martedì 24 maggio 2016

Gli adulteri nel tempio.


Oggi, venne in visita da me Sesac; e mi consegnò questo racconto che pubblico, come sempre, assai volentieri.
Tratta, come consuetudine, della vita degli animali della foresta e dei fatti di un tempo che fu.

Sam Cardell
 
Tratto da “i Dialoghi” di Sesac
 
Gli adulteri nel tempio.
 
Leone da alcuni giorni non era al meglio.
Le vibrazioni interne che squassavano periodicamente il suo fisico si stavano ripetendo. Ciò gli disturbava pure il sonno, tuttavia non gli toglieva il buonumore. Era sempre positivo.
Come spesso succedeva nei periodi difficili, decise di salire sullo Sparavento. Era domenica, la domenica della Trinità. Il tempo era buono e la temperatura ideale per un’escursione in tarda mattinata.
Billyno intuì tutto e cominciò a sgambettare ansioso in casa, volendo essere a tutti i costi della partita
 
Gini non era in cascina e neppure Bruno e la mandria. Sicché Leone comprese che doveva già essere a pascolare in quota. Sicuramente a mezza costa, perché in alto il pascolo sarebbe stato ancora inesistente. Infatti, non c’era neppure il vecchio trattore. Perciò gli lasciò in casa le vettovaglie che gli era solito portare, compreso il fustino di pregiato Chianti, di cui Gini era … ghiotto.
Bipperino affrontò deciso la salita e, poco dopo, scaricò nella piazzola Leone e Billyno. Lui, infatti, amava solo andare sulle carrarecce e non oltre.
Leone prese la racchetta, regolò la telescopia per la salita, calzò lo zainetto e si avviò con Billyno sul sentiero che dal colletto porta prima a un roccolo e poi, per pascoli, su verso i Marsì.
Si avviò lento perché voleva raggiungere a tutti i costi la cima. In questo modo intendeva entrare in temperatura senza affaticare muscoli e polmoni. Billyno capì l’antifona al primo richiamo e si adeguò prontamente. Dopotutto erano mesi che non facevano un’escursione.
 
A poco meno di metà salita scorsero, stravaccata a ruminare, la mandria di Gini su a mezza costa.  Dopo alcuni minuti individuarono pure lui con Bruno.
Li raggiunsero e si fermarono per i saluti. Gini si apprestava ad avviare il trattore per scendere. Lo trovarono in buona forma nonostante l’età avanzata.
Ripartirono; e dopo un dolce, pur se impegnativo declivio, raggiunsero il sentiero pianeggiante che porta alla pozza d’abbeveraggio e all’isolato boschetto sommitale adiacente. Indi attaccarono lentamente l’impegnativo tratto finale che porta alla cima, tra sempre più radi ranuncoli in fiore, alcune orchis mascula e un isolato esemplare di genziana kochiana acaulis.
Sbucarono infine, non senza fatica, in vetta, dove ad attenderli v’era la tozza bianca croce sommitale.
Leone la raggiunse e, salutandola, l’accarezzò con affetto, come una di famiglia.
Dentro di sé sentì allora una voce e la riconobbe familiare.
 
D: Benvenuto e bravo Leo! Sei tenace nonostante gli acciacchi. Mi complimento con te.
L: Grazie, Buon Dio. I complimenti delle persone competenti, sai, fanno maggiormente piacere. Anche se, come ben sai, non aggiungono e non tolgono nulla a ciò che, in effetti, sono. Sono stremato e ho raggiunto ‘sta vetta solo con le unghie.
Ti ringrazio, comunque, per avermi concesso di giungere nuovamente quassù.
Ti faccio pure gli auguri per la Tua festa. Sai, ora qua siamo in tre: Tu, io e Billyno. Non è una Trinità perfetta, ma … possiamo accontentarci.
D: Grazie di cuore per gli Auguri! Ma, dimmi Leo; che hai combinato ieri sera nel tempio alla prefestiva? È giunto un “divertente” clamore fino al mio cospetto.
L: Sai, dovresti rettificare la domanda. Dovresti chiedermi: che han combinato i due adulteri, zotici villani? Perché proprio di ciò si tratta.
Ora, se permetti però, siedo al mio solito posto. Tiro il fiato, mi rifocillo un po’, e intanto faccio mente ai fatti di cui mi chiedi; poi … ricominciamo. Ti va?
D: Ok, caro Leo. Davanti a noi ci sta solo tutta l’eternità. Fai con comodo e calma.
L: Strano, però, che Tu non mi chieda che guazzabuglio teologico ha fatto ieri sera il Tuo druido burino sulla Trinità. Sai, ha affermato che 1+1+1 non fanno 3, ma uno. Perché la logica della Trinità non è questa, ma ben altra. Sicuramente alludeva alla matematica; però s’è poi scordato di dire qual è nella realtà la logica Tua. Così ho scoperto che non sei più Uno e Trino, ma solo Uno.
D: Sempre critico sei, vedo. Su, non essere troppo meticoloso. Non tutti possono essere al tuo livello.
L: Già, Buon Dio. Lasciami ora ironicamente malignare un po’ su di Te così: il fatto è che Tu o non li hai voluti creare al mio livello, oppure non Ti riusciva di farne altri come me. Forse è stato un caso il mio; o Ti si sarà rotto lo stampo?
Ecco perché quando m’incavolo di brutto con i miei simili dico spesso: perché mai mi avrà messo in mezzo a tanti deficienti?
Ora mi faccio lo spuntino!
 
