domenica 5 marzo 2017
Mutevol tempo.
Piove sulle dolci balze che inondano il lago,
e salendo la china del monte diventano aspre,
tramutando in alto in pascolo lo spoglio bosco,
entrambi coperti da brumosa cappa nebbiosa.
Lo scuro Guglielmo incombe severo sui laghi
col cupo cappello calato profondo sul capo.
Mi guarda da lungi muovere gli stanchi passi
tra candidi fiocchi sopra un oceano di nubi.
L’amata cascina segue sorniona col guardo
il mio lento inceder tra rade primule in fiore;
l’ellebor svanito si mischia con l’erica viola
e nel bosco il bucaneve mi s’inchina festoso.
Burrasca di neve mi copre con raggio di sole
e gelide folate flagellano la costa del monte.
Sussurran qualcosa che non posso afferrare,
… d’una stagione che si preannuncia migliore.
Migliore non sono quando il corpo decade;
ma quassù trovo ancora gli stimoli giusti.
Mutevol tempo non mi impedisce di andare
verso la meta che attende, certa, ogni uomo.
Buon Dio, quant’ho ancor da viver di tempo
tra zombi vanesi che vagan ovunque ognora?
Di lor non mi curo. Li osservo solo passare,
come le bizze dell’instabil tempo invernale.
domenica 15 gennaio 2017
Candida Neve.
Candida neve, che i miei lenti passi contrassegni,
tardivi come il tuo sparuto e tardo imbiancare;
che da lungi i bimbi, vogliosi, amavan vedere,
nel tuo volteggiare leggiadro nel gel stagionale.
Dalla cascina il guardo osserva il tuo bianco velo,
ch’ogni impurità umana cela al viandante romito,
velando pure il futuro, che bianco sarebbe radioso,
ma che il buio radente rende incerto e dubbioso.
Il tardo sole di Giano abbacinante t’illumina solo,
ma immota nel gel ti lascia riverberare lontano,
vestendo lo smeraldino ginepro come i pinguini,
che goffi solcano il ghiaccio d’un mare lontano.
Pure il lago, laggiù, ha cambiato in valle il vestito,
qual campo che cela al tepore il germe del grano.
Un niveo biancore aggrazia ovunque ogni cosa,
qual candida sposa che il talamo attende vogliosa.
Le mie grevi membra non sai nondimen riscaldare,
perché il tuo mantello m’acceca alla vista il futuro.
Insensibil al fato cammino apatico verso la meta,
bramando con gioia ciò che Dio mi avrà già fissato.
martedì 27 dicembre 2016
Un governo di … gentiloni.
Venti punti di differenza tra i Sì e i No fanno il 50% in più. Perciò, come avevo previsto, Renzi ha preso atto della sonora batosta e ha lasciato (costretto dall’evidenza) il Governo.
Abbandonata
l’abituale arroganza, nell’ammettere la sconfitta, ha piagnucolato come i bimbi
cui è stato sottratto per castigo il giocattolo preferito. È già positivo che
abbia ringraziato l’Agnese e non la Maria Elena.
A chi
dice che è stato coerente con le sue dichiarazioni precedenti, vorrei semplicemente
ricordare che alle esternazioni sul dimettersi aveva aggiunto, sempre, pure
quella del suo ritiro dalla politica. Ciò non è avvenuto perché in vita sua ha
fatto solo politica e di quella finora ha vissuto.
Per la
verità non fu il solo a fare questa dichiarazione, ma pure altri del suo
cerchio magico autoreferenziale. Vedi ad esempio la Boschi che, celando la
bugia e le magagne giudiziarie familiari sotto la lunga chioma, ha proseguito
la scalata sociale fino alla vicepresidenza del governo.
È nato,
per gentile concessione del Presidente Mattarella, il Governo Gentiloni, che molti media hanno definito il governo copia e
incolla.
