l’insistente ragionamento e supplica di Abramo, distruggendo però poi tutto.


Pare che oggi, più che far pagare i danni e la crisi a chi l’ha prodotta, il rigorismo cristiano la voglia far pagare al popolo, forse in ossequio e ad imitazione dell’iroso Dio dell’Esodo.


Perciò nasce il sospetto che sia più facile (utile) rovinare tutta l’Ue con tagli e tasse che tarpare le ali alla speculazione e all’alta finanza globalizzata; la quale finanzia, e ha finanziato finora, non solo la politica, ma anche tutti quei tecnici taumaturgici che poi vengono chiamati a ricoprire posti chiave anche a dispetto della volontà popolare.


In Italia solo le forze politiche nate spontaneamente per aggregazione naturale si stanno opponendo alla pomposa – a parole – manovra di Monti, sindacati compresi, forse perché sono le uniche che hanno vere radici traversali.


Queste forze, benché o minoritarie o non presenti in Parlamento, sono comunque maggioranza nel paese reale.


Il Popolo vero, quello del comune cittadino, non è con Monti, né con le tradizionali forze politiche che lo appoggiano. Per accorgersene basta solo stare tra la gente, quella bastonata sempre da ricorrenti manovre: quella gente che tanti tecnici non sanno neppure cosa sia.



È forse scritto nel Vangelo che o si deve fare “secondo Monti” oppure andare al fallimento?


Ma chi dice che per forza dobbiamo fallire? Può forse fallire un Paese che possiede la terza riserva aurea al mondo (dopo Stati Uniti e Germania), valutata in circa 2.500 tonnellate d’oro, conservate nelle sagrestie di Palazzo Koch, sede della Banca d’Italia, e nei forzieri della Fed, della Banca d’Inghilterra e alla Bri di Basilea?


Monti dovrebbe spiegarci perché non si mette – e non mette - sul mercato tutto quest’oro per monetizzare senza ulteriori tasse.


Perché se l’Inghilterra ne possiede solo 1/8 del nostro e la Spagna solo 1/9, mentre la Francia circa 50 t. in meno, è ovvio che tale riserva non sia necessaria, come un tempo, a garantire la liquidità monetaria.


Il nostro oro a quotazione attuale vale circa il 6% del nostro Debito sovrano, che tradotto in cifra vale ben 112,5 mld di €.


L’oro, tuttavia, non è la sola risorsa che abbiamo; però assommato ad altre potrebbe abbattere o completamente o per metà il nostro debito.


Il troppo tecnicismo è spesso miope, specie se abbinato al formalismo puritano cristiano. Perciò vede come rimedio solo quelle tasse, quei tagli, quei sacrifici e quei – diciamola tutta – soprusi che vengono imposti al popolo.


lunedì 28 novembre 2011

Simbiologia di un discorso programmatico e controdeduzioni.

Premessa.


Un amico, economista e cattedratico, mi invia alcune sue osservazioni inerenti al mio ultimo articolo[1].


Mi invita, inoltre, a effettuare una Lectio magistralis (come a …) aggiuntiva, in modo che tutti i lettori comprendano bene il grave periodo che stiamo vivendo; e pure coloro che sono preposti al governo del paese, considerato – secondo lui – l’impatto che l’eco delle (mie) idee ha a determinati livelli, viste le analisi azzeccate degli anni precedenti.


Personalmente ritengo di non avere alcuna voce in capitolo, né d’essere in grado di dare “lectio” ad altri. Tuttavia accetto il suo invito e cerco di sviluppare meglio il mio pensiero. Considerato che il discorso non è né semplice, né breve, per ora mi interesserò di:



Simbiologia di un discorso programmatico e controdeduzioni.



Mentre il Premier Monti pronuncia il suo discorso in Senato sto viaggiando per un lungo spostamento. Seguo non solo attentamente l’esposizione, ma pure il dibattito che ne scaturisce e la replica dello stesso Premier.


So da tempo chi sia Monti, come la pensi, come viva, a quale classe sociale appartenga e pure il suo ambito confessionale.


La persona non mi è sconosciuta e di lui ho molto rispetto – non stima -, pur non condividendo il suo ambito culturale. In pratica non lo prenderei mai, né lo additerei, come esempio da seguire.


Di lui mi ha sempre meravigliato l’incapacità oratoriale, nonostante le mansioni, le cariche e i ruoli che finora ha ricoperto. Stringendo: è un normale conversatore che non ha il dono dell’oratoria. Tuttavia pure il grande Aristotele era un balbuziente, quindi uno scarso oratore.



Seguendolo, tra alcuni plurali/singolari mal piazzati, noto quel deismo autoreferenziale, magari posto sotto spoglia ironica/umoristica, che gli è proprio. Non per nulla il suo aspetto esteriore è tanto grigio quanto la terminologia che usa; e le frasi non seguono quella musicalità propria di chi i concetti non solo li ha chiari in mente, ma pure è capace di comunicarli e farli intendere facilmente ad altri.


