giovedì 16 aprile 2009

Il concetto di cattedrale nella filosofia sociale.

Non ho letto il libro intero[1], ma guardato (meglio sarebbe dire analizzato) alcuni passaggi.

Sinceramente non l’ho trovato un granché, se non una declamazione, molto, molto ideologica, dei concetti attuali della sx, pur se rapportata all’europeismo.

Ovviamente vi è il desiderio di “costruire”, ma solo in un’ottica che trae le sue origini da un’ideologia “cattomassimalista”.

Questo, credo, è il grande limite non tanto della Sx odierna, quindi del PD, bensì dei cattolici schierati su una certa posizione: il non comprendere che bisogna costruire oltre gli schieramenti e gli steccati delle contrapposizioni, togliendosi di dosso non solo l’etichetta ideologica, ma soprattutto il sistema politico di “appartenere a”, di pensare e di agire.

A sx, a dx e al centro.

Cerco di farmi comprendere meglio.

Avevamo (secoli fa) Prodi; poi passò la mano a Veltroni e costui a Franceschini.

Enrico Letta era segretario di Prodi nel governo. Da ieri ad oggi il suo pensiero non ha fatto molto strada, come il PD: hanno proceduto sulla stessa falsariga e sempre con profonde divisioni interne.

L’elettorato non ha guardato al trasformismo camaleontico, ma li ha puniti e continua a punirli.

Ciò indica una sola cosa: la gente aspetta fatti e non parole che si ammassano su altre parole, come i mattoni in un mucchio inutile.

Veltroni ha cercato di raddrizzare la barca, ma con lo stesso sistema demagogico; e non ci è riuscito.

Poi venne Franceschini; e il suo “gridare” veloce, ripetitivo e cacofonico indica solo la sua “impreparazione” sia a produrre idee pragmatiche, sia a condurre un movimento. Chiamarlo partito per ora sarebbe troppo.

Non costruisce, ma pare, sempre, cercare la rissa.

E se questi è un leader … stiamo freschi.

Chi costruisce cerca sempre punti di dialogo con tutti, specialmente con chi sa costruire e ne ha la volontà. Non cerca mai lo scontro dialettico; lo lascia ad altri.

Tu sei bianco? Allora io sarò nero! E via di seguito, è solo il metodo classico per non far … nulla.

Le sparate populistiche poste fuori da un progetto complessivo sono solo escamotage dialettici per manifestare (inconsciamente) a tutti la propria incapacità: l’essere … bambini.

Letta era a Todi, non so se a Roma.

Ovviamente l’idea dei due operai, dei mattoni e della cattedrale non è farina del suo sacco, ma riedizione del pensiero di un politico del passato.

Ha i suoi pro e i suoi contro.

È valida come idea generale; è carente nel pragmatismo, poiché estremamente riduttiva e inglobata al solo operaio.

Perché l’idea di base è sempre una bella cosa, però bisogna dire come e su quali principi e valori, non solo etici, ma pure economici e istituzionali, voler costruire.

Diversamente rimane l’idea della cattedrale, ma di questa trattiene solo il nome: non vi è un plastico (pur se modificabile strada facendo), non vi è una cubatura, non vi è una disposizione, non vi è un progetto dettagliato.

Vi è solo l’intenzione!

A meno che si voglia costruire la “basilica”, che con la cattedrale può sovrapporsi, però differenziandosi nel significato semantico.

Anticamente era la casa del potere, quindi del re (etimologia greca: regnante – casa del re).

Per costruire una cattedrale (cattedra – dove si insegna) politica vi è bisogno dell’opera di tutti.

Le cattedrali erano il frutto di un popolo tutto (città), unito sul progetto, anche se diviso negli interessi: chi dirigeva, chi insegnava, chi imparava e chi … lavorava. E tutti nell’espletare la loro singola mansione “pregavano”.

La basilica era, in origine, il luogo dove risiedeva il re e si praticava il potere.

Però il cristianesimo che ha prodotto le cattedrali indicava un’unità di intenti, anche se una diversità nel privato di interessi.

Era un modo per produrre nei secoli la “cattedrale” magnifica del proprio essere uomini e cittadini: un’ideologia etica e sociale!

Oggi, nel PD, non vedo questi intenti, se non una ricerca di recuperare consenso.

Gli uomini, come Letta, che vorranno costruire una cattedrale, avranno bisogno, prima, di comporre in sé stessi il proprio intendere di essere cittadino di un popolo, più che di un appartenente schierato in un partito.

Bisogna buttarsi l’arcaico pensiero alle spalle e cercare convergenze con chi la cattedrale la vuole costruire.

Alcuni in giro ci sono, ma pur avendo non molte idee, cercano convergenze con un mondo politico (leggi personaggi) con cui non si potrà mai costruire per un semplice motivo: questi stanno benissimo nella “basilica” e non andranno mai in una cattedrale.

Vi sono due operai.

Il primo sta lavorando sodo e sa di ammucchiare mattoni.

Il secondo, invece, pur ammucchiando mattoni ha pure un intendimento finale: servono per costruire una cattedrale.

Ma l’intendimento non è sufficiente a garantire la cattedrale.

L’idea della cattedrale è emblematico sia architettonicamente che culturalmente: lasciare ai posteri qualcosa di importante, perciò di bello e di utile a cui fare riferimento, capace di reggere per secoli all’impatto del tempo.

Le cattedrali si costruiscono in mezzo al popolo e non nel deserto.

Là, infatti, non servono a nessuno, proprio perché l’andarci non è solo inutile, ma pure rischioso e dispendioso. Sarebbe pure impossibile costruirle, se non trasformando prima il deserto in altro.

Letta si sente l’operaio che sa di ammucchiare mattoni per la cattedrale? Beato lui!

Gli operai sono necessari, ma non hanno mai eretto cattedrali per un semplice motivo: da soli non ne costruirebbero mai.

Non in due, ovviamente, ma neppure in mille o moltiplicati all’infinito.

Perché?

Perché per farlo serve ingegno! Tanto ingegno: capacità, lungimiranza, conoscenza delle varie discipline dei solidi, delle resistenze e della gravità.

La cupola fiorentina del Brunelleschi si sarebbe potuto erigerla senza di lui?

Proprio no, perché milioni di mucchi di mattoni non faranno mai una cattedrale se questa non persiste nella mente dell’architetto.

