sabato 30 luglio 2011

L'Ue e l'Occidente verso la bancarotta.



I fatti economici e finanziari di questi ultimi giorni hanno messo in chiaro, per chi magari non lo avesse ancora capito, che i governanti occidentali, e con essi gli strateghi della grande finanza, sono incapaci non solo di gestire la crisi, ma principalmente di poterla risolvere.


L’Ue nella realtà è un fatto puramente monetario e non di unità politica e di territorio. In pratica una realtà di comodo mal concepita, pessimamente realizzata e irrazionalmente gestita.


Le diversità (divisioni) non solo tra le varie nazioni, ma pure all’interno di queste, portano ad una carenza d’unità d’intenti anche quando la gravità del pericolo incombente su tutti consiglierebbe (necessiterebbe) una cura radicale.


La formula occidentale basata sull’espansione del Debito sovrano per incentivare la crescita del Pil, basandola erratamente sulla teoria keynesiana - applicabile però solo in determinate temporanee situazioni - ha portato tutti gli stati a vivere per decenni sopra le proprie possibilità, affastellando debito su debito.


L’avvento dell’Ue (€) ha inoltre prodotto in certe nazioni periferiche un’accelerazione di questa mania sulla crescita del Pil, portandole, di fatto, al collasso.



È di questi giorni una polemica, tutta italiana, sul rapporto patto di stabilità e contributi Ue non spesi.


Diverse regioni del Sud rischiano di perdere circa 3 mld di € di sovvenzioni Ue per il patto di stabilità, che vincola, di fatto, la possibilità di spesa. E in tempi di carestia finanziaria questi sembrerebbero tanta manna piovuta dal cielo.


Ovviamente questa polemica è una degenerazione dialettica; ma ciò basta a farla passare agli occhi dei più per malgoverno nazionale. È una polemica populista!


Si evita, infatti, di mettere bene in chiaro che a fronte del 3 mld che si percepirebbero a fondo perduto (e finanziati con le tasse di tutti) vi è però la necessità (clausola) di aggiungerne altri che lo stato e le regioni oggi non hanno. Perciò l’investimento deve essere prodotto con una partecipazione finanziaria di almeno il 50%.


Gli scopritori dell’acqua calda non mettono però in risalto che le varie regioni interessate, per propria scelta strategica, hanno preferito spendere le risorse disponibili in ben altro modo, privilegiando altri progetti e interessi, rinunciando quindi, di fatto, ai contributi stessi.



La Grecia ha un Debito sovrano che è circa (arrotondando) 1/7 di quello italiano; il quale, a sua volta, è circa 1/7 di quello statunitense. La Grecia, però, produce un Pil pari a quello prodotto da mezza Lombardia e il suo debito supera il 150% del Pil. Quello italiano è sul 120% e quello statunitense (14.500 mld $) ora intorno al 50%, anche se si prevede che tra meno di 2 anni possa raggiungere l’80%. Infatti, la diatriba attuale sul nuovo tetto legislativo del Debito sovrano U.S.A. tra Obama e il Congresso non è cosa di poco conto, giacché si tratterebbe di innalzare tale tetto di più del 40% (dal poco più dei 10.000 attuali ai 14.500) solo per quest’anno.


La crescita del Pil greco si attesta nell’anno in corso al -3%, perciò in forte recessione; quello italiano intorno al +1% e quello statunitense sul +2,5% circa.


Debiti così alti in rapporto all’espansione del Pil hanno l’unica possibilità d’essere risanati solo a lungo termine, perciò facendo ricorso a vari decenni di tagli e sacrifici. Per procedere speditamente bisognerebbe avere un Pil almeno a 2 cifre.


La Grecia in precedenza ha già avuto un sostanzioso aiuto Ue/Bce/Fmi, al quale ora se n’è aggiunto un altro maggiormente corposo, che tra pubblico e privato raggiunge i 160 mld di €. In pratica, di fatto, quasi tutto il debito greco è stato finanziato da aiuti esterni, senza i quali lo stato ellenico sarebbe già fallito.


E, in effetti, è già in vero default; perché la Grecia l’abbiamo … comprata tutta al 50% in più del suo reale valore.



La politica Ue su questo caso specifico non mi trova consenziente e la ritengo il compromesso minimo raggiungibile.


Molti ritengono che i compromessi al ribasso siano necessari in democrazia, anche se costoro non hanno mai capito, in effetti, la reale essenza della democrazia e, in subordine, del compito della politica.


Il dilatare la scadenza dei Titoli sovrani ellenici dal minimo precedente di 7, 5 anni all’attuale di 15 e con un massimo di 30, con deroga fino a 40, non è il risolvere il problema greco, ma solo procrastinarlo pensando che la politica dei piccoli passi possa dare risultati nel tempo se le condizioni dovessero migliorare.


Perciò al massimo, andando benissimo le cose, lo stesso problema si avrà tra 15 anni e negli anni a venire, quando le scadenze sui titoli andranno a decorrenza.


I problemi non si risolvono mai da sé; ed ora, in autunno, bisognerà vedere se il popolo greco riuscirà ad arrivare alla fine del mese, a percepire pensioni e stipendi, se potrà pagare i trasporti necessari per il lavoro, se si potrà permettere le spese per la scuola dei figli, per le necessarie cure mediche e per tutte quelle altre necessità basilari che fanno parte della vita di ogni giorno. E ciò alla luce della nuova manovra correttiva di austerità che il Governo greco dovrà approntare per ricevere gli aiuti convenuti.


La Grecia era una nazione sottosviluppata che sulla base dei contributi a fondo perduto Ue ha fatto enormi progressi di Pil e di sviluppo; ma, allo stesso tempo, dovendo pareggiare i contributi con capitali propri, ha dilatato il proprio Debito sovrano fino a che si è superato il punto irreversibile del non ritorno, correndo di conseguenza sempre più velocemente fino alla bancarotta reale attuale.


L’Ue, dal canto suo, ha prima tergiversato quasi ignorando il problema. Poi, per evitare il baratro all’€ (quindi a sé medesima), è intervenuta con un corposo finanziamento; ed ora, con un altro ancora maggiore, pur se non sufficiente e risolutivo, ha cercato un tampone minimo al disastro.



Una grande banca tedesca ha messo sul mercato ben 7 mld di € di titoli sovrani italiani, in pratica alienandoli prevedendo brutto.


Ciò significa una semplice cosa: la Germania, al di là delle dichiarazioni ufficiali, sta iniziando a mettere in atto il piano B di auto salvataggio in caso del precipitare degli eventi. Che poi riesca, pur con molte perdite finanziarie, a salvarsi da sola, rompendo l’Ue, è tutto da dimostrare.


L’asse franco/tedesco, onde trovare un accordo sulla Grecia, su pressione francese ha stabilito che il fondo salva stati Efsf possa intervenire anche nella ricapitalizzazione delle banche, specie di quelle che si trovassero in difficoltà avendo in portafoglio una quantità eccessiva di Titoli sovrani greci; i quali potranno essere ritirati a valore nominale dal fondo stesso.



Con un Pil a -3% la Grecia sarà costretta a fallire anche contabilmente, pur con gli attuali, o futuri, aiuti Ue/Bce/Fmi/Efsf.


Il risanamento minimo per reggere la costringerà ad ulteriori sostanziosi tagli, che, a loro volta, affosseranno ulteriormente il Pil, poiché le privatizzazioni saranno insufficienti a risolvere il bilancio finanziario.