Il suo è un discorso saggio e appropriato alla situazione politica contingente: di congiunzione tra forze disomogenee che lo devono appoggiare e, finora, fortemente contrapposte.


È, tuttavia, un discorso monotematico che evidenzia la grande differenza esistente tra un politico di razza e un tecnocrate. Pur augurandogli, per il bene dell’Italia, di assurgere presto ad una caratura di valido statista, il suo intendere espresso è limitato a quel rigorismo neoliberista che vede la correlazione tra bilancio e mercato in stretta connessione.


Vi è pure un passaggio costituzionalmente contrastato, quando ipotizza per giovani e donne un carico contributivo minore rispetto agli altri lavoratori.



Il discorso è totalmente privo di alcun riferimento alle regole di mercato, perciò alle cause che hanno generato prima la grave crisi finanziaria, poi quella economica e, infine con l’attacco ai differenziali, i vari buchi di bilancio che, secondo i neoliberisti attenti alle istanze del mercato mobiliare (borse), devono essere prontamente tappati con ulteriori manovre finanziarie correttive, perciò con tagli e ulteriori tasse.


Un rigorismo semplice fine a sé stesso, tanto teorico nella pratica quanto inefficiente nella realtà, come lo stato attuale di alcuni paesi periferici (Grecia e Portogallo in primis) hanno messo bene in evidenza. Un discorso proprio di chi segue integralmente l’economia neoliberista valutaria, che però dovrebbe correggere le differenze nazionali con la fluttuazione del cambio di valuta anziché poggiare tutto, come si fa nell’Ue, sui soli differenziali. I quali servono solo ad affossare l’economia reale anziché potenziare il Pil con l’esportazione, giacché manca l’indebolimento (svalutazione strisciante) monetario che diventa un plusvalore atto a rendere competitivo l’export.


Monti è considerato un esperto di economia valutaria. Perciò: o volutamente ha ignorato il discorso, oppure non ha recepito la problematica dei gravi problemi esistenti non solo in Italia.



Prospetta chiaramente: la reintroduzione dell’Ici sulla prima casa, una patrimoniale da definire, la riforma (liberalizzazione) del mercato del lavoro e delle pensioni e un ulteriore prelievo sui consumi alla fonte, onde finanziare, senza inasprire la pressione fiscale (Sic: l’aumento dell’Iva, forse, non è una tassa!), il rilancio dello sviluppo del paese, perciò del Pil.


Vi è pure un riferimento all’essere noi tutti europei, oltre al fatto che il suo governo farà proprie le 2 manovre correttive del Governo Berlusconi. Con buona pace dell’ex opposizione che finora le ha bollate come inadeguate, inique e ingiuste. Difatti lo … applaude.



Il discorso ha una legnosità e un’ingessatura logica che non a caso è l’espressione di un certo stile culturale, direi ancorato ad un tecnicismo che rende rigido pure l’uomo/persona. Gli accostamenti al gravissimo momento attuale ed al lavoro improbo che lo attende rendono l’esito più un forzato auspicio fideista che una certezza interiore nelle proprie capacità.


Facendo un accostamento evangelico improprio, ma comunque significativo, lo abbinerei al fariseismo cattolico perbenista, ligio alle norme pratiche; però privo di quell’apertura ideologica che renda non solo il proprio intendere, ma pure il proprio pensiero flessibile alle esigenze. Quel fariseismo che non fa dell’uomo un samaritano, ma solo il prete e il levita che tirano oltre per la propria strada.


Monti - in sostanza ed a mio personale parere - non è un uomo di molta fantasia (capacità di ideare forme e correttivi nuovi), chiuso com’è nella sua torre d’avorio del tecnicismo culturale e professionale.



I troppi e frequenti applausi, che i senatori gli tributarono, evidenziano che gli italiani sono spesso dediti al “lecchino d’oro”, pronti a riverire il potente di turno come il nuovo messia. E la stessa cosa avviene pure nei media, giacché i commentatori che intervennero in radio erano tutti dediti non alla fattiva e sana analisi critica, bensì alla mera adulazione. Più che vedere … stravedevano … volutamente adoranti.


Un tecnico non è un politico necessariamente; perciò spesso accade che la materia di competenza non sia in grado di suffragare le reali esigenze della nazione.


La storia ci dirà come … andrà.



I mercati mobiliari non hanno tardato molto ad archiviare la “novità” Monti, relegandola, di fatto, a inefficienza potenziale e virtuale. I differenziali hanno continuato a “laterizzare” in un range negativo e i titoli finanziari italiani hanno raggiunto minimi mai toccati prima, imitati dagli industriali in continua flessione.


