lunedì 27 aprile 2009

L'ottimismo non è mai troppo, ma talvolta è dannoso

Sono un po’ in ritardo. Lo ammetto.

Ma l’amico Antonio sa che avevo altro da fare di assai più … importante.

Andrea fa una declamazione “confessionale”; e lo capisco per la sua … età.

L’entusiasmo è utile, l’esperienza carente, la duttilità sociale scarsa: sono i limiti della gioventù.

Serve sottolineare che il futuro è “loro” e il presente è comune con noi.

Pertanto sintetizzando, come disse Savino nel suo intervento: “Facciamo crescere i giovani e diamogli passo.”.

Antonio sta migliorando, come il vino … vecchio.

Il suo post è completo e equilibrato, anche se forse un po’ cerimonioso verso alcuni personaggi. Va sottolineato che lo ammette da sé.

È, pure, a mio parere un po’ enfatico, erratico e ottimista in alcuni passaggi. È nella sua indole.

Entrando nel merito sento parlare di “ghetto” confessionale e, nonostante l’integralismo religioso di Andrea, vorrei sottolineare che certi giudizi sono “poco” cristiani.

I cattolici, infatti, farebbero bene ad astenersi dal giudicare gli altri, specie se nel proprio circondario vi è di peggio di chi si intende “taggare”.

L’essere cattolico non è automatico con l’essere migliore, e non solo in religione.

La “Dottrina della Chiesa” è per i “fedeli” e non deve essere mai traslata nel sociale. Questo è bene non dimenticarlo mai.

Il perché è ovvio: il comportamento individuale non può mai essere sociale, anche se certi principi e valori possono essere condivisi in una società laica. E per laica non intendo, ovviamente, il laicismo degenerato alla Fini, bensì quello democratico.

Siamo in una società che di confessionale ha quasi proprio nulla, perciò certi intendimenti di esigua minoranza non possono essere generalizzati.

Sarebbe improduttivo ricostituire un partito confessionale, considerato che neppure la DC lo era.

Era ad impronta cattolica, quello sì; ma ciò non impedì che degenerasse proprio su quei valori cristiani che innalzava per bandiera.

Perciò Andrea stia … tranquillo: la santità non è quella di andare in … S. Pietro.

Se si vuole costruire un nuovo partito basta ottenere la condivisione degli aderenti. Dubito che in base alla fede comune la sx e la dx cattolica si riuniscano al centro in un’unica bandiera.

E ciò per un semplice motivo: la visione sociale ed etica delle forze schierate sui fronti opposti è dovuta a contrastanti modi di intendere la società e l’economia.

Come si vede è un problema insanabile.

Pertanto non ci si faccia illusione che chi è già accasato cambi prontamente casacca perché un “treno” locale è … partito.

Per dove non si sa e neppure per quanto procederà. Ci si augura che non deragli o che finisca su un binario morto.

Si vedrà!

Per ora vi sono solo confluenze interessate su idee generali: belle e facili da pronunciare, ma difficili poi da tradurre in pratica nel dettaglio della realtà quotidiana.

Si parla pure di Maastricht e della possibilità di sforare. In verità a farlo si dovrebbe stare molto attenti perché i debiti eccessivi hanno solo e sempre portato alla bancarotta.

Il nostro debito pubblico è oggi al 106% del PIL, e nel prossimo anno salirà al 121%. Una cifra che nessuno al mondo può vantare in tale percentuale.

Ciò significa unicamente una cosa: il Governo attuale ha raschiato il barile e non c’è più neppure il … fondo.

In un mio articolo[1] di mesi fa dicevo che nel ’29 la recessione borsistica durò 11 trimestri prima di invertire la sua tendenza. Gli 11 trimestri sono ormai superati e le Borse stanno riprendendo di slancio, anche se l’economia reale ci metterà molto di più.

In pratica il sistema ha salvato i grandi e boicottato i piccoli. Difatti questi ultimi stanno pagando, come sempre, lo scotto e le colpe altrui.

Se una casa automobilistica fallisce non è molto importante: il consumatore può comprare da un’altra; ma se fallisce una banca o una grande finanziaria è ovvio che si crei un effetto domino dirompente.

Ecco perché si è “dovuto” salvare le Banche. E con queste le Borse, per ridare capitalizzazione e plusvalenze agli istituti stessi.

In questi giorni vi sono diatribe internazionali riguardo al comportamento Fiat. Interrogativi importanti.

Difatti, se andiamo a vedere, il parziale risanamento Fiat di Marchionne è dovuto al colpo di fortuna (al nord si direbbe in modo diverso: colpo di culo) del ritiro con penale, tempo fa, della GM dal capitale del Lingotto. Diversamente oggi Fiat non sarebbe più italiana e forse neppure sul mercato.

Questa casa automobilistica non nuota tuttavia in buone acque economiche se in autunno ha chiesto alle banche un prestito imponente di alcuni miliardi di € per non fare default e se le aziende di rating l’hanno classata come titolo tossico.

Caso strano a dirsi, le banche che hanno concesso il finanziamento “interessato”, essendo pure azioniste, sono poi quelle che hanno sottoscritto i Tremonti bonds.

Come si vede una catena … malefica.

Sulla vicenda ho pure pubblicato due articoli[2], per cui non mi dilungo.

L’unica cosa che osservo è che tra poco il popolo non debba pagare una … terza volta: la prima per gli incentivi e per l’acquisto di auto “nazionali” (nel solo assemblaggio - e neppure di tutti i modelli), la seconda con i Tremonti bonds connessi al prestito concesso, e la terza per sanare i probabili deficit eccessivi futuri (come con Alitalia).

Perché ne parlo? Perché è sulle tematiche concrete che bisogna coagularsi ed operare, specie se economicamente importanti; e non sulle ideologiche declamazioni di principio che lasciano il tempo che trovano, specie se fatte da personaggi da anni sulla cresta dell’onda politica e intenti a fare surfing.

Perciò, con buona pace di Frattini intento a sostenere l’onore nazionale, sono dialetticamente allineato ai … tedeschi nei dubbi finanziari.

Si parla anche di tesseramenti e qua sorge già la prima diatriba operativa su chi è già partito e su chi è solo movimento.

Perché, diciamola francamente, una cosa è simpatizzare e un’altra è sottoscrivere.

Da analista indipendente la cosa non mi tange, se non come pura tematica.

I distinguo in atto, nei discorsi e nei commenti, sono assai emblematici.

Ciò significa che con tutta probabilità si creeranno correnti più o meno superficiali, sempre ammesso che l’adesione sia di tutti.

Siamo ad Esaù e a Giacobbe, per rimanere in un tema religioso caro ad Andrea.