Meno Pil significa ulteriore aggravio del debito, minori entrate di tasse per il crollo dei redditi e supplementari sacrifici per il popolo. Ciò porterà altra turbolenza sociale.


Trovare le risorse per far esplodere il Pil a 2 cifre è utopistico, considerato pure che tutta l’Ue è oberata, in ogni suo stato, da un eccessivo Debito sovrano e valutando, pure, l’attuale grande crisi che attanaglia tutti i mercati internazionali. Perciò tutti stanno attingendo non a finanziamenti reali basati sul risparmio, ma a quelli virtuali di puro finanziamento di semplice giroconto contabile. E se l’Europa innalza la leva, gli U.S.A. stampano a getto continuo cartamoneta.


D’altra parte gli attuali strateghi politici sono intenti a seguire solo la tattica dei piccoli passi, propria anche di quei decenni che hanno fatto esplodere i debiti sovrani, volendo mantenere lo status quo dei rispettivi paesi.


L’Ue attuale sarà sempre (per modo di dire, considerato che con questo andazzo verrà disgregata dal mercato) una semplice e formale unione di moneta.



Rilanciare la produzione nei paesi in crisi sarà possibile se l’Europa diventasse un’unica entità, atta a perseguire un progetto politico, economico, finanziario e industriale unitario. Diversamente sarà un disastro generalizzato.


Per farlo bisogna innanzitutto rimuovere tutte quelle sostanziali regole di mercato che hanno prodotto, sotto la spinta del capitale d’assalto globalizzato, l’attuale crisi internazionale dei mercati. Serve riportare l’investimento al suo vero ruolo di impulso produttivo, sottraendolo alla pura speculazione che, in modo ormai referenziale e non più logico e consequenziale, attacca quotidianamente i mercati e importanti società.


Dopo Grecia, Irlanda e Portogallo – salvabili finora unicamente perché singole e piccole entità – gli attacchi si stanno infittendo sull’Italia, sulla Spagna e anche sul Belgio.


In futuro non saranno immune neppure Francia e Germania, perché il crollo del mercato delle nazioni minori porterà poi l’attacco al cuore dell’€, perciò ai bastioni che finora, anche se pur nominalmente, hanno dato una parvenza di solidità.


La Francia, inoltre, si sta dissanguando nell’avventura libica; e, se questa si protrarrà ancora per mesi, seguirà lo stesso destino degli U.S.A. con le loro guerre esterne in alcuni paesi arabi: dilaterà in modo anomalo il proprio debito sovrano.


Intervenire in un eventuale salvataggio, non dico di Italia o Spagna, ma anche solo del Belgio – da oltre un anno senza un governo -, porrebbe delle problematiche quasi insormontabili, proprio perché le cifre in questione sarebbero molto superiori e difficilmente sopportabili anche alle nazioni forti per la rispettiva quota proporzionale d’intervento.


Se anche la sola Spagna crollasse sotto gli attacchi speculativi, significherebbe che il fondo salva stati (Efsf) è già stato bruciato per salvare gli anelli deboli periferici; e il reperire altre risorse sarebbe improponibile.



Il mondo occidentale ha fallito nelle politiche economiche del secolo scorso dilapidando ingenti risorse, prima, in guerre per il controllo delle materie prime e, poi, nel tentativo di rilanciare lo sviluppo basandolo sul consumismo.


Il crollo del mondo occidentale porterebbe inevitabilmente al crollo globale per 2 ragioni precise: la prima che buona parte della ricchezza (risparmio) dei paesi emergenti è stata investita nel finanziamento dei debiti sovrani occidentali, la seconda perché la produzione dei paesi emergenti è destinata per la quasi totalità al mondo occidentale.


Sostenere il consumismo come nel passato non è più possibile, pena il far saltare tutti i debiti sovrani; perciò bisogna trovare una via alternativa all’attuale scempio.


Ultimamente pure la Bce e il Fmi hanno compreso, seppur tardivamente, che il vero pericolo atto a collassare le economie occidentali non viene dall’inflazione, anche se elevata e comunque mai sottovalutabile, bensì dal Debito sovrano in grado di limitare e anche bloccare l’operatività futura di ogni singolo stato. Perciò, ultimamente, pare che stiano cambiando strategia di analisi, volgendo la propria attenzione alla ricerca del metodo migliore per il contenimento dei bilanci e alla riduzione corposa e progressiva del debito stesso.



Attualmente vi sono due correnti di pensiero su come incrementare il Pil, fermo restando che con entrambe i tagli drastici sono necessari.


La prima contempla un rilancio produttivo recuperabile da un abbassamento della leva fiscale, ottenibile solo con un nuovo e sostanzioso innalzamento del debito sovrano.


La seconda si basa su una linea intermedia, pur se più prolungata nel tempo, basata prima sul rigore del pareggio di bilancio e poi sul recupero di produttività sulla base di una maggiore razionalizzazione del sistema produttivo, facendo perno sul distretto industriale e sulla filiera.


Entrambe hanno punti deboli e non garantiscono affatto un risultato certo, in quanto le cifre macroeconomiche in questione sono labili e non fanno alcun riferimento alla continua caduta di fiducia del popolo, perciò del consumatore e utilizzatore finale.


Quando i redditi decrescono continuamente, i posti di lavoro diventano labili e precari, e i tagli (spese) a carico del cittadino si assommano, è ovvio che l’investire diventi molto rischioso e perciò non più appetibile nella redditività finale che necessita, almeno, del recupero totale dell’investimento fatto.



Alcune banche europee si sono ingolosite degli alti redditi che i bond greci, irlandesi e portoghesi potevano produrre, dimenticando che ricavi elevati comportano rischi maggiori. E la speculazione finanziaria li ha ulteriormente elevati.


La crisi globale che da più anni persiste – e che ritengo sia lungi dall’aver superato il suo virulento apice - è stata generata da forti speculazioni fondate su leve sproporzionate, che hanno affossato alcune grandi aziende finanziarie innestando l’effetto domino su molte altre.


Molti stati sono intervenuti con modalità diversa a salvare il salvabile, sopratutto quelle aziende che per la loro importanza avrebbero trascinato seco tutte le altre.


Le regole di mercato però non sono state corrette e troppe aziende e stati hanno dilatato il proprio debito.


Sicché siamo peggio di prima.


L’Ue non ha alcuna unità d’intenti e ogni stato fa il comodo suo, badando soprattutto ai fatti (interessi) propri e fidando sul necessario aiuto che gli altri potranno dare per non essere coinvolti nel baratro.



La crisi è stata mal gestita ovunque e i rimedi finora adottati sono stati totalmente insufficienti a risolvere i problemi effettivi. Se così non fosse stato i paesi periferici e in crisi dell’Ue non ricadrebbero continuamente nello stesso problema, ulteriormente ogni volta peggiorato.


Le società di rating, inoltre, si dilettano quasi giornalmente a sfornare (con dubbio interesse) continue declassazioni dei debiti sovrani o di grandi aziende, che vengono subito sfruttate dalla speculazione internazionale, per lo più a matrice anglosassone, forse perché una grande crisi dell’area € può creare benedici al $.


Le società di rating stanno diventando il vero problema del mercato, anche perché non sono soggette ad alcun controllo.