Come si
sa il suffisso “oni” è un degenerativo peggiorativo dell’articolo o sostantivo
usato. Infatti, si può notare la grande … disponibilità e dedizione sociale al
bene comune dei membri del “neonato” governo, nonostante l’eclatante bocciatura
referendaria.
Più gentiloni di così … si muore.
Gentiloni
non è Renzi. Ascoltando il suo discorso alla Camera, ho apprezzato la sua
brevità, pacatezza e sobrietà dialettica, sinonimi di certa precarietà.
Sicuramente è conscio, meglio di tutti, che il suo destino è strettamente
legato alla resa dei conti in casa Pd.
Nella
pratica: tirém a campà in attesa degli eventi.
Secondo
Mattarella – ritengo – non si potevano sciogliere le Camere e andare a elezioni
anticipate senza una Legge elettorale. Strano a dirsi, però, una legge
elettorale esiste, perché la Corte costituzionale ha rettificato solo in parte
la legge precedente; e l’attuale Italicum non viene analizzato sino al 24 Gennaio.
Se l’Italicum
renziano pare non sia più attuabile in base al risultato referendario, varrebbe
la pena chiedersi perché mai il Presidente lo firmò, rigettandolo nella pratica
ora.
Ovviamente
non sono Mattarella. Avrei però optato per una linea diversa, dando un mandato
esplorativo a Bersani, l’unico che è stato votato come candidato premier dalla
maggioranza relativa degli italiani. Fallendo lui si rimandava alle Camere
Renzi; e se non otteneva il necessario voto di fiducia si scioglievano le
Camere, lasciandolo in carica, come governo dimissionario, fino alle elezioni.
Mettere
un nuovo premier e avere lo stesso governo è solo un’operazione di maquillage
per gli illusi.
D’altronde
Mattarella non è figlio elettivo di Renzi?
Il
Governo italiano è un Governo parlamentare. Ciò significa che deve avere
l’approvazione delle Camere.
Però,
negli ultimi tempi, si è avuta una degenerazione procedurale, perché gli ultimi
governi non sono stati governi parlamentari, ma solo governi del presidente,
rettisi più o meno lungamente solo sui continui e ridondanti voti di fiducia.
Tutto
ciò esplica chiaramente il fallimento della politica e l’usurpazione di regime
democratico di molti poteri.
I
partiti sono in crisi evidente: nascono, crescono, si ridimensionano, si
dividono e muoiono con estrema facilità. Il loro destino è tanto effimero
quanto precario, basandosi sulle promesse elettorali e sulle aspettative che
possono ingenerare nell’elettore. Costui, sentendosi poi tradito nelle promesse
e nei fatti, sposta repentinamente il suo voto su altri, castigando
l’affabulatore e sperando in un altro … affabulatore.
Partiti
in crisi equivale a politica in crisi.
Cosa
manca? Semplice: un disegno democratico sociale e soprattutto economico, perciò
industriale. Con l’avvento dell’Ue, infatti, si è
smantellato gradualmente tutto ciò che c’era, demandando gradualmente tutto
alla lontana e distaccata centralità della Commissione europea. Cedendo
sovranità si è ridotta in modo automatico pure la libertà.
Dal
progetto economico industriale si è travisato nel progetto finanziario, come se
l’economia potesse reggersi solo sul terziario.
Al
cittadino è stato in pratica cambiato lo status esistenziale: da persona a numero.
Inevitabile
che pure l’uomo politico attuale nasca privo e carente (incapace) di
progettualità, che d'altronde non più gli compete, essendo demandata questa a
una centralità fredda e lontana, esclusivamente finanziaria e poco umana.
Renzi è
stato – e forse lo sarà ancora per un po’ – l’alfiere esecutore di questa
progettualità, che sorge dall’Ue e dalla Bce.
Capace di fare il leone col proprio popolo e il coniglio con i poteri
forti e decisionali attuali.
Da
simbiologo ho sempre accostato Renzi – sintomatica l’assonanza dei nomi - a Cola di Rienzo (Rienzi alla romana: Nicola di
Lorenzo Gabrini, 1313-1354), il tribuno romano capace
di incantare il popolo con i suoi discorsi, salvo poi essere vittima fatale
delle sue mancate promesse. Fu, infatti, linciato dalla folla.