Alcuni si sono staccati dell’UDC perché, affermano, non esistono più i partiti, perciò questo non è partito ma solo semplice aggregazione.

L’UDC stessa con la Rosa Bianca, e non sempre in sintonia di veduta, procedono verso le imminenti amministrative ed europee.

L’intento è di presentarsi da soli e uniti, ma vi sono già le eccezioni che confermano la regola: da soli e uniti, da soli … divisi, alleati alla dx al primo turno, eventualmente al ballottaggio in base ai programmi (escamotage dialettico - Sic!).

Diciamo che come treno … partito non c’è male! Se poi ce ne aggiungiamo altri il risultato si … vedrà.

Il processo costituente avanza e la crisi dell’economia reale … pure.

Migliaia di operai in cassa integrazione, entrate fiscali crollate del 6% nei primi due mesi dell’anno, Borsa degli speculatori in ripresa e … aggiungiamoci pure il terremoto.

Qua, in verità (ma pure su altre cose) si è ben operato e dopo soli 20 g si sta già programmando la ricostruzione.

I fondi dell’UE sono disponibili, ma alcuni dovranno essere pure nostri, perciò delle casse statali.

Ecco perché la situazione non è rosea.

Andrea solleva il problema delle “solite facce” e si sogna il ricambio generazionale; ma per questo ci vorrà tempo: molto tempo!

Sicché si procederà sul binario dell’Orient Express in gita di piacere, senza una meta non ancora perfettamente concepita.

Perché se, nonostante i sondaggi di Andrea, la coalizione posticcia alle prossime elezioni farà flop il deragliamento è assicurato.

Allora sì che sarà utile andare in S. Pietro; perché quanti, allora, faranno la quaglia e salteranno sul treno del Cavaliere.

Le alleanze in essere sono già assai sintomatiche.

Ecco perché, cari amici lettori (se mi è concesso chiamarvi così), il vostro ottimismo non è il mio.

Auguriamoci solo che nel prossimo trimestre la struttura industriale tenga e la CIG non si dilati oltre.

Perché allora, se così sarà (come sembra ad alcuni), forse il nuovo partito avrà perso smalto sociale, ma la situazione economica sarà migliore per la gioia di tutti.

E forse, nei discorsi sulla Costituente, vi saranno meno slogan e più raziocino, meno interesse corporativo e più voglia di operare.

La crisi non sarà risolta, ovviamente, ma staremo comunque a galla.

Ultimo pensiero è alla Resistenza vista come unità nazionale.

In questi giorni se ne sono sentite ad iosa, specie su in alto.

Non ho mai apprezzato molto tale “festa”, ritenendola più un’occasione di divisione che di unione.

Molti “noti” politici affermano che è la madre della nostra Repubblica e pure della Costituzione.

Sicché Costituzione e Costituente sembrano andare a braccetto.

La Resistenza in alcune zone italiane è stata utile, in altre sanguinaria e deleteria. E molti fatti, anche se quasi celati all’opinione pubblica per anni, sono emblematici.

Vale comunque ricordare che la vera “resistenza” è a Nettuno, in quel cimitero americano che raccoglie migliaia di morti.

Perché senza tale sacrificio oggi non si starebbe a disquisire di Resistenza, nata solo in seguito all’avanzata americana.

In città importanti, come Milano, entrò sfilando prima la Resistenza, ma solo perché le truppe alleate le lasciarono tale onore.

Sono passati moltissimi anni e gli attori di quel tempo sono quasi tutti scomparsi.

L’Italia, e lo dico democraticamente con il rispetto per l’idea diversa di importanti cariche istituzionali, ha bisogno di nuovo slancio e di nuovi obbiettivi ed ideali. Serve pacificazione sociale e non settarismo; serve guardare avanti e non … indietro nostalgicamente.

Per raggiungere i nuovi importanti obbiettivi bisogna accantonare (non dimenticare!) il passato e unire in uno sforzo comune tutti i cittadini di buona volontà, siano questi cattolici, agnostici o laici.

Le feste di un tempo sono utili a ricordare, ma per questo c’è la storia; diversamente si sconfina nel paternalismo storico ignorando il presente e il futuro.

Molte feste con lo scorrere dei secoli si sono quasi perse e tra queste tappe importanti della nostra storia, come quelle dell’Unità d’Italia o delle guerre d’indipendenza.

Forse è l’ora propizia per accantonare pure questa, perché ha perso la sua naturale connotazione politica.

Pure la Carta costituzionale è invecchiata ed ha bisogno d’essere ringiovanita e rapportata ai tempi in base alle necessità.

Molti affermano che è ancora valida e in parte è vero: va solo concepita in modo diverso socialmente e politicamente, perciò modificata dove il meccanismo strutturale già da tempo ha evidenziato non solo l’inefficienza, ma pure l’impiccio esecutivo che pone operativamente.

Sul tappeto vi sono grandi problemi irrisolti e pressanti e non si può pensare di uscire stabilmente dalla crisi solo con un patto di welfare, che può unicamente essere un palliativo economico provvisorio; né con la declamazione di principi cattolici (Dottrina della Chiesa) in una società dove “cattolico” è ormai un ghetto catacombale.

Servono nuove convergenze, nuove aggregazioni e una nuova forma di fare politica. E questa nuova forma non potrà mai essere il ricreare un partito confessionale o la vecchia idea di DC: la storia le ha già classificate fallimentari come il massimalismo, il fascismo, il nazismo o, attualmente, il fondamentalismo arabo.

Perciò bisogna rinegoziare tutto di nuovo, consci che il mettere sul tappeto i nostri principi e valori non significa abdicare, ma il valorizzarli nel confronto con altri.

Solo in questo modo si entrerà in comunione con gli altri partendo pariteticamente senza alcuna primogenitura alla Esaù o alla Giacobbe.

Ed allora si comprenderà che il problema “tessera” non avrà più ragione di esistere, perché le tessere servono solo ad un partito tradizionale e superato e non ad un’Istituzione sociale.

Oggi, cari lettori e amici, non serve un treno, anche se veloce, ma serve ben altro. Necessita una superba astronave in grado di portarci e proiettarci in un mondo globalizzato con estrema attenzione: l’UE e la società multirazziale.

Ma se per piloti si hanno solo dei modesti macchinisti con la paletta in mano (I Capi Treno hanno alzato la paletta verde ed hanno fischiato, la Freccia WHITE è partita!!!), allora è ovvio che ci si appoggerà dialetticamente ancora a quei personaggi datati, come Ciampi & C., che hanno creato la “cartolarizzazione” i cui effetti dirompenti ci hanno portato alla crisi finanziaria e poi alla grave recessione attuale.

