sabato 8 settembre 2012

Aperitivo Purpureo.

Oggi mi è pervenuto questo racconto che pubblico assai volentieri.
È un testo particolare ambientato come sempre nella Foresta. Il personaggio principe è facilmente riconducibile ad un’alta personalità  religiosa, anche se, come sua consuetudine e giocando sulle parole, Sesac lo ha sempre indicato - e lo fa pure ora - con uno pseudonimo.
Vi sono citazioni di un libro a cui non sono state messe volontariamente le consuete note esplicative sul nome dell’autore e del titolo del libro che le contiene, in ossequio a questa privacy.
Sesac ha preferito così, convinto che il lettore è sufficientemente adulto per capire di chi si tratti. Rispettoso del suo intendimento mi sono astenuto dal farlo in sua vece.

Sam Cardell
Tratto da “i Dialoghi” di Sesac
Aperitivo Purpureo.

Io, Sesac, decisi di andare nuovamente in … trasferta.
Si era in viaggio per raggiungere l’accogliente baita posta su in Federia, anche se la calura era già stata attutita da alcuni salutari, prolungati e intensi scrosci nel Nord della foresta.
La compagnia intendeva ritrovarsi per diletto amichevole e non per sfuggire alla canicola.
Bipperino procedeva tranquillo e senza alcuna fretta, in un ambiente boschivo montano che, nonostante la tarda estate, appariva come se si fosse già in autunno inoltrato. Infatti, tra i boschi, molte chiazze erano marrone intenso, come se le foglie stessero per cadere o avessero cambiato, per un precoce freddo autunnale, il loro naturale colore estivo. Ciò era maggiormente accentuato là dove le conifere ne esaltavano la diversità policroma con il loro verde scuro intenso.
La prolungata ondata di calore e di siccità permeava il quadro della natura come se a dipingerlo fosse stato il Fattori, intento, in trasferta, a scambiare i dolci, morbidi e protuberanti patri declivi delle siccitose piagge tosche per le scoscese ripide balze dei boschi d’altura alpini.

S’era nel meriggio avanzato; e tra un chiacchiericcio e l’altro si ascoltava in sottofondo la radio nelle sue consuete trasmissioni pomeridiane.
Queste, d’un tratto, vennero sospese; e un cronista ci aggiornò sulla morte, appena avvenuta, di Aperitivo Purpureo.
Le condizioni di Aperitivo da tempo erano pessime; tant’e che un paio di settimane prima, su nel regno di Patatona, tra di noi se n’era parlato, già presumendo un’imminente fine: una fine fisiologica dovuta all’età e alla malattia, sollievo naturale e ultimo per l’infermo ormai senza speranza.
In passato avevo avuto la possibilità di conoscere di persona Aperitivo e di descrivere una sua visita riservata a Leone in uno dei miei resoconti[1] di circa 2 decenni fa.
Pur nella serenità degli eventi naturali della vita ne fummo addolorati. Con lui se n’era … andata anche una parte di noi.

Pervenimmo infine alla radura di sosta, dove però brillava l’assenza del possente Terra.
Prese le nostre cose ci incamminammo con calma, imboccando la mulattiera che dava accesso alla spaziosa baita alpina con sinuoso e boscoso percorso, mentre il sole era ancora alto nel cielo pur se già inarcato verso occidente.
Giungemmo. E, infatti, trovammo la compagnia priva di Leone.

