mercoledì 29 luglio 2009

Analisi transazionale e sottobosco culturale.

Parte I°

Ho pochissimo tempo a disposizione; e, perciò, questo articolo lo divido in due parti.

La prima riporta la causa/input che lo ha prodotto con brevi note; la seconda, che svilupperò più avanti, entrerà nel merito della discussione relativa al titolo.

Un giorno mi arriva una breve mail da Facebook; la guardo e, considerato il contenuto, la giudico spam. In questi mesi ho ben altro a cui pensare (e lavorare) piuttosto che dar corda alle idiozie di un villano patentato.

Passano altri giorni e il tipo si rifà vivo con un’altra mail, più breve e dello stesso tono.

Concludo che il tipo vuole una risposta: ha l’ossessione dell’insicurezza che non l’abbia letto. Perciò decido di accontentarlo seguendo la sua stessa ragione comportamentale d’esistenza.

Clio, che ha l’accesso a tutti i miei dati di simbiologia (al pari di mia moglie), fa alcune comparazioni e mi sforna un dossier e una serie di informazioni preziose: giovane, sotto acculturato, scarsità di linguaggio (vocabolario), da cultura rossa convertitosi a iscritto leghista, socialità inesistente, qualunquista e …; per non tralasciare nulla mi fa perfino una descrizione fisica eccellente nel risultato e non per il soggetto.

È una di quelle persone che alcuni direbbero che è meglio non incontrare, anche perché la loro presenza non può portare nulla di buono.

Clio, tuttavia, mi da due input fenomenali, relativi all’analisi transazionale e al sottobosco culturale.

Allego pertanto il testo della corrispondenza intercorsa perché mi sarà utile al discorso.

Gentile Simone B……[1],

quelli che riporto sotto, con il copia/incolla, sono i due civili messaggi che mi ha fatto pervenire da Facebook e di cui la ringrazio pur nella diversità di visione che ci contraddistingue; ma siamo in democrazia e ognuno esprime ciò che può.

Il suo breve testo mi è stato assai utile per aggiornare un interessante spicchio di società! Potrei ipotizzare, visto il linguaggio, pure l’appartenenza politica senza tema di sbagliare e la sinapsi procedurale degenerata.

Sono in ritardo a risponderle; ma ciò è dovuto al fatto che uso assai raramente Facebook, obsoleto giocattolo nazionalpopolare e non pertinente strumento di lavoro.

"HO LTTO LA TUA DISCUSSIONE IN MERITO AL'ARGOMENTO SU:Vento di Centro (3-4
Aprile 2009) SECONDO ME SEI DAVVERO PATETICO E PENOSO A DIRE E PENSARE CERTE
COSE NON SO CHI SIA MA SE TU PENSI DAVVERO A CERTE COSE C'E' DA METTERISIU
LE MANI NEI CAPELLI :-("

e poi ancora

"ho letto il tuo blog dvveo penoso ma tu prima di scrivere certe frasi collegi il cervelle con le mani????"

Non ho capito (eufemismo) qual è il suo vero problema che mi vuole comunicare: anarchismo concezionale, fondamentalismo personale, finalità politica settoriale, libera espressione di dissenso, tentativo di dialogare, sindrome d’Adamo, insofferenza a leggermi, incapacità sociale, familiarità di rapporto … e via dicendo.

Perché proprio di problemi si tratta e … grossi, direi.

Forse lei si ritiene incoativo; ma siccome conosce già, presumo, il mio ultimo articolo “Un discorso contorto e interessato.”, la mia risposta al suo pensiero e ai suoi vaneggiamenti isterici la conosce già, anche se lei non intende solidarizzare con gli interessati per opposte sinergie politiche.

Lei, afferma, si mette le mani nei capelli. Sicuramente non me le metto per lei, né per quanto esprime; e neppure per eventuali zelanti “rondaioli[2] del libero pensiero, depressi interiormente da arcaico integralismo civile sfociante nell’ignoranza assoluta.

Vorrà dire che quando trova un mio articolo, o in rete o su carta stampata, eviterà di leggermi per non impazzire; come pure eviterà di sfogliare un mio libro per non deprimersi; oppure non seguirà una mia conferenza o un corso di Master, come non guarderà una mia rara comparsa in televisione.

Ma forse … lei l’han messo a fare la sentinella. Non che gliel’abbiano comandato, beninteso; ma lei da buon attivista lo ritiene un dovere di volontariato. Peccato che per abbinarsi bene non si accompagni al fedele quadrupede per antonomasia, perché in questo modo guadagnerebbe due medaglie in un sol colpo.

Lei dice che non sa chi io sia.

Le rispondo succintamente: uno che ha il coraggio delle sue idee in un mondo dove il mentalismo imperversa!

Quello dei suoi “idoli” per cui lei stravede.

Vorrei chiudere, se mi permette, con la stessa franchezza da lei usatami, commentando il suo breve testo.

In circa 40 parole (articoli e congiunzioni comprese) ha inanellato tanti strafalcioni lessicali, ortografici, sintattici e grammaticali degni di un genio della … cultura.

Sicché la conclusione mia personale pare assai ovvia: quanto può capire di un testo complesso?

La risposta naturale viene da sé.

Non per questo mi metterò le mani nei capelli per lei.

Forse sarò “patetico”; ma, le assicuro, non una … peripatetica.

Me lo immagino pure, considerate le sue parole, con la faccia da lattante e da suonato, perso dietro ad ideali di grandezza che solo uno non cresciuto può vagheggiare. Mi consola il fatto che con lo scorrere degli anni migliorerà pure … lei e che le delusioni future su una politica reazionaria e razzista la faranno … maturare.