Forse non tutti si ricordano chi, allora, manovrava il potere e chi, in quei tempi, legalizzò in Parlamento l’uso dei Derivati e tutti i loro connessi.

lunedì 20 aprile 2009

Le fondamenta ideologiche della cattedrale.

Aggiungerei alcune considerazioni alle riflessioni dei lettori al mio articolo precedente[1], sia a quelle pubbliche che a quelle private fattemi pervenire.

Dedico la risposta all’amico Giuseppe che le ha sintetizzate bene e brevemente.

Spesso gli architetti non creano nulla di nuovo, ma traducono in pratica le idee e le istanze degli altri, perciò del cliente, il quale “chiede” una determinata “costruzione”. Mettono il loro sapere alla disponibilità del cittadino.

In questo caso il “cliente” è, impropriamente[2], il “popolo” che ha delle specifiche priorità e necessità: vivere nella sicurezza e nel decoro esistenziale senza essere continuamente turlupinato da tasse e da spregiudicate operazioni finanziarie.

In queste ultime metterei pure il dissanguamento del risparmio affidato in gestione ad aziende (banche, finanziarie, stato, enti, borsa) e la svalutazione reale generata dal debito pubblico sul risparmio privato.

Il popolo non ha il senso della realtà, ma l’esigenza della percezione; perciò di migliorare il suo stato momentaneo che non è più confacente alle sue aspettative e al decoro. In pratica comprende che così “non và”.

L’“architetto” dovrebbe essere il “politico”; ma considerato che costui ha degenerato il suo compito, il ruolo spetta agli intellettuali.

Abbiamo pertanto: commissionario (datore) di lavoro = popolo, architetto = cliente.

Come si vede l’equazione discorsiva iniziale si è invertita.

Di solito è nella logica che il cliente sia il popolo, ma è uno scambio di ruoli economicamente degenerati. Difatti è poi solo il popolo che paga sempre e comunque pur senza i “servizi” commissionati.

Vorrei subito sgombrare il campo da un possibile equivoco: non ho nulla contro Enrico Letta né contro il suo modo di essere, perciò di impegnarsi e di fare politica.

Il mio interessarmi al suo libro è solo dovuto ad una sollecitazione esterna fattami pervenire.

Potrei averne, e ne ho talvolta (e da sempre), per tutti quelli che della politica fanno solo la propria fonte di reddito (professione): non li ritengo credibili, ma solo cavalcatori opportunisti.

Ciò, in linea di massima, quando il progetto espresso è demagogico e non lineare. E su ciò potrei sviluppare un libro voluminoso assai.

A Letta riconosco, invero, l’impegno intellettuale a ricercare un nuovo “modus vivendi” sociale e il riconoscere, perciò, che il sistema attuale non è più confacente al tempo e alle esigenze civiche. E questo è un suo grande merito!

Passando al suo abbozzo programmatico posso annotare:

a) I problemi della gente non si risolvono con il welfare assistenziale, se non in casi di un problema recessivo o particolare contingente; dunque solo eccezionalmente. Ma li si risolve rendendo il cittadino completamente autonomo in tutto.

Perciò bisogna operare in un lungo periodo (costruire la cattedrale), creando strutture economiche e industriali atte a reggere nel tempo (la cattedrale finita), oltre che con lo sviluppare una mentalità sociale nazionale. Perciò la scuola è un elemento importante e cardine iniziale di qualificazione personale.

Diversamente non si avrà il “cittadino”, ma solo l’“assistito”!

Uno stato efficiente non si basa sull’assistenzialismo, che deve solo essere provvisorio per superare un momento difficile, ma sull’efficienza operativa in grado di prevenire il problema.

Detto per paradosso esemplificativo: il problema droga non lo si risolve liberalizzandola, bensì formando cittadini che comprendano il sistema causa-effetto che produce e non ne diventino schiavi. Nello sport come nella vita. Altrimenti si ingigantisce il problema.

Diversamente si procederà verso uno stato assistenziale ad economia come di tipo socialista, che la storia ha già catalogato fallimentare e anacronistico.

E questo è pure il pericolo nel quale la politica di Obama, se non corretta, porterà il liberismo democratico.

b) Il problema Sud è annoso.

Quando vado al sud vedo non cittadini diversi da quelli del nord o del centro, ma mentalità diverse. La sporcizia (disordine e non solo immondizia) che permea città e vie (in ogni senso) è emblematica.

Miglio annotava perfettamente le 100 interpretazioni della legge che differenziavano le varie regioni; e da questa realtà nacque l’idea delle macroregioni omogenee.

Altro esempio, a paradosso, il rispetto del codice della strada: al nord un certo ordine e geometria, al sud caos e anarchia.

Perciò non è che manchi lo Stato; ma questo viene percepito come “cosa” diversa con tutti gli annessi e connessi (industriali, economici e finanziari), specie tra gli amministratori e le forze dell’ordine.

c) L’energia oggi viene “cavalcata” da molti. Peccato che gli stessi, quando avevano “potere”, non l’abbiano compresa con lungimiranza e l’abbiano pure boicottata. Basti ricordare il nucleare.

d) La stessa cosa vale per l’economia, la finanza, il sistema industriale e il rapporto di incentivazione strutturale esistente tra stato e industria, perciò tra pubblico e privato.

Chi si ricorda l’incentivazione a spostare all’Est (e nell’estremo oriente, poi) la produzione industriale, non può fare a meno di comprendere quanto queste scelte programmatiche siano state fallimentari e prive di lungimiranza sociale.

Si è demolita la figura dell’industriale per crearne una di avventuriero e opportunista (il manager prezzolato). In pratica si è distrutto, per transfert, l’idea di Nazione.

Potrei proseguire con altre tematiche similari e non per nulla minori e prive di importanza.

Vi sono errori di molti politici nell’interpretare la Lega come movimento populista; e lo dicevo privatamente tempo fa pure a degli onorevoli.

La Lega non ha nulla di populista, né di demagogico, anche se alcuni esponenti lo possono essere individualmente, come in ogni formazione politica.

La Lega è l’aspirazione all’efficienza di un determinato popolo che vede nella politica odierna il tentativo pratico di modificare il suo modo di vivere radicato nel territorio e nella tradizione.

Un popolo, e lo voglio sottolineare, che ha sempre “dato” e poco riscosso; un popolo che si sente nazione pur nella diversità regionale: attivo, operoso, industrioso, amante dell’ordine e della sua cultura, generoso nel soccorrere nella necessità (basti pensare al terremoto), ma non per questo votato all’assistenzialismo perpetuo di stato.

