domenica 21 aprile 2013

Napolitano e il futuro italiano.


Dire che con l’elezione di Napolitano si è risolta la prima e impellente questione sul tappeto politico e istituzionale è assai forzato; anche se bisogna aggiungere che nell’impasse creatosi era la più rapida e giusta scelta da fare.
Tale scelta – checché se ne voglia dire - è stata facilitata e voluta dalla lungimiranza politica del Cavaliere che, con altrettanto senso d’appartenenza e civico dello stesso Napolitano (accettando), ha capito ch’era l’unica via d’uscita per ricompattare in voti – non nel partito – lo stesso Pd. Paradossalmente Berlusconi è colui che ha salvato il Pd dallo sfaldamento immediato.
Le questioni sono perciò rimaste inalterate e pure il problema Presidente non è stato risolto, ma solo procrastinato. Napolitano è un ritorno al passato: uno status quo in parte necessario, sebbene anacronistico.
Non è, infatti, pensabile che in una nazione di 60 mln d’abitanti i partiti non sappiano trovare a quasi 2 mesi dal voto una persona condivisa in grado di poter fare il Presidente della Repubblica con capacità, competenza e imparzialità. Come è impensabile che il Pd con un premio di maggioranza simile si barcameni tra opposti accordi, bruciando comunque con propri franchi tiratori gli stessi suoi candidati (Marini e Prodi).

L’Italia deve essere ricostruita strutturalmente e civicamente. E la stessa cosa dovrà fare il Pd se non vorrà sciogliersi del tutto.
In ultima analisi la crisi divisoria esistente nel Pd è la stessa crisi della società. Perciò un fatto prettamente culturale e sociale. Non per nulla gli scandali e gli abusi politici sono comuni a tutti i partiti.
La crisi politica tra i partiti dura da parecchio, in pratica da quando l’attacco dei mercati ha affossato lo spread italiano, portandolo verso i 600 ptb.
La crisi vera è venuta invece dai disastri arrecati dal Mercato, perciò dalla speculazione fatta in modo particolare su prodotti virtuali (derivati), estesasi poi al sistema bancario – che l’ha prodotta – e contagiando l’economia reale, quindi produttiva. Ciò ha comportato restrizione del credito, forte aumento di tasse, crollo del reddito e dei consumi, chiusura di aziende, disoccupazione  e … recessione.
Dopo le dimissioni di Monti lo spread ha rialzato leggermente la testa, per poi tornare a stabilizzarsi su valori inferiori; mentre l’economia e la crisi politica si sono invece aggravate. Paradossalmente le dimissioni di Monti hanno fatto calare lo spread nel medio termine attuale.
Collegare perciò l’andamento dello spread alla situazione politica e non alla speculazione è miopia strumentale.

Lo stesso Napolitano non è indenne da errori politici e molti lo ritengono pure un Presidente intento a promuovere, di fatto, un sistema presidenziale tutto suo, ai limiti della costituzionalità.
Il governo Monti è uno di questi limiti, soprattutto perché fu imposto ai partiti. Quegli stessi partiti che solo sul nome di Napolitano hanno trovato un accordo forzoso e di facciata, sotto la pressione indignata e prossima alla rivolta del Popolo italiano.