Leone era altrove per una sua escursione al Sasso Spicco col simpatico Billy.
Il Sasso stava in alto, anche se altrove rispetto alla baita alpina. Era un luogo sacro e aspro, posto sopra una rupe verticale, atta a difenderlo, nei secoli passati, da possibili scorribande di malintenzionati.
Vi si accedeva da sud, salendo da una pineta che immetteva poi in una secolare e imponente faggeta,  occupante tutta la sommità del monte; oppure da nordovest tramite una selciata mulattiera che saliva, irta, tra gli anfratti della rupe verticale verso il portone d’ingresso, sulla cui cornice vi è il messaggio che gratificava il pellegrino: Non est in toto sanctior orbe mons.
Il sacro complesso è in pratica tutt’ora un noto monastero, dove santi e beati nei secoli si erano alternati, soggiornando temporaneamente in quel luogo e ivi facendo penitenza, meditazione e preghiera.
Uno sparuto gruppo, con piede spoglio e cordone bianco, di tonacati marroni presidiava ancora il sacro luogo, anche se lo scorrere del tempo aveva decimato assai la nutrita famiglia che per secoli lo aveva reso popoloso.
Viandanti, pellegrini, studiosi e fedeli lassù salivano bramosi di curiosità, di fede, di ristoro, di riappacificazione interiore e di arte; e anche di frescura nelle assolate giornate estive.
Il Sasso Spicco può essere considerato lo scrigno d’arte per eccellenza dei Della Robbia, anche se vi è pure una splendida opera a colori del concorrente Santi Buglioni.
Durante una mia visita, infatti, avevo notato che lassù vi erano più opere che altrove, specie di Andrea. Le varie principali cappelle, numerose, che arricchiscono il sacro antico eremo, sono, infatti, ornate dagli imponenti bassorilievi in terracotta invetriata  di quella dinastia di artisti, tanto arditi nell’innovazione della loro arte quanto restii a tramandare ai posteri il segreto della composizione dell’invetriatura smaltata, capace da secoli di reggere l’incuria del tempo nella brillantezza originale.
Le opere sono per lo più monumentali e di pregevole fattura: tutte teofanie religiose a colori policromi e con tratti gentili e delicati, dotati sempre di un’intensa espressività umana di caritatevole e immenso amore di donazione divina e sociale.

Leone giunse tardi, dopo il tramonto del sole e mentre si stava apprestando la cena. Aveva con sé pure Madame.
Lo aggiornammo sulla morte di Aperitivo, notizia che peraltro già conosceva.
Aggiunse solo: Che Dio l’abbia a nostra luce e conforto nella sua luminosa gloria eterna.

Prima di coricarci ci intrattenemmo a chiacchierare nella spaziosa sala adibita a cucina, in attesa che Hypnos, figlio di Erebo e gemello di Thanatos, appesantisse le nostre ciglia.
La conversazione si protrasse tra gli astanti sulla carismatica figura di Aperitivo e sulla sua interessante opera letteraria. V’era chi lo classificava come progressista e chi come di sx, scorrendo analiticamente il suo lungo incedere pastorale nella più grande diocesi della foresta.
Leone, sprofondato in una poltrona posta davanti ad una finestra, se ne stava silenzioso ad osservare la natura senza proferire parola, apparentemente sordo al nostro discorrere.
Eppure, più di tutti noi, lo aveva conosciuto.
Il tempo stava cambiando e il cielo a malapena mostrava solo a tratti la pallida luna tendente al gibboso.

Quando si incrociarono la prima volta, Leone aveva già varcato il San Damaso per ben 2 volte, ovviamente non in visita di piacere. Perciò pure in quel mondo particolare lui era … necessario a qualcuno.
Aperitivo aveva un incedere e un discorrere solenne e ieratico, quasi lento, tant’era meditato e attento. D’aspetto culturale signorile e nobile lo si notava subito tra mille altri individui, come una persona carismatica attrae subito l’attenzione del volgo. Ovviamente era sempre in cattedra col suo sapere posato e ponderato, col suo sguardo intenso, attento e penetrante, anche se sempre nella totale disponibilità di tutti e nel personale dubbio interiore della faticosa ricerca trascendentale d’una Verità ulteriormente da scoprire. Era un Pastore attento e rispettoso dell’intendere altrui, tanto deciso a condurre il gregge, quanto predisposto all’ascolto.
Leone, invece, lo si notava solo quando saliva in cattedra, perché allora non ce n’era più per alcuno, fossero questi tonacati sgargianti, re, principi, duchi, conti o sapienti del reame. Era il “Leone” e come tale restava, finché decideva ch’era l’ora di lasciare quel ruolo.
Aperitivo traeva il suo sapere dalla logica e sofferta sorgente della fede nella Parola, partendo dalla quale, pur nella parziale incertezza della sua elaborata ricerca, costruiva un’innovativa concezione religiosa e sociale.
Leone, al contrario, basava l’azione sulla contingenza della necessità, non dando un valore escatologico alla ricerca, ma operando con sicurezza per la risoluzione del problema. I problemi – diceva – esistono solo per essere risolti.
Entrambi possedevano una grande cultura, che, pur diversa, li poneva al vertice del loro proprio sistema sociale. Non erano antagonisti, né opposti, né alternativi, bensì correlativi pur su binari paralleli e convergenti su una complanarità sociale: erano sempre a disposizione della società.
Erano tanto diversi in tutto quanto complementari, pure nella fede. Per rendersene conto bastava osservare la differenza sostanziale di un loro scritto, i termini usati, la metodologia dell’analisi, il procedimento eziologico e filosofico che lo sorreggeva, oppure ascoltare un loro discorso nella declamazione oratoria stessa, nella linearità e nella musicalità delle frasi.
Erano l’emblema della Foresta nell’astrazione del coesistere: religiosa e laica da una parte, pubblica e estremamente riservata dall’altra.