Se l’opposizione – si ricordi il breve discorso inopportuno (eufemismo) di Bersani subito dopo l’approvazione della seconda manovra correttiva, utile solo a far flettere subito e pesantemente gli indici – addossava colpe specifiche a Berlusconi per il crollo del mercato, ora si capirà che la colpa è sistemica. Tant’è che pure nell’Ue se ne sono (finalmente) accorti e lo proclamano ufficialmente. Non è né di Berlusconi né di Monti, né dell’Italia, bensì dell’Ue e dell’€, progettati e gestiti molto male. L’€ all’inizio ha portato benefici a tutti, proprio come l’insana espansione dei Debiti sovrani ha a suo tempo elevato i Pil nazionali.


L’incontro a 3 Monti/Sarkosy/Merkel non ha reintrodotto l’Italia nel salone decisionale; ma a parte le dichiarazioni ottimistiche di facciata – pure precedentemente sempre espresse e non solo per l’Italia – ha posto in rilievo che questi governanti sono da troppo tempo politicamente inetti a risolvere la situazione.



Le banche americane, con la Goldman Sachs in prima fila, si stanno attrezzando da tempo per reggere l’impatto della disgregazione dell’area €, portando attacchi speculativi giornalieri ai mercati mobiliari europei, onde potenziare il $ e la propria economia. Gli indici mobiliari si muovono ormai in perfetta sincronia: il FtseMib sta tastando le resistenze minime precedenti di 13.500, il Dax si riavvicina ai 5.200, il Cac ai 2.600 e il Dow Jones agli 11.800. Ciò significa che la connessione di traino (regressivo) di un mercato, pur in presenza di diversa economia, serva a depotenziare gli altri.


E sempre più esperti indicano che il “piano B” di salvataggio della Germania stia ormai per entrare in funzione: un € diverso e rivaluto scisso da quello altrui. Forse anche per questo la Merkel è nettamente contraria agli Eurobonds.


Gli Eurobonds non sono il toccasana delle problematiche attuali; però se ben gestiti e bilanciati dalla riduzione progressiva dei Debiti sovrani sono l’unico rimedio che rimane all’Ue per salvarsi e rimanere unita.


Gli attacchi speculativi prima hanno investito i paesi periferici, poi si sono concentrati su obbiettivi maggiori ed ora attaccano pure il Bund. Infatti, all’asta dei giorni scorsi la Germania non è riuscita a piazzare sul mercato il 35% dei titoli, nonostante l’innalzamento del tasso. Perché? Per il semplice motivo che sono poco redditizi rispetto a chi può offrire molto di più in interesse con quasi uguale rischio se salta il sistema eurolandia.


Se l’€ scenderà sotto 1,20 (ora 1,32/33) sul $, è molto probabile che il differenziale italiano schizzi oltre i 700 punti. Però pure il differenziale US Treasuries/Bund sta crescendo, con la conseguenza pratica che, pur rimanendo inalterati i rapporti del differenziale Btp/Bund, i costi si incrementeranno.


Facendo un esempio pratico: se il Bund salisse a 3,50/4 sul $ è ovvio che a differenziale ipotetico stabile di 500 il costo del Btp nostrano avanzi oltre il 9%.


La flessione dell’€ può essere utile all’export, ma solo per i paesi economicamente forti e sani come la Germania. Per gli altri viene vanificata dall’aumento del differenziale e dei forti costi aggiuntivi che aziende e nazione debbono sopportare.


La Grecia, nonostante la ristrutturazione/svalutazione del debito del 50% non può reggere il costo degli interessi se il differenziale ora ha superato i 28.500 punti. Interessi superiori al 30% sono totalmente ingestibili e da strozzinaggio finanziario e neanche una manovra correttiva alla settimana potrà sistemare lo sbilancio del disavanzo ellenico, come pure l’elemosina finora offerta dalla Troika Ue/Bce/Fmi. Stando così le cose nessun tecnocrate posto a capo dell’esecutivo potrà salvarla, neppure se il prescelto è il vicepresidente della Bce.


Va da se che l’innalzamento del tasso sui rispettivi Titoli sovrani appesantisca il costo del denaro per le imprese, oltre alla drastica riduzione dei finanziamenti stessi.


E senza liquidità/finanziamento non vi potrà mai essere un incremento del Pil, ma solo una corsa sinusoidale atta a stroncare tutta l’economia occidentale, tedesca compresa.



Il mercato dovrebbe essere al servizio dell’uomo, perciò dell’economia reale e sostenibile. Ora, invece, è solo fine a sé stesso e attento solo alle esigenze della finanza globalizzata.


