domenica 25 dicembre 2011

Natale 2011


Un anno tribolato volge al termine; e a questo Natale, in modo particolare, si guarda con la speranza che il prossimo sia migliore.


Le aspettative non sono buone e il comune cittadino – quello come noi tutti – teme che vi siano altri … guai: tasse, disoccupazione, crollo del benessere individuale e generale … e grande recessione.


Pure L’Ue pare in dissoluzione, specie se un nuovo pesante attacco ai mercati mobiliari indurrà la Merkel (Germania) a mettere in atto il Piano B durante un fine settimana di pura follia.


Il Governo del benestante e cattolico Monti (ligio e osservante) più che sembrare composto da tecnici è parso a tutti un carnefice: vecchie ricette stantie e nessuna novità. Se questi sono i tecnocrati taumaturgici, di sicuro rimpiangeremo i vecchi e fallimentari politici.



Il Natale, tuttavia, induce alla speranza; e in modo particolare questo, perché se le difficoltà sono maggiori pure la speranza diventa più grande.


La speranza è uno dei grandi doni peculiari del cristianesimo, perciò ciò che ci fa vedere sempre una luce anche nel buio assoluto: si trasforma in certezza.


Le difficoltà non sono uguali per tutti, anche perché ognuno di noi ha dei talenti diversi da quelli di tutti gli altri. È importante il metterli al servizio di tutti, specie di quelli che ne hanno maggiormente bisogno. Solo in questo modo la speranza diventa un punto fermo anche per chi ha o molto meno di noi, o la capacità di reggere le difficoltà minore della nostra.



Una vita che nasce è il fulcro della speranza; e i genitori si impegnano in modo che per il nuovo nato vi sia un mondo migliore. Diversamente non lo avrebbero neppure chiamato alla vita.


La speranza fa rinascere anche ognuno di noi, rendendoci capaci di progettare e vedere oltre le difficoltà.


Pure chi scrive ha avuto un anno tribolato fisicamente e professionalmente. Tuttavia è stato un anno di grande ricchezza interiore per il grande dono ricevuto da chi sono riuscito ad aiutare anche con quel poco che potevo offrire: moralmente, economicamente e psicologicamente.


Oggi, facendo una commissione, ho incrociato un conoscente che da molto soffre una devastante malattia. Faticava pure parecchio a togliere la mano dal giubbotto per porgermela; e me lo fece pure notare dicendomi: Non sono neppure più capace di togliere la mano dalla tasca!


Non mi fece pena; ma in lui, pur nella progressiva decadenza fisica, ho notato la fiducia nel futuro e quella voglia di progettare qualcosa di nuovo. Infatti mi disse nel salutarmi: Spero di migliorare e di poter fare ciò che quest’anno non ho potuto realizzare.



Quando si è nell’angustia, nel dolore e nella grande difficoltà (indigenza) le parole spesso sono superflue; vanno sostituite con le opere, quelle capaci di dare speranza.


La mia speranza di questo natale è la disponibilità verso chi è bisognoso. Una disponibilità che deve essere sorretta dalla coerenza e dell’attenzione al prossimo, qualunque sia il suo bisogno.


Nel biglietto augurale che ho composto compaiono all’inizio e alla fine del Buon Natale due composizioni floreali analoghe e, su una consonante e su una vocale dei due vocaboli, due bianchi uccelletti gioiosamente svolazzanti. Il tutto su un terso cielo azzurro.


Il dono, la vita, l’augurio, la disponibilità e la gioia del farlo.


L’augurio va rivolto sempre a qualcuno, possibilmente a tutti. Diventa un impegno, e non pura convenzione, quando diviene gioia di dare e di donare, nella convinzione di lottare per un mondo migliore.



Buon Natale … a tutti.



… Senza altre parole.


sabato 17 dicembre 2011

Billy.

Sesac, oggi, venne a farmi visita e mi consegnò questo racconto che pubblico assai volentieri.