I miei blog le sono … indigesti per una semplice ragione: chi ha un vocabolario di sole 300 parole (sono stato ottimista) non può fare molto altro che non … comprendere, per il semplice motivo che ragiona con quello strumento che di norma viene comandato tramite la ghiandola cerebrale dell’ipofisi.

Ecco perché lei non comprenderà neppure la mia risposta che attende con … ossessione.

Perciò, per farla felice e famosa, pubblicherò nei prossimi giorni questo mio testo sui miei blog, accompagnandolo con alcune annotazioni di merito.

Sicché lei otterrà imperitura fama e onore quale eroico attivista rondaiolo e alle prossime elezioni la candideranno per un sicuro posto nella gerarchia …

Credo di averle già dedicato troppo tempo.

Perciò la ringrazio dell’attenzione.

E in futuro, se del caso, ponga le domande e il discorso in modo pertinente; prima, però, cerchi di mangiare molta “polenta”, come i suoi adorati idoli culturali, per comprendere bene ciò che vuole … diventare da … grande.

Con simpatia.

Sam

Il tipo, inviperito, rispose così:

carissimo sam te sei savvero un mentecatto perche non dici la verita????
come mai hai fatto leggere ad una certa xxxxxx
[3] quello che ti ho
mandato???? avevi paua che io avvessi ragione tante e' vero che pure li mi
ha dato ragione nel senso che quello che scrivi non lo condivide e sai la
domanda che mi sporge spontanea nell'argomento: vento di centro cerano
parecche persone che non la pensavaano come te e pure questa xxxxxx
sai...1+1=2 la matematica non e' un opzional quello che ti voglio far capire
e che nonostante tutto che sei testardo immaturo e haime lo devo dire che
non sei capace di intendere e di volere quello che scrivi nei tuoi blog
sempre se si chiama blog perche ho pure saputo che se uno non la pensa come
te tu lo cancelli infatti il tuo non e' un blog ma e' una e vera CAGATA
PAZZESCA come citerebbe il mitico "fantozzi" ti informo che i veri blog
vedi i piu famosi e interessanti: beppe grillo loro pubblicano tutto e di
piu tutto quello che i vari utenti gli mandano nel bene e nel male e non
come te che modifichii vari articoli a tuo piacere per screditare oppure li
"banni" solo per farti notare o farti sembrare piu intelligente degli altri
vero???? comunque molte persone non la pensano come te un motivo ci sara o
no??? te visto che non ci arrivi con la tua testolina te lo dico io quello
ce tu dici o metti E UNA VERA CAGATA PAZZESCA perfino un bimbo di 7 anni lo
direbbe se leggesse uno dei tuoi inutili blog pero dai un'ultima cosa te la
devo dire....quando leggo i tuoi "articoli" 2 cose faccio:

1- mi scompiscio dal ridere che e' come dicono i medici un ottimo rimedio al
giorno d'oggi forse i veri pagliacci dovrebbero leggere quello che scrivi
per far ridere di piu la gente

2- ho pure scoperto che quello che scrivi e' davvero un ottimo purgante sai
ti faccio davvero i miei complimenti

tuo con affetto
SIMONE B……

Così contraccambiai:

Bravo, Simone!

E grazie di ciò che già sapevo e anche di quello che non … sapevo d’aver fatto.

Vede che un’utilità sociale i miei blog l’hanno? Difatti la fanno divertire e pure andare di … corpo.

Ciao; e non se la prenda per quanto immagina solo lei.

Cerchi solo di migliorare e fare meno errori (problemi).

Le auguro ogni bene.

Sam

Ovviamente i testi riportati sono interessanti non per il soggetto che li esprime, ma per illuminare una determinata inesistente cultura di una parte della nostra società.

Il comportamento del soggetto è identico a quello di quel piccolo studente della Primaria, capace di marachelle inenarrabili; perciò la maestra, dopo averlo aspramente redarguito, oppose sul suo quaderno una bella nota per i genitori.

Il bimbo, non sapendo che dire, così la apostrofò testualmente: “Brutta troia d’una brutta puttana, è tuo il quaderno?”.

Insomma vi è troppa gente che non conosce la differenza esistente tra i seguenti lemmi, confondendoli e sovrapponendoli: cultura, sapere, istruzione, nozionismo. Proprio come moltissimi confondono, associandoli, i due termini: fare all’amore = fare sesso.

Ciò implica un’asocialità preoccupante.

Ciò che esprime il soggetto è chiaro: l’anarchia del branco e l’incapacità di intendere. Il suo modo di scrivere è emblematico in tal senso.

Controllando i vari gruppi di intersecazioni di amici, Clio trovò molte contiguità tra i diversi soggetti interessati dai vari articoli citati, anche se posizionati culturalmente e politicamente su opposte spiagge.

Facebook, ovviamente, è spesso un contenitore mercificante dove il soggetto si pone in vetrina nell’avere più amici che tali non possono essere: Narciso tenta di diventare attore virtuale nel computo numerico, senza avere alcun merito se non quello del dichiarare la sua assoluta ignoranza sia relativamente al concetto di amicizia, sia nella reale conoscenza delle persone.

La sinergia di appartenenza al branco è un cieco istinto di esistere, anche se poi nel branco ci si dilania dove aver tentato di dilaniare la preda.

Vi è da chiedersi chi ha prodotto una tale cultura della foresta e in questo potrebbe esserci d’aiuto Sesac.

Ma ci sarà tempo, più avanti, per ampliare e completare il discorso.




[1] - Siccome il soggetto mi ha inviato dei messaggi personali e privati, per pietas latina ometto il cognome.

[2] - Neologismo personale per gli addetti alle nuove “ronde

[3] - Per rispetto della privacy della persona citata, ho preferito l’anonimato delle xxxxxx, considerato anche che l’ipotesi di Simone, sul fatto che faccia leggere ad altri le sue interessanti farneticazioni, esiste solo nella sua testa.

mercoledì 10 giugno 2009

Un discorso contorto e interessato.