Leone si sedette perciò alcuni metri a sud al suo solito posto. E, facendolo, notò che, a ridosso della roccia su cui si appoggiava sempre, era stata costruita una piccola grotta con dentro la statuina della Vergine, un distintivo del C.A.I, un santino della vergine, un lume e un piccolo arbusto di pianta grassa in materiale plastico. La osservò, divertito dalla … novità.
Aprì lo zainetto, tolse le brioche, la frutta secca, la ciotola per Billyno e fecero entrambi colazione, anche se ormai il sole volgeva verso il mezzodì.
Laggiù nella valle, il borgo, a capo lago, si crogiolava al sole mille metri più in basso. Mostrando, fiero al viandante, la sua pieve settecentesca in tardo barocco, posta sopra una rupe.
Notandola, Leone cominciò a rimediare i fatti del giorno prima.
 
Leone non era solito recarsi presto nel tempio. Tuttavia, avendo nulla da fare, la sera prima vi era giunto, passeggiando, oltre 15’ prima dell’inizio della celebrazione.
Entratovi s’era seduto al solito posto, circa a mezza navata; notando, assisi nella prima panca, la coppia che denominava “sacristi”, nota e conclamata coppia di adulteri da anni. Tanto che al sorgere del fatto il druido precedente, il bel René, li aveva invitati per ragioni morali e di opportunità religiosa a non salire pubblicamente nel presbiterio.
Poi, quando fu sostituito dal druido burino, costui li “rigenerò” nella riabilitazione, forte del fatto che Tunghina bianca voleva essere misericordioso verso i peccatori, secondo il detto che Dio ama tutti i suoi figli e che va a cercare la pecorella smarrita. In questo caso … due! Doveva cercare pure poco, avendoli sempre in casa tra i piedi.
La coppia - come li denominava Leone - era composta da Palla di biliardo e da Patata bollente.
Palla era un tipo obbrobrioso nell’aspetto, zotico assai, totalmente calvo e con gli occhi stralunati, psicotico e rivoltante nei rapporti sociali per degli abituali scatti irosi. Non per nulla tutte le femmine con cui aveva cercato di approcciare lo avevano subito scansato.
Leone lo aveva soprannominato così sia per il cranio disadorno, sia perché in effetti era un povero … palla.
Da ragazzo s’era messo in testa di fare da grande il druido. Perciò il prode Carlo lo aveva spedito in seminario, dove però era rimasto solo un paio di giorni perché era figlio di … papà. Là, infatti, non lo riverivano come facevano i suoi genitori, che lo avevano come unico rampollo e lo tenevano come il pulcino nella bambagia.
Patata, invece, era giunta nel borgo da un paese limitrofo, dopo essersi … mal coniugata con uno, pure lui di altrove, di oltre un decennio più di lei. Magra inchiodata, era un’oca civettuola affamata (arrapata) che pensava di averla solo lei, intenta ad occhieggiare ovunque il galletto disponibile e … appetitoso. Pure Leone era stato fatto oggetto in passato dei suoi sguardi ammiccanti; cosa, ovviamente, che fece sempre finta di ignorare (vedere).
Il marito era un tipo all’apparenza misogino, piccolo, magro e dalle gambe notevolmente arcuate (sghembe), poco socievole con tutti. Forse, insinuava Leone, era pure quasi impotente.
Sora Terry, vispa monaca che vedeva lontano, un giorno disse dei due all’amica Mary: Che vuoi, Mary, lui vale poco e lei vale ancora di meno. Non si può pretendere di più.
 