Fare un Governo sarà un problema, non tanto come eventuale coalizione, quanto sui contenuti.
Infatti, se il CentroDx e il Centro possono trovare un facile accordo su anche soli pochi punti da espletare prima di tornare di nuovo al voto, il problema sarà quello del Pd, dove molte anime interne si confrontano e si combattono aspramente da tempo, variando facilmente alleanze e aggregazioni interne: giovani turchi, bersaniani, lettiani, d’alemiani, veltroniani, bindini, teodem, renziani, margheritini … e chi più ne ha più ne metta.
Per il Porcellum, infatti, il Pd alla Camera ha avuto il premio di maggioranza. Perciò - considerato che M5S sarà con Vendola (Sel) all’opposizione - una maggioranza politica senza i voti di un Pd compatto non sarà possibile.
Napolitano può optare nuovamente verso un Governo del Presidente – o tecnico comunque lo si voglia denominare -, imponendolo ai partiti come quello precedente. Anche se la sua sola esistenza dovrà forzatamente passare da continui voti di fiducia.
L’esperienza del governo Monti è stata tuttavia fallimentare, avendo peggiorato tutti i parametri macroeconomici nazionali. Perciò è ipotizzabile che un altro similare Governo peggiori ancora la situazione, già drammatica per sé stessa.
La Nazione ha bisogne di scelte e impostazioni politiche, non di tecnicismo basato solo sull’alta finanza.

Molti hanno sempre decantano l’imparzialità e la saggezza di Napolitano. Ma tali doti sono reali solo quando ottengono risultati positivi e non negativi.
Ne consegue che le attuali prospettive politiche reali e razionali siano solo 2.
La prima raffigurabile in un accordo programmatico utile per 3 o 4 soli punti prima di tornare al voto.
La seconda che dopo il voto vi sia una forza capace di governare e che a questo punto Napolitano, avendo esaurito il suo compito/sacrificio per la nazione, si dimetta per permettere l’elezione di un nuovo Presidente, giovane e capace di supportare la variazione dei necessari e improcrastinabili assetti costituzionali.
Perché tutto il bene possibile si può e si deve dire di Napolitano, fuorché che sia un uomo proiettato nel futuro e nelle sfide politiche, economiche e sociali dei prossimi decenni.

Auspico non lo sfaldamento totale del Pd, ma un totale rinnovamento interno di uomini e di idee sul progetto veltroniano. Il partito com’è ora non può né esistere, né resistere alle aspettative dell’opinione pubblica e dei suoi aderenti.
In questi giorni – ma pure da prima – il partito pare un insieme di fazioni armate, il cui unico fine è quello di annientarsi l’una con l’altra. Bersaniani e renziani su tutte.
Perciò se il Pd riuscirà a creare una compatta dirigenza nuova capace di renderlo un vero grande partito democratico e moderno, atto ad alternarsi al comando della nazione, recupererà sia il senso della democrazia interna oltre che nazionale, sia quella compattezza utile a vedere lontano ed ad agire per il bene della nazione e non di singole lobby.
Perché è ovvio che quando una direzione di partito voti a maggioranza un documento su un candidato presidente e poi questo venga impallinato dalle rispettive “bande”, in quel partito non possa esistere il senso della democrazia, ma solo quello dell’anarchia. Dalla democrazia si passa al leninismo e allo stalinismo belligeranti.

Veltroni si dimise per la sconfitta elettorale, anche se il suo progetto era buono, ritirandosi defilato nelle quinte.
La stessa cosa dovrebbe avvenire anche ora nel Pd, dove Renzi e Bersani, in primis, dovrebbero dare le proprie dimissioni e ritirarsi a vita privata, dopo l’indecoroso spettacolo offerto al partito, alla nazione e al mondo.
Diversamente Berlusconi e Napolitano non avranno salvato il Pd dal baratro, ma solo per poco.

L’anarchia istituzionale non sta solo nel Pd, ma pure in M5S.
Perché se Bersani voleva comandare da solo e in bianco senza averne i numeri interni e esterni, Grillo vorrebbe fare la stessa cosa.
Compito di Napolitano – per quel tanto o poco in cui farà ancora il Presidente – sarà quello di aiutare i partiti a compiere una strada democratica e costituzionale che hanno perso sia nell’ideologia che nella tattica.
I grandi partiti democratici sono necessari, onde dare possibilità e prospettive diverse ad una nazione. Diversamente ci si incammina verso gli autoritarismi dittatoriali, dannosi sia alla democrazia che alla convivenza pacifica internazionale.

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