Tuttavia
non possiede la dialettica di Cola di Rienzo, ma esplica solo l’arroganza e la
protervia, sinonimi della sua iattanza del potere. Dove la dialettica politica
si tramuta in ciarleria, spesso denigratoria.
Entrambi
nell’intento riformatori. Talora e spesso, come accade, pro domo mea.
Per
Renzi, ad esempio, l’Italicum era la miglior legge elettorale di questo mondo,
perciò intoccabile. Poi, poiché i sondaggi cominciavano a dare M5S come prima forza
politica del paese, ha aperto alla possibilità di cambiare. Perché è ovvio: è
perfetta se mi favorisce, è pessima se dà il potere ad altri.
Ora,
pare puntare sul Mattarellum che con una grande ammucchiata di sx potrebbe reggere lo scontro
con le altre forze politiche. Con quale risultato non si sa; ovviamente a
scapito di quella subitanea governabilità che prima, con l’Italicum, tanto
declamava necessaria.
La
Storia, a molti, non ha mai insegnato nulla.
Nei
paesi occidentali vige una regola non scritta: il politico che perde si ritira
dalla politica. Lo abbiamo visto anche recentemente, anche se la sconfitta era
decretata solo da una manciata di voti.
In
Italia, ovviamente, no. Renzi lo ha tanto proclamato che alla fine se l’è pure
… scordato, nonostante l’enorme divario del voto referendario.
Dopo
aver fatto la riforma in Parlamento il suo governo doveva starsene fuori della
competizione, rimanendo neutrale quale istituzione di tutti. È, invece,
avvenuto il contrario, col demonizzare addirittura la parte avversa e pagandone
poi lo scotto.
Trarne
le conseguenze avrebbe dovuto essere inevitabile. Ovviamente non per Renzi e i
renziani, che intendono ripartire da quel misero 40% di consensi ottenuti,
ignorando che questo consenso è il frutto di una convergenza trasversale.
Tutti
salgono sul carro del vincitore; poi scendono velocemente quando diventa un
perdente sconfitto.
Il
problema non è solo ai vertici, ma pure altrove, vedi Roma e Milano su tutte.
I
politici chiamati al lavoro non dico risultino poi collusi con qualche mala
faccenda, ma sono inefficaci nell’operare a determinati livelli.
Per lo
più sono le giovani leve che si fanno avanti con disincantato perbenismo,
sicuramente con tanto entusiasmo, ma pure con altrettanta incapacità, sia
dovuta all’inesperienza, sia al progettare con precisione e lungimiranza il
lavoro a cui il popolo li ha chiamati.
Per
Renzi vale lo stesso discorso, perché da lui e dai suoi non ho mai sentito
definire nel dettaglio i progetti a cui si accingevano. Risultato: han fatto i
firma carte dei progetti altrui.
I
giovani, per il cui futuro Renzi si “dannava”, sono stati i primi a votargli
contro. Ciò significa che il futuro renziano non è quello a cui i giovani oggi
aspirano.
Questo
fatto è sintomatico di quanto sia grande la scollatura percettiva della
politica verso la società reale.
Il
cittadino e il giovane in particolare oggi chiedono Lavoro, non il posto fisso.
Chiedono una vita decorosa e non infinita precarietà sulla loro pelle: quella
dei voucher.
Con la
precarietà una nazione agonizza, non vive.
È perciò
chiaro che l’Italia con Renzi abbia “perso” tre anni.
Analizzando
il lavoro del suo governo è evidente che l’Esecutivo ha remato dalla parte
opposta delle aspettative popolari: la riforma costituzionale è stata
“annientata” dal referendum, il Jobs act rischia con l’eventuale prossimo referendum
di fare la stessa fine, la Legge elettorale è tutta da riscrivere, il Decreto
sulle Popolari in S.p.A. parrebbe addirittura anticostituzionale. Su ciò si
attende
Che
resta?