Il presente articolo è una risposta dovuta ad un commento non troppo amichevole rivoltomi, nella convinzione che non l’avrei pubblicato.

I due articoli precedenti non sono piaciuti all’“anonima” interessata che si è firmata con un nome di fantasia.

Eppure in questi non vi erano link che potessero ricondurre alla persona in oggetto, né si specificava dove la discussione era avvenuta.

Quello che comunque ritenni poco ortodosso fu il fatto che nel giudizio partigiano si colpiva non solo la mia persona, il che sarebbe stato irrilevante, ma pure tutti i lettori, gli amici e chi aveva posto commenti sui miei articoli.

Alcuni lettori si sono premurati di dare direttamente una risposta all’interessata; avendone ora tempo pubblico pure la mia.

Un discorso contorto e interessato.

Cara Signora Amelia Tricot,

considerato che altri le hanno già dato molte risposte, circoscriverò assai la mia.

E per un semplice motivo: il problema altrui, quindi suo di relazionarsi, non deve mai diventare il mio.

La condenso in tre punti.

Il primo riguarda la storia sapienziale relativa al padre, al figlio e all’asino.

Il padre cavalca l’asino e il figlio gli va appresso. Arrivano in un borgo e la gente commenta: “Guarda, lui se ne sta sull’asino e il figlio, poveretto, a piedi.”. Allora scende e fa salire il figlio. La gente commenta: “Guarda, il giovane cavalca e il genitore a piedi. Che vergogna!”.

Perciò monta pure lui sull’asino insieme al figlio e altri commentano: “Povera bestia, tutti e due la cavalcano insieme.”. Allora scendono entrambi e procedono a piedi. I passanti mormorano: “Quanto sono sciocchi; invece di cavalcare se ne vanno a piedi.”.

Il padre, allora, fa come gli pare e se ne frega dei commenti altrui.

La stessa cosa faccio io: faccio ciò che ritengo giusto per il mio sapere e la mia coscienza, non ascoltando mai i commenti altrui; perciò pure i suoi.

Ciò si basa sulla concezione che ho di me stesso: conosco i miei pregi e i miei difetti meglio di chiunque altro; ne consegue che la sua idea non cambia nulla a ciò che sono. Mi lascia perfettamente indifferente!

Lei usa l’idea del pavone e potrebbe essere appropriata.

In verità per fare il pavone bisogna averne il fisico, o, se preferisce, le capacità operative e intellettive per poterlo fare. Lei ha mai visto un’oca fare il pavone? Fa solo l’oca, appunto perché non ha i pregi del … pavone.

E il pavone è superbo per gli altri - le oche - che non riescono a fare altrettanto; ma in natura è per lui un atto naturale e normale. Per gli altri - le oche di prima - è solo un giudizio malevolo e dettato dall’invidia del non saper fare altrettanto.

Amo ammirare il pavone nella sua bellezza e nel suo splendore, cogliendo nel suo essere interamente pavone il dono e la grazia del creato; lei sicuramente no!

È vero che scrivo articoli o posto commenti su dei blog, ma solo perché mi hanno espressamente invitato a farlo. Perciò un motivo per l’invito ci sarà.

Ho rifiutato pure collaborazione con altri, per motivi personali che tengo per me.

E lo stesso faccio, e ho fatto, sulla stampa.

Educare è la stessa cosa; e il correggere gli errori procedurali, pure.

Perciò lei proceda pure ad applaudire ed a esaltare i pii giovani, pur encomiabili, che non vedono oltre il proprio naso e che scambiano il cristianesimo per regole scritte su un libretto e da seguire alla lettera senza ragionare. Non gliene farò una colpa.

Essere in amicizia con una persona non vuol dire condividere tutto. Però la diversità crea valore aggiunto, perché arricchisce nella testimonianza e nel saper valorizzare e riconoscere le ragioni altrui.

Dio giudica l’operato umano perché conosce ogni cosa. L’uomo si arroga solo questo diritto senza saperlo fare.

Lei, inoltre, dimostra di conoscere bene i miei articoli e pure i commenti che alcuni lettori hanno fatto.

Perciò: che ci fa sui miei blog tanto attentamente, cerca solo il pavone o qualcosa d’altro?

Lei prepone alcune frasi di un politico per attingere verità al suo giudizio. Dice che ha molta stima di lui perché visita il suo blog. Io, oltre a postare talora articoli o commenti sul suo blog, lo incontro pure di persona e ne conosco pregi e difetti.

Vede, i politici li ho sempre guardati dall’alto in basso e mai viceversa, forse anche perché ne conosco diversi e so quanto possano valere umanamente e culturalmente. E il politico raggiunge importanza sociale per il voto dell’elettore e non … viceversa.

Comunque nessuno è detentore della verità e spesso i suoi ideali si scontrano con il suo reddito, perciò con l’interesse privato. Il che non è poco specie se è alto.

Chi declama concetti altrui senza saperli parafrasare a fondo, conclama solo un mondo filosofico superficiale, dal quale trae punti di appoggio che spesso portano a congetture errate.

Lei, ovviamente, partendo da alcune affermazioni, fa di ogni erba un fascio a proprio uso e consumo, accomunando alla mia persona dei miei amici e conoscenti - lettori e religiosi - in una condanna assoluta e perciò integralista.

Vedo tanta confusione nel suo procedere logico discorsivo e la negazione di quegli stessi principi e valori che innalza per bandiera.

Lei parla di “invidia senile” e di altre simili amenità dialettiche.

Provi solo a chiedersi di cosa dovrei essere invidioso: della carriera di un ragazzo non ancora iniziata?

Gioisco sempre dei successi altrui perché sono utili alla società.

