sabato 13 aprile 2013

Morte!


Morte,
che mi svolazzi sempre intorno con quel lacero vestito nero consunto,
con quel tuo viso smunto che ogni ossa del viso espande,
come uno spaventapasseri privo di fieno in viso e lingua in fuori,
senza voce, parlando solo col sibilar della falce che a casaccio muovi?

Morte,
suvvia, togliti di torno; o sullo specchio del lago poco più innanzi vola.
Là, rimirati quanto sei bella e buffa, che ormai sdentata tutta sei!
Oppure siediti qua, accanto, su questo masso a chiacchierar con me.
Ti metterò un cuscino per le ossa tue doloranti, dai secoli consunte.

Morte, brava; acquietati!
Da quanti decenni ormai m’insegui, cocciuta ostinata, sempre invano?
Ricordi quando a ghermirmi provasti mentre sul Redorta volavo?
O quando sotto il Colle sud dell’Everest, al ripar d’un masso, stavi
nelle spoglie ibernate di quel misero sprovveduto che lassù rimase?

Mi scrutasti a bocca aperta, con le immobil pupille dal gelo sparse,
come se il respiro lassù ti mancasse. Mi invitasti a fermarmi!
Vitrea e gelida eri, quasi implorante un tardivo inutil soccorso,
convinta che, compassionevol, avrei accolto il tuo mortale abbraccio.

Morte,
ricordi quella scalinata di Marsiglia, mentre ghermivi la bella Janne[1]?
Già! Te la tolsi con forza da sotto il tarlato, lacero e lurido tabarro.
Lei era allo stremo! E convinta Tu eri che la preda fosse solo e tutta tua.
Eppure te la strappai dalle mani e la restituii, vispa, all’affascinante vita.

Ricordi che mi disse  Janne, implorandomi allora, con esil voce soffocata?
Monsieur, tu m’aides! Monsieur, Dieu mon Sauveur, je te prie: tu m’aides!
Trasecolasti, a quel nome, pensando di trovarti del Creator al suo cospetto.
E atterrita, a bocca aperta e con i denti corrosi a penzoloni, la morsa lasciasti.

Morte,
ricordi, quando avvinto all’aereo ormai librato in volo, cercasti di avvinghiarmi
aizzandomi contro un battaglione e tutti i suoi proiettili impazziti?
Che ne ricavasti? Neppure le 2 gocce di sangue che un tracciante mi creò.
Rimira, ora, la cicatrice pallida, che ancor sul dorso della sinistra mia s’en sta.

Ricordi Tàbra, quando, tra quelle dune assolate e polverose pei tanti botti,
incontro mi venne Beduino, di ner bardato sul suo bel cavallo bianco,
con Te celata tra la dozzina di bianche sue Walchirie su lucenti destrieri neri,
e contrariata, con meraviglia, lo vedesti distendermi ai piedi il suo mantello?

Morte, suvvia!
Perché mi tedi ancora, svolazzandomi come scorbuta zanzara intorno al viso?
Vuoi forse che, irato, infili la mia potente man tra il tuo manto nerastro,
e stringa le tue funeree ossa dal tempo consunte e, accartocciandoti, le spezzi?
Non è ficcandomi dentro quel pernicioso animal che tu, doman, mi vincerai!

Suvvia, cambiati d’abito! Lascia il brunastro, lacero, lurido, stinto tuo mantello.
Mettiti femminei vezzosi e vivaci capi: verdi, o gialli, o lilla, o cobalto.
Abbandona la falce sibilante, dai secoli corrosa. Riordina i capelli argentati.
Rimettiti le rosate gote imbellettate, la lingua cinguettante e goditi la vita bella.

Morte, tu sai il mio nome!
E con la bocca la squillante voce umana d’un tempo nel nitido suono ricomponi.
Tu sei Principe perenne!” E allora, se io son tale, Tu sempre vassalla mi sarai!
Suvvia, riprendiamo il cammino che molta strada ancor abbiam da fare. Sorgi!
E accompagna i mortali nella vita entusiasti, nel loro sguazzar tra gioie e pene.

Un giorno, non ora, pago ti chiamerò. Allor ti inviterò a seguirmi, se tu vorrai!
Dove? Nell’Aldilà?”. No, Morte! Solo in quella grande gioiosa Eternità,
dove la Beatitudine tramuta l’attual vita in quella matura, costante perpetuità
che esclude la caducità; e dove Tu, finalmente felice, con tutti e in pace vivrai.




[1] - Per approfondimenti vedere: A Naziati.

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