È una stirpe che crede in quell’autodeterminazione dei popoli, che va intesa non come secessionismo, bensì come processo formativo a diventare tutti uguali: in meglio e non in peggio.

La Lega non è mai stata un partito o una formazione politica schierata.

È l’intuizione di molti “operai” a costruire un mondo (cattedrale) diverso, che da troppo si sta perpetuando e sta affossando tutti: è un’impresa edile senza architetto e non in grado, ancora, di concepire il suo futuro.

Ecco perché è trasversale e raccoglie voti tanto a dx, come a sx che al centro.

Per la verità gli architetti li contattò, ma essendo grezza se li … contrariò. Fu incapace di recepire il loro pensiero; e, perciò, ora procede tentoni appoggiandosi ad altre forze politiche, per ottenere obiettivi che da sola non riuscirebbe a formulare.

Il sognare è l’estrapolare una realtà e viverla nel subliminare, perciò nel surreale.

La realtà va però configurata nel mondo reale, perciò non nel settarismo di un singolo movimento o partito.

Giuseppe afferma che, a suo parere, Letta cerca il confronto. Ed allora si chiede “perché non provare a dialogare?”.

Ora, se l’impressione di Giuseppe fosse vera, significherebbe che Letta non vede nel suo “agglomerato” politico una via pratica di costruire, anche se a me pare l’opposto. Basti pensare all’esempio dei due operai e alla paternità di questa teofania politica.

Ovviamente vi sono anche aperture verso l’esterno e la sua presenza a Todi lo prova.

Ciò indica una sola cosa: Letta è, interiormente, in mezzo al Rubicone. Perciò cerca, nel possibile dialogo/confronto, una sua nuova dimensione.

Tutto ciò manifesta una realtà: la sx è in profonda crisi ideologica e si dissocia dall’operato della propria leadership, alla quale non crede più. Specie chi nel voto sceglie la Lega.

Prodi, Veltroni e Franceschini sono gli … ultimi irrealistici collanti di un mondo a pezzi.

E la “base” (aderenti, tesserati, simpatizzanti …) nelle primarie a chi si affidò? Alla nomenclatura! Non avevano altri.

Se si cerca un confronto costruttivo tra moderati e riformisti significa che o si pensa che gli schieramenti attuali non siano confacenti a contrastare la forza egemone governativa, oppure che bisogna costruire qualcosa di nuovo.

Perciò non si tratta di bipolarismo, ma di un nuovo e auspicabile concetto strutturale sociale.

Ma, allora, mi chiedo: non sarebbe meglio lasciare la superata basilica per costruire la cattedrale, uscendo dallo schieramento?

Uscendo, ovviamente, si può correre il rischio di non riuscire a costruire. Si abbandonerebbe il tetto traballante, ma comunque ancora esistente, per stare sotto le … stelle.

E questo è un grande problema, specie se la basilica che si lascia è più sicura (numericamente) dell’agorà centrista. La quale, a sua volta, dovrebbe essere culturalmente smantellata per fare spazio alla nuova … cattedrale.

Ecco perché non serve un PDP (partito del popolo), ma un’Istituzione nuova di zecca.

Da ciò nasce la mia convinzione che il creare un altro polo politico sarebbe controproducente e che produrrebbe altre problematiche.

Ciò che serve è un nuovo, in tutto, soggetto politico oltre gli sbarramenti ideologici classici e bipolari.

E qua vorrei esplicare meglio.

La Lega è un movimento trasversale di popolo che va pragmaticamente per slogan e tentativi.

Gli slogan servono per attirare il cittadino su particolari problematiche slegate tra loro (immigrazione, sicurezza, autonomia, burocrazia … - è in questo hanno percepito bene gli architetti di un tempo), mentre i tentativi sono il mezzo per cercare, tentoni, di amalgamarle tra loro (e qua non sono ancora riusciti a recepire l’architetto, perciò i principi e i valori su cui costruire).

Hanno, però, imparato a “manovrare” il potere (basti pensare a quando si fecero beffare da Scalfaro).

I votanti provano, nel darle il voto, a ricercare una possibilità. Elettori e votati non hanno però bene in testa il risultato finale, perciò il plastico della nuova cattedrale.

E questo è il grande guaio!

Gli elettori provengono, culturalmente, da diversi schieramenti e sono fluttuanti. In pratica vagano nel buio tentoni, motivati dal solo primordiale e inconscio pragmatismo (proviamo anche questi).

Però, non avendo una denominazione culturale né approfondita, né comune, non sono popolo culturale basato su principi e valori determinati, ma semplice agglomerato civico e provvisorio.

Facile dedurne, quindi, che senza principi e valori condivisi l’elettorato prima o poi si sfalderà, soprattutto perché lo slogan attrattivo farà implodere le diverse esigenze contrastanti che li ha uniti nel voto.

Lo stesso discorso può essere riprodotto al nuovo ipotetico polo, riedizione centrista similare al polo di dx o di sx.

Se non ci si unisce su un programma specifico, ma solo su un’opportunità storica della politica, il progetto non può reggere.

Serve dedizione, impegno e il credere nella “nuova” cattedrale agendo con democrazia.

Questa non è quella del solo conteggio di voti, ma di quell’agire nel confronto costruttivo che trova nel meglio del pensiero di tutti gli intellettuali coinvolti (architetti) la condivisione dell’interesse di tutti; e poi l’allinearsi tutti alle decisioni prese senza correnti interne.

Ed è ciò che amalgamandosi confusamente non hanno saputo fare né la dx, né la sx, producendo solo due nuovi soggetti composti da tante correnti.

Sono mancati i “nuovi” principi e valori condivisi.

Ed è ciò che neppure i cattolici hanno ancora compreso, intestardendosi nella difesa, non negoziabile, dei loro principi e valori, perciò rinunciando a migliorarli ulteriormente nel confronto sociale.

Tornando all’insegnamento del passato potrei dire:

De Gasperi[3] operò e morì povero, nel decoro di una vita spesa per gli altri.

Ciò, a quanto mi risulta, non avvenne per chi lo affiancava, né per i polloni che poi crebbero nel partito e che, pure oggi, vediamo ancora in giro.

E se uno non ci crede vada a spulciarsi i redditi pubblici dei nostri … parlamentari.

Il popolo, in definitiva, è come il parco buoi della borsa; ma pure i buoi hanno una loro dignità e il diritto ad esistere.

E se tanto gli operai quanto gli architetti non saranno in grado di recepire questo primario principio sociale è ovvio che della cattedrale rimarrà solo l’intenzione germinale.

Magari in un libro.

Ben vengano, quindi, i tentativi di dialogo e di confronto.