Se si incontravano – e avveniva raramente - tra loro vi era una simpatica e affettuosa stretta di mano, di norma condita da alcune battute.
Non erano sicuramente amici – come comunemente s’intende -, data la scarsa frequentazione. Tuttavia erano molto più che conoscenti, perché culturalmente l’uno era nella reciprocità il supporto dell’altro. Si seguivano a distanza e spesso capitava che si affiancassero in articoli profondi, completandosi a vicenda in un dialogare parallelo in cui il pensiero dell’uno era, di norma, lo stimolo e il complemento per l’altro.
Si … conoscevano! E si apprezzavano.
Leone si riscosse infine dal torpore estatico della natura notturna, si alzò, girò la poltrona verso il camino acceso, che, scoppiettante, sprigionava nella stanza un intenso profumo resinoso di cembro, e così cominciò a parlare, in piedi e appoggiato al retro della poltrona come se questa fosse un ambone, proprio sotto il grande crocifisso ligneo che inondava la stanza con la sua ingombrante mistica e silente presenza.

Oggi, al Sasso Spicco, mi sono dilettato ad analizzare il comportamento del penitente e del confessore, facilitato dal fatto che i confessionali lassù hanno luce interna, protetti esternamente da vetriate che permettono di osservare comodamente, da fuori, ogni vibrazione del volto.
Facce contrite da una parte, seriose e paterne dall’altra, evidenziavano un rito che da secoli si perpetua in una colpa/perdono basata per lo più non su una conversione continua e sincera, ma solo su una semplice dichiarazione d’intenti che viene poi quasi automaticamente disattesa. È la religione personalistica e a misura dei nostri giorni, dove il solo semplice dichiarare sottintende l’irrisoria penitenza d’una, o più, preghiera che glorifica e giustifica l’assoluzione.

Si soffermò, fece alcuni passi e trasse dal suo zainetto un libro che stava analizzando su richiesta, fattogli pervenire tempo prima dall’autore stesso. Tornando verso la poltrona appoggiò il libro sulla sommità dello schienale come se quello fosse un leggio, lo sfogliò scorrendo velocemente i vari segnalibro inseriti, trovò il punto voluto e così riprese.

L’analisi di quelle confessioni contrite, seppur spontanee, mi riportarono alla mente questa frase, che indica la differente visione sostanziale della religione esistente tra molta ecclesia e Aperitivo. Ve la leggo.

