mercoledì 28 novembre 2012

Primarie Bersani - Renzi: un’Italia allo specchio tra paure e speranze.


Le primarie nel Pd hanno concluso il primo programmato round con alcuni dati importanti.
Tralasciando i comprimari, che nell’agone sono scesi quasi per diletto – Tabacci, statua di cera di Madame Tussauds dell’Ancien Régime; Puppato, verde valchiria della piana industriale montebellunese; Vendola, irriducibile marxista di una sinistra bramosa di rientrare nei giochi del Palazzo, ma ancor oggi capace di raggranellare un certo seguito -, val la pena soffermarsi su ciò che rappresentano i 2 duellanti che si contenderanno la vittoria finale: Bersani e Renzi.
 

Il primo indica un’Italia che più che essere proiettata verso la speranza la sta ancora ricercando con un laborioso travaglio interno.
A suo tempo ministro – pur fischiato anni fa nella patria della Puppato col collega Treu – ha comunque una certa esperienza, pur apparendo nel suo slang un grossolano popolano amante di bettole (nulla a che vedere l’accostamento con il paese natio: Bettola) e buon vino. Rappresenta quel passato che cerca di uscire dall’impasse in cui s’è impantanato prima con il marxismo e poi con una transizione democratica tesa tra il bipartitismo e il bipolarismo, uscita malconcia dalle 2 esperienze con Prodi, che, di fatto, sono state le basi della profonda crisi economica italiana e della Sx in particolare.
Non è tanto anziano d’essere considerato uno della vecchia guardia; non è tanto giovane da poter essere considerato il prossimo futuro.
Ha, comunque idee chiare – pur se soggettive – di come impostare un certo governo. Con Prodi ha alcuni punti in comune: l’idea ma non il carisma, la bonarietà che può sfociare nella dabbenaggine, la voglia di assurgere senza essere cosciente delle proprie potenzialità. È un soggetto affidabile con cui ci si può confrontare e con cui si può ragionare. È l’opposto dell’altezzosa e dotta sacralità borghese di Monti.
Bersani rappresenta la vecchia dirigenza che si rinnova con parsimonia, attenta a non compiere gli errori del passato, pur se ancora incapace di vedere con chiarezza il rimedio ai bisogni, della società, che non ha saputo fronteggiare e prevedere.
È sostenuto dalla vecchia guardia che, pur in apparente disarmo, cerca ancora di mantenere quel potere che l’ha resa celebre nella sx sfruttando un collaudato apparato.
Crede in un sistema che, tuttavia, avrà bisogno di una coalizione ampia per governare. Forse non si batte a sufficienza contro quelli che in questo momento vogliono cambiare il Porcellum per penalizzare comunque il probabile partito vincente: il suo.
Ha un avversario imprevedibile nel M5S di Grillo, magari capace d’essere la sorpresa delle prossime elezioni. Ragion per cui, temendo d’essere battuto per pochi voti, tratta sulla nuova Legge elettorale, pressato pure da Napolitano.
Ha una grande spina nel fianco: le nuove leve personificate dal suo avversario, che hanno poco da spartire con il passato ideologico di padri (Ds) e nonni (Pc), e da questi distanti anni luce nella concezione politica.
Bersani crede nella coalizione. Non è il Veltroni che cerca per la nazione un nuovo assetto politico e istituzionale. Non ha il coraggio di rischiare di perdere anche per cambiare, comunque, la società.
È uno che procede con parsimonia controllando ogni passo che fa, nel tentativo di condurre un partito che da un momento all’altro potrebbe sfuggirgli di mano.

Renzi “vuole” essere il futuro prossimo, anche se non ha esperienza e forse neppure la capacità per farlo.
Più che essere il simbolo delle giovani leve rampanti, è la negazione sistematica della vecchia politica. Si pone come leader, tuttavia non lo è; perché chi lo spinge in alto sono forze (finanziatori) interessate a dirigere poi il carro della politica economica e finanziaria nazionale. Credo che sia un uomo manovrato a sua insaputa, mandato all’attacco e allo sbaraglio per procura, un burattino utile ad essere amministrato. Una testa di legno più che una testa vuota, anche se vale ricordare che le dittature sono iniziate quasi tutte così.
Si affida a quel populismo ideologico che può essere catalogato come renzismo[1], frutto del rifiuto giovanile di seguire in seno al proprio partito una certa linea programmatica. La sua parola d’ordine – rottamare – non aggiunge però la prospettiva a cosa ci possa essere dopo; ne, per inteso, è l’inizio di un serio programma politico.
Rappresenta il sofferente alla realtà attuale, alla disoccupazione giovanile, ad un futuro senza sbocchi all’economia italiana: il contestatore che vuole rivoluzionare il mondo usando lo show mediatico come mezzo trainante.
Interpreta la politica come puro divertimento e spettacolo pubblico per raccogliere consenso.
Le sue convention sono un mix di arrembante populismo e di business commerciale: scimmiotta le primarie americane, vende magliette, cappellini, gadget con il nome e l’effige del divo (lui stesso). Si serve di una costosa organizzazione che poggia le basi sull’esperienza acquisita nel campo dei media, diretta da quel Gori che, oltre ad essere la sua copia fisica sputata – in somiglianza fisica, età, look e linguaggio -, è l’uomo esperto e di successo del comunicare attuale con i media, allevato a suo tempo nelle aziende di Berlusconi, presso di cui ad Arcore – pura coincidenza? – pure Renzi fece devoto pellegrinaggio.
Costui – Gori - pare, più che l’amico, il boy pronto a infilarlo nella successione futura, attendendo nell’ombra operativa l’esito d’uno scontro con la leadership attuale, prevedibilmente perdente, ma non del tutto scontato. Ha altre capacità, carisma, potenzialità, possibilità e … pazienza.
Renzi non è il fustigatore (rottamatore) arrabbiato alla Savonarola, bensì il demolitore delle sue stesse origini politiche e sociali.