Sicuramente
le macerie del terremoto e le troppe tende ancora attive.
Un po’
poco per un governo che con la rottamazione voleva innovare la nazione,
rottamando invece solamente sé stesso.
Una
breve annotazione va riservata pure alla minoranza del Pd. Quella minoranza che
era prima la maggioranza e che insipientemente e con somma ignavia ha consegnato
il partito a Renzi, abdicando per la propria incapacità operativa.
Incapacità
maggiormente evidente nell’esplicare la propria opposizione interna,
ossequiente nei molteplici voti di fiducia.
Il solo
D’Alema si è erto a custode della sua indipendenza politica, mettendoci faccia
e dedizione.
Ne
consegue che il Pd sia un partito allo sbando e destinato allo sbaraglio, se
con Renzi ancora segretario, alle prossime politiche.
Se così
avverrà è ovvio che il Popolo sovrano avrà rottamato definitivamente il …
rottamatore.
E, forse
con esso, sconfesserà pure le alte cariche istituzionali che ciò han permesso e
voluto, unitamente a quella, lontana e centrale, della Commissione europea.
domenica 25 dicembre 2016
Buon Natale!
Carissimi amici, parenti,
lettori e conoscenti,
– mi si
acconsenta a utilizzare un’espressione abituale a Paolo di Tarso nell’iniziare
le sue epistole –
giungo a
Voi brevemente in questo modo per porgerVi i doverosi auguri.
Un sentito
grazie soprattutto a quanti me li hanno inviati privatamente nei giorni scorsi
e oggi.
Lo scorso
anno lasciai spazio a Sesac, rinunciando, per la prima volta, al tradizionale pensiero filosofico
e sociologico natalizio.
Pure quest’anno
non mi voglio impegnare in questa mansione per varie ragioni. La prima delle
quali è l’inesistente voglia di farlo.
Come molti
sanno le mie condizioni, da ormai un lustro, non sono ottimali. Il mio fisico
paga le cure e diventa ogni giorno più debole. Soffro qualsiasi piccolo sforzo.
Se fossi
poco ottimista, direi che non potrei garantire d’essere ancora tra Voi il
prossimo natale.
Tuttavia,
avendo già sfatato i test esistenziali, proverò a esserci per molto altro tempo
ancora.
Quest’anno
ho voluto essere di stimolo ad alcuni conoscenti che soffrono una grave
malattia, sia visitandoli, sia rincuorandoli. Alcuni se ne sono già andati,
altri ancora resistono.
Ho perso
pure un parente – peraltro con il mio stesso nome e cognome – per la mia stessa
malattia.
Ha resistito poco più di sei mesi.
Talora, nel
silenzio e nella solitudine che stimola il pensiero, mi chiedo dove sia la
differenza tra me e gli altri. Credo nel non sentirmi un ammalato, ma solo uno
condizionato o impossibilitato fisicamente in tante cose, che prima facevo
agevolmente.
Non ho
abbandonato i progetti, accettando pure di impegnarmi là dove lo sforzo fisico
non è indifferente, affrontando tutto con tanta determinazione e senza l’assillo
del tempo. Ovviamente progetti non a lungo termine. Tutto deve essere un
piacere, mai un lavoro.
Faccio,
riposo, riprendo, …; finisco spossato, ma contento e soddisfatto d’aver fatto da
professionista anche così.
Il fare
e la vita deve essere sempre un piacere; proprio e tanto come l’amare.
Chi ama solo
per la redenzione e la salvezza ha già perso sé stesso e decreta la sua dannazione,
perché fa non perché convinto, ma solo per un do ut des. È un dannato cha
vaga animato dal premio finale, come lo è il lavoratore che aspetta solo il
salario mensile.
Il mio
pensiero va spesso a chi soffre. Il dolore degli altri mi ha sempre commosso. Il
mio lo so affrontare, sopportare e vincere.
