mercoledì 4 febbraio 2009

Il Silenzio del meditare.

Pensavo che una figlia si stesse forzatamente spegnendo per il volere di un padre. Ed ero … triste!

Meditavo nel silenzio della mia … notte insonne e laboriosa!

Meditavo il complesso meccanismo neurologico che porta a simili decisioni.

Ricordai quando anni prima era toccato a me decidere in ben due occasioni per due congiunti: nella prima decisi per il “rischio”[1] della vita, nella seconda per la rinuncia alla cura.

Non fu un passaggio semplice e indolore in entrambi i casi, specie se si è costretti a decidere in poco tempo: ti lascia una ferita interiore profonda che ha bisogno d’anni per rimarginare.

Si è soli con … Dio e la propria … coscienza! La coscienza del dover affrontare il problema e … decidere. Con un Dio che è comunque … lontano anche se dentro di … te.

Lo scandire inesorabile del tempo non ti concede scampo.

Mi disse: “Se lo opero rimarrà una larva, ma vivrà. Sarà un vegetale!”. Era mio padre!

Guardai la Tac e il grave ematoma cerebrale.

L’amico che stava davanti a me taceva, conscio che avevo le cognizioni tecniche per capire tutto. Taceva e rimaneva in attesa; era un luminare!

Gli chiesi un giorno di tempo per decidere e me ne andai con il faldone clinico sotto il braccio.

Ci … pensai e … decisi: il lume non valeva la candela!

Se ne … andò per un edema polmonare alcuni giorni dopo, altalenante tra parvenze di momentanea lucidità e coma.

Pure oggi, a distanza d’anni, ripeterei la stessa scelta!

Il rapporto[2] del padre con la figlia è traumatico, specie se la concezione di “padre” viene rapportata solo al campo genetico: si ha la convinzione che la figlia sia sangue del tuo sangue.

In pratica una diramazione di sé.

Diversa è la concezione di padre universale, perché questa implica non il bagaglio genetico, ma quello culturale: l’essere padre perché si sceglie di essere tale!

Ne traggo la convinzione che spesso il congiunto (padre, figlio, consorte) venga concepito nell’essenza errata nel nostro affetto morboso: un Oggetto anziché Persona.

E ciò lo diventa maggiormente nei terzi interessati, dove la “parte” contesa diventa il campo di battaglia ideologico.

Non mi pongo il problema se i soggetti interessati siano credenti o agnostici, di dx o di sx, perché ciò sarebbe un falso problema.

Ciò che conta, specie dove c’è un profondo legame affettivo, e l’assumersi la responsabilità per chi non la può in quel momento esprimere.

Entrare, stando fuori, nei meandri ideologici e culturali di un padre è impossibile, perché ci è completamente estraneo il sentimento tra loro esistente, la consuetudine e l’affidarsi reciproco.

Non si possono vivere e comprendere i momenti migliori e peggiori: la gioia, il dolore, l’abbandono e … l’impotenza materiale.

E quando uno diventa impossibilitato e incapace a decidere diventa Oggetto dell’altro, anche non volendo.

L’Essenza di Persona sta nell’essente: in quella capacità di concepire pienamente il proprio esistere.

Il decadere dall’essente non pone il soggetto interessato in correlazione all’altro, bensì lo fa diventare subordinato, perciò vincolato.

Perciò il padre è rimasto Soggetto e la figlia è diventata un suo Oggetto!

Pure il Padre, con la creazione, decise il destino del Figlio: in quel divenire della Trinità che vede, come forzato passaggio intermedio, la crocifissione del Figlio.

L’amico Aperitivo[3] mi espresse anni fa la sua incapacità a comprendere tale sacrificio e il solo affidarsi totalmente alla fede gli fu di sostegno. La fede nella Volontà/Divina Provvidenza del Padre e non nel ragionamento umano sul mistero.

Perciò, se Dio sacrificò il Figlio per ragioni a noi umanamente inconcepibili, si può benissimo comprendere ed accettare il profondo travaglio interiore di un padre genetico.

E mi chiedo se la decisione paterna, assunta nella sua assoluta coscienza di genitore e tutore, non coincida con quella del Padre. In pratica il mezzo esecutivo della Divina Provvidenza!

Di fronte ad un simile dramma vi è ragione di issare tante bandiere ideologiche e di pronunciare la parola eutanasia?

No! Vi è solo l’esigenza (dovere) di meditare, accettare, capire, rispettare, comprendere e di … tacere! Nel silenzio.

La figlia, per il padre, è Oggetto o Persona?

La risposta sembra scontata, ma, in effetti, non è tale.

La figlia per ora è Oggetto, in attesa di diventare nuovamente Persona.