Il successo finale è probabile che domenica sera arrida a Bersani, anche se rischia di diventare la classica vittoria di Pirro.
Dietro l’angolo, infatti, vi è nella politica italiana una frammentazione sempre più complessa tanto nella Dx che nella Sx, con continue implosioni dettate dal malcontento generale e dalle troppe tasse che stanno prostrando il popolo tutto.
La Legge elettorale – più del risultato delle Primarie del Pd – ci indicherà come sarà lo scenario politico futuro italiano: se anziché alla terza si sarà tornati alla prima repubblica.
Salvo aspettarsi poi che il boy rampante, ad elezioni avvenute, non produca quegli strappi, nell’unità del Pd, capaci di ripiombarci nuovamente in una precarietà istituzionale favorevole a Monti, di cui già troppi alfieri – provenienti dall’Alta Finanza – sono oggi promotori.
Non per nulla Berlusconi tergiversa ancora prima di lanciare il suo informatico, dal nome, Forza Italia 2.0, conscio che i giochi non sono ancora del tutto fatti.

Bersani è l’Italia che ha vissuto e che cerca ora di recuperare la via smarrita per la crisi del lavoro, della crescita, dell’industria e del welfare sociale.
Renzi è l’Italia che vuole dimenticare il passato, per lanciarsi a capofitto in un nuovo fantastico mondo solo dopo aver preso il potere.
E se Bersani presenta un’Italia timorosa e impaurita della realtà attuale forzata, dovuta alla recessione che il montismo non riesce a risolvere e che il solo rigorismo è destinato ad incrementare, Renzi sogna un’Italia sbarazzina e sprovveduta, incurante delle palle di piombo che la incatenano ad una realtà tragica di decadimento politico, etico e sociale.
Perché non sarà cambiando Premier che i problemi verranno risolti, ma solo con un valido progetto a medio lungo termine capace di cogliere il successo.
Purtroppo di veri programmi non se ne vedono in giro. Solo un tentativo di correggere il passato (Bersani), oppure lo sfrontato desiderio di distruggere ogni ponte (Renzi) ancora in piedi, che ci collega alle nostre radici, con un salto nel vuoto.
Le Primarie non si fermano però al Pd. Sono alla porta quelle sulla nuova Legge elettorale e il movimento di Grillo, capace di cambiare le carte in tavola, specie se la situazione dovesse costringere Monti a una nuova manovra con inevitabile aggiunta di tasse.
Le elezioni sono ancora lontane; per cui a molti pare che le Primarie possano essere solo un gioioso diversivo di apparente grande democrazia. Fermo restando che il grande consenso di 4 mln di votanti si è ridotto alla prova dei numeri a soli 3,1 mln.


domenica 25 novembre 2012

Crescita infinita o decrescita sostenibile?


Da quasi un lustro l’economia occidentale perde colpi, tanto che nell’Ue, ormai, siamo in recessione da un trimestre; altri, purtroppo, ne seguiranno.
La Grecia è stata la prima ad imboccare questa via per vari fattori: Debito sovrano troppo elevato, esagerato clientelismo occupazionale, scarsa redditività, investimenti spropositati – favoriti e spinti anche da contributi Ue a fondo perduto, che però dovevano essere integrati con altri sostanziosi capitali propri -, welfare allegro (pensioni a 52 anni), evasione fiscale elevata, catasto inesistente, apparato statale antiquato … e in ultimo rigorismo esasperato.
L’hanno seguita a ruota il Portogallo (default contabile), l’Irlanda (andata fuori controllo per salvare le proprie banche), la Spagna (che ha spinto la bolla immobiliare oltre la sostenibilità economica e abitativa, compresa quella turistica) e l’Italia (spread e contributi Ue)[1].

L’Italia, specie al Sud, ha troppi punti in comune con la Grecia - per non dire tutti -; anche se fino ad un anno fa, comunque, l’economia nazionale reggeva il passo seppur a fatica. Ciò che l’ha mandata in recessione è stata la dissennata politica rigoristica di tagli e tasse che, come già avvenuto in Grecia, ha drasticamente bloccato l’economia reale che ancora resisteva alla crisi innescata dall’abuso dei prodotti finanziari. Prodotti finanziari che per la speculazione selvaggia e incontrollata sullo spread sono stati la causa principale del tonfo italiano.
Il rigorismo nei bilanci è sempre necessario; però non va praticato unicamente a senso unico.
Dire che il governo Monti ha abusato del rigorismo è corretto, anche se imposto perlopiù da pressioni esterne. Dire che ha sbagliato è un po’ forzato, proprio perché la compagine ministeriale è sorta per l’incapacità politica dei partiti di dare una risposta sensata, plausibile e operativa alla nazione.
Monti ha fatto ciò che ha potuto e ciò che gli era stato chiesto di fare: è il frutto di una corrente di pensiero che si pratica dall’inizio della crisi in Europa, di cui la Merkel è l’alfiere indefesso, nonostante il disastro Grecia.
La colpa di Monti – se così la si può considerare – è quella di non aver saputo fare altro che seguire un’unica via, in ossequio e in obbedienza riconoscente a chi l’aveva imposto e voluto.
Monti, facendo perfettamente il compito affidatogli, ha avuto l’immenso pregio, negativo, di far esplodere tutte le contraddizioni insite nelle teorie economiche neoliberiste, di cui, per anni, è stato tecnocrate presso l’Ue o grandi finanziarie, oppure fedele servitore e docente alla Bocconi.
I freni teorici di contenimento e di bilanciamento debito/sviluppo alla prova dei fatti si sono dimostrati inadeguati e dannosi.
Purtroppo queste grandi contraddizioni ricadono in maniera nefasta su tutto il popolo.