Però se analizzo il cui prodest, l’incedere dei suoi paragrafi, la terminologia usata, la punteggiatura e le procedure di accesso al social network giungo ad una sola lapidaria conclusione, specie se faccio abitualmente ricorso, per sicurezza, ad un register of origin.

Ed allora l’arcano anonimo si incarna perfettamente in un nome e cognome che, cara e gentile Signora Amelia, mi consenta di tenere … solo per me e per quelli che l’hanno comunque già ampiamente capito.

Avesse una S in più (Triscot) sarebbe una splendida e avvenente fanciulla!

Cari saluti con immutata amicizia.

domenica 24 maggio 2009

Comprendere e colloquiare.

Alcuni lettori si lamentano perché da un po’ di tempo sono “troppo assente” nel pubblicare articoli.

A tutti faccio semplicemente rilevare che la vita non si compone di soli articoli, ma di priorità nel procedere giornaliero.

Perciò sono obbligato a fare di necessità … virtù.

Purtroppo questi impegni assunti mi condizioneranno per diverso tempo.

Uno ha notato un mio commento di risposta altrove e mi ha sollecitato a pubblicarlo sul mio blog, ritenendolo interessante anche se breve. È datato.

Non voglio entrare in dettaglio nella tematica che lo ha prodotto anche perché in parte personale.

Mi limito, perciò, a pubblicarlo senza altro commento.

Non aveva neppure un titolo ed allora gli do semplicemente questo:

Comprendere e colloquiare.

Spesso capita che qualcuno non accetti una specifica critica politico/sociale al proprio pensare. E questo ci può stare.

Quello che non ci può stare, e lo dico col sorriso sulle labbra e con la serenità di sempre, è che la scambi per un teorico aggancio personale, scendendo nell’eterolalia compulsiva del dialogare fanciullesco, travisando i concetti seguiti e portando il tutto su un pedissequo attacco personale.

È un modo come un altro per mettersi l’aureola. Ma questo non mi interessa, né mi disturba, essendo in una società democratica.

Ho citato, contro la mia abitudine, una mia specifica esperienza. Forse a qualcuno questa esperienza vissuta, e riconosciuta a suo tempo anche dai media, da fastidio, come se il tarlo dell’egocentrismo narcisista lo rodesse. Ma pure questo non è un problema mio.

La mia citazione era solamente relativa ad una mia interpretazione, espressa da due lettori, nella quale ravvisavo che mi si addebitasse un attacco all’integrità cattolica: un attacco laico/agnostico e relativista.

Il ritenermi un “vero” credente non inficia l’esserlo altrui, bensì ribadisce il concetto che tra il credere e il pensare vi è una certa sostanziale differenza.

Antonio, e altri, hanno inteso benissimo il discorso e l’esigenza di non asserragliarci nel ghetto confessionale.

È inutile dirlo e ribadirlo: siamo in netta minoranza (e divisi) e non si costruirà niente di grande per la società puntando solo sull’integralismo del nostro credere.

Dobbiamo aprirci agli altri negoziando nel confronto, valorizzando sì i nostri Principi, ma nella certezza che pure gli altri ne hanno. Il Samaritano era forse credente? Sì, credeva; ma diversamente dagli altri, pur nel suo paganesimo.

L’essere credente non è automatico con l’essere nella verità. Spesso i miei studi hanno evidenziato il contrario, specie là dove l’alienazione mentale dà una certezza assoluta al proprio personalismo fideista. Ma questa non è più religione, ma solo deismo personalizzato.

Sono solito, da sempre, dialogare con tutti, spesso anche con chi cerca di travalicare il rispetto reciproco mettendola abitualmente sulla contrapposizione frontale. E non ho mai guardato al colore politico o fideista della persona, ben tenendolo però presente quale parametro analitico.

Tutti (chi di una certa età) siamo stati giovani e di quel periodo ricordiamo anche gli sbagli e le certezze dovute alla nostra limitata esperienza e … sapere. Che poi abbiamo rettificato, correggendo la nostra esuberanza non solo fisica.

Quando mi trovo davanti a certe situazioni penso semplicemente alla difficoltà che si incontra nel costruire anche se limitatamente al solo campo cattolico; permango tuttavia sempre ottimista: ottimista nella buona fede altrui anche quando scende a infimi livelli.

Le mie analisi sono di solito comprese e condivise, anche se non sempre nella totalità del mio pensare. E i lettori lo evidenziano.

Poi, vi possono essere differenze interpretative dovute a dei “distinguo” particolari, vuoi per una mia eventuale inefficienza nel comunicare le idee, vuoi per l’inesatta interpretazione altrui delle stesse.

Non siamo nel regime teocratico iraniano dove la democrazia è inesistente e il diritto costruttivo di critica negato.

Siamo in un Paese sì in crisi, ma per ora ancora vivace e che, lo credo fermamente, ce la può sempre fare.

E finché la libertà di pensiero sarà ancora garantita, esporrò sempre la mia contrarietà politico/sociale a chi vuole costruire (utopisticamente) qualcosa di grande con l’imporre dottrinalmente, e non democraticamente, la propria idea, nella convinzione che il costruire non lo si può fare nell’asserragliarsi personalista.

Tutti i luoghi sono buoni per costruire; e lo sono pure tutti i momenti.

La società non è il gioco delle figurine dove vi è uno scambio interessato, a costo zero, teso all’avere, al possedere ed al godere; bensì è un’agorà dove necessita non solo saper riconoscere i propri principi e valori, ma pure dove questi basilari ingredienti del vivere comune vanno analizzati e perfezionati insieme a “tutti” gli altri.

Diversamente si cade sempre nell’integralismo idealista (politico o religioso) dove agli altri si addebita la propria coda di paglia che sta bruciando e che, immancabilmente, invece di scottare l’altro incenerisce il nostro deretano.

