lunedì 15 maggio 2017

E non ci indurre in tentazione.


Oggi, venne in visita da me Sesac; e mi consegnò questo racconto che pubblico, come sempre, assai volentieri.
Tratta, come consuetudine, della vita degli animali della foresta e dei fatti di un tempo che fu.

Sam Cardell
 
Tratto da “i Dialoghi” di Sesac
 
E non ci indurre in tentazione.
 
ovvero
 
Lapsus freudiano della Chiesa.
 
Leone era tornato ai patri lidi con Bipperino.
Billyno, che aveva percepito il suo arrivo, si precipitò fuori festante ad accoglierlo, saltando più volte a piè pari prima di abbracciarlo con le zampette. Facendo poi le fusa sulle sue ginocchia, come i gatti, appena si fu seduto in poltrona. Era da parecchio, infatti, che soffriva la sua mancanza.
 
Il tempo faceva le bizze; ma alla fine della settimana fece una pausa. Leone ne approfittò per far visita a Gini su in cascina, portandogli l’abituale sospirato chianti dei toschi colli con altre vettovaglie.
Dopo i convenevoli, e sentendosi in forze, decise di salire verso lo Sparavento. Per l’occasione, pure Birba, il nuovo piccolo amichetto di Billyno e cucciolotto di Gini, si unì alla compagnia, tanto per creare quella festosa cagnara di giochi che i piccoli amano tra loro prolungare all’infinito.
Il pascolo, tra una nevicata e l’altra, cominciava a rinverdire, addobbando la costa del monte d’un abito smeraldino. Pure la placida pozza (laghetto) dei Marsì si era abbondantemente rifocillata rispecchiando il cielo cobalto, favorita in ciò dai prolungati fortunali che avevano investito la zona nei giorni precedenti. Ivi, Billyno, decise di farsi un bagnetto; ma dato il fondo melmoso ne uscì con le zampette incrostate di nero. Alle rimostranze verbali di Leone, rispose dandosi una bella scrollata, inzaccherandolo d’acqua e di fango, onde sorbirsi le conseguenti contumelie e la racchetta alzata a monito ...  futuro. 
 
Leone, la sera prima, aveva accompagnato Madame alla prefestiva, approfittandone per ‘gustarsi’ l’elevato (eufemismo) culturale sermone del druido burino, infarcito, come al solito, di frasi fatte.
La pieve era disadorna di fedeli, tanti come i 44 gatti della nota canzoncina.  Che, appunto come tali, recepivano distrattamente da un orecchio per far fuoruscire subito il tutto dall’altro, intenti perlopiù a pensare ai fatti propri.
La pieve aveva cambiato il suo assetto naturale, perché il giorno dopo vi erano le prime comunioni di 12 bambini. Infatti, nella corsia centrale era stata posta una rustica lunga tavola, addobbata con 8 ceri e piatti di legno su tovaglia bianca. Guarnivano il tutto 3 confezioni floreali, impreziosite da alcuni girasoli, che, secondo il druido, erano sempre rivolti al sole, perciò a Gesù. Peccato per lui che questi avevano guardi diversi, perciò non rivolti verso un unico soggetto.
Costui, si dimenò assai sulla frase Io sono la via, la verità e la vita (Gv 14,6), elucubrando sul fatto che chi non avesse seguito le tre sostanze divine non potesse per forza di cose essere in comunione con la perfezione.
Sentendo ciò Leone si rallegrò del fatto di non essere perfetto, perciò del non essere grullo del tutto, come si era solito affermare tra i toschi colli.
 