Mi preme sottolineare che la conversione intellettuale è parte del cammino cristiano, pur se sono poche le persone che vi arrivano perché è certamente più comodo, più facile accontentarsi di ciò che si dice, di ciò che si legge, di come la pensano i più, dell’influenza dell’ambiente anche buono.
Tuttavia il cristiano maturo ha assoluto bisogno di acquisire convinzioni personali, interiori per essere un evangelizzatore serio in un mondo pluralistico e segnato da bufere di opinioni contrastanti.
In altre parole, la conversione intellettuale è propria di chi ha imparato a ragionare con la sua testa, a cogliere la ragionevolezza della fede grazie a un cammino, forse faticoso, che lo rende capace di illuminare gli altri.
E più avanti:
Il passaggio della conversione intellettuale richiede sforzo, volontà, pazienza, tempo, ma vi invito a farlo. Rimango sempre perplesso quando, incontrando qualche comunità religiosa, anche contemplativa, mi accorgo che, pur conducendo una vita pia, devota, santa, sacrificata, questi uomini o queste donne non hanno l’intelligenza spirituale della situazione della Chiesa. I nostri Padri, come Agostino e Ambrogio, non si sono distinti solo per la pietà o per la moralità; essi avevano acquistato quell’intelligenza che può giudicare da sé ciò che è bene e ciò che è male, che può rendere ragione delle proprie opinioni di fede.
Di questa maturità cristiana, che nasce dalla conversione intellettuale, noi abbiamo bisogno oggi per evangelizzare un’Europa così sofisticata e attraversata dalle più strane correnti di pensiero.

La conversione è sempre legata alla vita personale, quindi anche al superamento del peccato.
Si possono avere concezioni diverse di peccato; ma è ovvio che quando questo venga percepito come tale non possa più essere perpetuato basandosi sulla debolezza della capacità umana e della carne.
E la visione di quelle facce penitenti, oggi scrutate da esperto quasi furtivamente seppur pubblicamente, mi hanno reso chiaro che il concetto di conversione è oggi basato per i più solo sulla convinzione che basti il sacramento – per chi ci crede – della penitenza. Non la grazia benevola di Dio che inonda, purifica e arricchisce l’animo umano, ma una grazia che viene inglobata nell’intimo egocentrico dell’Io ad uso e abuso delle nostre aspettative. Un Dio, dunque, al nostro esclusivo servizio.
Alla cerimonia che avverrà a breve in duomo, chi la seguirà potrà notare in prima fila tutti i falsi e pubblici farisei, riconoscibili dalle facce contratte e devote, dal vestito ricco e impeccabile, all’apparenza quasi affrante dal dolore della sua scomparsa e affiancate una all’altra in una parata mediatica tesa a nascondere i forti contrasti rancorosi che li dividono reciprocamente. Alcuni di loro dichiareranno magari pubblicamente che erano onorati della “sua amicizia”. Quale amicizia? Forse quella del calpestare continuamente i valori che Lui professava e che insegnava? Costoro, sicuramente, hanno scambiato la sua benevola e tollerante magnanimità per amicizia.
Confrontate lo status sociale di questi - per lo più politici -, il loro reddito e la posizione privilegiata che continuano strenuamente a difendere, e vi renderete conto della diversità abissale, religiosa e morale, che li pervade rispetto all’insegnamento che solo a parole intendono esaltare.
Aperitivo si soffermava spesso non tanto sull’essere credente/non credente, bensì sul pensante/non pensante. Infatti proprio qua sta il problema dell’essere uomo, cittadino e credente oggi.

Ha un senso essere “credente” senza essere “pensante”? No, perché allora la credenza non viene condivisa dalla ricerca della ragione, che la fa sua dopo attenta meditazione. Rimane, in questo modo, una fede epidermica, oggettistica/materialistica, tesa solo a farci consumare una cultura da cui si prende solo l’utile, scartando ciò che per noi non è dilettevole quando diventa conflittuale al nostro tornaconto nella carità cristiana.
Ecco perciò perché il binomio “credente/non credente” diventa il “non pensante”. Il vero “credente” è sempre solo il “pensante”!
Egli istituì non a caso la “cattedra dei non credenti”, proprio perché il pensante agnostico denota un mondo moderno non vuoto di valori, bensì capace di possedere quella fiducia nella ragione, grazie alla quale scaturiscono domande che se valutate, ascoltate e soppesate non risultano superflue all’umanità. Sono sempre aperture verso l’Assoluto, in quella ricerca escatologica o scientifica che dà comunque sempre risposte, magari momentaneamente sommarie, talora errate o parziali, ma che comunque sono impregnate di una ricerca coscienziosa che, per le tante vie misteriose della salvezza operata sempre da Dio, sortisce risultati per tutta l’umanità.
Credente/non credente assume perciò 2 significati diversi e opposti. Il primo sottintende la parità esistenziale nella fede della carità tra le 2 opposte visioni fede/non fede se collegato al pensante; il secondo l’identica parità e nullità del semplice credere/non credere senza pensare.
Il dialogo col mondo, anche quello più lontano, non è mai infruttuoso, ma deve sempre essere laborioso; proprio perché la rivelazione di Dio sia anche dentro l’umanità tutta, in quanto la forza dello Spirito soffia dove vuole e funziona nella forza della ragione se e dove c’è.