Partendo però dalla convinzione che per ottenere dei risultati abbisogna partire dal presupposto che ogni idea personale sia perfettibile, perciò rinegoziabile, compresi i principi e i valori.

Diversamente non ci sarà dialogo, ma solo passerella da salotto borghese, perciò atta solo a perdere tempo.

I principi e i valori anche non negoziabili possono essere soggetti a discussione, perciò rinegoziabili, anche perché in questo modo si è in grado di valorizzarli anche nella controparte, confrontandosi.

Diversamente rimarranno arcaici oggetti di un intendere personale o confessionale.




[2] - In verità sarebbe il committente.

[3] - E pure Sturzo.

giovedì 16 aprile 2009

Il concetto di cattedrale nella filosofia sociale.

Non ho letto il libro intero[1], ma guardato (meglio sarebbe dire analizzato) alcuni passaggi.

Sinceramente non l’ho trovato un granché, se non una declamazione, molto, molto ideologica, dei concetti attuali della sx, pur se rapportata all’europeismo.

Ovviamente vi è il desiderio di “costruire”, ma solo in un’ottica che trae le sue origini da un’ideologia “cattomassimalista”.

Questo, credo, è il grande limite non tanto della Sx odierna, quindi del PD, bensì dei cattolici schierati su una certa posizione: il non comprendere che bisogna costruire oltre gli schieramenti e gli steccati delle contrapposizioni, togliendosi di dosso non solo l’etichetta ideologica, ma soprattutto il sistema politico di “appartenere a”, di pensare e di agire.

A sx, a dx e al centro.

Cerco di farmi comprendere meglio.

Avevamo (secoli fa) Prodi; poi passò la mano a Veltroni e costui a Franceschini.

Enrico Letta era segretario di Prodi nel governo. Da ieri ad oggi il suo pensiero non ha fatto molto strada, come il PD: hanno proceduto sulla stessa falsariga e sempre con profonde divisioni interne.

L’elettorato non ha guardato al trasformismo camaleontico, ma li ha puniti e continua a punirli.

Ciò indica una sola cosa: la gente aspetta fatti e non parole che si ammassano su altre parole, come i mattoni in un mucchio inutile.

Veltroni ha cercato di raddrizzare la barca, ma con lo stesso sistema demagogico; e non ci è riuscito.

Poi venne Franceschini; e il suo “gridare” veloce, ripetitivo e cacofonico indica solo la sua “impreparazione” sia a produrre idee pragmatiche, sia a condurre un movimento. Chiamarlo partito per ora sarebbe troppo.

Non costruisce, ma pare, sempre, cercare la rissa.

E se questi è un leader … stiamo freschi.

Chi costruisce cerca sempre punti di dialogo con tutti, specialmente con chi sa costruire e ne ha la volontà. Non cerca mai lo scontro dialettico; lo lascia ad altri.

Tu sei bianco? Allora io sarò nero! E via di seguito, è solo il metodo classico per non far … nulla.

Le sparate populistiche poste fuori da un progetto complessivo sono solo escamotage dialettici per manifestare (inconsciamente) a tutti la propria incapacità: l’essere … bambini.

Letta era a Todi, non so se a Roma.

Ovviamente l’idea dei due operai, dei mattoni e della cattedrale non è farina del suo sacco, ma riedizione del pensiero di un politico del passato.

Ha i suoi pro e i suoi contro.

È valida come idea generale; è carente nel pragmatismo, poiché estremamente riduttiva e inglobata al solo operaio.

Perché l’idea di base è sempre una bella cosa, però bisogna dire come e su quali principi e valori, non solo etici, ma pure economici e istituzionali, voler costruire.

Diversamente rimane l’idea della cattedrale, ma di questa trattiene solo il nome: non vi è un plastico (pur se modificabile strada facendo), non vi è una cubatura, non vi è una disposizione, non vi è un progetto dettagliato.

Vi è solo l’intenzione!

A meno che si voglia costruire la “basilica”, che con la cattedrale può sovrapporsi, però differenziandosi nel significato semantico.

Anticamente era la casa del potere, quindi del re (etimologia greca: regnante – casa del re).

Per costruire una cattedrale (cattedra – dove si insegna) politica vi è bisogno dell’opera di tutti.

Le cattedrali erano il frutto di un popolo tutto (città), unito sul progetto, anche se diviso negli interessi: chi dirigeva, chi insegnava, chi imparava e chi … lavorava. E tutti nell’espletare la loro singola mansione “pregavano”.

La basilica era, in origine, il luogo dove risiedeva il re e si praticava il potere.

Però il cristianesimo che ha prodotto le cattedrali indicava un’unità di intenti, anche se una diversità nel privato di interessi.

Era un modo per produrre nei secoli la “cattedrale” magnifica del proprio essere uomini e cittadini: un’ideologia etica e sociale!

Oggi, nel PD, non vedo questi intenti, se non una ricerca di recuperare consenso.

Gli uomini, come Letta, che vorranno costruire una cattedrale, avranno bisogno, prima, di comporre in sé stessi il proprio intendere di essere cittadino di un popolo, più che di un appartenente schierato in un partito.

Bisogna buttarsi l’arcaico pensiero alle spalle e cercare convergenze con chi la cattedrale la vuole costruire.

Alcuni in giro ci sono, ma pur avendo non molte idee, cercano convergenze con un mondo politico (leggi personaggi) con cui non si potrà mai costruire per un semplice motivo: questi stanno benissimo nella “basilica” e non andranno mai in una cattedrale.

Vi sono due operai.

Il primo sta lavorando sodo e sa di ammucchiare mattoni.

Il secondo, invece, pur ammucchiando mattoni ha pure un intendimento finale: servono per costruire una cattedrale.

Ma l’intendimento non è sufficiente a garantire la cattedrale.

L’idea della cattedrale è emblematico sia architettonicamente che culturalmente: lasciare ai posteri qualcosa di importante, perciò di bello e di utile a cui fare riferimento, capace di reggere per secoli all’impatto del tempo.

Le cattedrali si costruiscono in mezzo al popolo e non nel deserto.

Là, infatti, non servono a nessuno, proprio perché l’andarci non è solo inutile, ma pure rischioso e dispendioso. Sarebbe pure impossibile costruirle, se non trasformando prima il deserto in altro.

Letta si sente l’operaio che sa di ammucchiare mattoni per la cattedrale? Beato lui!

Gli operai sono necessari, ma non hanno mai eretto cattedrali per un semplice motivo: da soli non ne costruirebbero mai.

Non in due, ovviamente, ma neppure in mille o moltiplicati all’infinito.

Perché?

