domenica 8 novembre 2009

Le tre gravi e imponenti crisi infinite: la crisi finanziaria.

La crisi finanziaria.

La crisi finanziaria ha creato con effetto domino la crisi economica, indi la recessione e infine la crisi reale che colpisce tutti, specie i meno abbienti.

Non condivido l’ottimismo di molti che dicono che è ormai superata e alle spalle, anche se, si aggiunge, la ripresa sarà incerta, lunga e difficoltosa.

I Governi hanno provveduto con tempestività, anche se ritardata nella preveggenza, a tamponare i buchi (perdite) che la speculazione globalizzata aveva innescato, salvando innanzitutto le grandi aziende finanziarie e, sopratutto, le banche. Basti ricordare che solo negli U.S.A. ne sono fallite ben 100 in circa un anno e, in questi giorni, un’altra molto importante (V a livello mondiale): la Citigroup.

In Europa le cose sono andate un po’ meglio per il sostegno che la BCE e i vari governi hanno messo in campo.

In Italia meglio ancora; anche perché il sistema nostro vede largamente prevalere le banche commerciali su quelle di affari.

Ciò nonostante si può tranquillamente affermare che anche le nostre banche sono ancora più fumo che arrosto: un fumo che sa assai di bruciaticcio.

Le principali, specie quelle esposte con crediti quasi inesigibili (a breve) con l’Est, sono corse a prenotare i Tremonti bonds, salvo poi ultimamente rinunciarci perché la capitalizzazione del portafoglio borsistico ha avuto un’impennata al rialzo, che consente loro di procedere, per ora, con mezzi propri e di posporre la ricapitalizzazione.

Perciò i problemi non sono risolti, ma solo accantonati; e se, come pare, i mercati finanziari avranno quasi esaurito la spinta rialzista, c’è da giurarci che tra poco il problema le investa di nuovo se la speculazione punterà, di nuovo, decisa al ribasso.

I Tassi sono scesi e permangono ai minimi storici, mentre i Future sulle materie prime, specie sul petrolio, hanno rialzato prepotentemente la testa.

Non per questo le banche hanno prontamente ridotto i loro tassi, lucrandoci assai tra tassi dare ed avere e in modo particolare con le PMI che non hanno un grande potere contrattuale. Hanno penalizzato la spina dorsale e produttiva del Paese, riversando su queste il costo dei loro errori finanziari e industriali. Hanno riservato un occhio di riguardo alle grandi aziende, dove per lo più sono creditrici e pure azioniste, perché la loro caduta sarebbe stata inevitabilmente la propria.

Ciò avviene per un semplice motivo: gli aiuti avuti sono stati da molti riservati a una nuova speculazione sui Derivati, creando di nuovo una spirale che, se non verrà bloccata, porterà a conseguenze recessive peggiori di quelle dello scorso anno e dell’inizio di questo.

Basti ricordare, in proposito, il monito di Obama, di poco tempo fa, al sistema finanziario americano, che ha usufruito più di tutti del sostegno statale, e tornato ai vecchi vizi e … rischi.

I crediti in sofferenza e inesigibili sono stati solo congelati, perciò sterilizzati in frezeer in attesa di tempi migliori. Ciò ha permesso non solo di salvaguardare le società finanziarie, ma pure tutte quelle aziende che avevano investito poco avvedutamente oltre le loro effettive possibilità commerciali e industriali.

I Tremonti bonds sono in scadenza nel 2013; e se per allora non saranno resi, diventeranno pesanti da gestire nei costi che arrecheranno: non saranno più tanto economici, ma una palla al piede.

Alcune grosse aziende hanno proceduto ad emettere loro propri bonds, indebitandosi direttamente sul mercato finanziario ad un lustro, eventualmente rinnovabile.