I governanti Ue han perso troppo tempo e bruciato ingenti risorse, affossando di conserva le proprie economie. Si trincerano spesso dietro la giustificazione che per cambiare i Trattati serva tempo, anche se di tempo non ce n’è più. Sono incapaci di affrontare la situazione di petto, vincolati al proprio potere (interesse). Perché è ovvio che un’unità politica reale debba avere non 27 governi, ma uno solo. Non 27 regole e tasse differenziate, ma una sola. Non 27 Debiti sovrani e Titoli sovrani, ma uno solo e … gestibile.



Non sono tra coloro che vedono l’utilità degli Stability Bonds, se poi ogni stato può ancora andare sul mercato ad indebitarsi in modo parallelo. In Italia, infatti, facendo ricorso alla furbata della finanza creativa si è concesso agli Enti locali di accedere al mercato dei titoli, sommando quindi ulteriore debito al Debito sovrano.


Vedo però bene gli Eurobonds gestiti in un’ottica progressiva di riduzione dei costi di tutti.


Se prendiamo ad esempio la Grecia e ipotizziamo un Eurobond comunitario garantito in grado di limitare l’interesse passivo (tasso) ad un 3/4% per tutti, la Grecia può risorgere e con alcune restrizioni è in grado di rimettersi in sesto da sé. Gli interessi massimi sui 200 mld di Debito sovrano ristrutturato raggiungerebbero una punta di 6/8 mld annui, sopportabili e gestibili col proprio Pil. Non può però farlo con gli interessi attuali di 60 mld annui, in grado di bruciare il 25% del suo Pil.


La stessa cosa vale per tutte le altre nazioni: Italia, Francia e … Spagna comprese.


Correre dietro al differenziale imposto dal mercato con continue manovre correttive è un controsenso finanziario, perché si brucia troppo ricchezza e si innalzano a dismisura gli interessi, anche se il TUS Bce fosse portato a Zero. Ad un tasso virtuale prestabilito (TUS) non corrisponderebbe il reale costo del denaro sul mercato.


Convertire i Titoli sovrani in Eurobonds è tecnicamente possibile, stante che ogni emissione avrebbe un codice diverso, riconducibile alla nazione che ne usufruirebbe.


Ovviamente il rigore del bilancio sarebbe necessario, come le riforme strutturali e la riduzione progressiva dei rispettivi Debiti sovrani, non essendo il solo Eurobonds la panacea del problema. Vi sarebbe la necessità di un Ente comunitario (Governo centrale o Superministero finanziario) in grado di vigilare e impedire che ogni nazione rinnovi poi Titoli in scadenza in quantità superiore. L’importo dei titoli dovrebbe ad ogni rinnovo essere inferiore a quello in scadenza, perciò ancorato ad un rigore di bilancio teso a ridurre progressivamente il debito stesso.


I titoli sarebbero garantiti da tutti gli Stati membri, perciò dalla Bce stessa che potrebbe sovrintendere al mercato medesimo. Chi non rispetta i parametri di bilancio vedrebbe sì garantita la restituzione dei Titoli propri al creditore da parte della comunità, ma dovrebbe poi essere impedito ad attingerne di nuovi fino a che i suoi parametri non rispettino gli standard prestabiliti.


In questo modo le comprensibili resistenze della Germania sarebbero superate, perché ora come ora dovrebbe poi farsi carico del debito di tutti. Ciò non sarebbe né giusto, né finanziariamente corretto, perché ritengo che ognuno debba togliersi da solo dai guai in cui si è messo. Diversamente si diventerebbe dei mantenuti opportunisti, ben sapendo che l’opportunismo crea presto divisione e non unione.



Le ipotesi del Governo Monti sul tappeto sono per nuove tasse. Di norma non le discuto perché non vi è mai una tassa giusta. Al massimo può essere equa.


L’eventuale incremento dell’Iva al 23/25% potrebbe creare un’utilità di cassa, ma affosserebbe ulteriormente l’economia reale. I dati macroeconomici hanno palesato che il suo incremento precedente di un solo punto (21%) ha fatto lievitare l’inflazione reale in modo anomalo, anche se ciò era previsto, mentre, di fatto, ha contratto ulteriormente i consumi.


La Germania, in occasione della riunificazione, per reggere la spesa ha elevato la propria aliquota normale, ma ciò, in effetti, era un investimento; e vale ricordare che la loro aliquota massima è del 19%, mentre le altre sono 7% e 0%, perciò ben inferiori alle nostre 10% e 4%.


Negli altri paesi Ue, in base alla Direttiva 2006/112/Ce, l’aliquota normale oscilla tra un minimo del 15% ad un massimo del 25%, pur con un diverso paniere di beni, eccettuato zone particolari dove vi sono abbattimenti sostanziali sul minimo stabilito (Canarie, Madeira, Azzorre e isole greche).