Prodotti finanziari mobiliari a parte, vale soffermarsi sui dettami neoliberisti che alimentavano, fino a non molto tempo fa, l’economia del mondo occidentale, poi soppiantate in toto dalle teorie globalizzate dell’Alta finanza.
Il mantra, con l’avvento della globalizzazione, era: per resistere bisogna diversificare, delocalizzare, ingrandirsi, fondersi, acquisire, consumare, produrre simultaneamente a prezzi sempre minori. Tutto ciò per un unico fine: innalzare costantemente il Pil, perciò la crescita. V’era un circuito chiuso perpetuo tra produzione e consumo che s’alimentava a vicenda in un crescendo parossistico.
Ciò valeva per le aziende e per le nazioni. Era il dogma economico che reggeva il mondo.
Per farlo, bisognava non produrre, o delocalizzare, per poi esportare, ma solo per consumare. Sicché i prodotti sono diventati attrezzi uso e getta per un altro prodotto ben più importante e interessante: l’homo consumens.
A chi metteva in guardia che in questo modo l’economia si sarebbe facilmente strozzata e ingolfata si rispondeva che il mondo non poteva procedere in altro modo. Perciò avanti con capi di stato, premier e ministri che “correvano” nei paesi del sud-est asiatico – il nuovo Eldorado dell’affare -, seguiti da aerei colmi di industriali o finanzieri, per impiantare business in quei luoghi dove gli stati (Cina e India in primis) garantivano stipendi ridicoli, anche se in spregio ai diritti umani.
Chi predicava che, sguarnendo progressivamente il territorio nazionale, si sarebbe a medio e lungo termine creata disoccupazione, e con questa riduzione del reddito, perciò pure dei consumi, lo si guardava come retrogrado.

La crisi attuale, perciò, non è colpa di Monti: era già insita nel sistema neoliberista della forsennata ricerca della crescita infinita. La globalizzazione dell’Alta finanza – evoluzione al quadrato del neoliberismo – l’ha solo anticipata, specie negli ultimi 2 decenni dopo il crollo del Muro di Berlino, fondendo marxismo e liberismo nel nuovo motto: From Marx to Market.

Alla verità della scienza economica si è sostituita, imponendola, quella mediatica, con un battage proprio da lavaggio del cervello. Ciò non solo per modificare usi e costumi, ma soprattutto per dirigere redditi e risparmi verso il consumismo fine a sé stesso.
Ovviamente tutto ciò è avvenuto anche in politica. Basti ricordare le pesate e studiate parole di Monti in Parlamento: In cassa non vi è più neppure un € per pagare gli stipendi – pausa di suspense – e neppure le pensioni!
Ovviamente senza spiegare a cosa fossero servite la Legge di stabilità dell’anno precedente - per quello ch’era in corso e ormai alla fine - oltre a quella dell’anno già approvata prima del suo avvento – e da lui fatta propria – che dava copertura alle spese dell’anno seguente.
Questa manipolazione della realtà viene conclamata pure ora da diversi politici, specie da quelli che non badano tanto al sottile pur di affermare la “loro” inconfutabile verità demagogica; salvo cambiarla magari poco dopo quando non è più utile al loro interesse (es. Casini) per dimostrarsi qual sono: le sagaci mosche cocchiere della politica italiana.

Si è cambiata l’impostazione economica del vivere dell’uomo: produrre reddito per migliorare, vivere meglio e svilupparsi.
La si è sostituita con: consumare per crescere.
Il consumismo cosa ha creato? La dissoluzione del risparmio pubblico e privato, necessario a finanziare il potenziamento delle attività tecnologiche e produttive per reggere la concorrenza. In pratica ha bruciato il risparmio nell’assioma: lavorare per guadagnare, guadagnare per consumare, consumare per crescere.

Shopping! Parola magica che crea diletto e potenzialità sociale, dando all’individuo che la coltiva la sensazione d’essere il re dell’universo nel permettersi non il necessario, bensì il voluttuario. Un divertimento nella realtà non fine a sé stesso, ma delle grandi aziende che, imponendolo, ne traevano grandi profitti.
L’uso e getta ha ridotto il costo dei prodotti, li ha resi gadget mediatici di successo ed emancipazione; ma, nello stesso tempo, ha distrutto il risparmio precedente. Non più oggetti necessari per la vita ordinaria, quindi beni durevoli, ma oggetti trendy – status symbol - che bisognava possedere per essere alla pari, spesso inutili o superflui, doppioni di altri che assolvevano lo stesso compito (auto, elettrodomestici …).
Tendenza mediatica e nazionalpopolare peggiorata dal fatto che a trarne beneficio non erano il cittadino e la nazione, ma solo l’azienda globalizzata che sfruttava il territorio non per produrre e arricchire, ma solo per guadagnare e impoverire, essendo da tempo non radicata sul territorio e de localizzata dove l’utilità contingente permetteva costi assai minori e quindi guadagni assai maggiori.
Il Pil cresceva in modo effimero solo come volume complessivo di scambi. Il risparmio e i redditi decrescevano perché bruciavano ricchezza nel consumismo, spalmandola non più sul territorio d’appartenenza, ma solo nelle casse delle aziende produttrici.
Nulla di nuovo, quindi, che quando il risparmio decresce anche l’occupazione sia costretta a ridursi drasticamente nel medio lungo termine, accelerando il picco negativo quando la macchina statale, per reggere le spese, è costretta ad aumentare la pressione fiscale.
Non per nulla la povertà è dilagata e la ricchezza si è concentrata in un esiguo gruppo di persone.