Marx, detto semplicisticamente, ha eretto un sistema. In pratica addossando mucchi di mattoni.

Il problema è che nel tempo i mattoni hanno evidenziato che tanti muri non facevano una cattedrale, bensì ghetti culturali dove i mattoni erano sì tutti uguali, ma schiavizzati al singolo muro.

Perciò sono crollati non possedendo la legge (economica e sociale) architettonica in grado di farli resistere nel tempo.

Sono rimasti i mattoni, ovviamente, a mucchi come all’inizio.

Le aggregazioni attuali, Fini docet, sono deleterie nel tempo se i mattoni non sono assemblati da un architetto ( o pool) capace. Proprio come il PD.

Pure il Centro vuole costruire il suo polo/cattedrale, anche se non si sa bene con chi.

Perciò ci si riunisce cercando di aggregare mucchi di mattoni senza l’architetto. Ovviamente i mucchi di mattoni che non appartengono ad altri monumenti.

Pure la DC, nei decenni passati ha fatto la stessa cosa.

Sturzo ha lanciato l’idea di base, De Gasperi l’ha raccolta e cercato di costruire, le Correnti hanno ammassato solo mattoni (voti).

Morto De Gasperi, che voleva il bipolarismo perfetto, il partito si è nel tempo sfaldato, asserragliandosi prima nella basilica del potere e poi rimanendo sepolto sotto le macerie del … malcostume.

Chi boicottò De Gasperi (e molti suoi successori)? Le Correnti; proprio come Fini sta facendo col PDL.

Chi fa e chi … disfa, conclamando però di costruire.

Chi è stato al Colosseo non potrà fare a meno di considerarlo un monumento “spoglio”. Diciamo: molto grezzo.

Perché? Perché nel tempo fu spogliato delle cose importanti (marmi) che lo ornavano, traslate per costruire altri monumenti/cattedrali.

Una cattedrale ormai obsoleta, inutile e incongruente ai tempi è stata smantellata per farne altre necessarie, il cui fulgore appare ancora oggi ai nostri occhi.

In pratica il paganesimo è stato sostituito nell’etica sociale dal cristianesimo; e i suoi monumenti hanno fatto la sua stessa fine.

È rimasto un rudere che indica un mondo passato, superato e obsoleto. Bello ai suoi tempi, ma non per questo eterno!

Il cristianesimo denota le vistose crepe dei secoli per un semplice motivo: non ha saputo amalgamarsi al procedere dei tempi.

Se risorgerà o se diventerà come un ricordo di un tempo che fu, come il politeismo greco-romano, lo dirà la storia.

Di sicuro c’è che l’ideologia etica e sociale deve essere sostanzialmente rinnovata, perché la recessione è, di norma, il prodromo del crollo di un sistema religioso-sociale: la fine di un periodo.

E i partiti seguono lo stesso destino a ruota.

I Governi occidentali, e non solo, sono intervenuti massicciamente a sostenere l’economia, malata grave, ciclicamente, della nostra società attuale.

Ovviamente il malato va curato, ma deve essere pure supportato da un’attenta eziologia che modifichi il suo incedere, onde non farlo ricadere di nuovo nella malattia e poi nella morte.

L’economia è sempre collegata ad un essente sociale, perciò ad un’etica comportamentale e procedurale.

Ne consegue che non solo i partiti devono essere riformulati, ma pure la società e la religione. Piaccia o non piaccia alla gerarchia politica e ecclesiale.

È tempo di lavoro! Ma prima di fare il lavoro serve l’architetto, altrimenti i mucchi di mattoni non diventeranno mai cattedrale.

Nei vari gruppi politici vi è questa esigenza di riformulare; però ognuno vuole restare nella propria basilica per il semplice motivo che l’operaio campa alcuni decenni e la cattedrale diventa operativa dopo molti di più.

Chi oggi vuole costruire una nuova cattedrale deve innanzitutto sganciarsi dalla propria basilica: Letta dal PD, Casini dal Centro, Fini dal PDL.

Ovviamente i nomi citati sono solo indicativi e possono essere sostituiti con molti altri. Li ho presi a caso come esemplificazione discorsiva senza alcun nesso specifico.

Poi devono aggregarsi con chi ritengono utile, stilare un programma (di tutte le discipline) completo e preciso e poi confrontarlo, migliorandolo, con altri gruppi che convergono sulle tematiche affini.

Solo così si abbozzerà una cattedrale che con il necessario aiuto dell’operaio del mattone sarà poi costruita.

Diversamente si faranno tante belle parole e nessun … fatto.

Concludendo

I mucchi di mattoni rimarranno solo mucchi ingombranti di mattoni che intralceranno il procedere del cittadino nel piazzale, senza che la cattedrale cominci a sorgere.

Perché è ovvio che senza una strategia precisa e con le idee chiare di un architetto, Letta, o chi per lui, sarà solo uno dei due operai dediti a manovrare mattoni per fare solo dei mucchi di mattoni.

Il lettore ben comprenderà la cacofonia che mi sono permesso, che esplica però il concetto esatto che né il primo, né il secondo operaio, coscienti o no del fine ideologico, non sapranno mai costruire da soli, spostando mattoni, la magnifica cattedrale per i posteri e per … gli utenti.

Oltre, ovviamente, per sé stessi.

Gli antichi (la storia), da sempre ci insegna che si costruisce recuperando i marmi pregiati del passato, ma ciò non lo si può fare se il marmo (persona) rimane nella basilica originale, che sia questa il Colosseo o un partito.

Diversamente ogni polo-partito costruirà una sua chiesa (confraternita), ma non una cattedrale (nuovo sistema sociale).

Perciò saremo sempre come ora.




[1] - Costruire una Cattedrale – Enrico Letta

domenica 12 aprile 2009

Il terremoto della coscienza e la resurrezione.

Il terremoto, quello naturale, è arrivato in una settimana dell’anno particolare: quella della Pasqua.

Un altro, quello che smuove le coscienze, è arrivato un po’ più tardi; e non nella settimana santa liturgica, ma in quella della globalizzazione, cioè della comunicazione, audio e video, quasi istantanea.

Quasi, sottolineavo, perché l’evento naturale, il disastro, giunge in ritardo nella mente di tutti, con quell’assommarsi di immagini e di voci che, in un crescendo continuo, fanno comprendere appieno la gravità della situazione, i lutti, la distruzione e l’ampiezza della … catastrofe.