Essere padre e pastore non significa rinunciare all’essere critico, sia nel mondo che nella Chiesa. E ciò vale per tutti, perché Dio chiama ognuno indistintamente ad essere padre/pastore verso il prossimo, cioè verso l’alter homo che ci sta accanto.
La critica è sempre costruttiva se inglobata nella carità, cioè in quell’amore che porta ad offrire all’altro anche una visione speculativa diversa, capace di  creare confronto nel dialogo e valore aggiunto alla ricerca del pensiero.
Il suo pensiero talora si discostava da quello ufficiale della Chiesa, ma non era mai in opposizione. Lui non era un ribelle, ma un pensatore molto stimato e apprezzato, che intendeva guardare profondamente la realtà soppesandola sulla Parola: un pensatore illuminato magari talora inascoltato al vertice, ma comunque sempre amato dal gregge per la lucidità e per il pensiero innovativo. Sotto quest’ottica si possono inglobare: il dialogo interreligioso, l’attenzione verso i divorziati e i separati, l’esigenza di un nuovo concilio per l’ammodernamento strutturale e ecclesiale, la riflessione sulle tematiche del lavoro e della finanza, l’esigenza di una formazione diversa per il nuovo clero, la priorità del trarre dallo studio della Parola la sorgente illuminante per procedere sempre oltre, anche sulle tematiche moderne e conflittuali della difesa della vita.

Pensare non sempre vuol dire comprendere appieno.
Infatti, anche per un grande pastore le problematiche della fede possono essere sofferte nell’accettazione, specie in quelle tematiche teologiche e dottrinali che possono sfuggire al “perché” della ragione.
Il suo studio dei testi antichi era improntato proprio anche al tentativo di superare con l’intelletto certe tematiche complesse, che umanamente non sono facilmente comprensibili.
Oggi pensavo proprio a ciò, dopo essermi soffermato a lungo ad analizzare quello che ritengo sia il capolavoro per eccellenza di Andrea della Robbia: l’Annunciazione.
La teofania pare tutta ferma, quasi eternamente immobile nell’attesa di una risposta. Una risposta che non viene istintiva e subitanea, ma che deve essere soppesata e ragionata prima di essere data, perché l’annuncio ha portato un turbamento profondo che ha bisogno di essere fatto proprio, meditato, condiviso e pure programmato nel tempo prima dell’abbandono gioioso alla novità.
La Vergine ha la sua dx sulla profezia di Isaia, mentre la sua sx poggia sul suo cuore, quasi a contenere il moto esplosivo che turbamento e gioia possono produrre simultaneamente quando la Parola, il Verbo, trova dimora in noi. L’efficace staticità rappresentativa pare non dare una risposta nell’immobilità dell’azione. Ma questa è già scritta nella predella del baldacchino: Ecce ãcilla Do˜. Fiat mihi secũdu˜ verbu˜ tu˜.