Il rigorismo è nato come tentativo – soprattutto Ue – di correggere la caduta del Pil (privato dei guadagni) e l’aumento dei Debiti sovrani (dilatati dalle costanti spese e da minori entrate). Formula che ha solo peggiorato la situazione.

Per tornare alla produttività e al benessere precedente ci vorrà molto tempo, perché bisognerà ricostruire tutto l’apparato strutturale produttivo che è stato smantellato con la globalizzazione.
Per farlo sarà necessario anche cambiare sostanzialmente abitudini e consumi, oltre a creare un nuovo assetto sociale in grado di radicare le aziende sul territorio, per farle diventare soggetto giuridico produttivo e non solo commerciale.
Ciò implicherà il passare dalla crescita infinita del Pil ad una decrescita sostenibile, soprattutto basata sulla filiera corta, sul distretto industriale, sul prodotto a impatto ambientale zero, sulla predisposizione al risparmio rendendo il prodotto nuovamente bene durevole e non uso e getta.
Per fare ciò ci vogliono idee e convergenze politiche, coraggio nell’investire, parsimonia nel tassare e oculatezza nel programmare.
Decrescita sostenibile non è il tornare forzatamente al benessere e al welfare di decenni fa, né il ridurre costantemente il Pil; è solo il pianificare la politica economica del paese in modo che si riducano al minimo i riflessi negativi della recessione e si operi per tornare a livelli compatibili di sviluppo sostenibile reale, basato sia sull’esportazione che sul risparmio.
Ridurre i costi non è solo aumentare le tasse e contenere il Debito sovrano. È predisporre le basi per un consumo – non consumismo – consapevole di beni e servizi.
Perché è ovvio che non servano 10 cellulari e 3 automobili procapite, o televisori in ogni stanza, per aumentare il Pil, specie se tutti questi prodotti sono il frutto dell’importazione o solo – come il caso Fiat insegna – del solo assemblaggio di componenti prodotti all’estero.
Lo sviluppo ha basi solide utili a perpetuarsi nel tempo e è basato soprattutto su agricoltura e manifatturiero. Non è mai il Pil che cresce per il terziario o per il consumismo commerciale.


giovedì 22 novembre 2012

La tragedia infinita della Grecia.

ovvero:

La tragedia dell’Ue che al Popolo non si dice.


Il vertice Ecofin di ieri ha spostato nel tempo la questione degli aiuti alla Grecia, fissando un nuovo incontro per lunedì prossimo 26 Novembre.
Tutti sono fiduciosi che una (non “La”) soluzione verrà trovata, anche se il contributo è ormai lievitato dai 32 mld di € precedenti ai 44 attuali.
A molti forse sfuggirà il perché di questo continuo temporeggiare che ha portato il Paese ellenico alla distruzione non solo economica, ma anche sociale.
Sta di fatto che pure la famosa Troika (Ue, Bce, Fmi) non trova più, al suo interno, identità di vedute non solo su come salvare la Grecia, ma, soprattutto, su come risollevarla dai guai in cui la Troika stessa, con le sue continue consulenze e ispezioni, l’ha ridotta.

Christine Lagarde si è messa di traverso in seno alla Troika, rifiutandosi di spostare in avanti di altri 2 anni il termine del rientro greco Debito/Pil al 120%: 2022 invece del 2020.
Perché? Perché altri 2 anni costerebbero a tutti almeno altri 35 mld di € che nessuno non dico non ha, ma che nessuno in questo periodo vorrebbe scucire.
I problemi della Grecia non sono comunque finiti con questa semplice diatriba, proprio perché, nonostante la recente ristrutturazione (haircut) del 75% del Debito Sovrano, lo stesso debito è tornato  ad assestarsi al 185% del Pil, raggiungendo la pregevole cifra di circa 400 mld.
Tutto ciò nonostante i draconiani tagli ai dipendenti statali, agli stipendi, alle pensioni, alla sanità, all’istruzione, alla difesa e a … tutti gli altri apparati statali.

La Grecia da tempo è commissariata dal Vertice Ue che usa come suo braccio operativo “armato” la Troika.
Da quando la Grecia ha dovuto chiedere aiuto all’Ue i suoi sono governi fantoccio, sia che siano di dx o di sx, oppure di coalizione.
Chi decide non è il Governo o il Parlamento greco, bensì l’Ue; la Troika sarebbe l’“esperto consulente” che dovrebbe guarire il malato. Però più che farlo guarire lo ha condotto in metastasi avanzata.
In pratica la Democrazia è da molto tempo morta in Grecia e i governanti locali hanno solo il ruolo di ratificare, prima, e imporre, poi, le penitenziali manovre correttive.
La Grecia ha perso non solo la sua sovranità, non è solo diventata una colonia dell’Ue (Merkel), ma è stata ridotta in stato di schiavitù.