Tuttavia i debiti sovrani occidentali non sono nati e cresciuti in un sol giorno, come le problematiche delle nazioni Ue sono conosciute da tempo. Perciò tale continuo stillicidio di declassamenti – or di un paese, or dell’altro – è un sospetto (realtà) molto fondato più che supposto.



È ora che l’Ue abbia un’unica strategia per la crisi e che affronti in modo radicale e unitario tutte le varie problematiche che turbano i mercati e che fanno lievitare il conto del risanamento.


Ciò non avverrà se le grandi nazioni Ue, specie quelle fondanti, non troveranno una stessa linea unitaria d’intervento e non comprenderanno che non esiste una singola salvezza scindibile dalla caduta di alcune altre.


I problemi vanno affrontati in modo radicale facendo diventare tutta l’Ue un corpo unico e non un’accozzaglia disomogenea di nazioni, perché diversamente non vi sarà salvezza per nessuno, ma, al massimo, solo una lenta agonia anche per le nazioni più forti.


I problemi si conoscono e i rimedi pure, perché già da tempo sono stati individuati. Manca solo la ferrea volontà politica di volerli adottare.


Diversamente morirà sì Sansone, ma pure tutti i filistei; e per filistei si intende l’economia di ogni popolo.









sabato 16 luglio 2011

Default politico, default economico e alternative d'intervento.







Uno dei significati della parola inglese default, oltre a quella comune di fallimento, o insolvibilità, corrisponde al nostro lemma italiano “contumacia”. Perciò, collegandoci a quelle comunemente convenute, al fatto che il debito/debitore si sottrae ai suoi impegni assunti con chi lo ha volontariamente finanziato: rifugge dalle proprie responsabilità.







In queste ore i media parlano (a sproposito) di default degli U.S.A. e delle pressioni di Obama sul Congresso onde evitarlo.




In effetti, il default degli Stati Uniti è una sciocchezza perché non coinvolgerebbe l’economia e la solvibilità di quella nazione, ma solo lo sforamento del tetto di eccedenza di spesa che, per legge, là deve essere prefissato. Sarebbe perciò un puro default tecnico.




Se ciò accadesse – cioè: se entro il 2 agosto p.v. il Congresso e la Casa Bianca non giungessero ad una condivisa scelta su questo tema – vi sarebbe una correzione automatica sullo sforamento di bilancio (circa 4.000 mld di $), equivalente a nuove tasse per tutti indistintamente; perciò ad un aumento generalizzato della pressione fiscale per riportarlo nell’alveo legale dell’ultima approvazione.




Sarebbe, pertanto, un default solo politico che, tradotto in poche parole, equivale ad uno legislativo: un buco legale nella tempistica e un cartellino giallo all’Amministrazione che ha speso più del dovuto.




Perciò nulla di traumatico.







La manovra finanziaria italiana può allo stato attuale essere in parte considerata alla stessa stregua: un evitato default politico.




Nulla a che fare, perciò, con la vera insolvenza di alcuni paesi periferici dell’area €.




Infatti, pur con differenziali più alti dovuti alla speculazione internazionale, l’asta di oltre 5 mld di € ha avuto successo, raggiungendo quasi il doppio in richiesta della disponibilità emissiva.




Tuttavia l’urgenza di equilibrare il bilancio entro il 2014 imporrà ben altre scelte future, specie se non si interverrà a livello comunitario a quella riforma strutturale di base del mercato mobiliare, non riferibile solo alla sola trattazione di titoli azionari o sovrani, ma anche a molti “future” che paiono oggi all’investitore una roulette russa.




Vi sono sul mercato troppi prodotti finanziari che non hanno ragione logica ed economica di esistere, se non per quella prettamente speculativa.







Molto diverso è il discorso sul vero default economico che vede oggi coinvolta la Grecia, esattamente uguale a quello che anni fa colpì l’Argentina.




In questo caso i conti sono fuori controllo; e una manovra correttiva serve solo a cercare di riportarli in un alveo ragionevole, però a lunga scadenza non essendo possibile con una semplice, pur se forte, imposizione fiscale riportare subito i conti in pareggio. Ecco perché si parla da tempo di formalizzazione o di ristrutturazione del debito greco.




L’insolvenza vera della Grecia – e di altri stati minori periferici ormai prossimi al default economico – è unicamente risolvibile (procrastinabile) con aiuti comunitari, poiché il mercato dei titoli non è sufficiente a bilanciare il disavanzo.




Perché ciò avvenga è presto detto: da una parte i tassi pagati sono troppo alti e perciò non sopportabili dalle finanze pubbliche, e dall’altra il mercato, non avendo più fiducia nella solvibilità del debitore, non si assume più il rischio di finanziare.




In pratica il reddito prodotto non è sufficiente a pagare gli stessi interessi dovuti.




Perciò ai titoli in scadenza non si ottiene un’analoga sottoscrizione di nuovi titoli, mancando la quale lo stato ellenico non può neppure far fronte alla restituzione.




Questo è il vero default economico!







Sembra che l’attuale manovra finanziaria italiana sia lievitata in parlamento dai 51 mld iniziali agli oltre 70 attuali, da alcuni indicati anche in 80.




In effetti, la manovra è sempre rimasta la stessa, se non con ragionevoli e sagge piccole correzioni, come è avvenuto sull’imposta di bollo sui c/titoli.




Ciò che può far lievitare la cifra, secondo la necessità che in futuro potranno crearsi, è la clausola di garanzia, già inserita all’origine nella stessa finanziaria; la quale servirà come correttivo nel caso di evenienze future di mercato o in quello di un mancato introito nell’eventualità che la riforma degli scaglioni fiscali non produca il gettito sufficiente, oppure che non vada a regime.




La clausola di garanzia (un vero jolly operativo) fa affidamento sulla riduzione (soppressione) di alcuni sgravi fiscali (deduzioni), stimabili attualmente in ben 160 mld annui. Ecco perché la cifra è variabile a seconda di come questi sgravi verranno riformulati.




Deve intendersi come una valvola di sfogo per necessità future di pareggio di bilancio.




E in questo campo vi sono catalogabili: ticket, spese mediche, costi dell’istruzione, familiari a carico, assegni familiari e, pure, oneri deducibili di beni ammortizzabili o per spese di ristrutturazione; oppure, al di là degli sgravi, al blocco degli scatti salariali nel settore pubblico o pensionistico e alla riduzione di certi incentivi fiscali in vari settori, compreso quello energetico.




Il campo è molto vasto e sarà definibile solo nel momento che si verificasse questa necessità (molto probabile).







La Grecia sta ora effettuando le privatizzazioni per cercare le risorse finanziarie per sopravvivere.




L’Italia le ha fatte negli anni ’90, racimolando circa 150.000 mld di £.




Si pensava che le privatizzazioni avrebbero anche incrementato notevolmente il Pil, ma ciò non è avvenuto per svariati motivi.




In pratica ora sono rimaste poche aziende pubbliche, perlopiù a carattere strategico nel campo energetico: Enel e Eni.




Il metterle sul mercato sarebbe a mio parere un grave errore perché, sicuramente, l’incasso finanziario non sarebbe sufficiente a bilanciare i benefici che queste ora producono.







Lo slogan di Berlusconi sulle “tasche degli italiani” con questa finanziaria ha avuto la sua smentita, anche se ciò era inevitabile. Prima di lui sulla riduzione delle tasse ci aveva provato pure Prodi, senza mai riuscire a metterci mano per ovvie ragioni contingenti.