È il primo di 2 articoli connessi, pur con tematiche diverse, che parlano della situazione della foresta e delle vicissitudini degli animali.


Questo tratta della scomparsa di un amico, che da molto faceva parte del gruppo degli animali.



Sam Cardell


Tratto da “i Dialoghi” di Sesac


Billy.



La compagnia, avvicinandosi le festività, si dava appuntamento in un’accogliente baita alpina dove spesso Leone si recava. Com’era tradizione da anni ci si riuniva anzitempo sulle festività di fine anno per i consueti auguri.


Di norma era così; ma quest’anno andò diversamente e quando vi giunsi trovai una situazione ben diversa.


L’occasione, come sempre, veniva colta più per riunirsi che per i convenevoli sociali. Quest’anno, poi, data la situazione esistente nel settentrione della foresta, specie ad Itachia, l’occasione era maggiormente ghiotta.


Itachia faceva parte del continente Eustachia, così chiamato perché ogni suo Land sentiva solo pro domo sua.



Giù nella piana e nelle valli vi era una forte nebbia; ma, appena attaccati i primi tornanti che portavano al valico, questa si diradava velocemente lasciando posto al gagliardo sole dicembrino che, se non turbato dal tramontano, scalda ancora il cuore e la mente di tutti gli animali, bipedi e quadrupedi indistintamente, specie di quelli poveri che da lui traggono il calore per superare giorno dopo giorno il lungo inverno.


Salendo tra il bosco ceduo che fiancheggia tutta la salita, facevano bella mostra di sé sia le foglie mattone del faggio che quelle ancor più seghettate e scure del forzuto roburo, parente stretto del rovere, della quercia e della ghiandaia; arbori, però, che ai monti prediligono o la piana o le ondulate e morbide valli, specie di quelle che immettono poi nei terrosi fiordi montani.


Ad eccezione dei radi e verde cupo abeti, posti a sud sulla dorsale che divide le 2 valli, i rimanenti fusti arborei levavano verso il cielo le scarne braccia, quasi implorando il buon Dio affinché li scampasse dalla grave crisi in atto; e avendo spesso, accanto, altri colleghi che, benché spogli, erano imbellettati dalla rossa pastura per gli uccelli.



Non erano ancora iniziati i grandi freddi, per cui il clima era mite e la natura, sebbene già in letargo, ancora molto accogliente.


Appena dopo una curva a gomito un’intrepida lepre balzò dal muro a monte e si cimentò, fino al tornante successivo, in un duello sportivo di corsa alpina con Bipperino. Costui, per la verità, procedeva beato, indifferente e senza alcuna fretta, intento a scansar le grosse e indecenti buche che l’amministrazione di quei luoghi, come proprio civile biglietto da visita, presentava al coraggioso viandante che lassù si avventurava alla singolar tenzone.


Giungemmo infine al valico; e invitai Bipperino a sostare un attimo, onde goderci il paesaggio. Prontamente accondiscese. Si era solo a metà viaggio.


Scesi; e tra il terso fiammeggiar del sole mi godetti il paesaggio familiare.


Scorrendo l’occhio da ovest a nord, e infine verso est, notai il fulgore dell’imponente catena alpina, già ben imbiancata nelle sue alte cime. Sotto di noi, a sud, i grandi e piccoli laghi dai vivaci colori; e, più lontano, la brumosa immensa piana che mostrava però solo un grande mare: quello della nebbia, intenta a frangersi contro il fianco dei monti propri degli etruschi.



Mi sovvenni che lassù sarebbe mancato un amico: un piccolo quadrupede a noi tutti caro, capace ogni volta di accoglierci con un festoso bau-bau di benvenuto. Ci aveva lasciati alcuni giorni prima senza alcun clamore.


Casualmente lo seppi, anche sa da mesi sapevo dei suoi acciacchi.


Lo vidi emergere dal mare di nebbia della piana, quale fantasma reale, alter ego della Dama Bianca che nelle notti agostane attraversa il lago ch’era sotto di me.