Questo scenario inquietante non può lasciare il cittadino comune in assoluta tranquillità, considerato pure che ormai la CIG ha quasi esaurito il suo corso ordinario e che bisognerà fare ricorso a quello straordinario per proteggere il lavoratore. Ciò significa che il Debito pubblico volerà ancora più in alto anche nel prossimo anno.

E che il lavoratore, nonostante la grave recessione in atto, sia stato “invogliato” da incentivi di rottamazione a indebitarsi ulteriormente, quando tali risorse sarebbero state più utili a proteggerlo socialmente, è un fatto grave che le lobby finanziarie industriali, specie di un’azienda che commissiona tutto all’estero e che assembla solo (in parte) in Italia, hanno sulla loro coscienza, se mai ce l’abbiano.

Tutto ciò in base alla regola del business che il mercato, perciò il consumismo modaiolo, va sempre sostenuto e invogliato.

E se da un lato questo arreca vantaggi perché permette alle aziende in crisi di resistere sul mercato e rialzarsi, dall’altra bisogna concepire che non si può più continuare ad assommare debiti per favorire la produzione e il commercio all’infinito.

Bisogna avere uno sviluppo e un tenore di vita compatibile, anche a costo di abbassare i consumi e di affrontare sacrifici.

Le aziende finanziarie, oltre ad usare la leva sul mercato del credito, avrebbero anche la possibilità di promuovere un aumento di capitale sociale per dotarsi di mezzi propri.

Ciò, tuttavia, non avviene per una logica ragione finanziaria: stante le carenti quotazioni azionarie attuali l’aumento di capitale non sarebbe conveniente per gli azionisti nel rapporto onerosità, rischio, reddito.

Basti pensare al riguardo che molte aziende non sono neppure in grado di distribuire il dividendo sugli utili, considerato che se non sono in perdita hanno, comunque, immenso bisogno di liquidità.

Un aumento di capitale in tali condizioni rischierebbe di cadere nel vuoto del disinteresse generale. E dove è stato fatto l’azionista o ha rinunciato, oppure ha provveduto a vendere quasi subito parte del proprio pacchetto azionario per recuperare capitale, affossando di conseguenza il valore azionario del titolo.

Tutto ciò pone in evidenza la tendenza moderna a considerare il capitale (perciò l’interesse individuale) maggiormente importante della persona e della collettività.

Si rinuncia, in pratica, ad essere popolo e nazione, perdendo il senso di appartenenza e di provenienza.

Il benessere e l’interesse proprio immediato prevale sull’interesse generale e delle generazioni future.

La plusvalenza dell’investimento esige tempi stretti e veloci, anziché tempi lunghi.

Ne consegue che il capitale non è più destinato all’investimento vero, ma solo alla speculazione che è in grado di produrre risultati in tempi rapidi; ma, pure, perdite ingenti che possono innescare crisi recessive imponenti.

Per convincersi di ciò basta osservare l’andamento delle borse occidentali che sono solite invertire il proprio ciclo intraday sulla base dell’apertura di Wall Street.

Perciò si procede non basandosi sui fondamentali, bensì sull’emotività giornaliera.

Il capitale non è più un bene materiale necessario allo sviluppo, ma un mezzo artificioso di creare ricchezza virtuale.

Il mercato americano è ciò che volenti o nolenti condiziona il mercato globalizzato.

La stessa Cina, pur con il suo Pil positivo a due cifre, ha come maggiore cliente proprio gli U.S.A. Non solo: il suo risparmio è stato attratto dal sistema finanziario degli States per la rendita maggiore che poteva offrire; e, strano a dirsi, è stato “bruciato” nel consumismo.

Il $ ha perso terreno rispetto all’, ma tra poco potrebbe tornare a invertire la propria marcia. Basti pensare all’andamento altalenante del suo corso in questo ultimo anno.

L’aumento delle materie prime, causato più dalla speculazione sui Future che sul reale aumento del prezzo dovuto a un lieve aumento dei consumi, porterà con sé una ripresa progressiva dell’inflazione e perciò pure dei tassi. I quali moltiplicheranno i costi finanziari arrecando ulteriore inflazione.

