domenica 25 agosto 2013

Tempesta montana estiva.

Il sole s’occulta incerto tra manche nubi nerastre
e la nebbia dal basso ascende veloce gl’irti monti.
Il vento squassa giù in valle lo specchio lacustre.

La selva eleva un lamento di nuovo più intenso,
qual’esser vivente che geme un pericolo immane.
L’abete s’inchina in guaito al tumulto del vento.

Nerastro torpore avvolge la Cascina alla vista,
mentre della procella il lamento sibila ovunque.
Bagliori continui squarciano il fosco grigiore.

Boati in tumulto rimbombano rapaci e rabbiosi,
la mandria atterrita si stringe in un unico corpo.
Bruno s’accuccia al riparo nell’angolo scuro.

Un lampo accecante pervade la costa del monte,
l’abete, nel prato, s’incendia qual torcia rovente.
Lo scroscio possente spegne l’arsura del fuoco.

Un boato tremendo s’espande ovunque vibrante,
i vetri e le imposte si sbattono frementi e atterrite.
La Cascina si scuote impaurita per tanto tremore.

Billy si stringe sereno e fidente all’amato padrone,
mentre Gini sorbe il tosco gustoso chianti di Sieve.
Scrosci furenti e funesti diroccano ovunque feroci.

Tumulto possente colma fulmineo l’ampia Cascina;
è Gini che libra incurante il suo ebbro organ canoro.
Il frastuono della tempesta tace, sedotto, in ascolto.

Il sole ritorna tra fenditure di nembi per scomparire;
il giorno, con il tramonto, incombe verso la sua fine.
La tempesta si placa e si spegne come ogni … vita.
 

domenica 11 agosto 2013

X Agosto 2013.

San Lorenzo, io lo so perché tanto di stelle …,
perché si gran pianto nel concavo cielo sfavilla.[1]
In buia notte alla Cascina mi accinsi festante
per mirar il lacrimante buio ciel d’ardenti luci.

Una stella improvvisa oltre Cassiopea balena,
luccicante nel fulgor della chiara e fresca notte.
Arde e cade! Per spengersi sulla costa del monte.
Desiderio balena, nel cuor, improvviso. Chissà!

Il Carro disegna il suo carico per la Lattea vicina,
parente discosta anni luce che paion istanti remoti;
mentre la tenue Polare balena nel buio pulsante,
mirando la piana che sfavilla con bagliori superba.

Le Pleiadi Vergilie sul Cillene ancora soggiornan,
con il loro aperto remoto ammasso di sette sorelle.
A Ovest uno sfavillante bagliore illumina la volta,
cadendo ardente e veloce verso il talamo del Sole.

L’essere mio tremola d’anni tra l’alpeggio d’altura,
mentre Gini col calice colmo canta beato e sonante.
Errabondi fragili esser mortali tutti noi siamo,
come stelle cadenti che in un attimo ardono in cielo.

Ad Est un altro astro brilla, illumina e cade rovente,
quasi planando tra le oscure braccia del grande noce.
Dovunque il guardo io giro, Immenso Dio, ti vedo:
Nell’opre tue t’ammiro, Ti riconosco in me![2] Grazie!



[1] - Giovanni Pascoli – X Agosto.
[2] - Pietro Trapassi (Metastasio) – Dovunque il guardo io giro.