Salendo verso la vetta Leone pensava all’amico Era. Pure lui, pur avanti negli anni, lo aveva appena lasciato.
Camminando lentamente ricordava la sua grande statura professionale, il suo appassionato colloquiare burlone, il suo innato saper dialogare e socializzare, il suo perfetto inglese e pure alcune sue birichinate, che Leone, con provetta abilità di simbiologo di razza, sapeva estorcergli senza che lui se ne avvedesse.
Lui era sempre stato un tipo di un’autoironia pungente, riassumibile dalla sua proverbiale frase: Tutto procede perfettamente secondo i piani non prestabiliti. Oppure: È tanto che sei arrivato adesso?
Tanto per fare il paio con quella di Leone, che quando lo chiamava al telefono così lo burlava: Era, è tanto che ti sei alzato adesso?
Ricordò pure alcuni lavori fatti insieme, come al Quies; dove Era, dopo la posa del tetto, si era premurato di festeggiare con un lauto pranzetto con ben 2,5 kg di ‘casonsei’ (casoncelli), sorbendosi l’ironia di Leone, intento a chiedergli se avesse dovuto sfamare la folla della moltiplicazione dei pani e dei pesci.
Leone amava ricordarlo con quel suo sguardo sornione, ironico e furbesco, ancor più evidenziato dalla sua abitudine di tenere gli occhi cristallini parzialmente socchiusi, come chi con vitalità, intelligenza e lungimiranza sa guardare lontano. Pure la bocca, sempre atteggiata al sorriso, faceva risaltare la sua essenza di uomo non comune, capace di dirigere e comandare centurie intere di uomini.
Poco prima Leone aveva partecipato alla veglia funebre di Era, dove il druido, in totale estasi di scienza infusa, era tornato sulla frase evangelica del giorno, pindaricamente commentando che Dio, nella sua infinita misericordia, sapeva sì giudicare, ma soprattutto amare e perdonare. Al che, Leone, sorrideva dentro di sé per tanta somma … teologia.
Fu così che quasi senza avvedersene, intento nei suoi ricordi, sbucasse sbuffando sulla vetta, dirimpetto alla tozza croce in pietra.
L’accarezzò come sempre, prima di sedersi per il riposo e lo spuntino al solito posto.
Tuttavia non aveva voglia di godersi il panorama. In quel momento preferiva ricordare e meditare. Non un venerdì storico, bensì uno speculativo: quello che ogni uomo d’una certa levatura sa lasciare ai posteri con le proprie opere o con il proprio pensiero.
Fu così che … ricominciò l’ormai consueto dialogo.
 