Nel nostro tempo devono essere considerate solo populistiche promesse a carattere elettorale o a fini di piazza.







Il mercato – inteso in senso lato – può offrire comunque delle alternative al continuo aumento della pressione fiscale, in primis ricorrendo al taglio dei costi, perciò delle spese.




Il neoliberismo attuale, sia a matrice cristiana che anglosassone, non ha mai risolto il problema dei Debiti sovrani, ma li ha sempre e solo ingigantiti, spesso ricorrendo in modo improprio alle teorie economiche keynesiane.




La Fed non può continuare all’infinito con i suoi piani di riacquisto titoli (QE3 – quantitative easing), in pratica continuando a stampare cartamoneta per sostenere il mercato, perché ciò crea inevitabilmente svalutazione ed inflazione.




Come la Bce non può solo fare affidamento sull’uso (aumento) continuo del TUS (tassi) o sul fondo salva stati – in sintonia con l’Ue - che può solo servire per le piccole nazioni, anche perché tale intervento (fondo salva stati) è al giorno d’oggi solo una virtuale operazione di finanza creativa non basata su risorse effettive.




Infatti, ammettendo che nel crollo fosse coinvolta una delle grandi nazioni, il fondo salva stati sarebbe improponibile, perché le cifre in ballo non sarebbero solo di alcune decine di mld, ma anche capaci di superare le decine di migliaia, quando non le centinaia.




L’aumento sostanziale del Pil, ammesso che fosse continuamente centrato, imporrebbe investimenti notevoli, perciò un’ulteriore esposizione finanziaria che il mercato oggi non può sostenere se non in modo solo virtuale, portando seco inevitabile e altamente destabilizzante speculazione finanziaria, come è avvenuto in queste ultime settimane.







In Italia vi sono risorse che possono essere reperite su più fronti, anche se ogni fronte può avere delle controindicazioni economiche sullo sviluppo: a) i beni immobili degli enti locali, b) la dismissione azionaria delle ex municipalizzate, c) il taglio di ogni spesa superflua e non necessaria ai fini strutturali interni.







I beni immobili degli enti locali superano una stima di 400 mld. Cifra notevole ed imponente in grado di abbattere da sola il 20% del Debito sovrano.




Le partecipazioni nelle ex municipalizzate o in altre aziende, non necessariamente vitali, sono stimate in altri 300 mld.




I tagli alle spese (superflue) della politica pare, secondo alcune stime – seppure diverse nelle cifre –, che potrebbero comportare un risparmio di altri 100 mld minimi annui. Cifra considerevole se rapportata all’attuale finanziaria spalmabile sui 4 anni.




Se poi si aggiungono tutte quelle spese oggi superflue e non essenziali che vedono protagonisti molti enti locali, pur se con disponibilità finanziaria propria, la cifra diventa colossale.




In questo modo in pochissimo tempo il Debito nostro sovrano verrebbe dimezzato, togliendo al mercato dei titoli la pressione della speculazione globalizzata.




Ciò, tuttavia, non sarebbe sufficiente per salvare l’Ue e l’€, considerata la situazione finanziaria di alcuni stati periferici ormai in chiaro default economico.




Il farlo solo in Italia non ci porrebbe al riparo di un possibile e probabile tracollo futuro se pure le altre grandi nazioni non facessero simultaneamente la stessa cosa, considerata l’unità monetaria che ci lega.




Ora l’Ue è solo un’unione monetaria e non politica; o, ponendola in altro modo, un’unione finanziaria di comodo di una molteplicità di popoli.




Perciò pure su questo aspetto bisogna operare in modo strutturale per farci raggiungere quell’unione di stati che, pur essendo composta da molti popoli diversi, è in grado di diventare un’unica nazione nell’interesse e nel bene di tutti.




Perché là dove l’€ ci unisce i differenziali ci separano, facendoci ritornare ancora, di fatto, alla molteplicità delle divise precedenti.







Trovare una stessa linea politica ed economica è obbligatorio se si vuole evitare il tracollo dell’Ue e dell’€.




La Merkel (Germania), pur avendo i tedeschi un piano di emergenza per salvare il salvabile, si stanno convincendo che il farlo sarebbe come il passare nell’apocalisse.




È ovvio che l’Ue sia stato un grande sbaglio strutturale nella tempistica e nella formulazione di un veloce allargamento (pane e porci) fatto solo con l’intento di favorire l’espansione dei propri mercati; ma ormai il danno è fatto.




Perciò ci si rimbocchi le maniche cominciando a riformulare velocemente le regole del mercato mobiliare, si ponga mano al bond comunitario in sostituzione dei titoli sovrani, si sottopongano i bilanci di ogni singola nazione al reale sviluppo della loro economia e si evitino quelle costose scelte politiche e strategiche (di vera guerra e con continue perdite umane) che alcune nazioni hanno intrapreso.




In questo modo si recupereranno ingenti risorse che diversamente andranno scialacquate e distrutte.




Essere l’Ue una vera nazione, seppur di popoli, non vuol dire essere il Padre Eterno che con una sua sola Parola è in grado di dannare o di salvare, considerato che il mondo, dalla sua creazione, va a … modo suo.







La politica italiana ha trovato una momentanea spuria coesione pur tra molti distinguo; e ciò non solo è un fatto eccezionale, ma pure difficilmente ripetibile nonostante l’auspicio di Napolitano e di molti comuni cittadini.




Le affermazioni di voto sulla finanziaria di alcuni esponenti dell’opposizione (riassumibili in Bindi/Finocchiaro) si assumono un senso di responsabilità di interesse nazionale che tale non è, se non classificabile all’unica rinuncia del solo ostruzionismo parlamentare.




E per tale motivo (di immenso merito?) chiedono da lunedì le dimissioni del Governo, per sostituirlo con uno tecnico non si sa per far che, dimenticando che la manovra non è passata grazie a loro, ma solo per il voto della maggioranza, né che da loro è stata formulata e condivisa.




Le grandi vestali dell’ortodossia democratica – intesa a senso unico, ovviamente – forse con i loro studi giovanili non hanno imparato abbastanza, perché posso capire il loro interesse politico, ma non recepire il loro traviato messaggio.




Tutti i partiti di opposizione delle nazioni attualmente in crisi economica/finanziaria chiedono le dimissioni dei governi in carica, un nuovo governo o nuove elezioni, nella convinzione che ciò li favorisca. E ciò è comprensibile.




Tuttavia, là dove ciò è già avvenuto, la storia insegna che i problemi non ne hanno tratto grande giovamento e che in molti casi la situazione è pure peggiorata, soprattutto perché l’opposizione, poi diventata maggioranza, non ha mai concepito un completo disegno politico, economico e sociale di alternativa.




I mercati, inoltre, insegnano che prediligono la stabilità politica, specie se il governo in carica è numericamente forte e in grado di procedere nella sicurezza e non nell’incertezza. E quando l’alternanza è avvenuta la speculazione ha imperversato e colpito duramente.




Il buttare oggi il governo attuale sarebbe un grande atto di turbativa del mercato, in grado di innestare per l’Italia una situazione similare a quella degli stati attualmente prossimi al default.




Perché non si dimentichi che se in questi giorni il differenziale con il Bund ha raggiunto quasi 350, avvicinandosi sempre più a quello spagnolo, ciò dipende solo da un fatto speculativo, perché non vi è alcun fondamentale economico atto a giustificare oggi un tasso del 6% sui titoli italiani.