La catastrofe non è mai un evento (disastro) naturale, ma è sempre opera dell’uomo: della sua inettitudine e del suo egoismo.

Bene a fatto il Presidente Napolitano a parlare di “responsabilità diffuse”, anche se non ha ben spiegato, ma solo lasciato intuire, quali queste siano e di chi siano.

E sono quelle che hanno prodotto la catastrofe.

Peccato che siano … tardive. Ma, come dice il detto sapienziale: meglio tardi che mai!

Il tutto, detto da uno che da mezzo secolo (circa) vive di politica, è indice di “mea culpa”, anche se non professa.

Le mappe dei terremoti si conoscono da secoli, specie in occidente.

Ne consegue che il Friuli e tutta la dorsale appenninica, dalla Garfagnana alla Calabria e Sicilia, sono spesso e ciclicamente devastati da forti movimenti tellurici.

Perciò nulla di nuovo!

Similmente si sa che la Valtellina è una valle franosa che, quasi, non dovrebbe neppure essere abitata.

Come l’area vesuviana è una zona vulcanica che può risvegliarsi da un momento all’altro.

Eppure si hanno insediamenti urbani non confacenti, oppure costruiti in zone conoidali o soggette ad eruzione sugli stessi contrafforti eruttivi.

Non posseggo la televisione e perciò non vedo; però sento e … ascolto.

E la mia casa, pur non essendo in zona sismica, è da anni assicurata contro gli eventi naturali.

E dal mormorio dolente vedo la speranza di un mondo migliore e un Uomo che più che un politico è un imprenditore: si muove, è presente, organizza, soffre, piange e si unisce al dolore di tutti.

E fa programmi e non solo promesse!

È un uomo che si è prestato alla politica e che intende cambiare il modo turlupinatore di fare politica.

Benché non abbia, io, la veneranda età di Matusalemme, non ricordo un politico che in circostanze analoghe non sia stato fischiato.

Cos’è cambiato? L’uomo politico o la mentalità popolare?

Nessuno dei due. Si ha la fortuna d’avere come capo di Governo un uomo pragmatico che sa fare, si da fare e non intende restare ad … osservare. Magari sbagliando pure, però operando e non procrastinando. Un imprenditore e non un tattico.

Non è un politico perché non vive di politica, anche se ha usufruito di questa per fare affari.

Non è un politico perché non fa calcoli personali, anche se cavalca i sondaggi.

Non è un politico perché non è cinico nello sfruttare gli eventi, ma cerca di condurli secondo una linea logica che fa dell’operatività la linea d’azione prefissata.

Non è un politico perché vede le necessità, dando a queste una certa priorità per l’utilità nazionale.

E se guardiamo ai predecessori non si può fare a meno di capire come sarebbero andate le cose con questi al comando.

È vero: Berlusconi non è un grande politico, né uno statista! Ma alla nazione non servono i tatticismi di molti politici dediti più agli intrallazzi e alle parole che all’operare.

E se guardiamo a quelli tanto decantati che lo hanno per decenni preceduto, tolto uno gli altri son proprio da … buttare.

La sua operatività non si ferma solo alla necessità contingente, ma prende da questa lo slancio per aggiornare il sistema strutturale e operativo del paese.

Rifiuti, fine vita, recessione, immigrazione, ordine pubblico, giustizia … e terremoto sono stati affrontati con decisione, magari con lacune ed errori, ma pur sempre con l’intenzione di risolvere subito l’annoso problema.

E al funerale non si è piazzato nella “fredda” enclave istituzionale dei “privilegiati”, ma tra il popolo dei parenti, perciò degli afflitti, dei dolenti, dei senza tetto e dei … disperati: di coloro che aspettano che il samaritano li tragga dalla disperazione dandogli speranza e offrendosi come uno di loro, là davanti alle bare allineate di coloro che potevano esserci e non ci sono … più.

È stato ed è un soccorritore, proprio come quelli che scavano tra le macerie o risolvono e alleviano le necessità giornaliere del dover sopravvivere.

Ha pianto, ha sofferto, ha abbracciato, ha consolato: è stato popolo e uomo e non politico.

Nessuno lo ha chiamato “Signor Presidente”, bensì per nome: “Silvio …”.

E lui, con il suo abituale modo di essere, infonde fiducia nel futuro, incoraggia, programma, è presente e … lavora. Non se ne sta appartato e rintanato nel palazzo del potere, ma tra la gente comune che ha bisogno innanzitutto di sentire lo Stato fisicamente vicino nell’enormità della tragedia.

La sua vita non è un esempio limpido di cristianesimo; tutt’altro, ma neppure il samaritano lo era. E il buon ladrone si accaparrò il paradiso unendosi al dolore di Cristo.

Come non sono tutti cristiani (cattolici) coloro che sono accorsi sul luogo del disastro per soccorrere, sia come organizzazione istituzionale sia civile. Magari battezzati sì, ma praticanti no!

So di conoscenti che, pur essendo a centinaia di chilometri di distanza, hanno piantato tutto e con il loro gruppo già alle 10 del mattino, del giorno stesso, erano operativi sul posto.

Eppure sono spesso tacciati sia dalla gerarchia ecclesiastica, sia da altre forze politiche, di razzismo e di egoismo.

Ben vengano tali uomini razzisti ed egoisti che sanno prontamente donarsi!

Anche gli imponenti mezzi di una ditta specializzata bergamasca, con gli addetti necessari a farli funzionare, venivano trasportati in loco, a meno di 24 h dal sisma, onde rimuovere travi e detriti per salvare vite umane.

Cosa c’è dietro un simile movimento di popolo?

La voglia di essere Popolo e Nazione!

Pure l’opposizione si è comportata bene, ma difronte ad un simile disastro non poteva fare diversamente. Tant’è che ora si cominciano a sentire alcuni “distinguo” sporadici e stonati di singoli esponenti.

Nel complesso l’anima di un popolo, quella che indica la coscienza dell’intendere nazionale, ha abbandonato l’egoismo individuale per proiettarsi nella dedizione totale: uomini, donazioni, disponibilità, supporto, compartecipazione al dolore e … responsabilità nella grande dolenza che ha unito il Paese e sprofondato nel lutto.