D - Ciao, Leo! Ti vedo un po’ mesto. Però ti capisco.
L – Beh, come sempre accade è una parte di noi che se ne va pure essa.
D – Ti osservavo mentre salivi. Eri meditabondo. Su cosa rimuginavi, com’era solita dire la Dina? Non ti sarà andata di traverso l’omelia del mio druido di ieri sera?
L – Niente affatto. Ormai quello è tanto prevedibile tanto quanto conosco le mie tasche.
Piuttosto stavo pensando alla Tua preghiera per antonomasia.
D – Quale? Ti vuoi burlare forse di me?
L – Perché sei così diffidente? Eppure oggi splende il sole.
Ti dirò: pensavo ad un evidente lapsus di Tuo Figlio, quando la insegnò ai suoi apostoli e discepoli.
D – Vedi che ho ragione d’essere diffidente? Benché legga tutto, le tue intenzioni mi restano assai spesso nebulose.
L – Ehhh, Buon Dio. O stai diventando vecchio, oppure stai perdendo i colpi, se affermi così.
D – Per dio, Leo, sputa il rospo e illuminami sulle tue congetture.
L – Che fai, Onnipotente? Invochi pure Tu Te stesso?
D – Ma no. Come sai è solo un modo di dire. Su, non prendermi in giro. Questa l’ho capita benissimo!
L – Sai, pensavo al Pater noster. Oppure se preferisci al Πάτερ ἡμῶν, la così detta Preghiera Dominica. (Lc 11,1)
D – Son curioso di sapere dove vuoi arrivare. Non ti piace?
L – Tuo Figlio disse (Mt 4,4) che non di solo pane vivrà l’uomo, ma pure della parola che esce dalla bocca di Dio (sed in omni verbo quod procedit de ore Dei). Essendo una preghiera Tua, dovrei cibarmi pure di essa, ma non essendo cibo materiale non l’ho mai mangiata.  
D – Spiritoso!
Procedi e non lasciarmi in ambascia. Perché mi fai pure la citazione latina, pur se parziale?
L – Perché il testo che cito ha un significato più dettagliato e preciso di non quanto dica in italiano.
D – Capisco. Su ciò hai perfettamente ragione.
L – Ne consegue che il Padre nostro dovrebbe essere perfetto. Tuttavia ad un’attenta analisi logica non lo è. Contiene un grossolano errore, o se preferisci un gigantesco lapsus.
D – Suvvia, dimmi. Giacché tu lo sai pure declamare nelle varie lingue antiche, ti prego di evidenziarmi eventuali incongruenze.
L – Ok, procediamo. Userò la versione di Matteo, quella più completa e ritenuta originale (Mt 6,9-13). Il testo italiano dice:
Padre nostro, che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra. Dacci oggi il nostro pane quotidiano, e rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori, e non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male. Amen.
La variante valdese è in pratica quasi identica, ma si differenzia in alcuni particolari, dicendo:
Padre nostro, che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà come in cielo anche in terra. Dacci oggi il nostro pane quotidiano, e rimetti a noi i nostri debiti, come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori e non esporci alla tentazione, ma liberaci dal Male. Tuo è il Regno, la potenza e la gloria nei secoli dei secoli. Amen
Come sai alla veglia funebre di poco fa vi era una sicuramente valdese. Infatti lo declamava proprio in questo modo. Sai, quella vestita di verde.
D - Beh; e allora che trovi di strano?
L – Calma, Buon Dio; non essere così impaziente. Vedi, per capire bene il tutto val la pena ricollegarci alla dizione latina e a quella greca originale.
La prima dice:
Pater Noster qui es in cælis: sanctificetur nomen tuum; adveniat regnum tuum; fiat voluntas tua, sicut in cælo, et in terra. Panem nostrum cotidianum da nobis hodie; et dimítte nobis debita nostra, sicut et nos dimittimus debitoribus nostris; et ne nos inducas in tentationem; sed libera nos a malo. Amen.
Ti ricordo pure solo che erroneamente, ma non tanto, il tuo popolo prima del concilio era solito omettere il “ne”, dando alla frase ben altro significato.
D – Vero, Leo, questo lo notavo ogni giorno, ma ignorando questi il latino la loro dizione popolana creava la dissonanza da te ora evidenziata. Il loro era spesso un maccheronico; un po’ come quello che usa talora Madame.
L – Hai perfettamente ragione.