Il Pil greco è crollato ufficialmente a quasi -8%. Ciò significa che i tagli, le tasse e i licenziamenti, non solo hanno ridotto il reddito procapite e il tenore di vita, ma hanno diminuito pure il Pil. Per cui, crollando il Pil, il debito esplode verso l’alto, anche perché nonostante la spaventosa pressione fiscale le entrate sono costrette a calare progressivamente.
Se non si lavora, se non si produce, se non si riesce neppure a campare sino a fine di mese nonostante i sacrifici, è ovvio che a reddito basso – o a zero – le entrate, pur essendo le imposte elevatissime, siano prossime allo zero.
Lo scorso hanno il Pil greco è sceso a -5%; perciò quest’anno si è incrementato di quasi il 60%. Sono cifre spaventose che dovrebbero indurre gli strateghi finanziari Ue a rivedere sostanzialmente il loro incedere.
Simultaneamente il Debito è esploso nuovamente, soprattutto perché il costo del danaro è talmente alto d’aver raggiunto spread da strozzinaggio usuraio.

L’ottimismo mediatico comunque non manca: la Grecia è sulla buona strada, la Grecia ha recepito le direttive della Troika, la Grecia ha fatto i sacrifici necessari e ineluttabili, la Grecia rimarrà nell’€, la Grecia ridurrà progressivamente il Debito, la Grecia riprenderà a … crescere. Quando? Quando sarà fallita del tutto, avrà reddito zero, sarà stata venduta pezzo per pezzo e non avendo più nulla da dare … allora sarà lasciata al suo tragico destino. Solo allora, dopo aver toccato il fondo abissale, lentamente cercherà di risollevarsi mezza morta da terra, cercando di muovere traballante i primi passi come l’essere tramortito che riprende gradualmente i sensi.

L’Ue è cinica? Non credo.
L’Ue con il solo rigorismo sta percorrendo la stessa strada imposta alla Grecia. Infatti, il Pil annuale Ue è prossimo allo zero e l’ultimo trimestre è stato il primo recessivo nella media europea. Altri ne seguiranno.
Nel frattempo i Debiti sovrani di tutti gli stati aderenti sono cresciuti; basti pensare che quello italiano supererà abbondantemente, a brevissimo, la fatidica soglia dei 2 mila mld, con un aumento annuale di quasi il 10%.
Le nazioni spendono troppo, nonostante i continui tagli alla spesa? No, gli stati vedono aumentare il proprio Debito soprattutto per le quote associative che devono corrispondere alla stessa Ue. E a poco conta che si affermi che ogni € dato all’Ue renda lo 0,95%, mentre quello investito dai singoli governi frutti solo lo 0,50%.

Facendo un po’ di conti, in Italia si può notare quanto segue, in base alla quota associativa del 18% che deve alle spese Ue:
a)       L’attuale tranche alla Grecia di 44 mld ci costa 7,92 mld di €, a cui, aggiungendone altri 35 per la dilatazione di 2 anni proposta – finora non ancora concessa – si hanno altri 6,3, per un complessivo di ben 14,22 mld.
b)       Il fondo Esm ha attualmente una dotazione nominale di 200 mld, che dovrebbe superare di poco i 500 a pieno regime. Servirà per rifinanziare (salvare) le banche spagnole – o altre bisognose - e come scudo antispread per i paesi in difficoltà (ideato per Spagna e Italia). Perciò attualmente ci costa 36 mld e altri 55 per portarlo a regime.
c)       Tralasciando tutte le altre voci di spesa contributiva Ue per Fondi comunitari vari e la quota contributiva per il Fmi,  abbiamo un esborso di ben 105,22 mld. Se a questi calcoliamo l’esplodere dello spread sui nostri Titoli sovrani, che nell’ultimo anno con Monti si è attestato in media sopra i 400 ptb – mentre sotto la direzione di Tremonti stava sui 115 ptb – raggiungiamo una cifra che ben giustifica le continue manovre correttive imposte da Monti.

La ricetta imposta alla Grecia ha fallito e i ministri Ecofin lo sanno benissimo. Questa è la ragione per cui molti stati si mettono di traverso, sia per la tranche attuale che per la deroga al rientro di altri 2 anni. Sarà un esborso senza fine e non per colpa della Grecia!
Perché è ovvio che non sapranno come rilanciare la crescita, che non sapranno da come uscire dal disastro in cui hanno cacciato la Grecia e tutte le altre nazioni sotto attacco speculativo, tuttavia non sono tanto idioti dal poter capire che così procedendo il problema Grecia è solo rimandato e che mai verrà risolto con questa politica del solo rigorismo.
Serve un cambio sostanziale di politica in ambito Ue: una politica coraggiosa che non si basi solo sulla finanza creativa.
Infatti, perché non si è deliberato sulla tranche greca ieri? Perché si cerca un marchingegno contabile e finanziario per finanziare la Grecia a costo zero per ogni stato aderente.
In economia i costi zero non esistono. Quando si trovano – il nuovo Eldorado: Derivati, cartolarizzazione, partite di giro … - non si fa altro che peggiorare la situazione, spostando il problema più avanti nel tempo e ingrandendolo in costi,  interessi e problematica.
Non esistono i taumaturgici Messia, neppure se il loro nome è reso altisonante dal battage mediatico. Spesso, come avvenuto in Grecia con i tecnici - ma pure da noi - si incancrenisce ulteriormente la situazione, rendendola drammatica nel Bilancio e rischiando di far esplodere la rabbia sociale.

venerdì 16 novembre 2012

Obama, Petraeus e il Fiscal cliff.