Tra i maggiori Paesi – Germania, Francia, Italia e Spagna – la nostra nazione è quella che ha le maggiori aliquote in senso assoluto. Perciò l’imposizione diretta sul valore aggiunto è già troppo alta. Ciò favorisce e invoglia l’evasione perché crea transazioni private tra le 2 controparti (fornitore e consumatore) onde contenere il costo del bene. Si aggiunga inoltre che pure le altre tasse sono molto elevate rispetto allo standard europeo, mentre i servizi sono assai più scadenti.


Aumentarla ancora significherà incrementare l’evasione e affossare i consumi, prostrando ulteriormente la già languida economia.



La patrimoniale pare anche la più gettonata e qua bisognerà vedere come la si vorrà improntare e su quali beni, oltre che per quali finalità.


In effetti, noi abbiamo un’esigenza di bilancio forzata dai differenziali, perciò dalla dipendenza di cassa dovuta al rinnovo dei nostri Titoli sovrani.


Entro aprile prossimo vi sono oltre 200 mld di titoli da rifinanziare e nel 2012 ben circa 400, perciò quasi il 20% del monte titoli complessivo. È una cifra impressionante che a differenziali attuali imporrà un notevole aggravio del costo interessi, che significheranno tra i 15/18 mld in più.


Ipotizziamo che nel breve periodo il differenziale possa superare i 700 punti per puntare verso i 1000. Ciò significherebbe che solo sui titoli in scadenza il costo interessi si raddoppierebbe almeno.


Vi è inoltre l’esigenza di abbattere notevolmente il monte del Debito, attualmente attestato intorno ai 1.900 mld.


Considerato che i Titoli italiani sono classati per il 50% all’estero significa che i titoli soggetti ad attacchi esterni speculativi, se si imporrà il divieto dello short selling anche su questi titoli, potranno essere circa 950 mld circa: quasi 1/10 del risparmio liquido che, da dati ufficiali viene indicato in 9.000 mld.


La patrimoniale è utile se si vuole abbattere notevolmente il Debito sovrano; ma resta un tampone inefficace e provvisorio se deve coprire l’aggravio dovuto ai differenziali.


Personalmente opterei per una patrimoniale spuria, perciò su un prestito forzoso, similare a quello imposto nell’immediato dopoguerra sulla proprietà immobiliare agraria onde finanziare la ricostruzione e il rilancio dell’economia. Un prestito a tasso retribuito sulla liquidità di risparmio che è molto alta.


Ipotizzando un prestito massimo forzoso del 20% si otterrebbe in un colpo solo quasi l’azzeramento del debito Sovrano nazionale, perciò la dipendenza del dover classare all’estero e alle grandi società finanziarie.


Ciò, ovviamente, dovrebbe poi essere seguito, onde non restare lettera morta, da vere riforme strutturali atte a potenziare l’occupazione, il lavoro, l’imprenditoria e il vincolo distrettuale per chi vorrebbe investire da noi.



La compagine governativa è troppo zeppa di tecnici, specie di persone impegnate nel settore finanziario. Ciò può essere un bene se l’esperienza e il sapere acquisito verranno usati in favore del popolo; ma sarà un male se gli interventi governativi porranno la loro attenzione solo per l’alta finanza, che ad opera finita è poi quella che ha creato gli immensi guai del nostro tempo con la … benedizione della politica di vertice.


Oggi, come Grecia, Portogallo e Spagna – ma pure altrove – stanno a testimoniare il popolo non è più succube e in massa è in grado di ribellarsi.


L’unico problema non da poco è che quando si ribella e manifesta i danni avuti sono ormai irreversibili.









sabato 12 novembre 2011

Monti? No, grazie; preferisco le valli!



ovvero:



Le ridondanze della grande finanza sulla politica.




Già ad inizio estate alcuni addetti ai lavori affermavano privatamente che Mario Monti sarebbe stato, in caso di crisi di Governo, il più che probabile candidato alla successione di Berlusconi.


Nello stesso periodo pare che la Goldman Sachs facesse trapelare notizie che l’Italia era candidata a seguire la Grecia, perciò ad essere a rischio default. Infatti, ai propri clienti importanti consigliava di porre in essere dei meccanismi di protezione con dei CDS sui debiti emessi da banche regionali dell’area mediterranea, compresa l’Italia, visto anche l’andamento dei titoli governativi. In pratica si prospettava l’ipotesi (meglio: l’intenzione) che il Debito sovrano italiano potesse essere attaccato dalla speculazione, perciò focalizzato da forti pressioni ribassiste nel breve e medio termine.


In ambito Ue il binomio banche/stato è notoriamente assai connesso, considerato il contenuto dei titoli in pancia agli istituti di credito.