Il testo base da cui derivano le traduzioni è in effetti quello greco, che rispecchia perfettamente il testo originale di Matteo in aramaico. Questo dice:
Πάτερ ἡμῶν ὁ ἐν τοῖς οὐρανοῖς ἁγιασθήτω τὸ ὄνομά σου· ἐλθέτω ἡ βασιλεία σου· γενηθήτω τὸ θέλημά σου, ὡς ἐν οὐρανῷ καὶ ἐπὶ τῆς γῆς· τὸν ἄρτον ἡμῶν τὸν ἐπιούσιον δὸς ἡμῖν σήμερον· καὶ ἄφες ἡμῖν τὰ ὀφειλήματα ἡμῶν, ὡς καὶ ἡμεῖς ἀφίεμεν τοῖς ὀφειλέταις ἡμῶν· καὶ μὴ εἰσενέγκῃς ἡμᾶς εἰς πειρασμόν, ἀλλὰ ῥῦσαι ἡμᾶς ἀπὸ τοῦ πονηροῦ. Ὅτι σοῦ ἐστιν ἡ βασιλεία καὶ ἡ δύναμις καὶ ἡ δόξα εἰς τοὺς αἰῶνας· ἀμήν.
Perciò il testo valdese, come puoi vedere, comprende anche la frase antecedente l’amen.
Translitterando il greco, per comodità del profano, abbiamo:
Pater hēmōn, ho en tois ouranois hagiasthētō to onoma sou; elthetō hē basileia sou; genethetō to thelēma sou, hōs en ouranō, kai epi tēs gēs; ton arton hēmōn ton epiousion dos hēmin sēmeron; kai aphes hēmin ta opheilēmata hēmōn, hōs kai hēmeis aphiemen tois opheiletais hēmōn; kai mē eisenenkēs hēmas eis peirasmon, alla rhusai hēmas apo tou ponērou. Hoti sou estin hē basileia, kai hē dynamis, kai hē doxa eis tous aiōnas; Amēn.
D – Bravo Leo, sei preparato in ciò. Permettimi di tentarti così: me lo sai citare pure in aramaico, lingua che usava il Figlio?
L – Sai benissimo che non mi sono mai interessato né dell’aramaico, né dell’ebraico. Non ho dimestichezza con chi scrive da dx a sx. Per l’ebraico dovresti sentire un po’ la Leonessa. In ciò talora lei mi … sdottora.
Comunque, stando ai tuoi migliori esegeti, pare che le dizioni greca e latina siano conformi all’originale. 
D – Procedi.
L – Il verbo latino inducere viene considerato passivo. In pratica l’oggetto lo subisce. Ciò significa che il Tuo inducas potrebbe essere benissimo tradotto oltre ad indurre anche in incitare o spingere. Se fosse stato attivo, perciò positivo, l’oggetto sarebbe il soggetto. Ne consegue che invece di inducere si sarebbe usato inferre/afferre (produrre) o inicere (ispirare).
D – Ti prego, Leo, spiega meglio.
L – Ok. Parlerò diversamente se la logica ti è … astrusa.
Usando il verbo inducere il soggetto sei Tu, Dio Padre, mentre l’oggetto e il Tuo fedele, colui che Ti prega.
Ciò significa che chi porta il fedele/oggetto alla tentazione è il Padre/soggetto.
Se si fosse usato inferre o inicere il soggetto sarebbe stato il fedele e l’oggetto la tentazione/peccato.
D – In pratica affermi che vi è uno stravolgimento di competenza.
L – Esatto; ma ciò sarebbe magari anche ininfluente se la tentazione/peccato non fosse addebitabile al Maligno.
D – Come in effetti lo è!
L – Appunto. Perciò qualcosa è sfuggito o all’evangelista, oppure …
D – Oppure? Spiega!
L – I casi restano solo due: il primo è quello di un abnorme lapsus del Figlio; il secondo, escludendo il lapsus è che il Padre – cioè Tu – e il Maligno siate la stessa persona.
D - Questa è proprio bella. A dirti il vero a ciò non avevo mai pensato.  Finisci il discorso già che ci sei.
L – Beh, è abbastanza semplice. Tuo Figlio avrebbe dovuto usare un verbo diverso, come ad esempio tegere (coprire con riparo) o meglio ancora defendere (difendere, salvare) o vindicare (preservare).
D – Ipotizziamo che dall’aramaico al greco, quindi al latino vi sia stato un errore di traduzione.
L – Questo me lo devi dire Tu. Io non sono l’Onnipotente. Si potrebbe pure ipotizzare che i tre evangelisti sinottici abbiano … capito male.
Di sicuro c’è che la Tua Chiesa lo dice da due millenni. E con questo lapsus freudiano ti addossa una responsabilità di non poco conto, oltre a identificarti col Tuo opposto.
D – Che vuoi, Leo? Gli umani non sempre sono perfetti, proprio come la mia Chiesa. Non per nulla è un Popolo in cammino.
L – Questo è ovvio. Il problema però, Buon Dio, è un altro.
D – E quale sarebbe?
L – Che se ha camminato (pregato) in tal modo per due millenni e persiste ancora nell’errore, il suo cammino mi pare poco … illuminato.
Sarebbe bene che riparasse all’equivoco usando un verbo diverso.
 