Perché per farlo serve ingegno! Tanto ingegno: capacità, lungimiranza, conoscenza delle varie discipline dei solidi, delle resistenze e della gravità.

La cupola fiorentina del Brunelleschi si sarebbe potuto erigerla senza di lui?

Proprio no, perché milioni di mucchi di mattoni non faranno mai una cattedrale se questa non persiste nella mente dell’architetto.

Marx, detto semplicisticamente, ha eretto un sistema. In pratica addossando mucchi di mattoni.

Il problema è che nel tempo i mattoni hanno evidenziato che tanti muri non facevano una cattedrale, bensì ghetti culturali dove i mattoni erano sì tutti uguali, ma schiavizzati al singolo muro.

Perciò sono crollati non possedendo la legge (economica e sociale) architettonica in grado di farli resistere nel tempo.

Sono rimasti i mattoni, ovviamente, a mucchi come all’inizio.

Le aggregazioni attuali, Fini docet, sono deleterie nel tempo se i mattoni non sono assemblati da un architetto ( o pool) capace. Proprio come il PD.

Pure il Centro vuole costruire il suo polo/cattedrale, anche se non si sa bene con chi.

Perciò ci si riunisce cercando di aggregare mucchi di mattoni senza l’architetto. Ovviamente i mucchi di mattoni che non appartengono ad altri monumenti.

Pure la DC, nei decenni passati ha fatto la stessa cosa.

Sturzo ha lanciato l’idea di base, De Gasperi l’ha raccolta e cercato di costruire, le Correnti hanno ammassato solo mattoni (voti).

Morto De Gasperi, che voleva il bipolarismo perfetto, il partito si è nel tempo sfaldato, asserragliandosi prima nella basilica del potere e poi rimanendo sepolto sotto le macerie del … malcostume.

Chi boicottò De Gasperi (e molti suoi successori)? Le Correnti; proprio come Fini sta facendo col PDL.

Chi fa e chi … disfa, conclamando però di costruire.

Chi è stato al Colosseo non potrà fare a meno di considerarlo un monumento “spoglio”. Diciamo: molto grezzo.

Perché? Perché nel tempo fu spogliato delle cose importanti (marmi) che lo ornavano, traslate per costruire altri monumenti/cattedrali.

Una cattedrale ormai obsoleta, inutile e incongruente ai tempi è stata smantellata per farne altre necessarie, il cui fulgore appare ancora oggi ai nostri occhi.

In pratica il paganesimo è stato sostituito nell’etica sociale dal cristianesimo; e i suoi monumenti hanno fatto la sua stessa fine.

È rimasto un rudere che indica un mondo passato, superato e obsoleto. Bello ai suoi tempi, ma non per questo eterno!

Il cristianesimo denota le vistose crepe dei secoli per un semplice motivo: non ha saputo amalgamarsi al procedere dei tempi.

Se risorgerà o se diventerà come un ricordo di un tempo che fu, come il politeismo greco-romano, lo dirà la storia.

Di sicuro c’è che l’ideologia etica e sociale deve essere sostanzialmente rinnovata, perché la recessione è, di norma, il prodromo del crollo di un sistema religioso-sociale: la fine di un periodo.

E i partiti seguono lo stesso destino a ruota.

I Governi occidentali, e non solo, sono intervenuti massicciamente a sostenere l’economia, malata grave, ciclicamente, della nostra società attuale.

Ovviamente il malato va curato, ma deve essere pure supportato da un’attenta eziologia che modifichi il suo incedere, onde non farlo ricadere di nuovo nella malattia e poi nella morte.

L’economia è sempre collegata ad un essente sociale, perciò ad un’etica comportamentale e procedurale.

Ne consegue che non solo i partiti devono essere riformulati, ma pure la società e la religione. Piaccia o non piaccia alla gerarchia politica e ecclesiale.

È tempo di lavoro! Ma prima di fare il lavoro serve l’architetto, altrimenti i mucchi di mattoni non diventeranno mai cattedrale.

Nei vari gruppi politici vi è questa esigenza di riformulare; però ognuno vuole restare nella propria basilica per il semplice motivo che l’operaio campa alcuni decenni e la cattedrale diventa operativa dopo molti di più.

Chi oggi vuole costruire una nuova cattedrale deve innanzitutto sganciarsi dalla propria basilica: Letta dal PD, Casini dal Centro, Fini dal PDL.

Ovviamente i nomi citati sono solo indicativi e possono essere sostituiti con molti altri. Li ho presi a caso come esemplificazione discorsiva senza alcun nesso specifico.

Poi devono aggregarsi con chi ritengono utile, stilare un programma (di tutte le discipline) completo e preciso e poi confrontarlo, migliorandolo, con altri gruppi che convergono sulle tematiche affini.

Solo così si abbozzerà una cattedrale che con il necessario aiuto dell’operaio del mattone sarà poi costruita.

Diversamente si faranno tante belle parole e nessun … fatto.

Concludendo

I mucchi di mattoni rimarranno solo mucchi ingombranti di mattoni che intralceranno il procedere del cittadino nel piazzale, senza che la cattedrale cominci a sorgere.

Perché è ovvio che senza una strategia precisa e con le idee chiare di un architetto, Letta, o chi per lui, sarà solo uno dei due operai dediti a manovrare mattoni per fare solo dei mucchi di mattoni.

Il lettore ben comprenderà la cacofonia che mi sono permesso, che esplica però il concetto esatto che né il primo, né il secondo operaio, coscienti o no del fine ideologico, non sapranno mai costruire da soli, spostando mattoni, la magnifica cattedrale per i posteri e per … gli utenti.

Oltre, ovviamente, per sé stessi.

Gli antichi (la storia), da sempre ci insegna che si costruisce recuperando i marmi pregiati del passato, ma ciò non lo si può fare se il marmo (persona) rimane nella basilica originale, che sia questa il Colosseo o un partito.

Diversamente ogni polo-partito costruirà una sua chiesa (confraternita), ma non una cattedrale (nuovo sistema sociale).

Perciò saremo sempre come ora.




[1] - Costruire una Cattedrale – Enrico Letta

domenica 12 aprile 2009

Il terremoto della coscienza e la resurrezione.

Il terremoto, quello naturale, è arrivato in una settimana dell’anno particolare: quella della Pasqua.

Un altro, quello che smuove le coscienze, è arrivato un po’ più tardi; e non nella settimana santa liturgica, ma in quella della globalizzazione, cioè della comunicazione, audio e video, quasi istantanea.

Quasi, sottolineavo, perché l’evento naturale, il disastro, giunge in ritardo nella mente di tutti, con quell’assommarsi di immagini e di voci che, in un crescendo continuo, fanno comprendere appieno la gravità della situazione, i lutti, la distruzione e l’ampiezza della … catastrofe.