E attratto nel gorgo biancastro rividi … tutto.



Avvenne, infatti, che giorni prima dovessi recarmi da Leone, presso il suo antro, per chiedergli delle informazioni su Becca Morti.


Giunsi nell’immediato pomeriggio e non trovai Billy ad accogliermi. Pensai che fosse uscito con Leone.


Leone, invece, lo vidi intento a preparare degli attrezzi per eseguire un lavoro: una vanga e un piccone. Aveva già gli stivali ai piedi per non inzaccherarsi.


Mi vide, mi salutò senza troppo entusiasmo e mesto nell’aspetto. Mi invitò ad attenderlo nell’antro, dicendomi che mi avrebbe fatto aspettare poco. Doveva fare una buca nel terreno dietro casa.


Gli chiesi se avessi potuto seguirlo. Non mi rispose, come se non mi avesse sentito, apparentemente chiuso nella sua mestizia.


Si avvio verso il podere con gli attrezzi in spalla, quasi a malincuore; ed io lo seguì a distanza con discrezione.



Nel podere vi era un prunus armeniaca; e presso quello Leone si fermò. Mi arrestai a distanza ad osservarlo presso un calicantus.


Tutto intorno la terra era morbida, nera, fresca e senza zolla, come se fosse stata lavorata da poco.


Prese la vanga e cominciò con forza a spingerla nel terreno, sollevando poi grosse quantità di terriccio che posava ai lati. Poi prese il piccone e scavò ancora nella buca per renderla più profonda, spostando poi la terra smossa.


Infine misurò con la vanga la profondità e ritenne – almeno mi parve di intendere – che fosse bastevole.


Lasciò gli attrezzi e tornò nel cortile di casa. Poco dopo ricomparve con una cesta in mano, coperta da un drappo azzurrino. La depose lentamente poco distante dalla buca, sul prato che vi era vicino.


La scoprì e a distanza vidi che c’era: il corpo esanime e ben composto di Billy.


Né … soffrii!



Leone mi dava di spalla e stette per alcuni attimi ad osservarlo; poi pose un ginocchio a terra e coccolò l’impavido e fido cagnolino a lungo. Infine lo sollevò tra le braccia togliendolo dalla cesta. Girò su se stesso verso la buca e … li vidi bene entrambi.


Leone mi parve commosso, estraniato come se il mondo non esistesse. Billy era rigido, ma splendido come sempre e con le sue fiere orecchie ritte e la coda composta; pareva dormisse beato, ninnato tra le braccia di Leone. Ebbi la convinzione che se Leone lo avesse posto a terra in piedi Billy, nella sua rigidità, sarebbe parso vivo, pur con gli occhi chiusi. Era, infatti, in una posizione naturale eretta.


Lo depose lentamente nella comoda buca, attento a non sciupare quella posizione; lo pose adagiato sul fianco dx. Lo coccolò un attimo accarezzandogli la testa; poi si alzò.


Si diresse verso un rosa posta al limitar del podere e ne colse un bel fiore rosso, lasciandone un altro già un po’ sfiorito. Non era la stagione dei fiori. Ve n’erano altri in bocciolo, ma li disdegnò.


Tornò verso l’amico e dall’alto lasciò cadere il fiore su di lui. La rosa cadde ruotando come un’elica su se stessa con il gambo rivolto verso il basso e si infilò nella terra proprio sotto il mento di Billy, creando uno splendido abbinamento di tinte con la sua pelliccia biondo scuro.


Leone osservò l’effetto, poi vagò ancora un attimo per il terreno, raccogliendo una grossa margherita gialla e una bianca di prato; notò pure un fiore multiplo cobalto e raccolse pure quello.


Tornò alla fossa; si inginocchiò sopra di questa, appoggiò la mano sx tra la nuda terra per sostenersi, si chinò e depose i fiori sopra l’amico, vicino alla rosa.