Il caso Petraeus è interessante perché va a legarsi alla recente elezione americana.
Che sia un fatto di donne, di adulterio o di allegra vita spensierata di un generale a 4 stelle (e con molte … strisce), all’analista non importa proprio nulla. Infatti, nell’esercito americano non è il solo ad annacquare lo stress del combattente dietro comode scrivanie (letti) con storie rosa.
Bengasi a parte – dove il generale ha cambiato con facilità versione - è interessante notare che il caso raggiunge i suoi chiari connotati nell’estate scorsa, proprio mentre la campagna americana per le presidenziali entra nel vivo.
Tutto però … tace, non solo tra i segreti della Cia, ma pure in quelli della Fbi, dove certi cassetti restano ermeticamente chiusi finché … interessa. Infatti, se la Cia ha in corso un’indagine interna “estremamente” riservata, Fbi s’arrovella dietro una denuncia di stalking di un’altra gentile e “discussa” donzella, pure lei impantanata nel caso.
Due grandi inquirenti con la … bocca ermeticamente chiusa. Fino a quando? A dopo i risultati delle elezioni, ovviamente, in modo che il Presidente non fosse “turbato” da simili equivoci e lussuriosi … misfatti.
Turbato? Esattamente; specie se il risultato è molto incerto nella percentuale e una simile notizia avrebbe potuto facilmente rovesciare l’esito delle elezioni.
Sicché a quest’ora si avrebbe Romney invece di Obama.
Ecco il grande … turbamento!

Gli americani sono più pragmatici degli italiani. Questo è ovvio. Infatti, dopo l’uscita “casuale” del caso – appena 2 giorni dopo le elezioni – non si stracciano i capelli né le vesti.
Alea iacta est! – disse Cesare (altro generale, ma pure “presidente”) -.
Loro, quasi, non sanno cosa voglia dire, ma procedono come se lo sapessero. Neppure il Mormone si preoccupa, intento com’è a pregare e ringraziare il buon Dio.
I Repubblicani, però, uno stizzito pensiero a come in verità sia andata ce lo fanno, proprio perché in fatto di peccati, menzogne e interessi più o meno privati, la storia dei presidenti americani ne è piena.
Qualcuno si ricorda le scappatelle del cattolicissimo e democraticissimo Kennedy? Oppure quelle del bulletto Clinton, intento a perdere letteralmente la testa tra le poppe d’una giovane stagista?
Pure le mogli laggiù sono più pragmatiche e sanno … perdonare l’adorato marito, specie se, dietro, più che la ragion di stato ci stiano degli emolumenti abbastanza sostanziosi che non varrebbe la pena lasciar perdere per una … semplice e normale scappatella.
Le donne dei “capi”, laggiù, sono meno … intolleranti eticamente e moralmente. Sono … amorevolmente … permissive.

Cia e Fbi a parte, la cui verità ufficiale è di norma sempre all’opposto di quella reale, pure Obama lascia dietro di sé dei dubbi consistenti. Infatti, se gli si nascondono ufficialmente eventi tanto gravi e complessi – il generale era un suo diretto subalterno e collaboratore addetto alla sicurezza sua personale oltre che a quella della nazione – vuol dire che o non sia molto “considerato” dal suo staff, oppure che sia un pollo di rara levatura, oppure che sia un … teatrante nato.
Tuttavia si pone l’inquietante interrogativo se il Presidente sia effettivamente in grado di controllare la sicurezza e la democrazia operativa dell’apparato statale.
Comunque sia, il tener celato all’opinione pubblica e al … presidente tali avvenimenti per alcuni mesi, è valsa a Obama la sofferta riconferma alla Casa Bianca.
Come disse Machiavelli nel suo Prence: Il fine giustifica i mezzi!

Obama, purtroppo per lui, è un presidente un po’ zoppo, proprio perché la sostanziale parità elettorale tra Democratici e Repubblicani non gli consente di padroneggiare a suo modo anche il Senato.
E, data pure la sua “manica larga” nelle spese – che ha innalzato il Debito sovrano al 140% del Pil – dopo il braccio di ferro dello scorso anno ora si trova a doverne fare un altro per espanderlo[1] legalmente di altri 600 mld di $. Diversamente, senza accordo coi Repubblicani, con il primo gennaio 2013 scatterebbero dei tagli lineari forzati capaci di mandare in recessione l’economia.
E questa è una delle cause che sta spedendo i Mercati (Borse) in affanno, con gli indici che hanno infranto oggi i supporti di resistenza.
Il Fiscal cliff è in agguato, anche se sicuramente prima di finire l’anno si troverà un compromesso tra le parti. Nessuno, infatti, né Obama, né i Repubblicani, avrebbe interesse a mandare in recessione il paese.

Perciò, il caso Petraeus e il Fiscal cliff saranno parte di una partita a scacchi per l’economia americana. Il Presidente dovrà fare più concessioni ai dettami repubblicani perché ne è stato il beneficiario diretto del caso.
Il caso Petraeus celato all’opinione pubblica ha penalizzato i Repubblicani e Romney, favorendo di riflesso i Democratici e Obama.
Per il do ut des vi sarà una serrata trattativa.

La politica non sempre segue le logiche pubbliche della ragione e neppure quelle della democrazia. Persegue soprattutto l’interesse dell’economia, specie in una nazione votata al neoliberismo globalizzato.
E l’economia oggi – come pure nell’Ue è chiaro a tutti – è succube e schiava dell’alta finanza, perciò di quei gruppi di potere che, più che combattersi, spesso si contrastano in modo trasversale, per unirsi poi all’occasione seguente per altri interessi.
Sicché, per il bene dell’economia dei soliti pochi, Obama e i Repubblicani troveranno l’accordo sicuramente in tempo utile.