Molti analisti pensano che chi comanda il mercato sia la Goldman Sachs, forse la più importante e potente banca d’affari del pianeta. Dispone di ingenti risorse, ha una miriade di diramazioni, è la capofila di molte e grandi operazioni finanziarie e ha propri uomini piazzati quasi ovunque nei gangli nevralgici sia della gestione finanziaria che del potere politico. È un immenso stato sovranazionale non vincolato ad alcun voto popolare. È una banca florida e non in crisi.


Chi lavora per questa azienda deve avere capacità, esperienza, notorietà, collegamenti e abbracciare (condividere) le strategie aziendali. In pratica essere un “oggetto” al servizio del capitale: pedina di un variegato sistema.


Molti presumono con più che buone probabilità che gli ingenti attacchi settoriali sferrati via Londra alle principali borse del continente (Milano, Parigi e Francoforte) partissero proprio da Edge fund a questa collegati.


Il mercato, spesso e specie in questo secolo, condiziona pure la politica degli stati, imponendo loro manovre dettate da chi il mercato stesso lo controlla. Basti ricordare le ricorrenti manovre aggiuntive che stanno coinvolgendo i paesi P.I.I.G.S. e in particolar modo Grecia e Italia. Manovre dettate principalmente dalle oscillazioni dei differenziali, perciò da forti costi passivi aggiuntivi sugli interessi.



Tra gli International Advisor della Goldman Sachs, limitandoci agli italiani, compaiono negli anni: Prodi, Draghi e Monti.


Relativamente alle maggiori cariche ricoperte:


a) Il primo assume la carica di Presidente della commissione Ue a cavallo del secolo e per 2 volte è Presidente del Consiglio.


b) Il secondo è Governatore della Banca D’Italia, Presidente del Financial Stability Board ed ora Presidente della Bce.


c) Il terzo è Commissario Ue nel 1994/2004, Rettore della Bocconi (dove si preparano persone destinate ad entrare nella dirigenza finanziaria), Presidente europeo della Commissione trilaterale ed ora probabile nuovo Presidente del Consiglio.


Tutte queste coincidenze possono essere solo casuali, anche se appaiono molto significative, specie se aggiunte a quei ruoli chiave che molti altri loro colleghi ricoprono o in altri Stati o nell’Amministrazione americana.


Monti è un convinto assertore del neoliberismo, è un sostenitore del libero mercato e del rigore dei conti di bilancio.


È pure l’autore di un’approfondita ricerca nel campo economico/finanziario, denominata modello Klein-Monti, dove si descrive il modello strutturale e il comportamento di una banca in regime di monopolio di mercato.


Questo studio si presta a molte critiche, essendo per lo più un’astratta teoria di mercato che alla prova reale dei fatti non è per nulla convincente, vista la situazione patrimoniale di moltissimi istituti di credito.


Il rapporto tra mercato, prestiti, depositi, ricavi, titoli, servizi e costi regge in realtà – secondo tale teoria - solo quando la banca è in un ambiente stabile di mercato; ma poi crolla quando il mercato stesso fluttua o si trova in situazioni recessive, di stagnazione o di deflazione, perché il rischio non è un fattore stabile e aumenta o diminuisce in stretto rapporto alla situazione economica/finanziaria generalizzata.



Il prodromo della grave crisi finanziaria che ha colpito l’Occidente e il globo avviene a metà 2007, quando una grande banca annuncia alla stampa che 3 suoi grandi Fondi di investimento sono in realtà in default. Lo sono perché hanno spinto la speculazione troppo avanti e contro ogni logica di rischio, bruciando non solo il capitale, ma pure, per l’effetto leva, accumulando un ingente disavanzo.


Molti stati corrono ai ripari e gli Usa nazionalizzano – per salvarla – la maggior compagnia assicurativa al mondo; però lasciano fallire la Lehman Brothers salvando altre banche, imitati altrove da altre nazioni.


La crisi si espande, i mercati crollano, i differenziali cominciano a subire forti pressioni, specie quelli dei paesi maggiormente indebitati (impegnati in grandi investimenti strutturali). Per cui i maggiori oneri passivi aggiuntivi dovuti alla speculazione mandano i loro conti in modo drammatico fuori controllo, come il caso Grecia insegna.


Simultaneamente avviene una strozzatura nel credito (affidamento e costi) che toglie linfa alle imprese. Conseguenza: aziende in crisi, maestranze in mobilità o in CIG, disoccupazione crescente, crollo dei consumi, impennata dell’imposizione fiscale …



Il differenziale italiano viene attaccato in estate. L’economia nazionale e reale esistente prima dell’attacco è quella che permane pure ora, perciò tutti i dati macroeconomici rimangono inalterati. Se prima il mercato credeva a questi, ritenendoli affidabili, lo dovrebbe fare anche ora che non sono mutati, essendo l’Italia tra le prime dieci nazioni al mondo per Pil prodotto.