Lo rimirò a lungo, accarezzandolo tra la nuca e la coda, sulla schiena, con la sua dx. Vedevo bene in faccia Leone e alcune rade lacrime gli scendevano dagli occhi, resi ancor più splendenti e brillanti, come diamanti, dal trasparente liquido lubrificante, cadendo sopra l’inerte amico. Tuttavia il suo viso, pur nel dolore, era sereno.


Infine si alzò deciso, prese la vanga, salutò con un ultimo amorevole sguardo Billy e con mosse sicure e decise lo ricoprì velocemente di terra finché il tumolo fu terminato.


Prese un rametto di agrifoglio guarnito di bacche rosse e lo conficcò sopra. Sbatté gli attrezzi sul terreno tra l’erba, onde ripulirli dalla terra umida e appiccicosa; se li mise in spalla e si avviò deciso verso il cortile di casa.


Lo seguii.



Mentre sistemava gli attrezzi entrai in casa. Mi parve … in parte vuota. Lui giunse poco dopo. Si era completamente ricomposto.


Ci scambiammo alcune idee e mi aggiornò con serenità, su mia richiesta, sulla morte del comune amico, scomparso il giorno prima.



… Introdussi il discorso su Becca Morti, ragione principale della mia visita. Comprendevo che non era il giorno adatto, perciò vi accennammo solo.


Era costui così chiamato anche se il suo nome anagrafico era Amorino. Aveva tuttavia un aspetto tanto tetro, da bolgia infernale, che tutti lo chiamavano così, iniziando dai suoi genitori che gli cambiarono subito il nome in Becca. L’ufficiale anagrafico, all’atto della registrazione e essendo un po’ sordo, non capì bene neppure il cognome, anche perché il padre, che aveva sempre monete in bocca, masticandole per professione, aveva il difetto di pronunciare male una consonante, declamandola come se fosse la quarta successiva.


Per Becca Morti mi invitò ad essere presente alcuni giorni dopo ad un piccolo convegno di amici, alcuni dei quali – mi disse – non conoscevo ancora. Si sarebbe ragionato della situazione e delle prospettive.


Mi diede indicazione sul luogo del ritrovo, che non era uno di quelli abituali per ragioni che non mi elencò e per cui non chiesi ragguagli.


… Data l’ora, prendemmo insieme un the al latte con alcuni biscotti.


Salutai infine lui e Madame, dandoci appuntamento ad alcuni giorni dopo.



Mi riscossi dai ricordi e capii che la realtà non era nel mare di nebbia che vedevo sotto di me e nella quale rivedevo il passato prossimo. Era negli amici che mi attendevano pazienti.


Perciò risalii su Bipperino che riprese di buona lena il cammino, affrontando deciso la discesa del nostro percorso.




Sesac

giovedì 15 dicembre 2011

Quel rigido e formale puritanesimo cristiano, miope in economia e in democrazia.


L’Europa – diciamo l’Ue – si è avviata verso il disfacimento (e fallimento) progressivo, in un cammino ignavo dove appare chiaro solo il rigorismo e la pena. Elementi che, più che facilitare la risoluzione delle problematiche dovute alla grave crisi finanziaria ed economica globalizzata, sono per lo più l’ostacolo e la zavorra che affosseranno tutti gli stati.


Serve il coraggio di agire, perciò di bloccare la degenerazione della finanza globalizzata dedita alla speculazione referenziale. Cosa che i nostri governanti neoliberisti si guarderanno bene dal fare per molteplici ragioni.


Il neoliberismo, compreso quello cristiano/cattolico, dà la preminenza assoluta al mercato. L’Ue è piena di questi esponenti – politici e tecnici - che seguono questo filone culturale e finanziario. Hanno perso il contatto con l’economia reale, quella fattiva e produttiva delle persone e dei popoli, l’unica in grado di creare vero sviluppo, lavoro, benessere, sicurezza e anche … felicità.