Nell’Abruzzo molti scampati si son messi subito all’opera come soccorritori, altri han dato supporto logistico ai senza tetto, altri ancora, affranti dalla disperazione e dal dolore, si sono pure abbandonati ad una comprensibile lamentela per il loro stato personale; ma ciò è perfettamente nella norma dopo un simile sconquasso.

Responsabilità diffuse” disse Napolitano.

E disse molto bene: responsabilità innanzitutto della politica, poi degli amministratori, poi dei tecnici, poi dei costruttori, poi degli abusivismi e dei condoni, poi … anche dell’indifeso cittadino, che se ne è stato nella propria ignoranza inerme invece di aguzzare l’ingegno.

Basti pensare a quanti avevano assicurato la propria casa contro gli eventi naturali o avevano guardato a come si costruiva e si ristrutturava.

È vero: non tutti possono essere ingegneri, perciò in grado di capire la tecnica costruttiva. Ma per chi spende decine di migliaia di € per una casa il fatto della sicurezza dovrebbe essere primario, più del colore e del disegno delle piastrelle del bagno o dei fregi decorativi del soffitto.

La sostanza prima dell’apparenza.

Ciò non lo dico solo per gli abruzzesi, perché, ovunque, siamo tutti uguali.

Quello che il terremoto ha evidenziato positivamente è stata la coscienza individuale ancora esistente, la quale, fuoruscendo dalla crosta personale screpolata dell’egoismo, ha manifestato che un popolo ancora esiste e che si sente unito e solidale.

Il dolore e la tragedia sono i maggiori collanti che favoriscono la solidarietà tra persone, perciò quella necessità civile che impone d’essere fratelli.

La grave recessione in atto aveva già manifestato in molti questa disponibilità ad essere uniti su quei valori di solidarietà civile che traggono la loro origine da una cultura cristiana, anche se non da una pratica cattolica.

Anche la maggioranza attuale, pur con l’inevitabile dialettica politica di parte, si è accinta al ruolo del governare con la ferma intenzione sia di amministrare il Paese sia di ammodernarlo nella stessa e incanutita struttura istituzionale.

Sicuramente in futuro vi saranno cose da migliorare ed errori da rimediare, ma è ovvio che il fare produca quel surplus che dona ricchezza, non solo economica, alla Nazione.

La coscienza è risorta!

È uscita dal sepolcro, imbiancato dalla politica e dall’individuale vivere appartato.

Pure la Chiesa si è data da fare e non con il … funerale.

E la collaborazione sarà maggiormente prosperosa nel futuro prossimo se chiesa e stato sapranno dialogare nella sinergia di valori e principi che impongono una libera Chiesa in un libero Stato, dimenticando lo sproloquiare dialettico di alcuni politici e religiosi.

Perché, a parte le parole e il ruolo di rappresentanza istituzionale, sono proprio questi che non sono “risorti” a vita nuova, vanificando la passione di Cristo e dei terremotati.

Siamo una Nazione! Una nazione fattiva che intende risorgere non solo dai vari terremoti (gravi problemi) locali, ma soprattutto dal terremoto recessivo.

Per farlo non c’è bisogno d’essere necessariamente cattolici praticanti, ma cittadini coscienti del proprio diritto e, soprattutto, del proprio dovere: il dovere d’essere imprenditore, commerciante, politico, amministratore, religioso, operaio, impiegato … docente.

Il dovere d’essere cittadino!

L’essere Samaritano col nostro prossimo che giace nella necessità.

Agli amici parlamentari, che hanno offerto, quasi istituzionalmente (forzatamente), 1.000 della loro indennità parlamentare per i terremotati, vorrei rivolgere un invito, non prima d’aver fatto una semplice osservazione.

Spulciando tra le vostre pubbliche dichiarazioni dei redditi vedo che la stragrande maggioranza di voi possiede redditi che superano di gran lunga i 100.000 € annui, al netto dell’indennità parlamentare. E molti anche assai di più.

Molti di voi si sono “arricchiti” con la politica, quella di professione, che ha generato pure poltrone, ben retribuite, in società o in organi istituzionali.

Un parlamentare della mia terra, appartenente alla maggioranza, ha avanzato la proposta di raddoppiare tale cifra, facendo affidamento alla coscienza individuale.

Non voglio dire quanto costui ha dichiarato, come non mi interessa catalogarlo per altri.

Osservo solo che l’indennità parlamentare percepita vi pone in un ruolo di grande privilegio economico, al riparo da qualsiasi recessione e terremoto.

Serve uno scatto di orgoglio, di quell’orgoglio che vi faccia sentire popolo e nazione!

Date almeno una mensilità della vostra indennità parlamentare, proprio facendo affidamento alla vostra coscienza di privilegiati. Specialmente se siete cattolici.

Diversamente, cari amici che decantate il Bene comune in ogni ragionamento e discorso, il vostro incedere evidenzierà solo quel personalismo egocentrico che pretende privilegi e mai doveri. Quel dovere di radicalizzarvi nelle problematiche della gente non offrendo una sola goccia del vostro avere, ma qualcosa di più sostanzioso: parte di voi stessi, che dovreste essere al servizio della comunità.

E sarebbe bello sentire un capogruppo alzarsi in Parlamento, chiedere la parola e annunciare che tutti i componenti del gruppo di appartenenza sottoscrivono l’iniziativa di donare una mensilità.

Mi rendo pure conto che ognuno nel privato può dare molto di più nel riserbo personale che impone di dare senza pubblicità.

Ma è appunto per la vostra posizione pubblica di rappresentanti del popolo che una tale iniziativa comune sarebbe opportuna, onde far sentire la politica accanto al cittadino.

Diversamente avverrà che tra poco, quando il clamore dell’evento si dissolverà insieme alla polvere dei crolli, tutto ritornerà come prima.

Proprio tutto direi di no!

Difatti la prontezza dei soccorsi e la vastità dell’adesione all’evento ha evidenziato che alla base e in alcuni politici le cose sono cambiate.

Ed è appunto su questa flebile percezione personale che il popolo trae la fiducia nel proprio futuro, specie in tutte quelle persone, politici o semplici cittadini, che si son date da fare prontamente oltre ogni logica individuale e istituzionale.

Chiuderei con un richiamo al dialogo, a quel dialogo che indica nelle persone fattive la controparte con cui poter prima dialogare e poi costruire senza preconcetti.