La recessione porta, alla fine, sempre con sé il saldo del conto finale e non sarà indolore.

Non sono tra coloro[1] che intendono strutturalmente necessaria la speculazione, giustificandola a indispensabile calmiere del mercato.

Lo affermo convinto, come lo ho sempre sostenuto, pure ad alto livello, anche ultimamente.

La speculazione non è un investimento, ma solo una ricerca esasperata di un forte e facile guadagno. E molti prodotti oggi sul mercato, specie i Derivati (tutti), non aggiungono nulla all’utilità finanziaria e commerciale del rapporto economico globalizzato.

Sono prodotti che se va bene producono aleatori guadagni; e se va male pongono problemi a tutta la società internazionale. Sono patate bollenti che gli spericolati sociali si scambiano velocemente tra loro, nella convinzione che alla fine ci sarà il pollo a cui rimane in mano, che si scotterà e … perirà.

Ma spesso, come le grandi recessioni insegnano, a perderci sono poi tutti, anche se chi ha sempre la peggio è l’indifeso.

Speculare non è esattamente il sinonimo di investire.

E chi investe crede in qualcosa e persegue nel tempo il suo obbiettivo.

Chi specula ha una mentalità asociale basata sul proprio egocentrico individualismo: intende solo il suo interesse a scapito degli altri.

È difficile difendere la tesi che la trattazione di oltre 1,5 mld di barili di petrolio al giorno è calmierante al suo prezzo, quando alla società internazionale servono solo 85 ml al giorno. Esattamente: circa 1/20 di ciò che viene trattato.

Solo un pazzo acquisterebbe un prodotto che non sarebbe assolutamente in grado di smerciare, perciò di poter monetizzare rientrando dall’investimento. E se si moltiplica tale cifra per 365 g all’anno si ottiene una cifra … astronomica.

Ciò, tuttavia, è consentito non nel mercato reale, ma solo in quello virtuale.

Si scambia la realtà per la virtualità: l’esistente per l’immaginario.

Perché se la speculazione avesse la sua reale utilità finanziaria, così come viene praticata oggi, allora sarebbe utile moltiplicarla all’ennesima potenza.

La stessa cosa avviene nel mercato mobiliare tradizionale quando viene consentita la vendita allo scoperto, oppure quando si concede la leva sulla speculazione a percentuali impensabili: 1 a 700, con punte che possono arrivare anche a 1 a 5.000.

In questo modo si disincentiva non solo l’investimento di chi realmente ha a disposizione il capitale reale, ma si arreca danno allo stesso “valore reale trattato, perché questo non si basa più sui fondamentali, ma solo sulla quantità della domanda e dell’offerta tanto a salire quanto a scendere (spinta rialzista o ribassista). Il “bene di per sé stesso in pratica potrebbe anche non esistere, come in tanti casi avviene.

Il risparmio reale diventa strutturalmente ininfluente, soppiantato dall’aleatorio indebitamento virtuale.

Vi è, pertanto, la necessità che gli Stati (alcuni dei quali, come l’Italia) propongano questa linea di fermezza e si accordino per stabilire non una lex operativa, ma uno ius regolativo.

Diversamente, senza una direttiva condivisa, il mercato finanziario andrà sempre alla deriva, creando ciclicamente i suoi guasti.

Quest’anno il Pil di molte nazioni è sceso a livelli preoccupanti: il -6% all’incirca nei maggiori paesi occidentali.

La disoccupazione ora sta mostrando i suoi valori reali e non è detto che abbia raggiunto il suo apice del 10% circa, giacché molte aziende non reggono più il mercato e sono costrette o a chiudere o a fallire.

La ripresa sarà molto lenta e ci vorranno anni prima che il Pil attuale perso sia recuperato. Similmente il sistema produttivo ha bisogno di una profonda ristrutturazione e ridimensionamento.