Gli attacchi speculativi in atto sui mercati sono stati lungamente pianificati ed hanno una matrice inglese/americana. Sono stati preparati ed affiancati da opportune ed interessate dichiarazioni delle società di rating in modo molto sistematico.




Attaccare l’Italia vuol dire trascinarsi dietro anche la Spagna, perciò attaccare volutamente sia l’Ue che l’€.




Chi ci stia dietro è ipotizzabile, ma non certo. Tuttavia si è voluto tastare la resistenza e la consistenza delle difese immunitarie del nostro sistema, che per ora hanno retto e rispedito gli attacchi speculativi al mittente.




Abbiamo qualche cerotto e qualche costo in più per lo scontro avuto; ma gli stress test hanno palesato la solidità delle nostre imprese.




La Germania ha compreso subito il pericolo e si è schierata senza esitazione alla difesa dei propri interessi e perciò anche di quelli comunitari, affiancandosi agli stati sotto attacco.




Un po’ meno la Francia, che oltre a causare ultimamente turbolenze politiche internazionali, bada solo, nel caso della Grecia, a difendere la solvibilità delle proprie banche fortemente compromesse dal detenere in portafoglio questi titoli spazzatura.




Per uscire da questa gravissima congiuntura economica/finanziaria vi è bisogno di unità; e dove questa non è possibile di un grande costruttivismo sulle vitali problematiche finanziarie attuali.




L’Italia – e Giulio Tremonti per essa – deve farsi portavoce di quella riforma strutturale epocale che deve coinvolgere mercato e titoli sovrani in ambito Ue. Si deve capire che senza questa riformulazione dei mercati ogni futuro è precluso e che si andrà solo verso una lenta agonia, proprio come gli anziani che nelle case di riposo attendono più o meno pazientemente la propria fine.




L’aspettare o il perdere ulteriore tempo produrrà solo aggiuntivi costi e pericoli.




Diversamente lo stare nell’Ue è solo di facciata: il credere che l’esserci dentro risolva non solo i mali nostri, ma pure quelli degli altri.







La Consob è intervenuta sul mercato con la delibera 17862 non sospendendo la vendita allo scoperto, ma imponendo la comunicazione obbligatoria in caso di un superamento dello 0,2% del capitale dell’emittente, oppure di un ulteriore 0,1% successivo.




L’intervento lo ritengo non tanto tardivo, ma assolutamente vano, perché chi vuole speculare allo scoperto, non solo intraday ma anche in overnight, lo può tranquillamente continuare a fare.




Il fatto che gli intermediari non siano tenuti a darne immediata comunicazione, ma solo i clienti stessi, è sintomatico di come la speculazione sia oggi scambiata per investimento.




Un nuovo regime di trasparenza non è un rimedio alla degenerazione del mercato.







sabato 9 luglio 2011

Nessun "drago" ci salverà: finanziaria e mercato.



La settimana borsistica italiana è stata particolarmente turbolenta dopo l’attacco londinese di 15 g fa. I titoli non sono riusciti a rimbalzare se non brevemente, di norma continuamente attaccati da vendite allo scoperto. Perciò hanno flesso. Quasi ogni giorno vi sono stati titoli singoli selezionati per un forte attacco pianificato.



Ieri è stata ancora una giornata estremamente balorda per i finanziari con perdite tra il 5% e l’8%, nonostante lo spunto iniziale positivo.



È da annotare che le altre principali borse reggono il mercato pur con sporadici ribassi giornalieri che al massimo sono meno di 1/3 o della metà delle perdite del nostro FitseMib.



Nelle ultime 2 settimane gli indici generali han seguito questo corso:



FitseMib: 19100, 20500, 19000



Dax: 7100, 7500



Ftse: 5650, 6000



Dow: 11980, 12650



In pratica tolto Milano che ha rimbalzato e poi è scesa di nuovo sotto il minimo precedente, le altre si sono tutte rafforzate.





Il differenziale con il Bund è giunto ad un nuovo massimo sotto i colpi della speculazione, raggiungendo i 248 punti.



Vi è una costante in questi attacchi speculativi, che coinvolge simultaneamente i titoli azionari finanziari e i Titoli sovrani.



Il fatto che vi sia sempre congiunzione tra i 2 reparti significa che per bloccare gli uni vi è la necessità di farlo anche con gli altri.



È possibile? Certo. Vi è solo la necessità della volontà politica dei governi e delle banche centrali.



Il problema è un altro: i politici, nella quasi totalità, non capiscono nulla di economia e molti dei presidenti delle banche centrali o non hanno visto (previsto) il virus della crisi, o proprio – e mi pare più ragionevole (basti ricordare una datata frase di Tremonti) – non l’hanno proprio capita.



Se fosse stato diversamente oggi non saremmo in questa situazione tanto nel mercato mobiliare quanto nel Debito sovrano, perché si sarebbero subito messi in atto quei correttivi atti ad impedire il crollo finanziario/economico attuale.





La Finanziaria non piace a molti, però è necessaria e avrebbe dovuto essere identica nella sostanza corposa anche se fosse stata fatta da un governo diverso. Si potrebbe anche definire sostanzialmente equilibrata.



I conti italiani son quelli che sono, anche se guardandoci in giro siamo in buona compagnia: urge correggerli nel Debito sovrano per evitare il disastro.



Si può discutere sulla modalità, ma non sull’importo. E con queste cifre il reperire risorse per rilanciare la produzione, perciò il Pil, è solo utopistico.



Una manovra di tali dimensioni venne fatta circa 2 decenni fa dal Governo Amato (90.000 mld £), anche se, a differenza di quella, questa è spalmata sul quadriennio 2011/2014.



Le economie occidentali per la necistà di correggere i conti resteranno deboli per lungo tempo.





La Bce ha alzato ancora di 1/4 di punto il tasso, aumentandolo del 50% rispetto ad inizio anno.



Si teme - a detta di Trichet – la crescita dell’inflazione; però negli Usa la Fed dichiara che lascerà ancora a lungo il tasso stabile, cioè a zero, pur con problematiche uguali alle nostre.



L’uso del tasso e l’inflazione devono essere una fissa del presidente Bce e dei suoi collaboratori: forse una scelta obbligata (miope) per un univoco modo di vedere l’economia, il costo (oscillazione) delle materie prime e i mercati.



Per l’Italia un tale aumento significa ben 9 mld € in più di soli interessi passivi; e se, come sembra, vi sarà un altro identico aumento entro fine anno andremo a 13,5 mld €. Di questo passo serviranno altre finanziarie correttive e non solo in Italia.



Draghi ha approvato la finanziaria e lo farà pure l’Ue. C’è però da annotare che di approvazioni similari in questi ultimi tempi ve ne sono state molte, senza però che queste abbiano risolto il problema alla fonte: i mercati e i conti continuano a peggiorare nei vari stati.



Interessante sarebbe avere i dati ufficiali su quanto ieri la Bce abbia immesso sul mercato per contrastare l’attacco ai Titoli sovrani italiani.





Pare che molte dichiarazioni più che essere spontanee siano messaggi trasversali di intenti per calmare la furia ribassista.



In questi giorni alti esponenti istituzionali hanno pure attaccato le società americane di rating con dure prese ufficiali, non modificando nulla allo stato delle cose.