Ciò che cambia è il differenziale che fa impennare i costi degli interessi passivi pagati sui Titoli sovrani.


Lo welfare ha retto e ha attutito l’impatto recessivo sulla popolazione, il Governo ha mantenuto il rigore sui conti pubblici, il Paese non fa faville ma non è neppure in stato comatoso.


Eppure si devono affrontare due grandi manovre finanziarie correttive in tutta fretta, a cui se ne dovranno aggiungere altre in futuro, proprio e solo perché i differenziali sono esposti a grande pressione, in pratica più che raddoppiando in questi giorni il costo degli interessi passivi.


Per uno stato importante e industrializzato, considerati i debiti sovrani in essere, la via del non ritorno è la soglia del 7% di interessi passivi, oltre la quale il bilancio va in tilt. È successo per la Grecia, per l’Irlanda, per il Portogallo, per la Spagna; e ora per l’Italia. In questi ultimi giorni lo sta diventando, pur se per ora marginalmente, anche per Francia e Austria.


Accedere al mercato per rifinanziare il debito diventa troppo caro, ma non potendo restituire le somme percepite è ovvio che bisogna sottostare all’imposizione del differenziale di mercato, considerato che l’€ è solo una moneta sovranazionale e che perciò non concede movimenti correttivi e difensivi individuali. Si innesca un circolo vizioso elicoidale in grado di abbattere qualsiasi economia.


La speculazione non è più sequenziale, bensì referenziale; perciò colpisce in modo programmato e organizzato dove più facilmente può racimolare l’utile maggiore.


Da dove provenga si sa con certezza: basta seguire la provenienza dei forti flussi pressori sul mercato.



La crisi finanziaria strozzando il credito ha prodotto anche la crisi economica. Viene dal mercato, perciò dalla speculazione. Se non si tagliano le mani alla speculazione (impedirla) il mercato rovinerà gradualmente tutte le economie Ue, abbattendole una ad una con effetto domino.


È la storia inconfutabile di questo ultimo anno, perché l’attacco non è rivolto al singolo paese, bensì all’€, perciò all’Ue tutta.


Gli assertori del libero mercato, specie i neoliberisti, seguono una logica culturale basata solo sul rigorismo di bilancio. Ma se il bilancio viene falsato dal mercato, soprafatto dalla speculazione, significa che il neoliberismo (anche di stampo cristiano/nordamericano) non può reggere nella logica economica; perciò non solo va contrastato, ma soprattutto corretto o impedito.


Nella loro cultura la finanza è prioritaria a tutto, essendo la regola “sine qua” il mondo non si muove e il profitto non risponde alle aspettative.


L’Ue e l’€ - forse sarà un caso - si realizzano quando dei neoliberisti occupano ruoli chiave nella società, ignorando i pericoli che ciò può comportare, specie se si crea una moneta sovranazionale atta solo a depotenziare le difese di ogni singolo stato.


La libera circolazione è però utile al neoliberismo di mercato, perché può ricercare e produrre utili dove è maggiormente favorevole. Perciò nascono simultaneamente Ue e €.



I tecnocrati della plutocrazia vengono chiamati (imposti) in ruoli chiave, quali estreme bacchette magiche per risanare bilanci, conti e nazioni. Non baderanno al prezzo che il popolo dovrà pagare, anche perché la pressione che si è prodotta sul mercato dei differenziali predispone già l’uomo comune, grazie all’amplificazione dei media, allo stoicismo del peggio.


Pressione preparata con cura quasi maniacale da uomini che sono “oggetti” pregiati del capitale globalizzato, celato sotto l’egida del neoliberismo e della preminenza del mercato.


In effetti, non salveranno e non produrranno alcunché, perché la situazione di tutti peggiorerà. In compenso le grandi finanziarie che comandano il mercato produrranno altri profitti, sottraendoli, in base alla legge del libero mercato, ai popoli. Si salverà – forse – la finanza, ma si distruggerà il benessere del popolo.


Diversi Governi Ue hanno subito ultimamente delle linee programmatiche esterne (leggi: manovre finanziarie correttive), magari proprio da quei soggetti che dovrebbero essere preposti alla difesa del sistema economico/finanziario comunitario.


Perché, in effetti, non si è mai visto a questo mondo una banca centrale non battere la speculazione almeno nel 90% dei casi.



La situazione politica italiana si è delineata anche tramite articoli di note personalità apparsi ultimamente e, non a caso, su importanti quotidiani, firmati pure da soggetti poi chiamati in causa. In pratica certi articoli economici hanno “predisposto” gli eventi politici.


Come non a caso al Presidente della Repubblica sono giunte telefonate estere “programmatiche”, pur se in situazioni normali il Presidente della Repubblica valga come il 2 di briscola.