Infatti, come sono inconcepibili 1,5 mld di barili di petrolio, è ovvio che non si potrà continuare all’infinito a produrre beni (auto e altro) che il mercato non potrà assolutamente assorbire, neppure con incentivazioni infinite.

La recessione, anche per chi meno l’ha subita, porterà inevitabilmente con sé un cambiamento nella società. Impone un ridimensionamento e non una continua infinita espansione.

Questa è la sfida che ci attende; da risolvere e vincere se tra poco non si vorrà cadere ancor più di prima.

E la prima sfida è quella di stabilire uno Ius condiviso in grado non di impedire, ma di regolarizzare[2] un mercato senza regole e freni inibitori.




[1] - A. Alesina, F. Giavazzi – La crisi. 2008

[2] - Dare delle regole operative e non nel senso di impedire.

Uomo e persona.

(Questa è la copia del breve commento lasciato sul blog di un amico. Considerato che il contenuto può essere di interesse generale l’ho riportato pure qua. Per brevità si rimanda al link seguente per la conoscenza della tematica che l’ha generato. Per non essere liquefatti...)

Uomo e persona.

Nel tuo breve meditare hai fatto un po’ di … confusione.

Parto dall’ultimo per arrivare al primo.

Dici: “… il ritenere un essere umano una persona è il modo …”, “La persona è sempre un dono per sé e per gli altri …” e “Persona è l’essenza, il substrato fondamentale di ogni essere umano, che va oltre la sua corporeità e la sua spiritualitàche lo rende unico perfetto …”.

A questo punto sarebbe interessante sapere cosa tu intenda per uomo, cosa intenda per “dono per sé” e, pure molto interessante, sarebbe percepire la differenza che interpreti tra dono e regalo.

Ovviamente la mia è una domanda retorica.

Siamo liquidi, flessibile e leggeri attaccati a “valori ‘solidi’ ”? E questi sono l’essenza di persona?

Io non ritengo di essere né liquido, né flessibile, perché allora mi riterrei un idiota se i cambiamenti mi condizionassero.

L’essenza del concetto di uomo, in verità va scisso da quello di persona solo nell’interpersonale: si riconosce all’altro il nostro stesso diritto ad esistere e a coesistere nella “parità”, pur nella diversità. Ci si riconosce “Società”!

In questo sta ( l’identificarci) il nostro essere uomo e persona.

E se l’uomo è sé stesso nel rapporto con l’altro (persona; nell’accettare la parità esistenziale e non di diritto), allora ha il dovere non di liquefarsi (adattandosi all’esistente momentaneo), né di essere “flessibile” all’altro o all’evento, ma di padroneggiare e dirigere il processo evolutivo sociale e personale in base a principi e valori che devono essere recepiti nella loro totalità e importanza, perciò intellettualmente condivisi.

L’uomo è individualità nella percezione di sé stesso; ma si trasforma (identifica) in persona nel momento stesso che si relaziona all’altro, riconoscendolo come alter ego sociale.

E non solo riconoscendo il contemporaneo che gli sta accanto, ma pure il trapassato e l’addiveniente.

La cultura universale (bagaglio sapienziale) è forse il vero concetto lato di persona, sia nel bene che nel male. Infatti, a noi insegna i valori e i principi che hanno permesso ai nostri avi di esistere e di relazionarsi e per i posteri il rispetto di un ambiente e di un rapporto sociale ultratemporale che riconosca loro una parità esistenziale priva di obblighi pregressi.

Principi e valori che non sono, giova sottolinearlo, immodificabili, ma continuamente evoluti nel perfezionarli.

Perché se noi interpretiamo l’essere persona al solo “relazionarsirealizzarsi nella misura in cui allarga e perfeziona le sue relazioni”, allora colleghiamo il nostro incedere al solo compito di completare un rapporto pacifico e utile alla nostra esistenza.