Dopo anni che la coppia abitava nel borgo, Palla e Patata cominciarono a simpatizzare, nonostante Palla fosse di oltre un decennio più giovane di lei. Tanto per passare con noncuranza da un opposto all’altro.
Patata ci seppe fare a tal punto, in pochissimo tempo, da salutare sui due piedi, un giorno, il marito; per trasferirsi seduta stante, armi e bagagli, da Palla, iniziando così la loro vita in comune da … adulteri.
Sicché avvenne, che a forza di mangiare “uccelli”, di cui era sicuramente ghiotta, cominciò a cambiare fisico e peso. Tanto che Leone, da simbiologo, annotava nelle sue analisi la variazione del bacino e del petto, segni inequivocabili di una certa … alimentazione particolare, che prima non aveva potuto avere dal misogino.
 
I due, culturalmente inesistenti, nonostante tutto se la credevano e sicuramente pensavano in cuor loro d’essere degli ottimi credenti. Non per nulla erano sempre ai primi posti nel tempio, per essere di fulgido esempio a tutti i fedeli. Si credevano, nella pratica comportamentale, i “padroni” del tempio.
Avevano il vezzo di parlottare spesso tra loro, con l’aggiunta di sorrisini compiacenti anche durante le funzioni religiose.
Il vecchio falegname spesso prendeva posto accanto a Leone. Avendo la moglie ammalata, Leone gli chiedeva sotto voce come andasse. Allo stesso modo lui chiedeva di Madame. In tutto si scambiavano si e no una decina di parole.
Già in altre occasioni Palla s’era girato a redarguire con modi poco garbati il falegname, perché – diceva – il druido burino non voleva che si parlasse. Ovviamente dimenticava sempre il suo parlottare con l’amante.
Leone, che non amava i due pesi e le due misure, gli aveva già risposto un paio di volte a muso duro, perché il tipo vedeva la pagliuzza nell’occhio altrui e non la trave nel proprio. Tuttavia Leone, essendo magnanimo, s’era sempre limitato a delle battute.
 
Billyno e Leone finirono la loro colazione, sorbendo, ciascuno, un bicchiere d’acqua.
A lungo, durante lo spuntino, avevano rimirato i tre laghi stendersi sotto di loro, la piana in parte offuscata dall’umidità della calura, il verde smeraldo del lago che, nell’occasione, riverberava i pascoli e i boschi dei monti sovrastanti, la lontana muraglia, là oltre la piana, degli Appennini, delle Cozie e delle Marittime, che però si distinguevano quasi a fatica, miscelandosi con lontane muraglie di nubi, avamposti di una nuova forte perturbazione.
Billyno si accucciò contro Leone, onde ripararsi dagli spifferi ventosi che giungevano dal basso e che, come sempre, investivano la cima, portando seco lo scampanellio delle “cioche” (campanacci) delle mandrie al pascolo.
Sentendosi recuperato nelle forze, Leone riprese il suo dialogo.
 