Petraeus ha già tolto l’incomodo; e data l’età si … consolerà con la sua fedele e innamorata moglie nell’ozio d’una sostanziosa pensione anticipata.
I Repubblicani han perso le elezioni, ma otterranno concessioni superiori a quelle che la situazione economica attuale degli Usa avrebbe potuto concedere con Romney presidente.
Obama, dal canto suo, continuerà ad essere l’anatra zoppa, ma gli sarà comunque perdonato e evitato di finire arrosto sulla mensa del Fiscal cliff.
Pure gli oligarchi del Vertice Ue saranno soddisfatti e felici, anche perché a Fiscal cliff scongiurato i pericoli di un crollo totale del loro sistema politico e economico apparirà più lontano e meno minaccioso.
Pure la Cina si rallegrerà del pericolo scampato, considerato che una recessione USA renderebbe assai più problematica la solvibilità dei Titoli sovrani americani che, con tanta … abnegazione, hanno acquistato.
Tutti felici e contenti?
Non direi; chiedetelo agli elettori, che convinti hanno votato per l’uno o per l’altro, credendo d’avere in mano le sorti della nazione col  diritto … di voto.



mercoledì 14 novembre 2012

La decadenza del montismo nella società nazionale.


Il mentalismo è il ragionare ed agire secondo una determinata idea, sia questa il frutto di una concezione o di una tendenza alla moda, sia che venga dettata dal pensiero di un noto personaggio pubblico, politico o religioso.
Ne consegue che il montismo non sia altro che il seguire più o meno inconsciamente il pensiero e operato dell’attuale premier Mario Monti.
Gli italiani, si sa, sono un popolo di idealisti; perciò se le cose vanno male e gli si prospetta un taumaturgico salvatore lo acclamano subito come proprio idolo.
I media a suo tempo, nella tambureggiante presentazione di Monti come premier, non hanno badato a spese: proclami, servizi, interviste, curriculum particolareggiati – anche se superficiali – e via dicendo.
Napolitano, poi, ci ha messo del suo proclamandolo senatore a vita poco prima  di dargli l’incarico, onde lustrarlo agli occhi dell’opinione pubblica e renderlo bene accetto.
Quasi nessuno si è degnato di guardare dentro l’uomo[1] e soprattutto alla sua socialità. Ancor meno alle sue potenzialità e capacità. Sono bastate le pressioni esterne e le ingerenze extranazionali.

Monti come premier ha personificato il rigorismo, soprattutto quello a senso unico fatto di sole tasse. Si è attorniato per lo più di amici e conoscenti, oppure di ex allievi devoti, con un clientelismo da far impallidire quello della prima repubblica.
La squadra ministeriale ha iniziato a manovrare riforme e conti con il pragmatismo teorico, resosi subito fallimentare perché non supportato da alcuna esperienza operativa.
Conseguenza pratica: dopo un anno di governo Monti non vi è un dato macroeconomico che sia uno che sia migliorato o rimasto stabile. Tutti sono peggiorati: occupazione, Pil, Debito sovrano, spread, reddito, coefficiente uso impianti industriali, produzione, CIG, povertà, carenza di credito, tassi bancari …, nonostante il TUS sia stato ridotto nel frattempo dalla Bce allo 0,75%.
Le colpe di questo peggioramento non sono ovviamente solo del governo Monti, essendo una costante attuale del mondo occidentale.
Monti, come uomo e in base a ciò che poteva fare, ha fatto del suo meglio, mettendosi a disposizione della nazione. Non ha lesinato tempo, capacità, sforzo e ingegno. Ciò gli va ampiamente riconosciuto. Poteva starsene tranquillo senza giocarsi – come in realtà ha fatto – la sua fama internazionale.
Ha tuttavia fallito perché la situazione è costantemente peggiorata.

Monti ha sparso ottimismo mediatico a piene mani, purtroppo non supportato dai dati macroeconomici. E mentre lui dichiarava poco fa che la ripresa è dietro l’angolo, la Merkel affermava che per vedere una tenue ripresa ci vorranno almeno altri 5 anni.
Cos’è, in effetti, che manca all’uomo Monti? La consapevolezza intellettuale di sapere se è capace di ricoprire con successo un determinato compito e ruolo: in questo caso quello di Premier, di poter risanare i conti pubblici e rilanciare economia e crescita.
Da questa sua grande carenza umana ne consegue il suo arroccarsi nella sua torre cattedratica e in una personale visione della verità mediatica alla quale ormai quasi più nessuno crede, neppure i partiti che lo sostengono e che lo costringono a reggersi con continui voti di fiducia. Voti di fiducia che nella pratica equivalgono ad altrettanti voti di … sfiducia.
La tanto declamata credibilità internazionale, che ci ha portato col suo operare, è in verità una totale sudditanza operativa ai dettami dei poteri forti: sudditanza che ha affossato del tutto l’economia e le speranze del Paese.

Molti, nel popolo, lo hanno accolto come il toccasana dei guai italiani. Poi, man mano che la situazione peggiorava e l’imposizione fiscale da lui voluta li prostrava sempre più, hanno cominciato a disinnamorarsi del suo personaggio pubblico, peraltro presentato da un look personale non molto attraente e affabile.
Monti può essere un discutibile fervente cattolico. Tuttavia è ovvio che con De Gasperi in capacità, serietà, popolarità, socialità e disponibilità non abbia paragone. È uno di quei tecnocrati che hanno fatto carriera e successo perché hanno abbracciato per nascita borghese, famiglia e benessere il neoliberismo puro; in pratica l’idea economica che ha creato la crisi che stiamo vivendo sulla nostra pelle. Ha servito per anni istituzioni e società che hanno sempre lucrato sul popolo.
Non sarà mai uno statista!