Ed allora non solo i parametri analitici sono esatti, ma pure perfetti. Piaccia o non piaccia!

La nostra società sta sfornando correttivi talora eticamente contrastanti; sono l’indice del malessere etico/sociale che ci pervade e della caduta di una certa cultura, specie di quella politica e democratica, ma, aggiungerei, pure religiosa.

Tutto ciò traspare non solo nelle ronde di nuova costituzione, ma pure in quell’integralismo religioso liberticida della libertà di pensiero che specie in basso, ma talora pure in alto, sovrappone il proprio Io esistenziale all’altrui essente.

L’unico rammarico mio è che troppa gente non se ne avveda e proceda imperterrita ammantando il tutto con la falsa bandiera della libertà: la propria.

Con simpatia a tutti.

sabato 9 maggio 2009

A Andrea.

Spero che non ti offenda, Andrea, se ti dedico una risposta.

Innanzitutto ti ringrazio per l’insegnamento impartitomi, che, in verità, mi ha fatto sorridere.

In proposito sarò più preciso: quando analizzai la tua foto vidi un ragazzo vispo, intelligente e reattivo, ma ne vidi uno, simultaneamente, anche integralista, istintivo e riottoso alla ragione. Sicché le (possibili eventuali tue) conclusioni erano logiche come la tua … risposta.

Infatti, tu sei stato poco attento a quanto ho scritto: le mie osservazioni erano solo marginali al tuo “proclama” politico che non è altro che un proclama religioso. E, appunto per questo, integralista.

Ti impelaghi in concetti difficili e non per il significato italiano a loro attribuito, ma perché questi debbono essere supportati da una base filosofica, senza la quale appaiono “concetti” astratti e indefiniti.

Ma, se tu vorrai approfondire la tematica, puoi andare a rivederti il mio articolo “L'ignoranza del concetto di laicità e di etica in democrazia.” e comprenderai perfettamente il senso di laicità nella società.

Parli di Centro e citi il tuo discorso preparato per un eventuale intervento.

Fiuti aria di novità e di cambiamento e lo colleghi all’andare a messa in S. Pietro. Che c’entri questo (atto privato) con una riunione politica non si capisce bene, se non a qualificarti (in senso positivo) da solo.

Poi ti addentri in un’analisi politica dell’operato governativo, scambiandolo con quello legiferante del parlamento, perciò della maggioranza.

Infine declami l’equidistanza tra dx e sx, come se queste fossero due punti geografici.

I cattolici, per tua somma sfortuna, sono schierati chi a dx, chi a sx, chi al centro e chi con … nessuno. Sono accumunati da un lemma comune (cristiano/cattolico), ma difficilmente quantificabile.

Sicché poi non si capisce chi sia il cristiano, chi il laico e chi … altro; oppure che differenza esista tra i vari … cristiani.

Forse, per capirlo, avresti dovuto essere a Belfast alcuni decenni fa; ma ti può bastare la … storia.

Affermi che “ non condivido tutto quello che hai scritto”.

Questo è un tuo punto a favore perché significa che hai le tue idee. E queste, sbagliate o giuste che siano, è sempre meglio averle.

Possono, comunque, sempre essere … migliorate.

Dottrina sociale della Chiesa, dici; e mi citi pure l'art (3) della Costituzione.

La Chiesa (o se preferisci “chiesa”) è una branchia sociale che raggruppa dei cittadini in base ad un intendere comune. Non è, perciò, la Società, ma una parte della società. È per natura confessionale e perciò settoriale.

Diversamente, come Gerarchia, è identificabile ad uno Stato, per quanto minuscolo, e perciò ad una certa dirigenza.

Le religioni, come saprai benissimo, sono delle ideologie e hanno una particolarità importante: sono utopie assolute!

La loro forza sta nel poter essere quantificate e valorizzate in modo individuale, perciò, relativamente al cattolicesimo, in maniera personalistica. Sicché la “coscienza” individuale ha un valore assoluto ed è prioritaria alla gerarchia. Perciò, teoricamente, vi sono molteplicità infinite di intenderla quanti sono gli aderenti.

Pure altri concetti sociali sono utopie, come ad esempio quello di democrazia, fascismo, socialismo, anarchia …; la loro forza sociale sta nel cercare di costruire un modello perfetto di società che mai si riuscirà a raggiungere, neppure effettuando un cammino di … miliardi di anni luce.

Lo stesso discorso vale per altre terminologie da te usate, come ad esempio Bene comune. Se questo fosse quantificabile allo stesso modo in tutti i cittadini (e credenti) il ricercarlo sarebbe facile e si comprenderebbe perfettamente chi lo persegue e chi lo contrasta; ma siccome tutti lo declamano e non si … vede, ne consegue che questo è vincolato a degli interessi che possono essere contrastanti secondo l’appartenenza alle varie classi sociali.

Perciò la Dottrina sociale della Chiesa deve essere rivolta al solo credente e non alla totalità della società, anche se sarà poi compito del credente cercare di farla condividere pure al resto della società.

Se la società fosse tutta “cattolica”, perciò Chiesa, il problema non esisterebbe perché sarebbe della totalità, perciò identificabile alla legge statale; e ciò avvenne quando la Chiesa era Stato teocratico.

Lo è Stato pure ora, ma infinitesimale; e perciò il suo dettame vale per una limitata zona geografica e, a ben guardare, neppure in quella.

Tutto il resto deve essere contrattato, quindi discusso, analizzato e condiviso con le altre forze sociali che compongono la società.

I Principi e Valori non negoziabili debbono pertanto essere discussi e negoziati per diventare legge sociale, perciò laica; quindi per essere condivisi da tutti.

Chi lo stabilisce ciò? Mi sembra ovvio in democrazia: la Maggioranza del Popolo e non della Chiesa.