L’hanno soppiantata con la priorità finanziaria di bilancio e con l’esplosione del terziario; non tanto di quello commerciale dedito alla distribuzione/commercializzazione del prodotto materiale, quanto di quello teorico finanziario che, secondo loro, “sarebbe” in grado di produrre ricchezza. In quest’ottica vanno inglobati tutti quei prodotti che banche e finanziarie hanno prima creato e poi piazzato sul mercato, generando i prodromi irreversibili dell’attuale e prolungata crisi internazionale e, in modo speciale, di quella occidentale, affossata già di per sé da imponenti debiti sovrani.


I prodotti finanziari impropri, esistenti a questo mondo, secondo alcuni calcoli di stima prudenziale, superano i 150 trilioni di $. Una cifra talmente spaventosa che – per capirci meglio – il Pil totale assommato di tutti gli stati del pianeta ci metterebbe molti decenni, se non secoli, per parificarla.


I neoliberisti ritengono che l’andamento del mercato sia in grado non solo d’essere la cartina al tornasole dell’economia, bensì di bilanciare facilmente gli eccessi economici che potrebbero manifestarsi nel mercato stesso. Ciò in parte è vero; ma è altrettanto inoppugnabile che la correzione di questi eccessi è spesso non solo tardiva, ma a danno irreversibile.


I mercati, in effetti, con gli indici in continua flessione, dimostrano di non credere affatto alle contrastate, inefficaci e tardive manovre della dirigenza Ue; la quale prima ha concesso di dilatare il disavanzo finanziandolo con la progressiva emissione di bonds, per poi cercare di puntare sul pareggio con sole tasse aggiuntive, restrizioni, tagli lineari e forzose manovre correttive.


Ciò ha portato inevitabilmente alla castrazione dell’economia reale, privandola di finanziamento e oberandola d’imposizioni.


Trichet (Bce) prima ha innalzato i tassi, poi li ha ridotti; poi, di nuovo, li ha innalzati ossessionato dall’inflazione. Il suo successore Draghi li ha riportati giù, anche se il mercato ora di questi tassi non sa cosa farsene essendo solo teorici.


Infatti, i differenziali sono saliti tutti e lo spread applicato dalle banche si è come minimo raddoppiato. Ciò significa che ad un TUS teorico basso il mercato reale reagisca con un proprio tasso elevato, che va nella direzione opposta a quella voluta per potenziare l’economia e la ripresa.


La liquidità è carente ovunque e la moneta virtuale pare più adatta a facilitare lo spostamento di capitali, ed a creare debito, che a mantenere il contatto reale con il corretto bilancio del dare e dell’avere.


Le grandi finanziarie sia in ossequio a Basilea 3, sia per carenza di liquidità, hanno in parte sopperito con importanti operazioni di aumento del capitale. Tuttavia l’impressioni di molti è che questa ingente immissione di liquidità si sia ben presto dissolta, se l’Eba (European Banking Authority) calcola che servano ben 114 mld di € per ricapitalizzare le banche Ue. E i capi di Governo pensano di intervenire con l’Efsm per ricapitalizzarle (in pratica: salvarle).


Nasce quindi il sospetto che l’imponente mole di danaro, rastrellata poco tempo fa sul mercato, sia stata bruciata in rischiose operazioni di speculazione finanziaria.


Vale ricordare che il fallimento della Lehman Brothers fu proprio dovuto a ciò e fu l’inizio della crisi attuale.



La Grecia più che rovinarsi con le proprie mani è stata rovinata da un’ottusa politica Ue.


Infatti, con il mercato attuale basato sul differenziale, non ha alcuno scampo. E la stessa cosa sta avvenendo anche per le altre nazioni che vedono crescere ogni giorno il proprio differenziale, perciò il costo del finanziamento del proprio debito.


Nessuno Fondo salva stati, per quanto consistente, sarà in grado di invertire questa rotta, se non si affronterà il problema in modo diverso.