Dio non rispose.
A Leone parve di percepire che avrebbe volentieri usato un braccio della croce per … grattarsi perplesso la nuca.
Il sole volgeva ormai verso l’orizzonte. Birba e Billyno, nel frattempo, continuavano i lori giochi sullo spiazzo presso la croce.
A entrambi, come a molti fedeli, le questioni filosofiche e teologiche erano precluse. Per tutti costoro tutto faceva … brodo.
Al richiamo di Leone, che s’accingeva a scendere, risposero prontamente, procedendo festanti davanti a lui. S’erano divertiti assai.

 

 

Sesac

 

martedì 2 maggio 2017

La Salvezza secondo Leone.


Oggi, venne in visita da me Sesac; e mi consegnò questo racconto che pubblico, come sempre, assai volentieri.
Tratta, come consuetudine, della vita degli animali della foresta e dei fatti di un tempo che fu.

È la prosecuzione del racconto precedente, sua naturale conseguenza. (La Salvezza secondo Leone.)

Sam Cardell
Tratto da “i Dialoghi” di Sesac
La Salvezza secondo Leone.
 
(Seconda Parte)
 
ovvero:
 
Il Sensus plenior.
 
Leone era già tornato un paio di volte in altura, tra gli alti e bassi della sua situazione fisica, a cui ormai aveva fatto il callo.
La prima volta per muovere alcuni passi sopra la Cascina, sfruttando la pianeggiante pista tagliafuoco. Colto, a metà percorso, da un’improvvisa burrasca nevosa che aveva fatto raddrizzare il pelo al prode Billyno, nonostante apparisse ricoperto dal fluente vello d’un tondo e pasciuto agnello, ante tosatura.
La seconda, invece, scortato dall’amico Piro, erano saliti fin sulla vetta dello Sparavento, in un tiepido e limpido meriggio del tardo inverno.
Poi una certa permanenza per impegni, tra i toschi colli, lo avevano tenuto lontano dai patri lidi.
Laggiù, nonostante fosse a un tiro di schioppo, non s’era neppure peritato di porgere sentite “condoglianze” al ciarliero Pollo del Mugello, finito, mesto e piagnucolante, come il Corso nella polvere (A. Manzoni, Il cinque maggio) della sua innata demenza ciarliera, nonostante quello fosse di ben altra tempra e stoffa.
Il popolo, infatti, aveva capito di qual pessima pasta fosse fatto, voltandogli le spalle in massa e non credendo più alla sue arroganti sparate sulle proprie mirabolanti gesta.
Tuttavia, costui, dalla storia non aveva imparato proprio nulla e s’era premurato di ricercare con ostinazione (col peto latino) la rivincita. Ovviamente non al trono, il che gli sarebbe stato improbo; ma a essere solo il gallo in casa propria osannato da tutte le “sue” galline, dopo aver ostracizzato altri galli dal pollaio Dp. Peccato per lui che non gli fosse cresciuta mai la cresta, se non nella … lingua.
 
Era una domenica pomeriggio ventilata.
Laggiù, Leone, se ne stava disteso a riposare, rimirando dalla finestra l’antica medioevale svettante Torre di Montebonello, che, non molto distante, s’ergeva ardita, nel cielo cobalto, sulla costa del monte a dominar una sparuta manciata di case, in compagnia di eleganti cipressi che, con la chioma inchinata dal vento, stavano poco distanti come proni al suo cospetto.
Sottrasse infine il guardo dal quel pregevole paesaggio, ritirandolo dentro casa. E fu in quel frangente che fu attratto dalla piccola croce metallica in ferro brunito, che sormontava il campaniletto della chiesetta dell’oratorio; là, oltre la finestra a pochi metri di distanza.
Su questa stavano appollaiate a tubar due tortore, intente a raccontarsi le “ciosoterie” (pettegolezzi) del giorno.
Nella mattinata Leone ivi s’era recato alla funzione religiosa, onde rimirar la Leonessa che con la bionda chioma alla Gian Burrasca, impacciata per la sua presenza d’auditore più che di fedele, s’era dilungata – come una provetta pastora valdese – sulla frase: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno.” (Gv 11,25).
Pure il druido Moma aveva poi, nell’omelia, elucubrato poco filosoficamente e in modo assai arruffato su ciò, combinando il non morire con il risorgere. Tuttavia questo era il suo limite da simpatico e grezzo bonaccione, voluto per grazia del primate Lux al magistero, dati i suoi evidenti limiti culturali e … sacerdotali. Limiti per la verità non solo suoi, ma comuni alla stragrande maggioranza dei druidi della sua generazione, scarsi o quasi assenti in teologia, ma ferrati in: pizzate, tombolate, gite, sagre e … riunioni pre-catacombali, dalle quali, più che cavare il ragno dal buco, uscivano tanto illuminati dalla luce divina da non capire neppure dove andassero e da dove venissero.
Era, costui, un simpatico amico di Leone, che lo riteneva un amabile ragazzotto credulone non ancora del tutto cresciuto, ruvido d’intelletto ma di buona volontà, intento a dilettarsi spesso in pellegrinaggio alla “postina slava”, che ogni giorno, a determinata ora, era solita ciacciare col veggente per la serie il postino suona sempre due volte.
 
Da simbiologo qual era, Leone s’era – per modo di dire – distratto a fare alcune analisi, osservando postura, atteggiamento e look di qualche fedele.
Fu così che per l’occasione s’interessasse d’una squinzia stagionata, fornita con vertiginosi tacchi a spillo e da attillato abito nero con candida camicetta, che esaltavano davanti il piccolo accennato seno e dietro il mini culetto rialzato.
Stava costei, brevilinea con capelli lunghi e sciolti e impettita come una canna di bambù, in estasi pressoché dirimpetto all’altare ch’era sovrastato dal grande crocifisso ligneo posto sulla parete, quasi a guardia del celebrante, di cui, vox populi, si dicesse … abbacinata in modo quasi … reciproco, per la gioia diffamatoria di tutte le “perpetue” locali; le quali avrebbero voluto inconsciamente essere al suo posto per il sex appeal che il sacro crea in ogni femmina.
Ovviamente Leone ne dedusse importanti considerazioni, annotando principalmente i caravaggeschi chiaroscuri comportamentali e culturali.
 