La catastrofe non è mai un evento (disastro) naturale, ma è sempre opera dell’uomo: della sua inettitudine e del suo egoismo.

Bene a fatto il Presidente Napolitano a parlare di “responsabilità diffuse”, anche se non ha ben spiegato, ma solo lasciato intuire, quali queste siano e di chi siano.

E sono quelle che hanno prodotto la catastrofe.

Peccato che siano … tardive. Ma, come dice il detto sapienziale: meglio tardi che mai!

Il tutto, detto da uno che da mezzo secolo (circa) vive di politica, è indice di “mea culpa”, anche se non professa.

Le mappe dei terremoti si conoscono da secoli, specie in occidente.

Ne consegue che il Friuli e tutta la dorsale appenninica, dalla Garfagnana alla Calabria e Sicilia, sono spesso e ciclicamente devastati da forti movimenti tellurici.

Perciò nulla di nuovo!

Similmente si sa che la Valtellina è una valle franosa che, quasi, non dovrebbe neppure essere abitata.

Come l’area vesuviana è una zona vulcanica che può risvegliarsi da un momento all’altro.

Eppure si hanno insediamenti urbani non confacenti, oppure costruiti in zone conoidali o soggette ad eruzione sugli stessi contrafforti eruttivi.

Non posseggo la televisione e perciò non vedo; però sento e … ascolto.

E la mia casa, pur non essendo in zona sismica, è da anni assicurata contro gli eventi naturali.

E dal mormorio dolente vedo la speranza di un mondo migliore e un Uomo che più che un politico è un imprenditore: si muove, è presente, organizza, soffre, piange e si unisce al dolore di tutti.

E fa programmi e non solo promesse!

È un uomo che si è prestato alla politica e che intende cambiare il modo turlupinatore di fare politica.

Benché non abbia, io, la veneranda età di Matusalemme, non ricordo un politico che in circostanze analoghe non sia stato fischiato.

Cos’è cambiato? L’uomo politico o la mentalità popolare?

Nessuno dei due. Si ha la fortuna d’avere come capo di Governo un uomo pragmatico che sa fare, si da fare e non intende restare ad … osservare. Magari sbagliando pure, però operando e non procrastinando. Un imprenditore e non un tattico.

Non è un politico perché non vive di politica, anche se ha usufruito di questa per fare affari.

Non è un politico perché non fa calcoli personali, anche se cavalca i sondaggi.

Non è un politico perché non è cinico nello sfruttare gli eventi, ma cerca di condurli secondo una linea logica che fa dell’operatività la linea d’azione prefissata.

Non è un politico perché vede le necessità, dando a queste una certa priorità per l’utilità nazionale.

E se guardiamo ai predecessori non si può fare a meno di capire come sarebbero andate le cose con questi al comando.

È vero: Berlusconi non è un grande politico, né uno statista! Ma alla nazione non servono i tatticismi di molti politici dediti più agli intrallazzi e alle parole che all’operare.

E se guardiamo a quelli tanto decantati che lo hanno per decenni preceduto, tolto uno gli altri son proprio da … buttare.

La sua operatività non si ferma solo alla necessità contingente, ma prende da questa lo slancio per aggiornare il sistema strutturale e operativo del paese.

Rifiuti, fine vita, recessione, immigrazione, ordine pubblico, giustizia … e terremoto sono stati affrontati con decisione, magari con lacune ed errori, ma pur sempre con l’intenzione di risolvere subito l’annoso problema.

E al funerale non si è piazzato nella “fredda” enclave istituzionale dei “privilegiati”, ma tra il popolo dei parenti, perciò degli afflitti, dei dolenti, dei senza tetto e dei … disperati: di coloro che aspettano che il samaritano li tragga dalla disperazione dandogli speranza e offrendosi come uno di loro, là davanti alle bare allineate di coloro che potevano esserci e non ci sono … più.

È stato ed è un soccorritore, proprio come quelli che scavano tra le macerie o risolvono e alleviano le necessità giornaliere del dover sopravvivere.

Ha pianto, ha sofferto, ha abbracciato, ha consolato: è stato popolo e uomo e non politico.

Nessuno lo ha chiamato “Signor Presidente”, bensì per nome: “Silvio …”.

E lui, con il suo abituale modo di essere, infonde fiducia nel futuro, incoraggia, programma, è presente e … lavora. Non se ne sta appartato e rintanato nel palazzo del potere, ma tra la gente comune che ha bisogno innanzitutto di sentire lo Stato fisicamente vicino nell’enormità della tragedia.

La sua vita non è un esempio limpido di cristianesimo; tutt’altro, ma neppure il samaritano lo era. E il buon ladrone si accaparrò il paradiso unendosi al dolore di Cristo.

Come non sono tutti cristiani (cattolici) coloro che sono accorsi sul luogo del disastro per soccorrere, sia come organizzazione istituzionale sia civile. Magari battezzati sì, ma praticanti no!

So di conoscenti che, pur essendo a centinaia di chilometri di distanza, hanno piantato tutto e con il loro gruppo già alle 10 del mattino, del giorno stesso, erano operativi sul posto.

Eppure sono spesso tacciati sia dalla gerarchia ecclesiastica, sia da altre forze politiche, di razzismo e di egoismo.

Ben vengano tali uomini razzisti ed egoisti che sanno prontamente donarsi!

Anche gli imponenti mezzi di una ditta specializzata bergamasca, con gli addetti necessari a farli funzionare, venivano trasportati in loco, a meno di 24 h dal sisma, onde rimuovere travi e detriti per salvare vite umane.

Cosa c’è dietro un simile movimento di popolo?

La voglia di essere Popolo e Nazione!

Pure l’opposizione si è comportata bene, ma difronte ad un simile disastro non poteva fare diversamente. Tant’è che ora si cominciano a sentire alcuni “distinguo” sporadici e stonati di singoli esponenti.

Nel complesso l’anima di un popolo, quella che indica la coscienza dell’intendere nazionale, ha abbandonato l’egoismo individuale per proiettarsi nella dedizione totale: uomini, donazioni, disponibilità, supporto, compartecipazione al dolore e … responsabilità nella grande dolenza che ha unito il Paese e sprofondato nel lutto.

Nell’Abruzzo molti scampati si son messi subito all’opera come soccorritori, altri han dato supporto logistico ai senza tetto, altri ancora, affranti dalla disperazione e dal dolore, si sono pure abbandonati ad una comprensibile lamentela per il loro stato personale; ma ciò è perfettamente nella norma dopo un simile sconquasso.