I Principi esistenziali stabiliscono i Valori” non è una frase fatta, ma assai significativa. Ma per non dilungarmi troppo ti rimando all’art. di Kärl Fϋnfte “Tra personalismo e capitalismo.” che puoi trovare pure sul mio sito, avendolo ospitato giorni fa.

In questi giorni la Gerarchia ecclesiastica, supportata da organi ufficiali del piccolo Stato, è entrata prepotentemente nel merito dei migranti clandestini.

Ovviamente non voglio entrare in questa sede (risposta) nel merito della complessa questione, ma voglio solo annotare certe incongruenze.

Il diritto internazionale prevede la difesa delle frontiere, ma non vieta ad alcuno stato di poter intervenire ed accogliere questi migranti.

Il Vaticano durante la Seconda Guerra mondiale accolse e protesse nel suo piccolo Stato eminenti cattolici che diversamente sarebbero stati arrestati.

E nessuno si sognò di oltrepassare la linea di confine per arrestare questi “protetti”, neppure se passeggiavano 5 cm oltre la fatidica linea bianca che fungeva da frontiera al limitare di Piazza S. Pietro.

Perciò, oggi, nulla vieta alla Chiesa, come Stato, di assoldare una flotta, di imbarcare questi naufraghi migranti e di ospitarli sul proprio territorio come meglio crede. È un suo diritto se lo vuole!

Ma non è un suo diritto imporli ad uno stato sovrano, perciò ad un Popolo, che è retto democraticamente da una maggioranza ampia liberamente eletta e che la pensa, magari erroneamente, in modo diverso.

È un suo diritto, invece, sollecitare i propri fedeli a negoziare in tal senso con le altre forze sociali della società, perciò a richiamarli alla Dottrina sociale della Chiesa; ma essendo questi minoranza, e pure divisi, è ovvio che il metodo spurio maggiormente consono sia quello di cercare di interferire negli affari di un altro Stato con sollecitazioni ufficiali più o meno diplomatiche.

Concludendo:

le tue frasi “Purtroppo però constato che il solo parlare da Cristiano e portare in Politica i propri Ideali da molto fastidio a chi non li condivide” e “Ma non esiste più la pari dignità sociale e partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese??” sono poste estremamente male. Sono un preconcetto!

Non essendo né lo Stato, né il Paese, ti risponderò individualmente.

Per dialogare, costruire e contrattare bisogna essere almeno in due. Però se il cattolico vuole imporre il “suo” credere senza negoziarlo con la “maggioranza” della società, sia questa cattolica, agnostica o atea, allora non agisce più democraticamente, ma solo dottrinalmente.

La teocrazia è emarginata pure nella gestione del piccolo Stato del Vaticano, pur se retto da un “re” teocratico.

Quando discuto, e ragiono, accantono sempre la mia “idea” religiosa perché non posso imporre il mio credere all’altro.

Posso tuttavia testimoniare, discutere, analizzare e costruire, nella parità con l’altro, ciò che si può condividere.

I Principi determinano i Valori. È compito del credente cercare di farli condividere anche al non credente e al laico, ma solo con il sistema democratico del confronto e del concludere sociale insieme, qualunque sia il risultato finale.

Questa è la bellezza della democrazia, da non confondere con la teocrazia che da secoli è stata cancellata dal sistema sociale umano d’intendere la società.

Come vedi ho discusso pariteticamente con te non lamentandomi affatto per essere minoranza, maggioranza o semplice analista indipendente.

Ciao, Andrea!

E grazie a te.

mercoledì 29 aprile 2009

Tra personalismo e capitalismo.

Ogni tanto mi capita di ospitare testi diversi dai miei, come può capitare con Sesac.

Ma l’ho fatto sempre nella piena disponibilità dell’interessato, quasi su suo invito.

Questa volta, pur senza il consenso preventivo esplicito, voglio ospitare l’ultimo articolo di Kärl Fϋnfte, forte del nostro “costruire” comune.

E lo pubblico per un semplice e grande motivo: lo ritengo molto interessante e stimolante, considerato il tempo che stiamo vivendo.

È solo l’inizio di un discorso che sarà lento, ma continuo nel tempo.

Perciò lo metto a disposizione di tutti.

Non aggiungo altro, se non:

Buona Lettura!

Sam Cardell

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Tra personalismo e capitalismo.

Porre la preminenza della Persona sullo Stato non significa essere personalista.

Tu Sam, nel discorso (La concezione personalista.) esplichi, oltre che intendere bene, il mio concetto.

Personalmente ritengo il Personalismo una risposta filosofica insufficiente non solo alle problematiche attuali, ma pure a quelle del secolo scorso, sia in relazione alla recessione del ’29 che all’avanzare dei totalitarismi.

Mounier ha i suoi pregi e i suoi difetti:

il pregio consiste nell’aver preso il Vangelo in modo radicale e senza compromessi con la stessa urgenza ch’era propria di Pascal, tanto per intenderci;

il difetto non quello apparentemente comune e superficiale d’essere considerato un marxista travestito da cristiano (che proprio non era), ma quello di essersi appiattito troppo sulle tematiche derivanti dalla concezione marxista relativa al capitale. Questo lo intendeva, perciò, come un mezzo di appropriazione di pochi rapaci a scapito della massa e dell’indifeso.

Lui fece delle tre R, allora esigenza assai comune, il senso del proprio pensare e procedere, lontano assai dalla concezione scolastica propria del suo maestro: Rinascimento, Rivoluzione, Riforma.

Concepì perfettamente la differenza tra “persona” e “coscienza”, ma non quella tra capitale e capitalismo.

In pratica fece lo stesso errore di Marx.

Ma lascio a te, se lo riterrai opportuno, sviluppare ulteriormente il pensiero in tal senso, rapportandolo alla realtà odierna che impone ben altro che il “personalismo comunitario”, assai diffuso oggi nei cattolici orientati a sx e al senso del … passato.