Solo in questo modo il “diritto” non avrà quella priorità di pretesa che impone a chi è più indietro (in ogni senso e pure fisicamente – handicappato reale o momentaneo -) di volere (pretendere) ciò che l’altro può avere nella sua operosità e capacità, ma di riconoscere (dove è possibile) che l’aiuto che viene concesso non sia un diritto acquisito, ma solo un volontario supporto che la “persona/società” ti dà per consentirti di vivere nella parità esistenziale. Parità che non significa identità né continuità.

La nostra attuale società, perciò noi tutti, tende a scaricare sugli altri i propri doveri. Si intende solo il proprio diritto.

I figli “pretendono” che la società si faccia carico dei genitori anziani o infermi, le giovani coppie dei figli, le aziende che mal si sono programmate o fatto buchi l’aiuto statale, chi rimane senza lavoro dell’assistenza (stipendio) sociale, chi meno ha … vuole ciò che chi più ha si può concedere.

La cicala, spesso, nella pratica vuole avere ciò che ha la formica!

Ma allora siamo solo in quella flessibilità e liquidità del “diritto” che non sa apprezzare e riconoscere il dovere. Ne è incapace!

In pratica non si è in grado di percepire il “Voldere: volere il dovere”. Dove il volere è l’essenza dell’essere persona per sé e per l’altro nella percezione esatta del proprio “Io maturo”.

Si è “Samaritano”; ma il samaritano è tale nel vedere volontariamente la necessità e non nel diritto della pretesa altrui.

Con buona pace di Mounier e di Bauman.

domenica 1 novembre 2009

Comunicazione e dialogo nel rispetto reciproco.

(Questa è la copia del breve commento lasciato sul blog di un amico. Considerato che il contenuto può essere di interesse generale l’ho riportato pure qua. Per brevità si rimanda al link seguente per la conoscenza della tematica che l’ha generato. Il popolo della rete e le sue etichettature)

Comunicazione e dialogo nel rispetto reciproco.

Parto del presupposto che per dialogare bisogna essere almeno in due e per costruire anche.

Difatti non si costruisce mai per sé stessi, ma per vivere insieme agli altri. Diversamente il mondo non esisterebbe neppure.

Il mondo è l’insieme di singolarità e la società l’insieme di persone.

Il contrasto che tu manifesti forse si basa su un vizio di fondo: queste persone che si fronteggiano su sponde opposte vogliono veramente dialogare? Oppure vogliono imporre il loro solo modo di vedere asserragliate nel loro integralismo o fondamentalismo ideologico?

Perché, se così è, allora ognuna vive nel suo mondo da bolla di sapone, da dove si può vedere da un solo punto particolare di osservazione, ma non dialogare. Si fa del semplice qualunquismo.

E non si va dove si vuole, ma dove il vento dell’esteriorità ti porta.

E se la bolla scoppia si cade malamente a terra.

Negli anni mi è capitato talora di essere oggetto di attacco, da chi non voleva dialogare. Però il fatto stesso che mi si attaccasse era implicito che senza dialogo si volesse fare la guerra.

E per fare la guerra bisogna sempre essere almeno in due.

Come si risolve l’inghippo? Semplicemente scendendo nell’arena e non rispondendo con l’insulto, ma con il ragionamento che, basandosi sul “dire” altrui, lo demolisce nel suo evolversi discorsivo. Si dimostra alla controparte che o ha torto, oppure che bisogna trovare insieme un modus vivendi, perciò un punto d’incontro per dialogare.

E per dialogare si accetta di analizzare un costruire insieme.

E se l’altro non accetta è ovvio che batta in … ritirata.

La Rete è globalizzata; ma non per questo personalizzata. L’individuo, infatti, è come se vivesse in una bolla di sapone: una delle tante indipendenti che formano un Social network. E, strano a dirsi, i più noti, come Facebook, sono dei contenitori trasparenti dove l’individuo, di norma, si mette in mostra, proprio, talora, come la peripatetica nelle vetrinette della Frauenstrasse di Amburgo.