Fu così che, osservando la croce del campaniletto, parve a Leone d’essere in vetta allo Sparavento.
Non che questo gli mancasse, giacché egli stava benissimo ovunque. Gli bastava che non ci fosse qualche idiota dedito a rompere le scatole al prossimo.
Fu così che Leone rammentò il discorso sospeso tempo prima lassù, sentendo una voce che ormai gli era familiare.
 
D - Ciao, Leo! Ti vedo bene. Sicuramente la Leonessa ti dona.
L – Vero, Buon Dio! È sempre una gioia stare con lei, anche se gli impegni, purtroppo, ci tengono troppo tempo lontano.
D – Verrà pure il tempo dello stare sempre insieme. Non disperare.
L – Sai, non dispero affatto. Come sai non mi lamento mai di ciò che non ho. Sarebbe solo tempo perso.
D – Bene, Leo; hai sentito la mia frase?
L – Beh, quale? Ne hai dette tante, anche se per la verità ero in ben altro affaccendato.
D – Ehh, lo so. I miei templi sono per te un ottimo campo di studio e di analisi.
L – Ovvio. Lì si capisce bene dove va la Tua Chiesa e quanto durerà ancora prima di sparire. Vi sono parametri culturali e sapienziali che non fallano mai. Quello della carenza di druidi è il primo. Il secondo è quello della desertificazione del Popolo di Dio. Il terzo la new age di ogni tuo fedele. Quel movimento subculturale che porta ognuno a fare il proprio comodo secondo le proprie esigenze.
D – Sono i tempi moderni, quelli della globalizzazione e di internet, dove pure l’idiota pensa di trovare il suo sapere infinito tra l’ammucchiata invereconda di verità e falsità.
L – E già. Fortuna che vi sono gli illuminanti siti dei Legni di S. Damaso a … confondere maggiormente le idee dei … tontoloni. E poi, scusa: chi ha creato gli idioti e li ha allevati come tali.
D – Dai, Leo. Non essere sarcastico e dissacrante nello stesso tempo!
L – Sai, Buon Dio, io osservo solo e annoto quel che vedo.
D – Ok! Procediamo per non andare in diatriba.
La mia frase era: Io sono la resurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. A questa potrei aggiungere la mia domanda della scorsa volta, su cui hai elegantemente glissato: Leo, mi ami tu?
L – Ne sei convinto, oppure fai per tastarmi?
D – Credi forse che Io sia il tentatore?
L – Scusa, ma i Tuoi teologi non han sempre ribadito che i Tuoi fini e mezzi sono imperscrutabili? Non avrai adottato il De Principatibus del Macchiavelli, in gergo nostrano Prince e in Italiano Il Principe.
D – Ma no! Vorrei solo comprendere bene.
L – Cosa? Il sensus plenior o che altro? Fammi capire bene!
D – Se ci tieni alla Salvezza e se in Essa credi, data la tua situazione.
L – Capisco. Ti ringrazio della precisazione interessata e degli … auguri.
Ovviamente il discorso sarebbe molto lungo; ma non avendo ora altro da fare lo possiamo affrontare.
D – Procedi che ti seguo. Vorrei solo precisarti che nella mia richiesta non vi sono secondi fini o malignità interessate.
L – Lo credo, diversamente Tu e il Tentatore sareste la stessa cosa.
Tu sai cosa la scienza mi disse tempo fa: 18 mesi. Fu il responso del test esistenziale. Ora, però, siamo quasi a 60. Questo dice tutto sulla caducità della scienza, anche se si dice che possono sbagliare al massimo di 10 giorni su 15 anni. Figurati se di 42 mesi su 18.
La cosa non mi condizionò affatto, anche se il sentirmelo dire non mi fece fare i salti di gioia. Questo è ovvio. Non li facesti neppure tu nel Getsemani davanti al Tuo Sacrificio imminente.
Ora, posso fare una prova con Te. Dimmi il termine che mi hai fissato.
D – Tempo fa incaricasti pure il mio caro e prediletto Lux di chiedermelo.
Siccome non voglio fare cattiva figura non te lo dirò. Sai, sono della sua stessa idea. Cosa ti disse lui allora? Così ti rispose sornionamente: No, che non glielo chiedo! Tu per fargli dispetto saresti capace di smentirlo di sicuro, come hai già smentito la scienza.
L – Stai diventando furbo e prudente, Buon Dio. Annoto solo che teologicamente la Scienza appartiene a Dio e che Dio e Scienza sono la stessa cosa.