Il pensante si sofferma sui particolari, quei particolari stessi che sfuggono al distratto visitatore, consumatore delle opere del Sasso Spicco. L’Annunciazione è un capolavoro, ma quanti oltre a dire “bella!” sono in grado di coglierne i moti interiori e profondi dell’animo umano e del volere rispettoso divino? E quanti un attimo dopo essere passati oltre la saprebbero di nuovo descrivere?
Ricordo la sua difficoltà e turbamento nel comprendere e accettare appieno il Sacrificio a cui il Padre aveva sottomesso il Figlio. Si chiedeva sempre se non fosse stato possibile per Dio agire diversamente.
La fede non è una semplice grazia piovuta dall’alto della benevolenza di Dio, ma un procedimento culturale che deve essere sempre e costantemente elaborato e perfezionato su quei particolari che creano turbamento, pur nella gioia della Salvezza che il venerdì storico ci ha arrecato. Serve appunto il venerdì speculativo, capace di renderci nostra la realtà storica e dogmatica!
Pensare non sempre vuol dire capire e risolvere i quesiti che i turbamenti intellettuali interiori arrecano nel nostro pensiero; serve però ad approfondire la tematica e a rendercela, se non totalmente nostra, almeno familiare e reale.
Il pensare ci rende chiaro che ricevere non è inferiore in importanza al donare, che essere padre non è meno fondamentale che essere figlio, che essere pastore non è diverso dall’essere gregge, che amare implichi sempre colui che è amato, non il ricambiato.
Nell’Annunciazione l’Altissimo, attorniato dai cherubini, se ne sta appartato e rispettoso della libertà della Vergine pur nella sua preveggenza divina. I visi denotano sguardi che si consumano nell’attesa, ma che portano l’anima/spirito ad un abbandono finale cosciente e gioioso.

Il suo costante turbamento sul Sacrificio del Figlio l’ho spesso abbinato, ultimamente, alla sua malattia, debilitante e progressiva. Malattia che potrebbe essere mia o di chiunque altro quando l’età avanza.
I sintomi sono sempre quelli: parti del corpo squassate sempre più frequentemente da tremolii, perdita della coscienza stabilometrica, stanchezza, intorpidimento muscolare con rigidità motoria e del regolare flusso intestinale.
L’ammalato di norma rimane lucido e cosciente, capace di intendere il deperimento del suo stato fino allo stadio finale.
Sorge perciò spontanea nell’infermo la retorica domanda sul perché di questo umano sacrificio, atto a concluderne l’esistenza.
La sofferenza, specie quella che toglie la speranza di guarigione, è sempre difficile da accettare, in modo particolare se non si è allenati al ragionamento del perché ciò avvenga; e può indurre alla considerazione che l’atto creativo – chiamata alla vita - sia stato un fallimento operativo.
Il sacrificio della persona e del Figlio tendono allora a sovrapporsi nella ricerca d’una risposta che dilania la mente.
Perché, perché, perché deve essere così?
Un triplice perché che riecheggia nell’eco storico la tripla domanda alternativa di Gesù a Pietro: Simone di Giovanni, mi vuoi bene tu più di costoro? … Simone di Giovanni, mi vuoi bene? … Simone di Giovanni, mi vuoi bene?-  ( Gv 21,15-17) –

Si fermò, sfogliò ancora il segnalibro alla ricerca di una citazione e così riprese:

Parlando dell’autosufficienza della cultura contemporanea così lui sostiene:
Mancando questa visione unitaria, è facile cadere in una serie di contraddizioni. Basti un solo esempio, relativo alla dignità della vita.
È maturata una forte coscienza civile della libertà e della dignità della persona. Si fanno grandi battaglie e si impegnano mezzi, tempo, energie per salvare tante vite umane dalla guerra, dalla malattia, dalla fame, dagli ambienti malsani, ecc.
Stranamente, però, accanto a questi atteggiamenti costruttivi si registrano fenomeni di segno opposto: uccisioni della vita nel suo sorgere o nel finire; corsa sfrenata agli armamenti; mentalità violenta; mancanza di rispetto del contesto fisico, psichico, sessuale, affettivo, familiare in cui la vita umana nasce e si sviluppa; paurosa diffusione della droga; ricorso agli interventi armati, anziché alle mediazioni diplomatiche, per risolvere i vari conflitti tra i popoli. Purtroppo, contraddizioni di questo genere diventano inevitabili, quando non si sa riconoscere il valore ultimo e assolutamente intangibile su cui si fonda la dignità dell’uomo.
Verso la fine parlando della vita teologale:
… “Diventa ciò che sei!” è allora il compendio in forma di precetto di tutto ciò che l’itinerario educativo dell’esistenza redenta deve realizzare. La comunione in cui il battesimo immerge si esprime anzitutto nella vita teologale, che sviluppa il peculiare rapporto del cristiano a ciascuna delle divine Persone, nel cui “nome” egli è stato battezzato: è così che la carità si offre come icona del Padre, il puramente accogliente, colui che ci insegna come il ricevere non sia meno divino del donare, e la gratitudine non meno partecipativa del mistero santo della gratuità; la speranza, infine, si rivela icona dello Spirito, che non solo unisce il tempo e l’eterno, ma apre il cuore dei credenti alla sorpresa di Dio. Il cristiano come figlio credente, speranzoso e innamorato è allora la vivente e densa immagine del suo Dio Trinità d’amore.
… Grazie a questa virtù, il credente spreranzoso-innamorato di Dio inserisce in maniera adulta ed equilibrata la propria vita nel divenire del tempo: la fortezza lo aiuta a superare la paura, che chiude al futuro; la giustizia gli fa vincere l’evasione e la fuga dal concreto, rendendolo capace di dare a ciascuna situazione e persona ciò che è giusto e buono che le venga dato; la prudenza e la temperanza liberano dall’impazienza, dalla fretta e dai condizionamenti negativi dei desideri sregolati. Permettono così un orientamento autentico verso il bene. Grazie alle virtù cardinali l’esistenza redenta, che partecipa della vita eterna mediante le virtù teologali, vive pienamente la sua inserzione nel tempo, senza fughe in avanti, senza ritorni all’indietro, senza stasi paralizzanti.
La vita eterna è un elemento religioso dogmatico, che innesta l’atto d’amore della chiamata alla vita e il ritorno finale alla comunione col Padre.
La triplice domanda fatta a Pietro sull’amare Gesù, oltre alle varie interpretazioni teologiche, riporta anche all’Annunciazione del Sasso Spicco: annuncio, presa di coscienza, accettazione. In pratica il ciclo della vita che si apre con la nascita, prosegue con la vita terrena e si tramuta in vita eterna con la morte che, comunque la si voglia inquadrare, è la malattia per eccellenza dell’uomo; quella, per intenderci, che non è reattiva ad alcun antidoto, se non quello unico della salvezza generatasi con il venerdì storico.

Ciò che però può essere una perfetta concatenatio nella fede, non trova riscontro nella ragione, specie in quella del non credente, pur pensante.
La concezione religiosa dogmatica – come pure lo stoicismo filosofico - non è totalmente esaustiva, ma solo giustificante. È e rimane il “mistero” della vita e di Dio, a cui il credente si affida con filiale abnegazione per un fine ultimo che possiamo eventualmente intuire, ma non sapere e conoscere.
Ciò, ovviamente, crea nell’uomo grande turbamento: quello stesso turbamento che coglie la Vergine all’annuncio dell’Arcangelo Gabriele, quel turbamento che coglie Aperitivo davanti al Sacrificio del Figlio, quel turbamento che coglie l’uomo davanti alla malattia terminale che porta alla morte terrena.

Tacque.
E capimmo che Leone aveva lasciato la cattedra per tornare uno di noi: uno di noi, ma all’occorrenza assai diverso da noi.
Il mistico silenzio del Crocifisso illuminava il nostro meditare e il nostro sincero rincrescimento per la dipartita di colui che aveva dato tutto di sé per la sua Chiesa.

Madame colse l’occasione per intonare il rosario in suffragio dello scomparso, a cui tutti noi ci aggregammo volentieri, consci che ciò era assai meglio che presenziare alle sue esequie.
Fuori, intanto, tra il buio della notte cominciavano a cadere i primi fiocchi di neve, che al mattino ci avrebbero fatto trovare la valle completamente imbiancata.
Non era un segno dei tempi, ma le avvisaglie che pure la natura moriva in autunno per rinascere a vita nuova in primavera.
Era trapassato un uomo; aveva dato un’impronta a un’epoca!

Sesac



[1] - La salvezza nel venerdì speculativo.

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