Molti lo hanno accolto favorevolmente; molto meno i partiti che se lo sono trovato imposto dall’alto del napolitanismo e senza altra alternativa.
In politica, tuttavia, le alternative esistono sempre: basta saperle trovare, ideare, perseguire e non farsele imporre.
Ecco perché con le elezioni in Sicilia, e alle prossime amministrative e politiche, i tradizionali partiti hanno pagato e pagheranno fortemente dazio al loro grande errore e alla loro manifesta incapacità di governare.
Stare a discutere se con un altro premier la situazione ora sarebbe migliore, uguale o peggiore ha scarso senso, soprattutto perché la storia non la si fa né con i se, né con i ma, non potendoci essere la controprova.
Sta di fatto che Monti è partito con un grande consenso nel paese, ma ben presto lo ha perso per strada parallelamente ai partiti, dilapidandolo in sole manovre d’austerità. E poco conta se tutt’ora abbia un 5% in più di gradimento dei partiti.

Una persona tanto titolata davanti a sé aveva solo il rigorismo austero da praticare – oserei dire da penitenziale flagellante medioevale –, oppure poteva intraprendere altre strade? Oppure queste strade non le ha intraprese perché chi lo ha scelto o imposto gliele ha precluse?
Siamo perciò di nuovo alla considerazione iniziale sulla sua capacità di capire e padroneggiare la situazione in cui andava a calarsi.

Pure i partiti ora cominciano ad essere irrequieti e mal sopportano le continue manovre di tagli e tasse che il governo propone, soprattutto perché vedono che non portano da alcuna parte e peggiorano costantemente la situazione.
Si smarcano con dichiarazioni più o meno palesi, costringendo l’esecutivo montiano a giravolte improvvise nell’arco di pochi giorni su molti provvedimenti: deduzioni, Irpef, esodati, aumento orario docenti, provvedimenti antieleggibilità e via dicendo.
Inoltre hanno quasi seppellito definitivamente la possibilità di un Monti bis, proprio perché vedono che questo governo non sa cavare un ragno dal buco, mentre la pace sociale si è incamminata su una pericolosissima china: manifestazioni, scioperi, scontri violenti di piazza, contestazioni al premier e ai suoi ministri che, come in questi giorni, devono essere protetti dalla polizia schierata, quando non caricati su un elicottero per sfuggire a possibili linciaggi.

Il Popolo già da tempo ne ha decretato la fine e non vede l’ora di cambiare pagina, anche se sa che il futuro sarà comunque estremamente complesso e incerto. La Sicilia in ciò ha già dato un primo chiaro verdetto.
Nel frattempo il montismo si spegne quasi ovunque, eccetto che nel premier che continua ad elucubrare le sue verità di fantomatici salvataggi e di vicine rinascite che solo lui vede.
Nel confronto televisivo Pd per le primarie pure il montiano Renzi lo ha abbandonato, anche perché capisce che l’appoggiare una simile eventualità vorrebbe dire affossare tutte le sue chance.
La politica non è stata capace di costruire e ideare un’alternativa istituzionale a Monti; anzi: se l’è fatto imporre.

Oggi il primo sciopero continentale Ue ha interessato tutti gli stati membri con delle significative risposte di totale rifiuto, sia alla politica di Monti che a quella perseguita dai vertici Ue. Vertici non elettivi, ma solo autoreferenziali e oligarchi.
La violenza ha fatto capolino un po’ in tutte le nazioni, proprio perché l’esasperazione a cui  i popoli sono stati sottoposti sta diventando insostenibile. Violenza e rabbia già viste in precedenza sia in Grecia che in Spagna.
Hollande nella sua campagna elettorale prometteva rigorismo e crescita; tuttavia finora è stato capace di coniugare solo il rigorismo, come tutti i suoi colleghi Ue.
Merkel e Monti ci hanno spiegato più volte il loro rigorismo e tutti lo hanno capito. Non ci hanno mai spiegato però cosa sia la crescita, né come ottenerla. Perché è ovvio che con continui tagli e tasse si vada solo in forte recessione e verso la perdizione.

Un uomo dalla nomea internazionale di Monti dovrebbe essere un fuoriclasse, perciò sapere nello stesso tempo risanare il bilancio e rilanciare la crescita. Invece ha proceduto a senso unico facendo – come ha detto pure oggi la Camussoun disastro dietro l’altro.
La capacità dell’uomo, al di là della fama che lo accompagna, sta proprio nel dimostrarsi all’altezza del ruolo per cui è stato chiamato e che, soprattutto, ha accettato di ricoprire liberamente e consapevolmente.
Perciò, quando si fallisce su tutta la linea, l’invocare le difficoltà contingenti e mondiali ha poco senso.
Ecco perché in Italia il montismo si è quasi definitivamente spento, sia tra la gente comune che nei partiti che lo sostengono. Lo ha affossato l’incapacità reale di risolvere i problemi.
La storia insegna che quando un’Idea fallisce i suoi obbiettivi è destinata a spegnersi ed ad essere archiviata.
Si cercherà, pertanto, una nuova Idea in grado di portare risultati migliori pure in Italia. Un’Idea che la politica non ha saputo durante questa crisi mondiale ancora costruire e attuare. Un’Idea che probabilmente sarà il Popolo a costruire con una scelta elettorale che potrà essere magari azzardata, ma che sarà comunque un’alternativa scelta, ponderata e voluta e non imposta dall’oligarchia politica referenziale o dall’alta finanza globalizzata, da cui – guarda caso – l’attuale premier proviene.