D – Vero, Leo. Quella umana è però imperfetta, quindi fallace.
L – Considerato che non me lo vuoi dire, annoto solo che temendo d’essere smentito pure la Tua lo è, di conseguenza.
D – Procedi. Su ciò le nostre idee non collimano.
L – Ok! Ora, prima di risponderTi voglio farTi pure io una domanda.
Tu dici: … chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno.
Ora chi non crede in Te o non ti conosce affatto, che fa? Muore e non vivrà più?
D – Domanda pertinente e interessante, Leo. Ora comprendo appieno il tuo sensus plenior, che citasti poco fa. Ovviamente va inteso proprio in quel senso.
L – A questo punto pure io Ti rispondo: considerato il sensus plenior non ha alcuna importanza credere in Te. Ciò che è importante è l’essere coerente con la propria identità culturale, specie se costruita su principi e valori non precostituiti sui propri interessi, ma su quelli della convivenza civile e sociale con tutti gli altri.
D – Su ciò dici bene. Però per chi mi conosce il credere in me è essenziale.
L – Ok! Potrei anche sottoscrivere. Però se uno scientemente la pensa diversamente, secondo Tè muore, perciò si danna?
D – Ovviamente no, se vive e ha vissuto secondo i principi divini.
L – Bravo! Perciò non ti chiederò, come Pilato, quid est veritas? (Gv 18,38) - λέγει αὐτῷ ὁ Πιλᾶτος· Τί ἐστιν ἀλήθεια;.
D – Già. Come tu saprai, però, la risposta è contenuta già nella domanda, facendone l’anagramma.
L - Vero, Buon Dio. Chi sciolse per primo tale dilemma fu il Tuo Agostino d’Ippona; così: est vir qui adest (è l'uomo qui davanti a te).
Però, questo Tuo servo, proviene prima dal manicheismo, per imbeversi poi della cultura neoplatonica, con annessa retorica. Il che è tutto dire. Solo con l’aneddoto del “tolle lege” passa velocemente al cristianesimo.
Quindi, secondo tale cultura – e qua ci ricolleghiamo a Ipazia. Ricordi? – la verità non è più un oggetto metafisico, bensì è un Soggetto di entità, che, come tale, s’identifica in Te. Diventa l’Essere; ergo la Verità.
Ovviamente resterebbe da convalidare il binomio inscindibile Dio/Verità.
Vedi, il problema è che nei tre sinottici Gesù non si esplicita mai come Dio, ma solo come Figlio di Dio. Ovviamente evito di sottolineare che essendo gli umani tutti figli Tuoi, la cosa è più che naturale.
D – Su ciò hai perfettamente ragione. Va da sé che tra figli miei e il Figlio vi sia una certa distinzione ontologica. Sicuramente ciò non ti sarà sfuggito.
L - È esattamente così come dici, Buon Dio.
Però, vedi, pure dei testi sacri bisogna comprenderne il sensus plenior. Ciò significa che ciò che l’autore del testo esplicava non sempre gli era consapevole. Gesù è sempre chiamato Signore (Kyrie in latino, Κύριε in greco), da cui il noto Kyrie eleison. Mai Jahvè o Elohim. Infatti Tuo Figlio mentre spira che Ti dice? Elohim, Elohim, lemà sabactàni.
Oppure la consapevolezza e le intenzioni di questi non corrispondevano poi all’interpretazione altrui. Qua, perciò, si può sfociare nell’ampio e infinito discorso sul relativismo interpretativo. Oppure, nell’ipotesi non tanto strampalata che uno o più di questi potessero essere nell’errore.
D – E allora?
L – Beh, mi pare semplice.
D – Spiega; non ti capisco.
L – Guardando la storia della Tua Chiesa, si nota in modo particolare una cosa: solo con l’avvento dell’interpretazione/declamazione più o meno forzata della tua Trinità si arriva a proclamare il ‘Tuo Figlio’ Dio. In pratica a identificarlo con la Tua stessa Essenza. Ovviamente altri la pensavano molto diversamente, come Ario.
D – Scusa, Leo, ma non comprendo dove tu voglia arrivare.
L – Intendo semplicemente dire che la salvezza sta indirettamente nel Figlio, ma essenzialmente nel Padre. È lui che applica la Giustizia, quindi che dona la Salvezza o che dà il castigo.
D – Forse, Leo, dimentichi l’Apocalisse.