Si ricorda che già all’inizio della crisi si vociferò sulla costituzione di un’apposita società europea per spezzare il monopolio americano: cosa mai avvenuta.



Perciò è chiaro che vi è un’incapacità procedurale e organizzativa impressionante.



L’attacco (accusa) a Strauss-Kahn - per quanto l’uomo possa essere patologicamente soggetto - indica che ad alti livelli si è più interessati alla suddivisione delle mansioni che al valore del prescelto, viste anche le pressioni esercitate su Bini Smaghi.





Giulio Tremonti – e mi trova in grande disaccordo – ha introdotto una patrimoniale spuria: il notevole incremento di bollo sul c/titoli.



La tassa, se non verrà rettificata in Parlamento, dai 34,20 € annui attuali raggiungerà l’anno prossimo i 150 per importi inferiori ai 50 ml e 380 per importi superiori.



La trovo particolarmente odiosa perché non colpisce il reddito, ma solo il materiale possesso di un semplice c/titoli.



Sarebbe stato più giusto, nel rispetto della costituzione sul dovere contributivo in base al reddito prodotto, che vi fosse stata o una patrimoniale secca sul capitale posseduto, oppure un aumento dell’imposta sul capital gain.



Il colpire con 2 soli scaglioni il semplice possesso di un c/titoli rende pesante la tassa per chi ha poco, e quasi nulla per chi ha moltissimo.



Ecco perché la ritengo iniqua!



Dai conti inseriti nella finanziaria dovrebbe produrre un gettito di 8 mln €; su 51 mld è in pratica risibile e quasi insignificante.



Porterà, pertanto, molte persone o ha unificare c/titoli aperti in banche diverse, oppure a chiudere posizioni minime che verrebbero mangiate dalla tassa stessa. Basti pensare ai piccolissimi azionisti di banche popolari o di credito cooperativo.



Ciò indirizzerà i piccoli risparmiatori a lasciare anche l’investimento in titoli sovrani, essendo più il dare che l’avere.



Creerà, pertanto, un contraccolpo al rifinanziamento periodico del Debito sovrano, anche se ciò sarà solo d’immagine e non sostanziale, perché verrà comunque assorbito e garantito dai grandi gruppi finanziari; ma, appunto per questo, ulteriormente soggetto ai grandi attacchi speculativi che pure in questi ultimi tempi hanno coinvolto in modo referenziale i nostri titoli sovrani.





Elevare l’imposta sul capital gain oggi non avrebbe prodotto molto per una ragione precisa: i titoli si sono fortemente deprezzati e perciò l’investitore (privato o istituzionale) all’atto del realizzo sarebbe stato in perdita. Reddito in perdita tassa zero, a rendere su profitti futuri.



Osservando il fluttuare dei diagrammi di alcune big finanziarie si ha:



Unicredit: quotazione primavera 2007 6,1 – aprile 2009 0,85 – luglio 2011 1,23 - rimbalzo massimo avuto 2,60.



Banco Popolare: rispettivamente 15,10 – 1,38 – 1,42 – 5.



Ubi: rispettivamente 21,5 – 5,50 – 3,58 – 12.



I titoli hanno perciò perso moltissimo con punte anche oltre l’80%. E se non vi sono state perdite pregresse si può tassare solo l’utile intraday.



Tassare gli investitori/speculatori esteri, operanti da piazze diverse, è improponibile, anche perché operanti su regimi fiscali diversi.



Perciò: i danni (perdite e imposta c/titoli) agli italiani e il valore aggiunto agli altri, compresi eventuali capitali nostrani operanti in dislocazioni estere.



Ciò che però rende pochissimo oggi potrebbe tornare utile in futuro se si volessero mettere in atto quei correttivi adatti a trasformare il mercato borsistico da quasi solo speculativo a investimento e potenziamento patrimoniale delle aziende.



E la stessa cosa vale per il Titolo sovrano.





Vi sono 2 riforme strutturali importanti e a costo zero che possono salvare l’Ue e le nostre economie (mercati) prima che finiscano nel baratro.





La prima è quella di proibire per sempre la vendita allo scoperto (e tutti quei marchingegni atti ad aggirarla come lo short selling). In questo modo l’oscillazione di mercato sarebbe soggetta solo ad operazioni realmente in essere e non virtuali.



E mi spiego meglio.



La tecnica che di norma gli speculatori usano è quella di controllare un book di almeno 20 livelli. Ma le grosse società ne hanno anche di oltre 100 o impostabile a valori predefiniti.



Poi, con un semplice click il sistema indica la quantità di bid o di ask, perciò della totalità di azioni in acquisto, o di vendita, situate in un determinato range che si voglia pianificare.



E su ciò ci si basa per effettuare l’attacco ribassista.



Avendo la somma dei titoli in acquisto è ovvio che per far precipitare la quotazione ci voglia almeno un’analoga quantità in offerta.



Quantificata questa si sa già quanto il titolo potrà scendere e se andrà in sospensione per troppa volatilità (eccesso di ribasso).



Avuta la sospensione la trattazione si ferma per 15’ e si riparte con la stessa metodologia dell’apertura e della chiusura.



A questo punto basta bilanciare l’offerta in vendita con analoghe quantità di quelle che possano sommarsi in acquisto, imponendo alla fluttuazione del titolo un determinato range al prezzo corrente, che è quello derivante tra il miglior bid e il minor ask.



Fare un’offerta non significa necessariamente comprare o vendere. Lo diventa solo se in quel momento si accetta il prezzo praticato.



Lanciare offerte di vendita di grandi quantità di titoli, anche se a livello superiore di quello trattato, non sarebbe possibile se la vendita allo scoperto venisse abolita, per il semplice motivo che ad un’offerta dovrebbero corrispondere un’analoga quantità di titoli materialmente posseduti, proprio come ad una certa quantità di titoli in acquisto dovrebbe corrispondere un’analoga disponibilità liquida.



Verrebbe perciò eliminata quella causa di pressione che impedisce una corretta oscillazione naturale del titolo.





La seconda è quella di eliminare i titoli sovrani nazionali, convertendoli in analoghi titoli Ue.



L’operazione è tecnicamente possibile a patto che poi l’emissione dei vari titoli utili a finanziare il Debito sovrano sia vincolata al benestare (nulla osta) di un’apposita commissione Ue/Bce, titolata a vigilare in modo che non vengano emessi bonds oltre il bilancio consentito.



Avendo già ora le varie nazioni Ue la stessa moneta, è ovvio che per necessità comunitaria i debiti (bonds) altrui debbano essere garantiti anche dagli altri stati. Lo è già stato per Grecia, Irlanda e Portogallo con i vari interventi di salvataggio.



Diversamente l’Ue e l’€ si sarebbero già dissolti.



Attaccare un Titolo sovrano comunitario sarebbe molto più difficile che violare i singoli Titoli nazionali; oserei dire quasi impossibile, specie se anche qua l’offerta di vendita dei titoli dovesse essere vincolata al reale possesso.



Si taglierebbero le mani alla speculazione!





I mercati ne trarrebbero giovamento e l’investimento diverrebbe reale perché, solo allora, l’andamento dei diagrammi dei vari titoli mobiliari sarebbe soggetto non agli umori dei mercati (attacchi speculativi referenziali), ma solo ai dati macroeconomici che l’Ue e le varie aziende saprebbero esprimere.