Maggioranza ed opposizione hanno stabilito che in questa nazione non esiste un popolo, bensì delle fazioni ideologiche che si fronteggiano ostinatamente invece di unirsi davanti al pericolo per fare fronte comune.


Perché le manovre finanziarie correttive è ovvio che non siano state dettate da volontà propria, bensì da imposizioni esterne coercitive.


Se l’opposizione non le ha votate, non partecipando al voto – ufficialmente perché inadatte e inique – è ovvio che con un governo di unità nazionale, di transizione o con qualsiasi altra formulazione, le dovrà poi digerire.



Monti viene dichiarato senatore a vita. Poi, simultaneamente, vengono fatte trapelare le notizie ufficiose che sarà il prossimo premier designato; e, come tale, comincia a muoversi pur con il governo ancora in carica.


E in questi giorni i giudizi più benevoli da parte del comune cittadino che ho raccolto sono: a) un altro da mantenere finché campa, b) tra cagnoni non ci si mangia.


Intendiamoci, con Monti non ho nulla e lo ritengo una persona capace e carismatica nel suo settore, perciò nel suo ambito culturale del filone neoliberista; che però io non apprezzo e che giudico superato socialmente, finanziariamente e economicamente. Infatti, la gravissima crisi che stiamo vivendo è stata prodotta dagli eccessi e dalle degenerazioni di questa cultura. Limite di cultura che il metodo teorico Klein-Monti evidenzia all’attento analista.


Se il tutto non era già programmato meticolosamente da tempo, compresi i salti della quaglia che il sistema politico italiano consente, la cosa dovrebbe essere considerata più che stupefacente.


Infatti, non è mai avvenuto che simili notizie e fatti fossero resi pubblici prima di un’effettiva dimissione – non annunciata – del Premier in carica. Come in precedenti situazioni tante telefonate (interessate) non fossero giunte dall’estero al Presidente della Repubblica.


Le forze politiche hanno cambiato in poco tempo strategia, consce che un governo molto tecnico sarà in grado di fare il lavoro sporco che esse non vorrebbero fare. Le loro mani gronderanno sangue, ma potranno dire comunque che non lo hanno fatto loro e che era … inevitabile.


E faranno ciò finché gli sarà utile, salvo poi abbattere il probabile (nascente) Governo Monti se la piazza si mobiliterà spontaneamente, disperata per i continui soprusi.



Chi comanda in Italia? L’alta finanza globalizzata, che orchestra i fili del mercato e della speculazione, piazzando propri uomini ovunque, o il voto del Popolo?


All’Altare della patria non vi è il corpo di un insigne e valoroso generale, ma quello del milite ignoto: un cittadino comune e anonimo nel suo essere realmente Popolo.


Matteo Renzi vorrebbe rottamare tutta la stagionata dirigenza Pd, specie di coloro che concionano pure in Parlamento con modalità canora da avvinazzati “bettolai”. Ciò dovrebbe avvenire anche negli altri partiti, visto le facce che da decenni assillano il popolo dai media.


Ma pure tutto il sistema dello stato dovrebbe essere svecchiato, specie vedendo il toto ministri che chiama ancora in causa per un governo tecnico dei personaggi datati che hanno prodotto in passato i guai che stiamo sopportando.


Non si sa ancora se Monti sarà il nuovo premier – manca solo l’ufficialità -, né, se così avverrà, per quanto ci resterà, né con chi starà.


Sta di fatto che in quella carica vedrei bene un uomo comune, magari uno di quei padri di famiglia che tirano la carretta ogni giorno e che rischiano il posto di lavoro per la crisi in atto. Forse avrebbe più buon senso che quei decantati tecnici taumaturgici che non concepiscono nel loro benessere, neppure lontanamente, l’economia reale del popolo e le sue esigenze (difficoltà), pur sapendo tutto di alta finanza.


La salvezza non viene da continue finanziarie correttive, bensì dalla ristrutturazione delle regole di mercato che il neoliberismo non farà mai. Il danno lo si corregge alla fonte e non alla foce.


Da alpinista ormai pensionato dovrei prediligere i monti. Però amo anche le valli, perché in vetta al monte non si vive: ci si arriva, si guarda e poi si scende a valle.


Però - forse sarò un ottuso - ai … monti, avendo fatto tantissimi concatenamenti, preferirei 3 … monti, se proprio dovessi scegliere. Se non altro è uno che, essendo benestante, da molto tempo dà tutta la sua indennità in beneficenza a chi ne ha bisogno.


Il che, al giorno d’oggi, è già un tutto … dire.


A Mario Monti auguro comunque, da comune cittadino, di riuscire a risollevare l’Italia dalle difficoltà in cui giace, sperando che la storia smentisca le mie congetture sull’utilità che un tale personaggio possa essere d’utilità al Popolo italiano.