Non siamo un popolo confessionale; ma la politica spesso lo diventa in quell’asserragliarsi contrapposto su ideologici schieramenti: in quel demonizzare l’avversario che incute reverenza e timore per quanto sa fare e ideare.

Il samaritano si china su tutti, non guardando al colore dell’ideologia o dello schieramento politico.

E non lo fa perché è cattolico, ma solo perché quello è il suo dovere di cittadino.

Buona Pasqua a tutti quelli che mi seguono e, soprattutto: Buona Resurrezione!

Perché non vi può essere Pasqua senza Resurrezione.

domenica 29 marzo 2009

L'ignoranza del concetto di laicità e di etica in democrazia.

Al congresso del PDL, ieri, è echeggiata sinistramente questa frase:

Siamo proprio sicuri, amici del PDL, che il DDL sul testamento biologico approvato al Senato sia davvero ispirato alla laicità? Perché una legge che impone un precetto è più da Stato etico che da Stato laico.”.

E se la confrontiamo con quest’altra, sempre dello stesso personaggio, di sole 24 h prima, il computo è subito fatto:

È davvero sbagliato irridere le regole …”.

Anche se, onestamente, ignoro quale possa essere il precetto in uno stato democratico, se non quello, unico, di rispettare le leggi democraticamente approvate in Parlamento, che piacciano o no.

La laicità è una tendenza ideologica che sostiene la piena indipendenza del pensiero e dell’azione politica dei cittadini dall’autorità ecclesiastica. Perciò è l’atteggiamento di chi si oppone ad interferenze della gerarchia ecclesiastica negli affari civili.

L’etica, a sua volta, è l’insieme delle norme di condotta pubblica e privata seguite da una persona, o da una comunità di persone, nel rapporto interpersonale sociale.

Il Parlamento non dipende dalla Chiesa, né è un suo organo subalterno: è l’espressione elettiva e democratica del Popolo italiano, pur con i limiti e i vincoli di una democrazia ancora in cammino e perciò imperfetta.

Ma forse, chi ha pronunciato le due frasi, crede di essere al servizio del Vaticano nella sua carica istituzionale?

Perché è ovvio che se il giorno prima uno si arroghi il diritto di difendere le istituzioni, dal pensiero personale di chi ricopre un’altra alta carica dello stato, non può il giorno dopo attaccarne a suo uso dialettico una, il Senato, che ha democraticamente legiferato su un tema specifico.

Tutto ciò indica una chiara confusione intellettuale che oggi è assai comune anche ai vertici istituzionali, dove l’interesse e la posizione individuale tende ad essere scambiata per un doveroso precetto sociale.

Il cittadino risponde ad una sua morale, la quale è correlata strettamente ad un’etica comportamentale.

Nelle democrazie avanzate occidentali dei gruppi politici si fronteggiano e si alternano al potere, confrontandosi su tematiche diverse, o similari, e su queste raccogliendo il consenso elettorale.

Il Testamento biologico è una di quelle tematiche che non possono essere concepite e ideate se non nell’applicazione di una certa morale, quindi anche di un’etica comportamentale. Ed è ovvio che questo argomento debba avere un “sentire” nazionale suffragato dalla maggioranza democratica dei cittadini.

Ciò dovrebbe essere considerato pure al vertice, giacché la maggioranza che ha approvato (per ora in modo provvisorio) un tale DDL è ampia e non solo della Maggioranza. Anche chi ha votato contro condivide molti punti e le varie votazioni sugli emendamenti trasversali lo provano ampiamente.

Dire, pertanto, che “Perché una legge che impone un precetto è più da Stato etico che da Stato laico”, è non solo un’enorme forzatura democratica all’operato del Senato, ma anche una grande baggianata culturale e dialettica.

Forse, come hanno sottolineato molti, anche politici, una grande furbata.

Cosa si intende per Stato etico e Stato laico? Credo che Fini farebbe bene a spiegare il suo concetto in proposito, considerato il suo procedere politico precedente alla sua adesione al sistema democratico.

Ed è importante sottolineare che proprio tale sistema gli ha concesso, da una parte, di procedere nella sua militanza in una formazione ideologicamente totalitarista e sconfitta dalla storia, e poi di traghettare il suo movimento verso la democrazia.

Vi può essere uno Stato laico senza che abbia un’etica? Sì se lo si vincola al concetto personale verticistico dell’esponente di turno, no se per Stato si intende l’insieme delle forze sociali che lo compongono.

Perché nel primo caso l’intendimento del vertice diventa necessariamente l’etica laica di tutti, ma allora si è nell’autoritarismo totalitarista; mentre nel secondo si ha un’etica democratica basata sulla concezione personale della maggioranza dei cittadini di scegliersi le regole non solo civili, ma pure comportamentali, compresa quella di aderire ad un preciso intendimento religioso, pur se indicato da una Gerarchia ecclesiastica che è, anch’essa, parte sociale in causa nella società.

E la democrazia, come ha garantito al MSI una partecipazione alla vita politica quale minoranza, ha il compito primario di procedere secondo ciò che è l’intendimento della maggioranza degli elettori, specie sui problemi etici esistenziali.

L’avanzare riserve su un DDL, che è sempre perfettibile, è concesso a titolo individuale in un dibattito politico; però è opportuno il rispetto della regola democratica che impone l’esatta concezione della terminologia usata nel rapporto istituzionale tra i vari organi deliberanti.

In pratica il concetto di Democrazia impone l’accettazione della delibera effettuata anche se contrari ad essa, pur salvaguardando il diritto di ognuno di battersi perché quella stessa delibera/legge venga perfezionata o abrogata.

La formula di rito, ad ogni votazione di ogni singola legge, dichiara: “Il Senato (o: la Camera) approva!”, perciò il Popolo italiano tutto.

Non si dice: la maggioranza approva, oppure, la maggioranza e la tal minoranza parlamentare approvano.

Personalmente ritengo il DDL sul Testamento biologico una di quelle leggi inutili che Calderoli potrebbe benissimo eliminare insieme alle altre 39.000. Per me, ma non per altri.

Ciò significa che qualsiasi contenuto questa abbia, burocratico o limitativo, non mi coinvolge affatto, sapendo benissimo cosa fare della mia vita e del suo corso naturale senza che altri me lo dettino.