Un grande beneficio economico si otterrebbe dall’ovvia riduzione e appiattimento dei tassi passivi, la cui somma potrebbe essere investita nel rilancio e nel potenziamento della produttività.



Ovviamente le nazioni più ricche si opporranno a queste semplici riforme strutturali, intente come sono a coltivare il loro orticello, anche se poi su quello giunge la grandine delle tempeste (sostegno finanziario per evitare il default) speculative che affossano le quotazioni e che impoveriscono il patrimonio di tutti.



Credo che per le nazioni ricche il dover pagare un tasso leggermente superiore di quello attuale sui propri Titoli sovrani possa essere ampiamente ripagato dalle somme comunitarie che ora si debbono addossare per impedire il default degli stati in pericolo.



Perché, checché se ne voglia dire, la Grecia è praticamente fallita, non essendo più in grado di far fronte alla restituzione dei bonds in scadenza emessi.



Che poi si voglia parlare di formalizzazione volontaria del debito greco da parte dei privati (banche), piuttosto che di forzosa ristrutturazione, questo è solo un cavillo discorsivo che in pratica sancisce il fallimento reale di quello stato e degli altri che navigano in similari acque.



Le società di rating americane avvertono che una tale formalizzazione/ristrutturazione equivale ad un vero default. E, su ciò, ne do pienamente atto.



Ciò, tuttavia, non cambia la sostanza delle cose, né potrà in alcun caso risolvere il problema, ma solo procrastinarlo.





Tremonti già tempo fa propose l’emissione di Eurobonds per rilanciare lo sviluppo.



Ciò può essere utile; ma, con tutto il rispetto per Giulio Tremonti, se i titoli sovrani nazionali non saranno convertiti tutti e presto in Eurobonds, lo sviluppo sarà solo quello del default generalizzato dei vari stati, destinati a cadere sotto i colpi della speculazione finanziaria e dei propri Debiti sovrani.



L’attuale finanziaria, pur se criticabile in alcuni particolari, deve essere considerata una responsabile, equa e doverosa, oltre che coraggiosa, presa d’atto delle nostre impellenti difficoltà non più procrastinabili. Può essere odiosa come tutte le finanziarie restrittive.



Servirà comunque a ben poco se l’attuale classe politica non recepirà il messaggio che proviene dai mercati e se penserà anche per il futuro – maggioranza e opposizione accomunate – nel singolo interesse di bottega.



Ecco perché nessun “drago” ci salverà, neppure se tra poco Draghi assumerà la presidenza Bce.



La Bce finora ha tamponato solo il problema in conserva con gli stati membri; non è stata però capace di risolverlo.



Ne, proseguendo sulla stessa riga, lo saprà risolvere.

venerdì 1 luglio 2011

Imperativo categorico: correggere il mercato.



Venerdì 24-06-2011 vede i mercati cercare un rimbalzo alle flessioni precedenti. La mattinata scorre tranquilla con il FitseMib che oscilla in positivo tra lo 0,75% e 1,30%.


Le altre piazze europee seguono lo stesso solco e all’orizzonte non vi sono cattive notizie, né dati macroeconomici significativi.



L’Ue ha ufficializzato la nomina di Draghi a futuro presidente della Bce; ma questa non avrebbe dovuto essere una notizia tale da condizionare i mercati, essendo già nota da molto tempo. A meno che un attacco speculativo assuma il rilievo di rivalsa.


La sera prima Moody’s ha annunciato che, dopo aver messo sotto osservazione il Debito sovrano italiano, ora metterà sotto analisi anche diverse banche nazionali in vista di una possibile riduzione del rating.


Se il bilancio economico del padre (Italia) è sotto osservazione può benissimo essere compresa anche l’analisi del patrimonio della prole (banche).


Va tuttavia rilevato che i principali istituti nazionali hanno già subito degli stress test poco fa e che li hanno superati.


L’Ue è nella bufera per il Debito sovrano greco, ormai in chiaro default; ma le banche italiane non hanno in portafoglio titoli sovrani greci, se non, eventualmente, in minime quantità.


Chi, invece, detiene importanti quantitativi di tali rischiosissimi titoli sono in prevalenza le banche francesi, seguite dalle tedesche e in misura minore da una inglese.


Sottoporre perciò ad un stress test le banche italiane è catalogabile ad una miope scelta operativa, specie se quelle tedesche (a suo tempo soccorse dal Governo federale) e francesi non sono sottoposte ad analogo processo pur detenendo nel proprio portafoglio ingenti titoli sull’orlo del default ormai certo.



Le società di rating sono americane e fanno il comodo loro non essendo soggette ad alcun controllo, non solo del loro operato, ma pure del loro giudizio.


Hanno interessi enormi che le vedono coinvolte in intrecci societari che, appunto perché tali, dovrebbero escluderle dal compito che svolgono.


Sono talora in disaccordo tra loro nei giudizi espressi; e nella grave crisi economica/finanziaria che ha coinvolto il pianeta possono essere considerate i colpevoli maggiori, avendo certificato molte banche, fondi di investimento e hedge fund da tripla A (il massimo dell’affidabilità) fino al giorno prima del tracollo.


Obama, nella sua lungimirante politica, non ha provveduto a tagliare le unghie a queste società con una regolamentazione rigorosa, lasciandole libere di procedere come prima in giudizi e interessi.


I loro annunci influenzano il mercato, dando adito spesso a importanti manovre speculative.



Verso le 11,45 della mattina, proveniente da oltremanica, solo sulla borsa italiana si scatena un grande attacco speculativo ribassista di oltre mezz’ora, che vede coinvolti tutti i principali titoli bancari e anche i titoli sovrani italiani. Le altre borse del continente rimangono inalterate nel loro ciclo positivo senza alcuno scossone.


Capofila di questo attacco pianificato nel dettaglio sono 2 importanti hedge fund londinesi, affiancati da altri minori e da istituti finanziari.


Per capire bene l’entità dell’attacco basti dire che in una sola giornata sul mercato borsistico italiano sono stati riversati una tale quantità di titoli che, di norma, vengono trattati in un’intera settimana di forti scambi.


Le quotazioni che erano largamente positive flettono sotto le vendite allo scoperto, soverchiate nelle resistenze da milioni di titoli.


Alcuni titoli in pochissimi minuti vengono rinviati per eccessiva volatilità (eccesso di ribasso) e altri raggiungono perdite di oltre il 10%, solo in parte corrette nel prosieguo della seduta.


Alcuni titoli finanziari hanno in corso aumenti di capitale; ma, nonostante ciò, il titolo scende a precipizio ben sotto la quota di sottoscrizione dell’aumento.


Mentre altri, che l’aumento l’hanno già concluso da tempo, scendono a loro volta sotto la quota di adesione.


Questo fatto è importante per capire una cosa molto semplice: chi sta sottoscrivendo l’aumento di capitale, o lo ha appena fatto, sarebbe idiota a vendere sottocosto.


Però, quando ciò avviene, è ovvio che per l’azionista investitore vi sia un duplice danno sia nel titolo che nell’esborso.


Le vendite che inondano i mercati sono perciò tutte allo scoperto: in pratica chi vende non possiede in portafoglio i titoli, ma vende speculando assai, fidando di ricomprarli a prezzi molto più bassi.


I grandi guadagni sull’azionariato oggi capitalizzano i maggiori profitti facendo precipitare le quotazioni.