L: Ci sei ancora, lassù sul Tuo trono nell’alto dei cieli, Uno e Trino?
D: Certo, Leo. L’universo ed Io siamo infiniti; tuttavia non avrei altro posto … disponibile. L’infinito è in realtà finito, come Io sono infinito, ma nello stesso tempo finito.
L: Questi sillogismi mi paiono troppo tomistici, perciò scolastici. Forse dovresti aggiornarTi un po’ nella conoscenza filosofica attuale.
Scusa: che volevi sapere prima?
D: Che tu mi aggiornassi sui fatti di ieri sera nel tempio.
L: Sai, a pensarci bene credo che Tu Ti sia perso una scena madre.
Prima, però, per farti capire bene, vorrei descriverti la scena per bene, senza di che non capiresti molto, se non il solo superficiale.
D: Bene, Leo. Ti ascolterò con piacere.
L: Ok!
Giunsi nel tempio con notevole anticipo rispetto al solito e mi sedetti al solito posto. Nella panca, davanti a me, vi era la vedova di quello scrittore e poeta tosco che richiamasti a te anni fa. Più avanti i due zotici villani; o, se preferisci, i due adulteri. Scegli Tu la terminologia che ritieni più appropriata. E guarda che l’ho detto con rispetto e non in modo dispregiativo.
D: Lo so, Leo. Dopotutto è la realtà loro, che volontariamente hanno costruito e che liberamente continuano a perseguire.
L: Bene! Or devi sapere che i due, come loro solito, hanno parlottato spesso tra loro.
Ad un tratto, dalla parte inferiore del tempio, arriva una signora, che avendo visto la vedova intende salutarla. Le si mette accanto in piedi e per oltre un paio di minuti si scambiano i convenevoli, che tutti i fedeli già giunti nella pieve possono facilmente ascoltare. Poi costei torna al suo posto.
Ovviamente, trattandosi di persone di “rango” altolocato - secondo i due zotici villani - questi se ne guardano bene dal girarsi per redarguire le due “nobili” madame parlottanti.
Poco prima che inizi la funzione religiosa arriva pure il vecchio falegname, che prende posto accanto a me. Io gli chiedo della moglie. Mi risponde che sta benino e mi chiede di Madame. In tutto ci scambiamo una decina di parole, articoli e congiunzioni comprese, sottovoce.
Palla si gira indietro, verso di noi, in malo modo, redarguendo con le solite storie il falegname con quei suoi modi di cafone patentato, da padrone del tempio.
Lo invito a non rompere, a stare zitto e a rigirarsi.
Ovviamente persiste; ed allora, visto che con le frasi educate non intende, uso il suo stesso linguaggio: Non rompere le balle - (sinonimo dialettale bergamasco dal doppio senso: bugie, testicoli) -, che hai già rotto abbastanza. Girati e stai zitto!
D: Ahahhhaaaahhh! Suvvia Leo, mi meraviglio di te. Usare una tale terminologia plebea nel tempio! Mi fai proprio divertire. Sai, solo un tipo che se ne frega delle apparenze e delle convenienze, come te, può farlo.
L: Sapevo che la cosa ti avrebbe divertito. Infatti pure all’inizio manifestati ciò, dicendomi: È giunto un “divertente” clamore fino al mio cospetto.
La querelle, però non si ferma lì. Aspetta il seguito, Buon Dio.
Il tipo, però, persiste, roteando gli occhi come un esagitato psicotico, dicendo che poi il druido burino si arrabbia e che siamo nel tempio.
Gli ribatto che il tempio lo hanno costruito i paesani e non il druido. Non è opera sua. Perciò proseguo: Ti ho già detto che è ora di smettere di rompere le balle. È ora di finirla con ‘sta storia. Girati e sta zitto!
E dicendo ciò alzo la voce. Il tipo si placa scornato e si gira.
A questo punto, però, Patata si gira inviperita a difesa dell’amante, dicendo che non è giusto e che si deve aver rispetto degli altri. Sbava addirittura, sibilando come una vipera a cui gli si è accoppato il maschio.
La cosa non m’impressiona. E siccome so come accoppare le vipere velenose, ripeto a lei la stessa frase:
Smettetela di rompere le balle che le avete già rotte da tempo abbastanza. Se hai rispetto degli altri sta zitta, girati e non rompere più le balle! Non hai capito? Te lo ripeto a voce ancora più alta: non rompere più le balle! Se vuoi te lo grido pure in modo che non solo nella pieve, ma pure fuori intendano tutti ciò che ti dico: non rompete più le balle!
Ovviamene modulando sempre di più alto il mio tono vocale.
A ‘sto punto la vipera s’acqueta, tace e si gira.
Nel frattempo il Tuo druido burino aveva percepito il clamore in sacrestia e, bardato già dei paramenti sacri, aveva socchiuso la porta della sacrestia, giusto in tempo per assistere alla parte finale.
A dire il vero, pur notando con la coda dell’occhio il socchiudersi dell’uscio, ero troppo intento a fissare la vipera negli occhi con autorità e decisione; mentre nei suoi leggevo solo paura e soggezione.
Sicché, avendo finito con i due adulteri, giro gli occhi verso l’uscio e lo vedo guardarmi con quel suo torvo sguardo minaccioso che talora usa pure durante le celebrazioni, per incutere tremore e reverenza ai fedeli che sbagliano qualcosa.