Questo mio incedere è collegato ad una morale personale e dunque ad un’etica del sapere comportamentale, senza la quale la regolamentazione statale sarebbe necessaria.

Vi sono problematiche che fanno parte del vivere sociale ed altre che coinvolgono anche la sfera personale.

Questo DDL è nato dall’esigenza di salvaguardare la vita individuale dall’eccesso che altri possono operare, a nostro discapito, in casi particolari. Ed è sorto impellente sul caso, non unico, della ragazza lecchese, amplificato nel suo significato dalla volontà del genitore di dare pubblico risalto al caso.

Il caso precedente di Welby era assai diverso perché coinvolgeva un assenso personale, paragonabile, per eccesso di paradosso, ad un comune suicidio.

La legge, ovviamente, non concede il suicidio, ma nella pratica questo è largamente tollerato, anche perché spesso il “reo” è deceduto e, dove questo non è avvenuto, ha bisogno del sostegno della comunità per riprendere il proprio cammino. In pratica non si procede legalmente contro la vittima, che è pure il carnefice.

La problematica inerente alla vita individuale pone una scelta di vita morale e quindi di una specifica valutazione comportamentale etica. È un grande problema antropologico!

In Italia si è già avuto l’aborto; ma questo è da considerarsi un fattore che pone la preminenza dell’essente sul nascituro. In pratica una scelta egoistica di comodo, perché l’addiveniente risulta soccombente all’esistente. Prima “Io” e poi … eventualmente gli altri.

Il fine vita (morte), coinvolge invece l’essente stesso, perciò la singola persona giuridicamente già riconosciuta.

Diversa è la posizione del feto che non ha ancora importanza giuridica sociale se non dopo la nascita stessa. Perciò la concezione religiosa rimane confinata nella sfera dell’intendere individuale.

Ben si capisce, perciò, che la morte, perché di questo, in effetti, si tratta, viola il principio dell’esistere se giunge per “mano”[1] altrui, ponendo in essere non un’etica religiosa, ma un’etica sociale, appunto perché si sostituisce alla nostra volontà.

Se ne deduce, quindi, che il cittadino stesso intenda la sua vita come un bene da salvaguardare, perciò da collegare ad un’apposita etica sociale.

Ecco, dunque, perché uno Stato laico deve necessariamente essere anche uno Stato etico, assecondando democraticamente la volontà della maggioranza sociale. Diversamente l’entità giuridica di Stato sarebbe preminente alla persona, quindi sostituirebbe la democrazia con il dispotismo burocratico, o, talora, con il totalitarismo.

Ogni legge, spesso anche la più inutile, è collegata ad una concezione etica.

Senza morale ed etica non vi può essere Democrazia, ma solo anarchia: quell’egoismo particolareggiato che dà alla Persona l’autorità di fare qualsiasi cosa; ma, appunto per questo, lede inevitabilmente il diritto degli altri cittadini.

L’anarchia, oltre ad essere un’utopia, che cos’è se non la legge della giungla e lo svincolare la persona da ogni autorità, perciò da tutti gli altri essenti?

La Vita, checché ne pensi Fini, non è un affare civile, bensì personale: è uno di quei beni non negoziabili, principio assoluto, che viene vincolato all’essente, perciò al diritto di esistere della persona. È un’esigenza universale e non religiosa o ecclesiale.

Qualcuno, ovviamente, per considerazioni proprie, talora anche dolorosamente affettive, supera lo steccato del diritto altrui, ammantandolo come proprio dovere: si arroga il diritto di decidere per un altro.

Si è creato un problema antropologico nel quale la Giustizia si è inavvertitamente avventurata a deliberare, usurpando, di fatto, anche se solo momentaneamente, un vuoto politico.

Stante questa importante problematica, la maggioranza parlamentare sta deliberando su un’etica largamente condivisa a livello nazionale, piaccia o non piaccia.

La vita, perciò anche la morte, non è una concezione ecclesiastica, ma un dato reale. La vita, infatti, si svolgerebbe comunque anche senza la gerarchia religiosa.

Affermare, per derivazione dialettica, che un tale DDL non sia davvero ispirato alla laicità, ma solo ad un precetto di uno Stato etico è umanamente e filosoficamente fuorviante.

E lo è maggiormente se lo afferma, pur se individualmente, la terza carica dello Stato.

A meno che si analizzi l’incedere progressivo, culturale ed operativo di ogni persona, soffermandoci sui quei particolari di laicità che gli hanno concesso di fare il proprio comodo e interesse personale, talora sostituendolo ai patti liberamente sottoscritti con terze parti.

Perché, come diceva un detto sapienziale dei nostri vecchi, è solo l’asino che non cambia mai.

E una società evoluta ha il dovere di tutelare i suoi cittadini da possibili abusi in situazioni particolari, specie su quelle tematiche esistenziali e antropologiche che, in menti non preparate, pongono dubbi e interrogativi quasi umanamente insormontabili.

A meno che, se mi è concesso, la Società non voglia essere l’asino che non cambia mai, dando adito ad uno Stato laico che sfiora l’anarchia operativa, dettata dall’egoismo contingente; quando non sostituisce questa (l’anarchia) con il totalitarismo.

Ma ciò avviene solo se non si rispettano le regole democratiche: quelle che consigliano a tutti di attenersi alle disposizioni approvate dal Parlamento, specie se ottenute con parte dei voti dell’opposizione.




[1] - In quanto, comunque questa avvenga, è indipendente dal volere momentaneo della persona coinvolta, perciò soccombente.

domenica 15 marzo 2009

Quando un papa va, confuso, a Canossa.

Non è nella funzionalità di questo articolo entrare nel merito della discussione politico/religiosa della lettera di Ratzinger[1] ai suoi confratelli vescovi. Altri (vescovi, gerarchia, fedeli e credenti) lo faranno compiutamente, guardandosi chi allo specchio della propria vanità e chi a quello della propria fede e coscienza.

Tuttavia il mio analizzare lo è, parzialmente, nel soffermarmi sullo incipit dell’attuale diaclasi che sta emarginando il mondo cattolico; o, forse, sarebbe meglio dire: nella scomposizione, in atto culturalmente, che pone più correnti di pensiero a confrontarsi (guerreggiarsi) apertamente tra loro, indebolendo il concetto di Chiesa e relegandolo ai margini della vita sociale.