Appunto per
questo voglio indirizzare il mio pensiero, la mia vicinanza e i miei Auguri specialmente a chi
soffre d’una malattia grave, a chi è debilitato nel fisico, a chi è oberato da
violenza e da guerre, a chi è in difficoltà finanziaria per aver perso il
lavoro per la crisi, a chi si trova nell’indigenza fisica, mentale e materiale,
a chi annega nel Mediterraneo cercando un futuro migliore, a quelli colpiti nel
sangue dalla violenza terroristica, a chi, infine, soffre la fame e la sete.
Un pensiero
particolare lo rivolgo ai terremotati, specie a chi vive ancora in precarie situazioni
e che ancora non ha trovato un alloggio decoroso e dignitoso.
A tutti
loro e a tutti Voi che mi leggete, Vi giunga il mio sincero e affettuoso
Buon Natale!
Sam Cardell
mercoledì 30 novembre 2016
Riforma costituzionale renziana? No, grazie!
Nella valle della Sieve, tra Dicomano e Rufina, vi è una villa, credo risalente al 1800 circa, ora trasformata in centro per anziani.
Passando nella strada sottostante, alzando lo sguardo verso la villa, fa bella mostra di sé un grande tabellone con la scritta: Villa S. Biagio. Residenza per anziani.
Sarebbe utile e interessante se prossimamente la scritta fosse così aggiornata, insieme alla destinazione d’uso, in: Villa S. Biagio. Residenza per renziani.
Tanto per essere in sintonia con la … declassata … rottamazione.
Il voto referendario sulla riforma costituzionale - ideata da Renzi e dal suo gruppo autoreferenziale da cerchio magico - è imminente. È una riforma voluta, perseguita e imposta a colpi di voti di fiducia, celebrata e decantata come innovativa e necessaria, anche se la finalità e la sostanza di questa riforma è l’esatto contrapposto di ciò che si declama. Basti dire che buona parte dello stesso Pd si è schierata ufficialmente per il “No”.
Secondo Renzi è la migliore del mondo, compreso il connesso Italicum. Senza di questa vi sarà il … diluvio universale.
Guardando nel dettaglio la riforma si notano diverse anomalie (storture) democratiche, tese a ridurre la libertà del singolo cittadino e favorevoli a un preludio dittatoriale. Perché Renzi, in sostanza, ha già intrapreso con i suoi diversi colpi di mano – prima nel Pd e poi al Governo - una deriva dittatoriale sia nei modi che nelle maniere.
Forse ciò sarà dovuto anche all’aria di quei luoghi, perché Predappio, in linea d’aria e geograficamente, è assai prossimo a Rignano.
Se però Mussolini ebbe prima la capacità di crearsi un partito e poi di ottenere un voto ampiamente maggioritario al suo programma politico, Renzi ha fatto l’esatto contrario: prima con un colpo di mano si è impadronito del Pd, poi con un altro colpo di mano e senza alcuna elezione si è (quasi) autoproclamato premier.
Il suo susseguente incedere lo conoscono tutti, sia gli orbi che i … guerci.
Renzi e i suoi affermano che chi voterà No vorrà mantenere la casta, il costo eccessivo della politica e l’arretratezza del paese. Si giunge perfino ad affermare che il “no” sarà un voto degli anziani contro i giovani.
In effetti, potrei anche condividere il battage pubblicitario renziano, considerato che gli anziani hanno: lottato e versato sangue per la democrazia e la libertà, hanno creato una costituzione avanzata e prodotto col proprio lavoro e operosità il boom economico e la ricostruzione morale e civile della nazione.
D’altro canto, alcuni, hanno allevato dei bamboccioni e dei bambinoni. Che, per il solo fatto d’aver acchiappato un pezzo di carta in qualche benevola e accondiscendente università, si credono il dio in terra, anche se non sanno neppure capire come s’inizia a lavorare. E, ora, costoro vogliono dettare legge.