Si mette in mostra perché vuole apparire. È tutto da dimostrare che l’apparire combaci con l’essere.

E spesso, come la peripatetica di Amburgo, mostra di sé stesso o la necessità del bisogno, oppure la degradazione dell’essere persona.

Come è pure da dimostrare che il suo apparire non abbia o un fine politico, oppure generalmente sociale; ma, allora, si è lì per comunicare e dialogare.

Si commercializza la persona e la si ritiene un oggetto che si può vendere; e come si vende l’esteriorità di sé stesso (perché nessuno accetterebbe d’essere uno schiavo), si vende anche ciò che si ritiene l’altro possa essere: un imbecille o nella fede o nel razionalismo agnostico.

La Rete, per costoro, non diventa più un mezzo di comunicazione, perciò di collaborazione, ma semplicemente un pleonastico modo di essere: l’apparire per … esistere. Si costruisce un costume che avvalora o deprezza: una maschera fittizia.

Ciò lo si può recepire anche nei commenti che si possono leggere sui vari blog ai vari post, assai stringati o sbrigativi; mai, se non in pochi casi, profondi o aggiuntivi.

Si rinuncia in pratica a comunicare, limitandosi all’osservare, all’assentire o al denegare: ci si schiera.

Chi declama senza discutere è sicuro del proprio modo di essere? Oppure con il conclamare ciò che ritiene la propria verità non accetta di discuterne perché non ha la base per supportare il proprio credere?

E il cristiano, nel professare il proprio integralismo o fondamentalismo basato su dei cliché preconcetti, nel non accettare di discutere dimostra che il suo credere è “fittizio”, anche se la sua importanza sociale, nella comunità o nella chiesa, può essere elevata. Non è su base solida.

Perché l’amare, per un cristiano, è basilare; senza di che il procedere diventa un fatto puramente egoistico di comodo.

E l’amare è il mettersi, se vi è necessità, a disposizione di chiunque, anche di chi non condivide e ci contrasta (Lc. 6,27) in qualsiasi campo.

La Rete è anticlericale? Come in ogni società, virtuale o reale, vi sono idioti, saggi, acculturati o … “accolturati” (coltivati).

E questi ultimi sono proprio quelli che non accettano di discutere perché la loro ideologia, se mai ce l’hanno cosciente, è basata sul materialismo, perciò su quell’utilitarismo individualista egocentrico che pone la preminenza e la centralità del proprio “Io” esistente sull’Io essente altrui.

È un “Io arcaico” che difficilmente può aprirsi a divenire “Io maturo”.

Proprio uno di quei “processi limbici” dell’amigdala, che alcune frange dello scientismo materialista innalza, impropriamente, quale libertà progressista da conquistare e recepire.

La dicotomia credente/agnostico non esclude il confronto e il vivere civile nell’essere società; anzi: lo impone.

Ciò non significa anteporre il proprio credere all’altrui, ma il rispecchiare nell’altro la necessità del vivere pacificamente insieme nel rispetto reciproco.

Perché se non vi è rispetto non vi è parità sociale, ma solo la iattanza dell’essere secondo la legge della giungla, sia che si conclami una razionalità, sia che si avvalori la propria fede.

Ed allora la socialità che si intende proporre (imporre) è una di quelle cause che arrecano poi danni a tutta la società, virtuale o reale che sia, facendo di tutta l’erba un fascio.

Un semplice qualunquismo generalizzato che esclude il dialogo già nella sua genesi.

Grazie dell’ospitalità.

Liquidità e sostanzialità della persona; sue diversità.

(Questa è la copia del breve commento lasciato sul blog di un amico. Considerato che il contenuto può essere di interesse generale l’ho riportato pure qua. Per brevità si rimanda al link seguente per la conoscenza della tematica che l’ha generato. Liquidi o solidi)

Liquidità e sostanzialità della persona; sue diversità.