Responsabilità diffuse” disse Napolitano.

E disse molto bene: responsabilità innanzitutto della politica, poi degli amministratori, poi dei tecnici, poi dei costruttori, poi degli abusivismi e dei condoni, poi … anche dell’indifeso cittadino, che se ne è stato nella propria ignoranza inerme invece di aguzzare l’ingegno.

Basti pensare a quanti avevano assicurato la propria casa contro gli eventi naturali o avevano guardato a come si costruiva e si ristrutturava.

È vero: non tutti possono essere ingegneri, perciò in grado di capire la tecnica costruttiva. Ma per chi spende decine di migliaia di € per una casa il fatto della sicurezza dovrebbe essere primario, più del colore e del disegno delle piastrelle del bagno o dei fregi decorativi del soffitto.

La sostanza prima dell’apparenza.

Ciò non lo dico solo per gli abruzzesi, perché, ovunque, siamo tutti uguali.

Quello che il terremoto ha evidenziato positivamente è stata la coscienza individuale ancora esistente, la quale, fuoruscendo dalla crosta personale screpolata dell’egoismo, ha manifestato che un popolo ancora esiste e che si sente unito e solidale.

Il dolore e la tragedia sono i maggiori collanti che favoriscono la solidarietà tra persone, perciò quella necessità civile che impone d’essere fratelli.

La grave recessione in atto aveva già manifestato in molti questa disponibilità ad essere uniti su quei valori di solidarietà civile che traggono la loro origine da una cultura cristiana, anche se non da una pratica cattolica.

Anche la maggioranza attuale, pur con l’inevitabile dialettica politica di parte, si è accinta al ruolo del governare con la ferma intenzione sia di amministrare il Paese sia di ammodernarlo nella stessa e incanutita struttura istituzionale.

Sicuramente in futuro vi saranno cose da migliorare ed errori da rimediare, ma è ovvio che il fare produca quel surplus che dona ricchezza, non solo economica, alla Nazione.

La coscienza è risorta!

È uscita dal sepolcro, imbiancato dalla politica e dall’individuale vivere appartato.

Pure la Chiesa si è data da fare e non con il … funerale.

E la collaborazione sarà maggiormente prosperosa nel futuro prossimo se chiesa e stato sapranno dialogare nella sinergia di valori e principi che impongono una libera Chiesa in un libero Stato, dimenticando lo sproloquiare dialettico di alcuni politici e religiosi.

Perché, a parte le parole e il ruolo di rappresentanza istituzionale, sono proprio questi che non sono “risorti” a vita nuova, vanificando la passione di Cristo e dei terremotati.

Siamo una Nazione! Una nazione fattiva che intende risorgere non solo dai vari terremoti (gravi problemi) locali, ma soprattutto dal terremoto recessivo.

Per farlo non c’è bisogno d’essere necessariamente cattolici praticanti, ma cittadini coscienti del proprio diritto e, soprattutto, del proprio dovere: il dovere d’essere imprenditore, commerciante, politico, amministratore, religioso, operaio, impiegato … docente.

Il dovere d’essere cittadino!

L’essere Samaritano col nostro prossimo che giace nella necessità.

Agli amici parlamentari, che hanno offerto, quasi istituzionalmente (forzatamente), 1.000 della loro indennità parlamentare per i terremotati, vorrei rivolgere un invito, non prima d’aver fatto una semplice osservazione.

Spulciando tra le vostre pubbliche dichiarazioni dei redditi vedo che la stragrande maggioranza di voi possiede redditi che superano di gran lunga i 100.000 € annui, al netto dell’indennità parlamentare. E molti anche assai di più.

Molti di voi si sono “arricchiti” con la politica, quella di professione, che ha generato pure poltrone, ben retribuite, in società o in organi istituzionali.

Un parlamentare della mia terra, appartenente alla maggioranza, ha avanzato la proposta di raddoppiare tale cifra, facendo affidamento alla coscienza individuale.

Non voglio dire quanto costui ha dichiarato, come non mi interessa catalogarlo per altri.

Osservo solo che l’indennità parlamentare percepita vi pone in un ruolo di grande privilegio economico, al riparo da qualsiasi recessione e terremoto.

Serve uno scatto di orgoglio, di quell’orgoglio che vi faccia sentire popolo e nazione!

Date almeno una mensilità della vostra indennità parlamentare, proprio facendo affidamento alla vostra coscienza di privilegiati. Specialmente se siete cattolici.

Diversamente, cari amici che decantate il Bene comune in ogni ragionamento e discorso, il vostro incedere evidenzierà solo quel personalismo egocentrico che pretende privilegi e mai doveri. Quel dovere di radicalizzarvi nelle problematiche della gente non offrendo una sola goccia del vostro avere, ma qualcosa di più sostanzioso: parte di voi stessi, che dovreste essere al servizio della comunità.

E sarebbe bello sentire un capogruppo alzarsi in Parlamento, chiedere la parola e annunciare che tutti i componenti del gruppo di appartenenza sottoscrivono l’iniziativa di donare una mensilità.

Mi rendo pure conto che ognuno nel privato può dare molto di più nel riserbo personale che impone di dare senza pubblicità.

Ma è appunto per la vostra posizione pubblica di rappresentanti del popolo che una tale iniziativa comune sarebbe opportuna, onde far sentire la politica accanto al cittadino.

Diversamente avverrà che tra poco, quando il clamore dell’evento si dissolverà insieme alla polvere dei crolli, tutto ritornerà come prima.

Proprio tutto direi di no!

Difatti la prontezza dei soccorsi e la vastità dell’adesione all’evento ha evidenziato che alla base e in alcuni politici le cose sono cambiate.

Ed è appunto su questa flebile percezione personale che il popolo trae la fiducia nel proprio futuro, specie in tutte quelle persone, politici o semplici cittadini, che si son date da fare prontamente oltre ogni logica individuale e istituzionale.

Chiuderei con un richiamo al dialogo, a quel dialogo che indica nelle persone fattive la controparte con cui poter prima dialogare e poi costruire senza preconcetti.

Non siamo un popolo confessionale; ma la politica spesso lo diventa in quell’asserragliarsi contrapposto su ideologici schieramenti: in quel demonizzare l’avversario che incute reverenza e timore per quanto sa fare e ideare.

Il samaritano si china su tutti, non guardando al colore dell’ideologia o dello schieramento politico.

E non lo fa perché è cattolico, ma solo perché quello è il suo dovere di cittadino.

Buona Pasqua a tutti quelli che mi seguono e, soprattutto: Buona Resurrezione!

Perché non vi può essere Pasqua senza Resurrezione.