Costui, pur non conoscendo la successione dei fatti, mi guarda fisso senza proferir parola in modo malevolo e reprimente, per incutermi soggezione.
Ma, Buon Dio, essendo solo il druido un pollo ruspante, gli pianto i miei occhi deciso nei suoi e a voce imperiosa gli dico: E tu che vuoi?
Il pollo non regge lo sguardo mio, distoglie i suoi dai miei, scuote il capo, si gira, chiude la porta e … poco dopo si reca all’altare per iniziare la celebrazione liturgica. Come se nulla fosse successo.
D: Sai, Leo, mi meravigli sempre. Non sei nuovo a zittire e a intimorire i druidi, grandi o piccoli, che osino mettertisi contro.
Ricordi quando, durante un convegno scientifico, annullasti tra le risate generali quel mio gran druido purpureo con: Eminenza, faccia il bravo ragazzo educato. Altrimenti va a finire che qui la degrado subito a chierichetto, seduta stante. Sai, per il suo amor proprio Io so che per lui fu un colpo mortale. Arrossì a tal punto che quasi gli venne un infarto dalla bile che sprigionasti in lui.
Oppure, quando durante quella conferenza sulla tematica del sacramento della penitenza, riuscisti teologicamente a dividere decine di miei druidi un contro l’altro, con il risultato che più della metà si schierarono con te? Che dicesti al monsignore capofila della cordata avversa a te?
L: Certo che me lo ricordo, anche se son trascorsi decenni.
Lo apostrofai così: Ora, lei che è tanto tronfio di Spirito Santo, crede forse che lo Spirito abbia illuminato solo lei e i suoi pochi seguaci di questa discussione e che abbia azzerato la capacità conoscitiva di quelli che si sono schierati con me? Mi spieghi ora bene se costoro sono consacrati, oppure se sono dannati, eretici o apostati.
D: Leo, tolleranza e misericordia! Sono tutti figli miei.
L: Lasciami, Buon Dio, essere scanzonato. Perciò Ti dirò: guarda da che pulpito viene la predica. Tu, fosti misericordioso e tollerante coi mercanti nel cortile del tempio – Mt 21,12; Mc 11,15; Lc 19,45-46; Gv 2,14-16 -, quando li fustigasti e rovesciasti i loro banchetti?
E sempre nel cortile del tempio, all’adultera, non dicesti forse: Neppure io ti condanno: va, e d’ora in poi non peccare più. (Gv 8,11)
Sai, io sono tollerante con tutti, adulteri compresi. E non m’impiccio dei fatti loro, anche se li vedo.
Non mi preme affatto tirare la prima pietra, ma neppure l’ultima. Ma, se qualcuno la tira a me, gliene rimando 100 di fila finché non li ho seppelliti del tutto.
Ora passi che il Buon Pastore lasci le 99 e va a cercare quella smarrita. Perciò anche le … due.
Però, qua, sono cattolici o luterani? Conosci la massima di Lutero? Pecca fortiter, sed credē fortius; che trae i presupposti nientemeno che da Agostino: pecca fortiter, sed ama fortius.
E gli adulteri in questione che fanno secondo Te? Peccano più che possono e amano un tantino di più. Per cui poi vengono perdonati … continuamente.
Vedi, qua forse vi è una contraddizione di fondo, perché, visto che perseguono da anni imperterriti, il loro amare corrisponde solo al “ciulare”. Sicché ti pregano e poi ciulano nell’adulterio … all’infinito. Perciò cerca pure le pecorelle smarrite da mane a sera.
D: Leo, ma che linguaggio volgare mi usi oggi?
L: Volgare non direi, anche se colorito. Serve a esplicare molto realisticamente il concetto. Non credo che Tu Ti possa scandalizzare per un colloquio molto franco e diretto.
D: Sai, ho capito benissimo il tuo concetto. Però ora tira le conclusioni.
L: Buon Dio, queste sono abbastanza semplici. Nella Tua preveggenza dovresti già saperle.
Se gli adulteri mi attaccano ancora li seppellisco sotto le loro macerie. Se il druido burino mi capita a tiro con certe balzane idee, Te lo civilizzo battezzandotelo, cresimandotelo e istruendotelo a dovere.
Ti dirò: hai mai sentito la preghierina bambinesca di Tunghina bianca per il Giubileo della Misericordia. Qua la leggono dopo ogni celebrazione festiva.
Io non la dico mai, perché mi pare infantile. Sarà pure vero che non entrerò nel Tuo Regno se non diventerò come un bambino, ma lascia che Ti dica che preferisco restare adulto.
Ebbene, la preghiera è infantile, ma non per questo banale.
Dovevi sentire come la recitava bene ieri sera Patata bollente, al passaggio che dice che insegnasti all’adultera a non porre la felicità in una persona.
Dici che ha capito ciò che leggeva?
D: Considerata la sua vita e le sue azioni, credo proprio di no.
L: Bene, Buon Dio. Vedi, alla fin fine Ti posso contestare, ma poi ci troviamo sempre sulla stessa linea filosofica e teologica.
Ora Ti saluto e scendo. Ormai il mezzodì è già passato. Buona giornata!
D: Buona giornata pure a te, Leo. Mi raccomando: tolleranza e misericordia. Oltre che ad istruire gli ignoranti.
 
Leone raccolse lo zainetto e s’incamminò.
Billyno, sentendo profumo di … polenta, saettò rapido da Bipperino.
La breve escursione gli aveva messo addosso una fame da … lupi.
 
Sesac
 
 

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