E Persona lo diventerà all’atto della morte corporale, in quel distacco terreno che decreterà civilmente la parola fine alla sua sfortunata esistenza. Allora anche il padre avrà la sua catarsi liberatoria nel trapasso della figlia e la riavrà come Soggetto nuovamente indipendente e parificato ad ogni essere mortale: una figlia indipendente dal padre.

Avrà eseguito il suo compito impostogli dagli eventi in piena coscienza.

Per ora la figlia è Persona unicamente per il Padre che attende di accoglierla nella comunione della beatitudine eterna.

Perché la figlia è ora Oggetto? Perché tutti la usano per legittimare i propri intendimenti: i parenti, i media, la gerarchia ecclesiastica e politica e noi cittadini.

In pratica la sua Essenza la trasliamo nell’incapacità nostra di affrontare la vera problematica esistenziale, richiedendo ad altri (i politici, i giudici) una regolamentazione legale.

La Legge umana, infatti, non è altro che l’esaltazione dell’incapacità antropica di sapersi perfettamente regolare e … di comprendere le fondamentali tre domande escatologiche: chi siamo, donde veniamo e perché esistiamo!

Ed è lo stesso rebus che si pose l’amico Aperitivo per il sacrificio del Figlio.

Siamo dei sepolcri imbiancati: uomini farisaici che affrontano il problema con spettacolare cinismo tramutando … la Persona in Oggetto.

17 anni di calvario per i congiunti e di vita vegetale per lei sono forse indolori? Lo sono per tutti noi che viviamo il dramma pontificando distaccati, ma non per chi lo vive (e lo ha vissuto) in prima persona: i congiunti, la figlia, le suore che l’hanno accolta ed accudita e … chi si è assunto il compito di “accompagnarla” nell’aldilà.

Le nostre decisioni lasciano sempre una traccia e in simili casi una devastante ferita interiore. Non incide solo sull’egoista; ed oggi la nostra “civiltà” ne è piena.

Per recuperare l’Oggetto in Soggetto, perciò in Persona, non vi è bisogno della morte fisica civilistica, bensì il concepire l’Altro come essente alla nostra esistenza: l’essere Samaritani con chi ci sta accanto e il donarci completamente a lui, perché con l’offrirci all’altro entriamo in comunione con Dio.

E solo allora il valore di Persona sarà primario su tutto nel rispetto delle decisioni che in piena coscienza l’individuo deve assumersi.

Nessun Papa, Cardinale, Vescovo e credente può decidere per chi è chiamato a farlo, sia questo cosciente o tutore, perché costui nel decidere è solo con … Dio e la sua … coscienza. È nel giusto pure sbagliando.

La coscienza non è un valore relativistico, ma un essente in totale rapporto con Dio. Si può magari sbagliare, ma non peccare!

E se la Provvidenza ha i suoi fini imperscrutabili, allora si ha sì il diritto di insegnare, ma non di reiterare la speculazione ideologica/religiosa oltre ogni logica.

Perché, dopotutto, la Gerarchia ecclesiastica e politica è in grado di dimostrare scientificamente che la morte della figlia non sia la volontà del Padre che decide in tal senso usando come mezzo il genitore?

No, credo!

E allora mi sia consentito invitare a meditare nel silenzio e nel totale rispetto della dignità e delle responsabilità altrui, affidando la figlia al Padre e alla sua infinita Misericordia.

E con lei pure i congiunti e gli operatori.

Preghiamo che la Pace scenda su tutti loro!




[1] - L’operazione comportava un alto rischio immediato.

[2] - Il discorso può essere facilmente capovolto: figlio/genitore e coniuge/coniuge.

[3] - Pseudonimo.

2 commenti:

Giuseppe Sbardella ha detto...

Grazie Sam.
Concordo pienamente sul primato della coscienza.
Il problema in questi tempi di chiasso è trovare il tempo ed il luogo per saper interrogare la propria retta coscienza e discernere la giusta risposta.

Un abbraccio

Anonimo ha detto...

Caro Sam,
mai come in questo momento mi sono trovato in sintonia con te.

Tu non scagli pietre per lapidare, ma comprendi l’operato altrui anche se non sei d’accordo. E nel comprendere aiuti a capire.
Indichi pure la via da seguire quando affermi:
“Per recuperare l’Oggetto in Soggetto, perciò in Persona, non vi è bisogno della morte fisica civilistica, bensì il concepire l’Altro come essente alla nostra esistenza: l’essere Samaritani con chi ci sta accanto e il donarci completamente a lui, perché con l’offrirci all’altro entriamo in comunione con Dio.”

Non tutti seguono questa via; diversamente il regno di Dio sarebbe più vicino anche nella gerarchia ecclesiastica.

Grazie, caro Sam!

Carlo M.