Angela Merkel, avendo forza e potere economico e finanziario, cerca di dettare legge ovunque, imponendo agli altri stati Ue il proprio diktat. Ha in parte alcune fattezze fisiche di Bismarck nella corposità, ma – purtroppo per lei e assai di più per noi – non ne ha né la statura, né il cervello, né la visione politica complessiva. Ha dietro di sé solo una potenza economica/finanziaria notevole, la maggiore in Europa, e che per ora regge meglio di altre le difficoltà della crisi. Una potenza che, comunque, molto probabilmente alle prossime elezioni le darà il benservito.


Figlia del pastore luterano Kasner – ex studente di teologia ad Heidelberg – trae dal padre quel culturale puritanesimo luterano che rende il cristiano più una grossa “patata” fredda che una lessa, tiepida e saporita verdura.


Facendo un’analisi simbiologica si addiverrebbe ad una giocosa ragazzotta di campagna, culturalmente goffa, perciò tanto esuberante nel forzoso aspetto quanto inefficace sul piano pratico.


La crisi da ben 4 anni si sta dilatando, ma la Merkel pare non avvedersene; o a non conoscere alcun rimedio. Infatti, ostinatamente prosegue sulla sua linea di totale rigore, non prendendo neppure in considerazione certi utili correttivi che diversi economisti da tempo propongono.


Considero che il rigorismo della Germania sia giustificato; tuttavia da solo non è sufficiente a risolvere la situazione. Le manovre correttive sono necessarie e valide solo se congiuntamente si opera per modificare quelle regole di mercato che affossano l’economia reale di tutti.



L’Italia ha sovvenzionato la crisi greca per la sua quota di spettanza, poi quella del Portogallo e dell’Irlanda, poi il Fondo salva stati, per ritrovarsi infine senza un Governo democraticamente eletto – per pressioni sovrannazionali - e costretta a salvarsi da sola.


Tutti miliardi di € che hanno dilatato il nostro Debito sovrano e privato la nazione di importanti risorse finanziarie in una crisi tanto virulenta.


L’Italia, infatti, è troppo grande non solo per essere salvata, ma pure per essere sovvenzionata (mantenuta) come la Grecia. Ed ora da sé deve salvare non solo l’Ue tutta, ma pure l’€: se salta l’uno si dissolve pure l’altra.


Mario Monti, da “bravo” cattolico praticante che soddisfa pure Bertone – a differenza di Berlusconi che alle messe preferisce ben altro –, porta in sé due sintomatologie culturali a mio parere preoccupanti: una cultura arroccata e nozionistica e quella rigidità cattolica formale che lo estraniano dalla realtà. Non per nulla procede impettito e non si mischia col comune mortale. Pare quasi un asociale, inglobato solo nella sua classe sociale.


Lui vede – a mio parere - la preminenza della finanza sull’economia reale. Alla sua manovra ha dato il nome altisonante di “Salva Italia”, convinto com’è d’essere non il braccio dx del Padre Eterno, bensì l’unica verità e rimedio possibile alla situazione. Difatti in ogni suo discorso in Parlamento lo sottolinea pure inconsciamente con frasi da deismo autoreferenziale.


Perciò: tasse, tagli, tasse, tagli … e null’altro.


Come pensi di resistere alla speculazione che si abbatte continuamente sui differenziali non ce l’ha ancora detto, forse perché la sua cultura neoliberista declama che il mercato si corregge da sé con il tempo.


Una manovra da 20/30 mld, con il debito che abbiamo, serve solo a tappare qualche buco di spesa e non a salvare una nazione. Però lui ne è … convinto e lo conclama.



Che Monti sia il salvatore della patria e l’unico in grado di portarci fuori dalla crisi mi sembra assurdo. Personalmente ritengo che con il suo passato e con la sua cultura sia il meno adatto. Si è sempre basato sulla teoria del tecnicismo, ma è sempre stato lontano dalla pratica. È un privilegiato sociale.


Non è un De Gasperi, per intenderci: né culturalmente, né moralmente, né civilmente, né politicamente. È anni luce, umanamente, lontano da lui; quasi il suo opposto.