L – Nient’affatto. Il giudice che amministra non necessariamente è l’entità in persona. Diversamente sarebbe come dire che Tu invece di crocifiggere il Figlio hai crocifisso Te Stesso.
D – Non ti posso dar torto.
Procedi. La cosa comincia ad attrarmi.
L – A pasqua il Tuo druido burino affermava, accennando al grande e ruvido quadro del fornaio posto alle sue spalle sull’altare, che Gesù ha vinto la morte. In effetti Gesù ha subito la morte e per la Tua Volontà.
D – Certo, ma poi il terzo giorno è risorto.
L – Ovvio. Così sta scritto. Però nella Bibbia vi sono alcuni fatti inerenti la resurrezione di qualcuno. Tutti costoro non sono però stati resuscitati da chi materialmente era in azione, ma solo da Te, quindi dal Padre:  Jahvè/Elohim, la sacralità primaria, unica  e assoluta. Costoro erano solo lo strumento Tuo. Un morto non si resuscita da sé, essendo tecnicamente inerte, perciò materia grezza.
Dunque pure il Figlio è stato resuscitato dal Padre, equiparato poi alla sua stessa Entità. Senza la sua volontà, perciò la Tua, giacerebbe ancora nella tomba.
D – Ora capisco, Leo. Ciò che significa: tu credi nel Padre più che nel Figlio?
L – Ti prego di non confondere la teosofia con la credenza personale. Non è il credere che dà la salvezza, bensì l’essere. È ciò è quel che manca nel Tuo Popolo e nel tuo clero.
Ovviamente uno può salvarsi anche in punto di morte, come declama la Tua Chiesa. Però deve essere e non credere. In pratica deve essere certo e convinto, non indotto dalla convenienza incipiente.
D – Concludi per favore.
L – Lo spazio e il tempo sono termini discorsivi umani. Ciò significa che  quello che per l’uomo viene prima o dopo nel tempo, per Te, Dio, è continuità. Proprio come la Salvezza.
Solo in questo senso Gesù è risuscitato dai morti. È resuscitato da sé perché inerente alla continuità del Padre, senza il quale, però, sarebbe rimasto morto.
In logica esiste la sub causale, specie in latino: quod, quia, quoniam, cum, quandoquidem, siquidem. Il cum esige sempre il congiuntivo; le altre l’indicativo o il congiuntivo secondo i casi.
Ne consegue che il Padre è sempre l’Indicativo e il Figlio la Sua Congiunzione naturale , senza il quale però non esisterebbe.
La stessa cosa vale per la salvezza umana alla gloria eterna. Questa si fonda sull’entità dell’Essere uomo, quindi soggetto e non oggetto. Perché se la salvezza diventa soggetto e non oggetto finale, va da sé che l’uomo ha dannato sé stesso sia in vita che in morte. Non ha il cum di congiunzione con l’eternità, perciò con la Storia.
D – Condivido appieno Leo. Annoto solo che ai più questi passaggi sono indigesti, quando non astrusi.
L – E per costoro va benissimo il solo ‘credere’ nel Figlio: nella continuità esistenziale e non nel tornaconto personale. Perciò la continuità diventa la convinzione, il tornaconto solo l’operare per la salvezza. Non vi può essere premio solo per un fine interessato. La salvezza la si raggiunge, non la si compra.
La conversione che cos’è se non l’operare convinto quotidiano, pur nel relativismo umano, verso la perfezione comportamentale, secondo i propri dettami culturali?
E ciò, se permetti, appartiene a chiunque: credente o non credente.
D – Bene, Leo, ti sei espresso chiaramente. Almeno per me.
Condivido appieno che tutti sono figli miei, anche se chiamati ad operare in ambiti e condizioni molto diverse.
Per essere domenica oggi ti ho fatto lavorare … assai, anche se per la Gloria di Dio. Alla tua so che non ci tieni affatto.
 
Leone non rispose e disteso sul letto chiuse gli occhi.
Per lui il discorso era chiuso.
Stava quasi per assopirsi quando l’improvviso latrato di Kira, la mastodontica e mastina cagna di Marcellus, scosse giù nel cortiletto la quiete del quartiere.
Leone si scosse dal torpore che lo stava vincendo e pensò a Billyno. Se presente avrebbe detto la sua a cotanta cagnara.
Quasi per incanto la porta della stanza si aprì. Era la Leonessa che tornava dalle sue … sacrestie,
 
Sesac