Una società democratica deve basarsi su due principi: la Persona e lo Stato (società).

Le oligarchie sono il nemico della società, quindi dello Stato, perché tendono ad impadronirsi dello Stato tramite la debolezza della democrazia: il voto popolare.

I gruppi lobbistici fanno pressioni sugli eletti vincolandoli in due modi diversi: con il portare proprio esponenti all’elezione manipolando la massa, oppure asservendo (in molteplici modi) l’eletto ai propri fini.

Le lobby sono il braccio esecutivo del “capitalismo”, perciò di quell’apparato economico che, diversamente dal passato, agisce come persona giuridica nello stato, avendo acquisito la stessa paritetica cittadinanza della persona fisica pur detenendo capitali talora superiori ad uno stato, come ad esempio le multinazionali.

È, comunque, un’astrazione concettuale operativa ed è proprio quello che a Mounier (e ai suoi seguaci) non è riuscito bene di quantificare.

Il cittadino può correggere con la democrazia del voto questa degenerazione e stortura, ma non sempre ci riesce. Difatti l’importanza del capitale (inteso come economia) per ogni Governo è prioritario allo Stato stesso, perciò alla società.

Si è perso e invertito il ruolo cardine del sistema sociale: lo Stato composto da cittadini/persone.

Ciò succede per un semplice motivo: il relativismo!

Perciò si perdono le diversità sostanziali che contraddistinguono (come dicevo nel mio breve commento) i concetti di Principio e Valore.

Invece di una società di persone stiamo vivendo in una società (quasi) di capitale, anche se passivo (debito)!

La Persona, ovviamente, ci mette del suo asservendosi al consumismo.

È il punto debole dell’anello economico: guadagno non per vivere, bensì per “consumare”.

E su questo Mounier avrebbe perfettamente ragione, anche se il consumismo, nel suo tempo, era solo un modo spocchioso e iattante di manifestare la propria ricchezza: era ancora … neonato!

I media, oggi nelle case di tutti, hanno accentuato questa degenerazione concettuale inserendo input dannosi nei ragazzi, che sono i maggiori utenti dei media ed anche quelli intellettualmente meno preparati a difendersi dal pericolo.

Non per nulla le giovani generazioni sono quelle che spendono di più e che risparmiano meno: pretendo il tal prodotto perché la pubblicità lo … dice.

La pubblicità ha reso i media l’arma letale di penetrazione di massa.

Perché esiste la pubblicità? Per creare cultura? No; per produrre business nel vendere sempre di più e contro qualsiasi logica della necessità.

In pratica per vendere si crea la “necessità” del consumo tramite una malattia mentalmente degenerante: la compulsione dello shopping. E non importa se la maggioranza dei prodotti sono il “superfluo”, quando non l’inutile del semplice usa e getta.

Dobbiamo pertanto scindere la necessità primaria (quella della necistà di vivere decorosamente) da quella artificiosa e secondaria del consumare per “apparire”.

Il capitale, un tempo, era la ricchezza di pochi e serviva pure a poco, se non a garantirsi il potere politico locale tramite quello economico col clientelismo. Per acquisire quello sovranazionale bisognava procedere con la guerra di conquista.

L’economia era ristretta e i tempi erano lunghi: per la mobilità, per la distanza, per la precarietà del bene, per l’uso stesso del bene e per la possibilità economica delle persone, la cui unica esigenza era spesso quella di sopravvivere.

Era un mondo economico “relativo”.

La rivoluzione industriale ha modificato questi tempi riducendoli parzialmente; e la civiltà post industriale li ha resi istantanei.

Basti pensare a quanto si può guadagnare (o perdere) in un solo giorno, tramite la speculazione borsistica, senza sborsare materialmente un €. Ovviamente a danno di qualcuno!

Si sono alterati non solo i Principi esistenziali, ma con essi i Valori.

In pratica i valori relativistici (perché vincolati alla sola persona/individuo) hanno sovvertito l’equazione iniziale “I Principi esistenziali stabiliscono i Valori”.

Abbiamo così: il valore stabilisce il principio.

Parafrasandolo al presente: il consumismo stabilisce con la sua grandezza di spesa la sostanza della persona, perciò la sua importanza sociale relativa al guadagno. Il quale è commisurato all’economia del produrre per consumare.

Si ottiene di conseguenza: il capitale asservisce l’uomo; oppure: il consumo qualifica l’uomo.

E non solo l’uomo consumista, ma pure l’uomo detentore del capitale, perché questo capitale è talmente precario e aleatorio che non si basa su una sostanza materiale, ma su una sostanza astratta figlia della speculazione.

La Persona ha abdicato al suo ruolo di principio ed è diventata oggetto di un valore perdendo l’uguaglianza!

Le crisi antiche portavano guerre, lutti e distruzione; ma si fermavano qua e i sopravissuti ricominciavano da capo, anche da zero. Era un procedere lento e graduale.

Con la crisi del ’29 i governi, oltre alle guerre mondiali, hanno prodotto il consumismo, senza avvedersene, tramite il debito pubblico.

Si sono create teorie economiche deleterie che, oltre a guerre, hanno prodotto crisi economiche ricorrenti sempre più marcate, per risolvere le quali si sono prodotti debiti pubblici sempre maggiori in nome di un falso benessere basato sul debito.

E se il risparmio si forma in una nazione, grazie alla rivoluzione telematica, perciò alla globalizzazione, non rimane come surplus di ricchezza in quello stato, ma viene attratto verso gli stati maggiormente esposti nel debito per la remunerazione maggiore del capitale per una semplice ed antica legge economica: chi ha maggiore necessità di denaro per vivere, o produrre, cerca di offrire rendite superiori alla media.