Gode di molta considerazione negli alti ambienti del potere e finanziari; ma questi sono quegli stessi che hanno prodotto e generato la crisi e che da quando è esplosa non hanno saputo minimamente correggerla, ma solo peggiorarla. E gli stessi che l’hanno scaricata sul popolo e che pervicacemente gliela vogliono far pagare con nuova povertà, disoccupazione e tasse.


Quasi per assurdo la linea politica più morigerata e logica viene dalla Francia, una nazione assai più laica e meno condizionata dalla cultura cristiana, emancipata socialmente a questa.


Sarkosy, moralmente e civilmente, è più vicino a Berlusconi che alla Merkel e a Monti. Non ha però la sufficiente potenza finanziaria per poter imporre la sua linea d’azione. Perciò deve subirla come la subì lo stesso Berlusconi.



Il rigorismo di bilancio nasce dal formalismo inconscio di un cristianesimo puritano quasi farisaico, sia cattolico che luterano, dove la pena per la colpa vale più del perdono?


L’iroso Dio canaanita del Pentateuco era solito prendersela con “tutto” il popolo per castigare il peccato di alcuni o di molti. Solo per Sodoma seguì inizialmente l’insistente ragionamento e supplica di Abramo, distruggendo però poi tutto.


Pare che oggi, più che far pagare i danni e la crisi a chi l’ha prodotta, il rigorismo cristiano la voglia far pagare al popolo, forse in ossequio e ad imitazione dell’iroso Dio dell’Esodo.


Perciò nasce il sospetto che sia più facile (utile) rovinare tutta l’Ue con tagli e tasse che tarpare le ali alla speculazione e all’alta finanza globalizzata; la quale finanzia, e ha finanziato finora, non solo la politica, ma anche tutti quei tecnici taumaturgici che poi vengono chiamati a ricoprire posti chiave anche a dispetto della volontà popolare.


In Italia solo le forze politiche nate spontaneamente per aggregazione naturale si stanno opponendo alla pomposa – a parole – manovra di Monti, sindacati compresi, forse perché sono le uniche che hanno vere radici traversali.


Queste forze, benché o minoritarie o non presenti in Parlamento, sono comunque maggioranza nel paese reale.


Il Popolo vero, quello del comune cittadino, non è con Monti, né con le tradizionali forze politiche che lo appoggiano. Per accorgersene basta solo stare tra la gente, quella bastonata sempre da ricorrenti manovre: quella gente che tanti tecnici non sanno neppure cosa sia.



È forse scritto nel Vangelo che o si deve fare “secondo Monti” oppure andare al fallimento?


Ma chi dice che per forza dobbiamo fallire? Può forse fallire un Paese che possiede la terza riserva aurea al mondo (dopo Stati Uniti e Germania), valutata in circa 2.500 tonnellate d’oro, conservate nelle sagrestie di Palazzo Koch, sede della Banca d’Italia, e nei forzieri della Fed, della Banca d’Inghilterra e alla Bri di Basilea?


Monti dovrebbe spiegarci perché non si mette – e non mette - sul mercato tutto quest’oro per monetizzare senza ulteriori tasse.


Perché se l’Inghilterra ne possiede solo 1/8 del nostro e la Spagna solo 1/9, mentre la Francia circa 50 t. in meno, è ovvio che tale riserva non sia necessaria, come un tempo, a garantire la liquidità monetaria.


Il nostro oro a quotazione attuale vale circa il 6% del nostro Debito sovrano, che tradotto in cifra vale ben 112,5 mld di €.


L’oro, tuttavia, non è la sola risorsa che abbiamo; però assommato ad altre potrebbe abbattere o completamente o per metà il nostro debito.


Il troppo tecnicismo è spesso miope, specie se abbinato al formalismo puritano cristiano. Perciò vede come rimedio solo quelle tasse, quei tagli, quei sacrifici e quei – diciamola tutta – soprusi che vengono imposti al popolo.