La causa “lefebvriana” è solo, sicuramente, la goccia che ha fatto traboccare il vaso e che, con l’uscita pubblica della lettera papale, ha posto il problema all’attenzione generale.

La mia convinzione personale (probabilmente fallace) è che questo pontefice abbia avuto a sua disposizione due anni di interregno per salire volutamente al soglio di Pietro, facilitato dalla malattia che ha estromesso, volontariamente, il probabile altro candidato dalla corsa elettiva.

La cosa può, a prima vista, apparire fantasiosa; ma se, da analista, si osservano i passi di Ratzinger, fatti in questo senso, nei 24 mesi che lo hanno diviso dal regno vaticano, la realtà appare molto probabile.

Abbiamo: dimissioni per raggiunti limiti di età non accettate da Wojtyla[2], la sua amicizia con il predecessore, il suo ruolo curiale di guardiano dell’ortodossia della fede, le cerimonie funebri da lui presiedute, le riunioni organizzate (quasi “correntizie”) prima del conclave e il suo discorso nell’omelia funebre. A tutto ciò aggiungerei, pur con le debite precauzioni del caso, la cartolina firmata con lo stesso nome da pontefice, ben 2 anni prima dell’effettiva elezione, che se fosse proprio vera (e non una semplice boutade giornalistica) porrebbe sul “caso” la sicurezza matematica assoluta.

Chi si ricordi il viso “radioso” (totalmente appagato) di Ratzinger nella sua prima apparizione pubblica da pontefice e lo confronti con quello odierno, arcigno e rinserrato, non può che trarne riflessioni preoccupanti: questo papa si è reso conto che sta perdendo per strada il consenso pubblico e gerarchico della “sua” Chiesa e che non sa come uscire dal tunnel in cui si è cacciato con il suo integralismo personalista nel combattere il relativismo.

In poche parole: non sa comunicare! E, forse, neppure agire.

L’essere acculturati non significa, infatti, possedere anche quelle doti di “governo” che la Chiesa richiede non solo nell’organizzazione gerarchica, ma pure nella proclamazione della dottrina.

La sua lettera contiene una grande quantità di domande retoriche nella parte centrale e finale: domande che non aspettano risposta, ma che l’hanno già insita nel loro naturale porsi. E se il predecessore esponeva pubblicamente il “mea culpa” della Chiesa per gli errori fatti (preferibilmente passati), questo testo pontificio pare porsi il dilemma amletico dell’essere papa: in quel sentirsi isolato non tanto dalla gerarchia che lo attornia, ma dalla comprensione e condivisione generale che dovrebbe unirlo all’Ecclesia tutta.

Quanti milioni di persone si sono perse nelle udienze e in P.za S. Pietro rispetto al passato? In merito vi sono esaustive statistiche assai emblematiche nella nudità sintetica dei numeri espressi.

Ratzinger è un grande studioso: un grande esperto di storia della teologia.

Alcuni lo indicano anche come grande intellettuale (papa teologo), ma su questo non sono d’accordo: i veri intellettuali (filosofi, sociologi o teologhi che siano) sono quelli che non solo hanno una grande padronanza culturale del sapere, ma che pure sanno proporre, di proprio, qualcosa di nuovo o varianti ai concetti precedenti.

Ratzinger ripercorre con grande competenza il passato e nulla più, come un perfetto scolaretto preso totalmente dal suo ruolo.

La vicenda quasi simultanea del vescovo di Recife e la pronta sconfessione pubblica della CEI brasiliana, su un caso specifico di aborto, pone in essere non tanto il diritto canonico su chi possa emettere e revocare pubblica scomunica (di per sé ininfluente al fine dialettico generale, essendo ciò marginale), bensì il contrasto e la frattura che coinvolgono diverse correnti di pensiero, oltre che operative, all’interno della Chiesa.

La lamentela papale è solo la punta dell’iceberg e non certo un caso isolato.

Chi maggiormente dissente dalla linea politica/religiosa di questo papa sono soprattutto le chiese madri di origine, cioè l’episcopato austriaco e tedesco.

La Curia romana può pure stringersi attorno al pontefice in una formale difesa, ma non può cancellare, o seppellire, il contrasto che serpeggia ovunque e che fa ritenere, ai più, questo papa non solo incapace di reggere la Chiesa, bensì di concepirla nella realtà odierna di Popolo in cammino.

Due sono le controverse mosse di Ratzinger.

La prima di accompagnare l’uscita di un suo libro con l’invito a criticarlo se non si fosse d’accordo con il testo, perché il pensiero papale non è un … obbligo di fede; la seconda la concessione del “mutu proprio”, che in parte contrasta con le direttive del Vaticano II°.

Le due mosse vanno a braccetto; e se da una parte la prima appare come una concessione di libertà di giudizio improprio, la seconda spiana, grazie alla prima, la strada al dissidio interno.

La lettera è indirizzata all’episcopato e non è un caso: la gerarchia pastorale è divisa su come condurre la Chiesa e orientare il proprio operare.

Il Vaticano II°, come annotò K. Häbsburg, diede disposizioni alla “truppa” di andare in una direzione; ma questa aveva alcuni generali capaci, ma ufficiali e sottufficiali impreparati. Sicché, invece di andare da una parte si andò dall’altra.

Monsignor Lefebvre era al Concilio; ma nonostante tutto non si uniformò alle sue direttive, continuando autonomamente per la sua strada dopo averlo a lungo contestato nel suo svolgersi. E solo Wojtyla lo escluse dalla Chiesa a danno fatto.

Disquisire ora chi aveva ragione e chi torto non ha alcun senso, se non quello di esacerbare gli animi.

L’opera di Misericordia è negli obblighi teologici ecclesiali, anche se ancorata a determinate condizioni pratiche; e, aggiungerei, pure all’opportunità di concederla proprio sovrapponendola all’anniversario del Concilio.

Perciò la questione del negazionismo è solo la causa apparente che ha dato il pretesto a molti vescovi di dissentire pubblicamente dall’operato della Curia romana, proprio perché preceduta dal “mutu proprio”; e il continuo rettificare per cercare di sistemare la scabrosa questione non ha fatto altro che peggiorare la situazione.