Ne consegue che il capitale di risparmio anziché essere accantonato per reggere un’eventuale congiuntura negativa viene “distrutto” da chi più consuma. Da risparmio/ricchezza a elevato rischio/perdita.

Basti pensare agli U.S.A. (ma pure quasi tutti i paesi occidentali in forma minore) le cui famiglie hanno un debito complessivo di gran lunga superiore a quello dell’intera confederazione e che, in questi ultimi anni, hanno attratto consistente risparmio dal sudest asiatico consumando (bruciando) più del dovuto.

Perciò il risparmio accantonato dal cittadino viene bruciato dal debito pubblico tramite i titoli di stato; mentre quello delle nazioni parsimoniose viene incenerito dagli stati ricchi nel consumismo.

Che rimane? Debiti garantiti da cartolarizzazione e che non potranno mai essere resi a breve se non reiterando il debito stesso.

Diversamente si ha il default, perciò il crack totale preceduto dalla recessione.

Il capitalismo ha degenerato riducendo il capitale da principio ad oggetto valoriale consumistico!

Le crisi economiche portano “guerre” commerciali e da queste alla realtà non ci vuole molto. Basti pensare a quante guerre si sono combattute nel secolo scorso.

Perché si è creato questa degenerazione? Spesso per lo stato sociale! Il quale, nell’intento di garantire a tutti un trattamento (ricchezza/consumismo) accettabile (sempre maggiore), ha depotenziato il sistema economico familiare e sociale.

Una diramazione del personalismo comunitario sembra voler puntare all’economia della felicità.

È pura utopia! Anche perché chi la declama non tornerebbe mai ai tempi passati (preindustriali) e gli imponenti debiti statali non consentirebbero un tale processo sociale se non prima d’aver dichiarato bancarotta.

Allora, se così fosse, si tornerebbe al punto di partenza in modo altamente traumatico: all’età della pietra.

Può la trascendenza salvare l’umanità?

Solo a una determinata condizione: che tutti accettino il Principio e che in base a questo si stabilisca il Valore.

Ma se pure il principio, qualunque sia (religioso o materiale), viene classato come consumismo, allora torniamo al punto di partenza.

Lutero, sulla speculazione delle “indulgenze”, vide in anticipo il consumismo ecclesiastico; perciò la Chiesa fu la prima che predicò bene, ma razzolò male. E lo fa pure ora perpetuando il “peccato” nel tempo.

Non per nulla la vita agiata, al riparo della fame e della povertà, avveniva secoli fa nelle corti e nei conventi, dove di solito i poveri lavoravano servilmente per mangiare (e salvare l’anima) e i potenti per godersela agiatamente alle spalle di tutti gli altri.

La Persona non è la Coscienza; ma la coscienza e strettamente personale, perciò individuale.

Ne consegue che il personalismo cristiano, nel misticismo della fede, degenera nell’individualismo egocentrico con l’alienazione mistica, perciò nell’egoismo individuale della salvezza, che nel materiale diventa, appunto, la ricchezza.

Per assurdo la coscienza diventa la prigione dell’individuo che lo isola dalla comunità, perciò dall’ecclesia.

Paradossalmente la stessa cosa avviene nel marxismo/materialismo in quanto, nel nome dell’alienazione collettivistica, si cerca di sopprimere l’esigenza alla spiritualità e alla trascendenza, perciò asservendo la persona allo Stato.

Si distrugge la coscienza!

Dunque per quanto il marxismo si sia scagliato contro il capitale ha poi effettuato lo stesso percorso distruttivo.

E non per nulla è crollato per primo; difatti il cittadino socialista non possedeva nulla di proprio, eccettuati i privilegiati della nomenclatura che usavano il sistema come la chiesa usava le indulgenze.

L’essenza vera di Persona si basa sull’unicità e irripetibilità del singolo individuo, perciò sul suo valore di “essente”.

Se poniamo la Persona come Principio assoluto, su questa possiamo costruire la Società come insieme valoriale di persone nell’uguaglianza paritetica pur nella diversità.

Ma se non stabiliamo il principio, o se lo equipariamo al valore, allora è ovvio che i due concetti (principio e valore) tendano a sovrapporsi e pure il diritto alla vita perde il suo valore di non negoziabilità.

Nella Chiesa, oggi, la persona è intesa subalterna a Dio Padre, perciò al suo creatore.

E sulla morte/salvezza/resurrezione si costruisce un’alienazione mistica di dipendenza implementata sulla trascendenza.

Il fedele si appella al principio dell’insindacabilità della sua coscienza e nel personalismo proprio diventa individualista egocentrico, invertendo, di fatto, il principio originario “Dio Padre creatore della persona”.

Si erge a Dio giudice di sé stesso.

Capitale e capitalismo sono due concetti fortemente separati e non sovrapponibili, anche se correlati.

Nel secolo scorso si formulò il concetto di liberismo democratico” per asservire il capitalismo alla persona; poi la storia prese un’altra strada e ci portò dopo varie crisi a questa grave recessione col capitalismo selvaggio.

Dalla recessione se ne uscirà; ma se non si porranno dei solidi correttivi questa recessione sarà il prodromo della prossima, che avrà conseguenze devastanti e inimmaginabili.

Come se ne può uscire?

Accenno solo al principio filosofico:

stabilendo il Principio primario della Persona e il Valore di Capitale quale suo esistenziale mezzo materiale.

Da ciò, a cascata, ne conseguirà il principio corretto (rispetto all’attuale) di Stato e di Capitalismo come mezzo pratico operativo.

Perché, collegandomi a Mounier, oggi abbiamo bisogno proprio di tre esigenze ineludibili: Rinascita, Revisione, Riformulazione, tanto nel sociale che nel religioso.

Kärl Fϋnfte