Zygmunt Bauman[1] è uno di quei sociologi che definisco “scoordinati”. Infatti, collegano la sociologia alla filosofia senza costrutto.


Da dove provengono culturalmente questi sociologi? Se ci se lo chiede la risposta è interessante: di norma dal marxismo, il cui “crollo” (fallimento) culturale e sociale è di parecchio antecedente al crollo materiale del Muro di Berlino.
E, innalzando la bandiera del progressismo e del liberismo individuale paiono chic nelle loro profonde contraddizioni.
E, caso strano, sono pure “personalisti”. Difatti sul concetto di Persona implementano sempre il loro discorso.
Peccato che non sappiano risolvere i quesiti in cui si cimentano; relativamente a Bauman: morale, società, individualità.

L’essere “liquidi” è un fatto umanamente degenerante e non perché si basa solo sull’individualismo morale, ma perché annichilisce la persona e la società.

E se la morale (e i suoi principi) è nella “modernità” (come loro la intendono) “la regolazione coercitiva dell’agire sociale per la proposta di valori o leggi universali a cui nessun uomo ragionevole può sottrarsi”, è ovvio che il singolo non possa creare società, perché questa non può essere concepita senza morale.

Dove siamo? Nell’anarchismo pratico e, assai di più, in quello culturale; perciò nel personalismo individualista per eccellenza che sfocia nella confusione intellettuale assoluta.


Uno degli assiomi che regola il suo filosofeggiare (se così vogliamo chiamarlo) si basa sul concetto che “L’origine della morale è sempre un atto individuale, implica necessariamente un io” e che perciò questa non può essere “un atto collettivo”.
A cascata sillogistica si giunge alla conclusione che se non c’è l’Io (persona/individuo singolo) non vi può essere l’atto morale.

Il contrasto insanabile, perciò la carenza assoluta della logica del sillogismo, porta alla conclusione che “la società nasce da un’etica sociale, perciò dal vincolo che si crea tra più persone”.

E su ciò, per giustificare tutto, nasce il concetto stridente di “persona liquida”, che deve uniformarsi alla società per reggere, ammantando i Valori individuali a concetti etici post-moderni. In pratica: la morale deve uniformarsi al cambiamento sociale, perciò al consumismo e alle sue leggi economiche.

La globalizzazione accelera questi concetti e l’“Homo consumens[2] diventa, di conseguenza, un oggetto.

La morale viene imposta dalla collettività per poter governare, perciò per essere società.

Val la pena sottolineare che la morale esiste non come fatto individuale, ma come “legge fisica” sociale che regola la convivenza dell’essente; e non solo nell’ambito animale (umano), ma pure in quello dei processi delle leggi fisiche e delle particelle infinitesimali.

Esiste perché vi è un essente (esistente) e non perché vi è la singola persona!

L’ordine dello scorrere della vita è di per sé stesso una morale, senza la quale non solo non vi sarebbe società, ma neppure materialità.

I Valori e la Morale sono perciò come una legge universale che regola il rapporto dell’esistente nel suo continuo evolversi: Società!

Il problema che Bauman non solo non risolve, ma neppure riesce a concepire perfettamente, è quello di come recepire e comprendere il Valore che crea la Morale.

Però è ovvio che se la persona diventa oggetto e il suo evolversi appare come liquidità in continuo mutamento nell’uniformarsi al contingente, allora non è più considerata un essente, ma un solo oggetto casuale del diveniente.

E, strano a dirsi, è proprio il risultato discordante e caduco del pensiero di chi lo esprime.




[1] - Zygmunt Bauman - Poznan, 19 novembre 1925

[2] - Zygmunt Bauman - Homo consumens. Lo sciame inquieto dei consumatori e la miseria degli esclusi. 2007