Sintomi e prove di questa strategia si erano già avuti nei giorni precedenti osservando la quantità dei titoli trattati, specie di quelli soggetti ad aumento di capitale. Le quotazioni, infatti, erano progressivamente scese in molti casi quasi azzerando il valore dei diritti.


In pratica oltre al fatto di far scendere le quotazioni si voleva boicottare l’adesione all’aumento stesso.


E ciò sta avvenendo da tempo a tutte le grandi aziende finanziarie nostrane impegnate con aumenti.



Il differenziale dei titoli sovrani italiani nella stessa mattinata raggiunge i 212 punti, quasi raggiungendo i 220 toccati tempo addietro nel momento peggiore.


Eppure l’Italia in questo momento non è a rischio. Lo sarebbe in prospettiva futura se il rigore di bilancio fin qui espresso venisse a mancare o per un cambio sostanziale della politica di questo governo, o per un cambio di maggioranza che procedesse in modo diverso.



La crisi greca dovrà essere risolta politicamente dall’Ue, considerato che questa è una piccola nazione.


La soluzione deve essere trovata internamente e la lezione avuta dovrà servire pure per ridimensionare gli ingenti Debiti sovrani di molte altre nazioni.


Lasciare al default la Grecia è far saltare l’Ue stessa, perché sotto gli attacchi speculativi neppure le grandi nazioni possono reggere. E con la Grecia salterebbero pure alcuni importanti istituti francesi e tedeschi.


Non per nulla l’asse franco/tedesco ha fatto pressione sui proprio istituti di credito in modo che volontariamente procedessero ad un rollover dei titoli ellenici, che, come pare, saranno rinnovati e quindi diluiti a lungo termine (30 anni).


La ristrutturazione del Debito sovrano greco, benché sempre dichiarata improponibile dalla Bce, è l’unica via possibile per mantenere a galla la Grecia, anche se vincolata alla draconiana manovra correttiva che il parlamento ha appena approvato in queste ore.


Va rilevato che né la manovra correttiva, né il sostegno finanziario Ue saranno sufficienti; e che altre su ambedue i fronti dovranno seguire non essendoci altre alternative.



Le vicende nell’azionariato italiano di questi giorni hanno messo in rilievo che il mercato, se lo si vuole intendere come risparmio ed investimento, dovrà essere velocemente riformulato nella sua operatività, purgandolo da tutte quelle formule operative che poco hanno a che fare con l’investimento stesso e moltissimo con la sola speculazione.


Diversamente l’investimento produttivo verrà distrutto e l’azionista vero sarà invogliato a lasciare.


Troppi prodotti finanziari impropri sono stati prima permessi e poi legalizzati; e molti di questi, pur essendo stati considerati spazzatura, inondano i mercati e pure i portafogli di molte aziende finanziarie.


Sono i cavalli di Troia utili a destabilizzare il mercato e a creare crisi finanziarie che portano inevitabilmente con sé delle gravi crisi economiche.


Ciò nonostante, da quando la crisi dei mutui americani è esplosa, nessun governante di stato o di banche centrali ha voluto metterci mano.


Molti affermano che il mercato è il mercato; ma se il mercato distrugge le economie è ovvio che allora il capitale diventi un soggetto nefasto atto a schiavizzare, anziché un oggetto utile allo sviluppo ed al benessere.



Il mercato mobiliare italiano è sceso più di altri ultimamente. E lo ha fatto sotto ondate di vendite allo scoperto e raggiungendo minimi mai visti prima.


La vendita allo scoperto deve essere abolita perché è eticamente scorretto che chi non possiede un bene lo possa vendere: è un controsenso logico, pur se il mondo moderno è pieno di tali controsensi anche esistenziali.


L’abolirla o il proibirla è possibile e basta averne la volontà. E, essendo le varie piazze azionarie indipendenti e soggette a regolamentazioni proprie, per farlo non vi è bisogno dell’assenso delle altre.


Già in passato ci sono stati interventi provvisori per impedirla, che hanno dato immediati risultati soddisfacenti. Basti per tutti ricordare la Merkel.


Lasciare affossare le quotazioni vuol dire oggi non solo rendere le nostre aziende possibili e facili prede a costo quasi zero di soggetti esterni, ma pure il vanificare in parte gli stessi aumenti di capitale in ossequio ai rafforzamenti patrimoniali di Basilea 3.


I titoli in portafoglio, infatti, sono parte importante delle attività dei bilanci; ma se questi si azzerano è ovvio che il bilancio ne risenta.


Servono pure a quantificare la ricchezza/risparmio privata, utile a bilanciare in economia il Debito sovrano.



Pure i Titoli sovrani devono essere tutelati e in parte sottratti alle ondate speculative. Diversamente l’investimento fiducioso dell’affidamento di capitale ai vari stati diventa una pura speculazione.


Vanno perciò regolamentati nella trattazione in modo diverso, vincolandoli a precisi parametri non affidati esclusivamente alla volatilità del mercato.


Correggere le regole sbagliate del mercato mobiliare vale oggi molto di più che praticare tagli draconiani alla spesa pubblica.


Deve essere la prima modifica strutturale tra quelle tanto invocate.


Diversamente i tagli ridurranno redditi, investimenti e sviluppo; e la speculazione, lasciata libera di galoppare, creerà ulteriori danni in aggiunta a quelli sinora prodotti.



Sento parlare di nuove formule e tasse (nuove o rimodulate) nella finanziaria in preparazione.


Tutto può essere utile a correggere i conti; ma se non si correggono prima le regole del mercato a nulla serviranno se non a peggiorare la situazione.


Le vecchie ricette non hanno evitato il tracollo del mercato, quindi la crisi finanziaria e la conseguente crisi economica che ha portato recessione e stagnazione.


E se si dimentica da dove è partita la crisi e come questa sia stata prodotta, allora siamo al punto tale da dover pensare che la Grecia non si potrà guarire e che si prolungherà solo la sua agonia, e che, poi, la speculazione sui mercati porterà a morte altre nazioni.


La speculazione prima attaccava in modo consequenziale seguendo i vari anelli deboli, quasi su una logica procedurale.


Ora, invece, questa avanza in modo quasi referenziale attaccando anche nazioni forti, per cui nessuno può considerarsi al sicuro.


Vi sono riforme strutturali importantissime che possono avere un costo zero e dare benefici inimmaginabili alle economie delle varie nazioni.


Proibire per sempre la vendita allo scoperto, e ogni marchingegno utile ad aggirarne il divieto, è l’imperativo categorico primo utile a bonificare i mercati, oltre alla necessità di sottrarre i titoli sovrani alla speculazione.


Poi, ben vengano pure anche i tagli agli sprechi e tutte quelle economie strutturali atte a ridurre notevolmente i debiti sovrani.


I governi occidentali, da quello greco a quello italiano, mi pare che stiano puntando solo su nuove tasse, su privatizzazioni e su alchimie di finanza creativa. Serve ben altro!


Credo che senza una immediata ristrutturazione dei mercati tutto ciò sia inutile. O meglio: utile solo a produrre tanta rabbia sociale, quella rabbia che, pur in modo diverso di percezione, Paolo VI indicò come la rabbia dei popoli.


E la rabbia sociale porta con sé tre conseguenze perniciose: la voglia di autoritarismo, il populismo e il qualunquismo. Tutti requisiti che anche nelle ultime elezioni – amministrative e referendarie – si sono chiaramente sovrapposti nel nome della democrazia.