Ne è sortito che la Gerarchia ecclesiale ha fatto la figura da “pollo”, come evidenziato dallo stesso Ratzinger con “… Mi è stato detto che seguire con attenzione le notizie raggiungibili mediante l’internet avrebbe dato la possibilità di venir tempestivamente a conoscenza del problema. Ne traggo la convinzione che in futuro nella Santa Sede dovremo prestar più attenzione a quella fonte di notizie. …”.

Ciò comporta un’altra problematica importante: se l’efficacia dell’operato papale e ecclesiale sia dovuto alla conoscenza di internet, oppure se all’ispirazione sapienziale dello Pneuma.

Cosa di non poco conto, come si vede.

Tutte queste cause ed effetti a cosa conducono? Al fatto che moltissimi esponenti religiosi siano ancorati ad una concezione monoculturale del loro essere pastori, sia al centro che alla periferia. Lo sconcerto regna sovrano.

La Chiesa con il Concilio ha imboccato una strada giusta aprendo soprattutto al concetto di Persona; ma lo ha fatto, nella pratica, facendo proprio il personalismo cattolico avanzante come moda dominante d’essere credente.

Ciò ha posto al centro la persona che, anziché essere concepita come cellula primaria di una società, è diventata il “centro” della società, pure ecclesiale.

Il Vaticano II° aveva, comunque, riaffermato la dogmatica patristica della centralità di Cristo nella Chiesa. Perciò la Persona si inglobava alla sua importanza e centralità proprio nell’esplicazione della Carità: il concepire nel diritto di esistere dell’altro il dovere del cristiano d’essere Samaritano verso di lui, identificandolo in Cristo per l’amore di Cristo.

Questa centralità conclamata della persona, specie in chi filosoficamente è carente, ha portato a sostituire la Cristologia con il Personalismo, facendolo diventare nella pratica un individualismo egocentrico, tanto al vertice quanto alla base.

Il fedele si è arrogato il diritto, sentendosi centrale, di pensarla a modo suo, svincolando la propria coscienza dai dettami teologici (peraltro nella sostanza ignorati) e sostituendola con la propria sommaria conoscenza. Ciò ha portato al consociativismo e a quello schierarsi interessato che in Italia si è compiuto, in campo religioso, con il voto sul divorzio e sull’aborto.

La grande colpa della Chiesa è proprio stata quella di non comprendere questo processo evolutivo e degenerativo del personalismo, anche se quello laico, anteriore a quello cattolico, aveva generato già il massimalismo e stava instaurando, in campo sociale, i vari fascismi.

Il secondo conflitto mondiale, inoltre, aveva deturpato, con la sua devastazione portata ovunque, la coscienza di molti, tanto che proprio durante la guerra era sorta la filosofia germinale del “Dio è morto”.

Ne consegue che la stessa Gerarchia abbia imboccato un personalismo diverso da quello individualista egocentrico egoista del fedele, sfociando nell’individualismo integralista, perciò nel riaffermare la preminenza gerarchica in base sia all’illuminazione divina dello Pneuma, sia alla conoscenza della sapienza patristica su cui poggiano i dettami della fede.

Si sono creati due mondi non comunicanti, anche perché la scienza e il benessere hanno confinato il concetto di “penitenza” (non intesa solo quale confessione) come pratica superflua al vivere asociale.

La Chiesa nel secolo scorso, inoltre come nei precedenti, pur condannando apertamente la guerra ha permesso che le varie chiese locali affiancassero i regimi, dando un apparente avallo agli operati nazionali; e pure dopo come in alcuni paesi comunisti o nei dittatoriali latino americani.

La conseguenza pratica è che le varie chiese nazionali hanno proceduto su piani complanari e su rette sghembe che mal si accordarono alla centralità universale della Chiesa stessa.

Ne è sortita una metastasi culturale del cattolicesimo e i medici, i Pastori, non solo non hanno saputo curare la malattia, ma non l’hanno neppure individuata e riconosciuta.

Perciò il malato, il fedele del personalismo degenerato, è deceduto nella dissociazione sistematica della dottrina teologica, infatuandosi dietro il saccente decisionismo della propria coscienza basata su una cultura carente e dettata dall’egocentrismo. Cosa che non è avvenuta solo in ambito religioso, bensì anche nel sociale con il pretendere sempre diritti e relegando il dovere agli altri.

Ratzinger, citando il brano di Gal 5,13-15, pone all’attenzione dei confratelli Pastori, con una serie comparativa di domande retoriche, il problema del “cannibalismo” cattolico, specie nella stessa Gerarchia.

In verità tale pratica è dovuta proprio a quel personalismo che rende autonomo ogni vescovo, vincolandolo alla propria coscienza anziché alla dottrina.

La Chiesa, come sottolineavo in altri articoli, dovrebbe essere una perfetta democrazia teosofica; ma questo non può avvenire con il personalismo individualista, ma solo con la centralità di Cristo come vera e totale essenza di Persona umana e divina.

E il relativismo, perché proprio questa vicenda lo evidenzia anche in seno alla stessa Chiesa, non si combatte nell’arroccarsi nell’individualismo settario integralista, ma nel saper comunicare, tanto al pastore quanto al fedele, la bontà, l’essenzialità e l’utilità della buona novella.

Il porsi al servizio del Prossimo, e non l’essere serviti, è la base ineludibile per iniziare un dialogo.

Tuttavia, se si procede con la concezione personale integralista del “contare molto[3] rispetto al prossimo, allora si diventa unicamente serviti e non servitori, fallendo il proprio ministero.

Con questa lettera Ratzinger va idealmente a Canossa.

Oltre a Matilde chi ci troverà per essere assolto e ricevere il perdono?

Forse l’imperatore?

Era, allora, il 28 gennaio 1077; all’incirca mille anni fa. E oltre alla contessa Matilde, che non era proprio uno stinco di santa, gli interpreti erano Enrico IV e Gregorio VII.

Ora i tempi sono cambiati e pure gli attori, anche se la situazione ha molte analogie, anche se invertite.

Si spera solo che, per avere l’epilogo positivo, non si debba attendere a lungo come in quei tempi, quando la pace fu siglata nel 1111 per la soddisfazione di tutti i contendenti.

Perché allora, se ciò avverrà, della Chiesa forse esisteranno solo le pietre, quale responso storico di un tempo che fu.




[1] - Benedetto XVI

[2] - Giovanni Paolo II

[3] - Basta riandare ad alcuni discorsi di Giovanni Paolo II