Secondo Renzi chi si schiera per il no è un’accozzaglia. Basterebbe chiedergli solo cosa fossero quando molti di questi votarono “sì” ai suoi molteplici e susseguenti voti di fiducia.
Si afferma che per ammodernare il paese bisogna procedere con una nuova legge elettorale (l’Italicum) in grado di dare subito un’ampia maggioranza parlamentare al governo, anche se si ottiene un suffragio minoritario. Ciò per stabilizzare la governabilità.
Varrebbe perciò chiedersi perché mai gli U.S.A. abbiano da oltre due secoli la stessa identica legge elettorale, senza che sentano il bisogno di cambiarla, ne che si sognino di farlo. Mentre in Belgio e in Spagna la governabilità sia garantita, nonostante siano da vario tempo senza un governo. D’altro canto l’attuale governo procede da ormai tre anni con l’attuale costituzione.
Si afferma pure che il Senato è un costo eccessivo sia economico che sociale, essendo un doppione della Camera. Però il ridurre di due terzi i membri del senato non significa ridurne i costi. I nuovi senatori, prodotti da tale riforma e scelti tra sindaci e consiglieri regionali, non andranno a Roma per la … gloria a spese proprie; non faranno due lavori con la paga di uno.
L’Esecutivo reclama con questa riforma una corsia preferenziale per i propri decreti. Peccato, però, che dagli attuali 60 g per la conversione odierna, si scivoli tra i 70 e i 90 g. Inoltre basterà un terzo dei senatori per poter in futuro richiamare una legge, ripristinando il tanto vituperato bicameralismo perfetto.
Altro che il noto ping-pong.
Si afferma che questa riforma è meglio di niente e che perciò con questa bisogna incominciare.
La storia italiana, dal dopoguerra in avanti, evidenzia però che diverse articoli della costituzione sono stati già aggiornati in passato, proprio come si è variata più volte la legge elettorale, secondo le esigenze dei vari partiti al potere, di dx, di centro o di sx.
Giungere ad affermare che la bocciatura di questa riforma porterà per almeno un decennio a una stagnazione dell’ammodernamento politico del paese, è tanto risibile quanto assurdo.
Le riforme politiche, per quanto belle possano essere, non sono la panacea di ogni male. Ciò che rende moderna e florida una nazione sono sempre: l’innovazione, il lavoro e il risparmio.
Il governo Renzi ha ormai tre anni di vita. Il risultato più eclatante di Renzi, anche se celato e sottaciuto, è l’innalzamento del nostro Debito Sovrano, che sta viaggiando all’aumento vertiginoso di circa 100 mld annui, sia per mancette elettorali, onde ottenere consensi, sia per benefit lobbisti. È, infatti, ormai sui 2.400 mld di €. Cifra che l’attuale premier intenderebbe dilatare all’infinito in barba al patto di stabilità, nel nome della … flessibilità.
Lo spread ha rialzato la testa, soprattutto perché il rozzo ragazzotto di Rignano vuol fare in Ue il capitan Fracassa. Ne consegue che chi muove le pedine della finanza faccia da una parte buon viso e dall’altra cattivo gioco.
Per rendersene conto basta chiedere all’estero quanto e come venga considerato.
Renzi, in questa campagna referendaria, ha troppo personalizzato lo scontro, salvo poi diventare possibilista nel caso il No vincesse, dimostrandosi attaccato alla poltrona più di ogni suo predecessore.
Personalmente credo che solo un forte tracollo del Sì lo costringerebbe a dimettersi.
Il voto, con buona pace di Indro Montanelli, non va mai dato turandosi il naso, ne votando il meno peggio. In questo modo s’impoverisce la politica sia di valori sia di progetti.
Il voto va dato, sempre, o sulla validità della persona e del suo progetto politico, o sulla validità sociale di una legge, pure se costituzionale.
La riforma renziana non ha alcuno di questi connotati, ne l’uomo che la propone li incarna.
Ciò indipendentemente dal risultato che questa consultazione referendaria otterrà.
Iscriviti a:
Post (Atom)