domenica 18 luglio 2010

Lettera aperta a Savino Pezzotta.

Per non abusare dell’ospitalità solo la parte iniziale di questa lettera aperta è stata postata, quale commento personale, sul blog di Savino al post IL FATTORE B.

Lettera aperta a Savino Pezzotta.

Carissimo Savino,

è un po’ che non ti seguo.

Il nostro ultimo e crudo scambio sintetico privato non ne è la causa, ma la conseguenza di due mondi culturali opposti di vedere e di agire.

Ciò, tuttavia, non cambia, almeno per me, il “valore” di una persona, pur con tutti i possibili limiti che questa possa avere.

Vi è libertà di pensiero e di azione in democrazia.

Un caro conoscente mi ha segnalato due dei tuoi ultimi interventi[1], pregandomi di dargli un’occhiata. Cosa che ho fatto non solo per gli articoli, ma pure per i commenti.

Questa mia lettera aperta, non a caso, ho voluto postarla qua, perché quello che tu chiami “B” non è altro che Chiesa, specie se consacrato “in eterno”, pur se ora allo stato laicale e … che in passato alla stessa molto ha dato.

In giro vedo molti “zuccabanchi”; e tu sai che significato abbia dalle nostre parti: chi (farisaicamente) segue la Legge, la declama, la osserva sterilmente ma non la … applica. E di norma … se ne gloria pure come il … giusto; non quello vero che opera nel silenzio e tace, ma quello simile alla rana di Fedro che vuol diventare bue.

Sai quanti “santi” conclamati (da sé stessi) vedo in giro?

Eppure sono dell’idea di quel mio conoscente giornalista, che per esperienza personale conobbe fisicamente uno che è ora santo e va assai di moda. Un giorno mi disse: “Che sia santo per la chiesa può essere, ma che fosse un cafone per me è pure assodato.”.

Perciò, con l’aiuto di Clio, una rapida ricerca può evidenziare lo status sociale dei vari soggetti e vedere quanto di effettivamente cristiano questi abbiano o … quanto lavorino solo per … sé. Certi indici sono il redditometro della religiosità e della socialità vera o solo presunta.

Il reddito, come sai, non è solo un fattore economico; ma, spesso, l’indice della “disponibilità” cristiana dell’essere “samaritano”, o dell’essere solo “prete” o “levita”: nella famiglia, nel lavoro, nell’impresa, nella politica, … nella Chiesa e nella stessa società.

E a chi non è culturalmente profano la storia dice chiaramente cosa fosse nella realtà politica e sociale la Samaria (Shomron) e i samaritani stessi.

Ecco perché vi è il cammello e la cruna dell’ago, l’opulenza sbandierata di chi possiede e l’indigenza dei molti che si “vuole” addossare solo alla società.

Una domanda utile sarebbe: quanto siamo materialmente ricchi noi che ci professiamo cristiani?

Le encicliche servono? Dipende da cosa dicono e, queste, – è bene sottolinearlo – non sono verità assoluta; anzi, talora, possono essere dei miopi saggi di filosofia o di sociologia fine a sé stessi. Difatti un tuo commentatore ha sottolineato saggiamente la sostanziale essenza di due papi del secolo scorso rispetto ai successori.

Un breve “conto spese”, declamatomi in quel di Rosano, è il metro giusto per comprendere quanto la carità e la virtù ipotetica possano essere vere o indicative di una certa superficialità cristiana pure lassù in … alto.

Non tutti, ovviamente, sono nelle “maniche” della curia vaticana; e qua sta appunto la differenza tra l’essere Uomo nella propria interezza o … pecora che segue docilmente il montone.

Il brano domenicale del vangelo della scorsa domenica è abbastanza indicativo in proposito, proprio perché pone sostanzialmente il dilemma. Forse quello stesso dilemma operativo che spesso manifesti e che turba la tua coscienza di uomo sfiduciato, di politico ora e di sindacalista in passato.

Un dilemma proprio dei discepoli di Emmaus.

Un dilemma imperfetto di chi non ha in sé un progetto completo e compiuto, ma solo input sapienziali e escatologici a cui non sa dare attinente risposta: Noi pensavamo che …!

Tempo fa in un commento sul post di un comune amico ho già elucubrato sul caso - tanto da te sottolineato - sulla pedofilia ecclesiastica.

E, riassumendo con due parole, è molto strano che questo problema sia stato affrontato solo ora, pur se da secoli conosciuto, dopo oltre un lustro di pontificato quando non si poteva farne a meno perché esploso alla pubblica attenzione.

Sono forse attacchi anticlericali de-legittimisti della Chiesa o incuria dell’amministrare la Chiesa? Ci si dimentica forse che vi furono anche cardinali rei confessi? Anche se è bene sottolineare la rarità numerica di tale peccato rispetto alla santità della moltitudine degli altri.

E perché, a suo tempo, non si procedette ad un nuovo Concilio, richiesto da molti esponenti religiosi e laici cristiani di un certo rilievo?

Lo scagliare la prima pietra, ma pure le seguenti, non è un’edificabile attività cristiana e, se mi consenti, neppure politica. È solo un modo farisaico di estraniarsi dalla propria realtà: in quel declamare sempre il diritto (che tanto spesso tu difendesti) magari dimenticando il dovere. Un dovere non da imperativo categorico, bensì il “Voldere” di Häbsburg.

È il distruggere anziché il costruire.

E vorrei solo aggiungere che, contrariamente a quanto comunemente si intende, la Chiesa non è una monocrazia teocratica, ma una perfetta democrazia teosofica. Perciò vi è sostanziale diversità tra Chiesa e Curia vaticana (chiesa).

Citi con indignazione il caso dell’episcopato belga, dimenticando il cancan che la Curia vaticana ha sollevato diplomaticamente a proposito, come se qualcuno avesse il diritto divino d’essere non nella Legge ma sopra la legge.

E poi ti meravigli (si fa per dire) che ciò succeda continuamente anche in politica.

Conoscendo Sesac spesso mi verrebbe spontaneo pensare come lui; ma lui parla degli animali della foresta e pure di quelli da cortile e fattoria.

Tuttavia il suo raccontare può essere rapportato all’attualità, specie se si considerano scelte personali organizzative e di convenienza elettorale: i compagni di ventura dell’armata Brancaleone.

Spesso parli di bene comune, di puro (ricordi il nostro contendere ultimo?), raramente di ciò che è giusto; mai di un progetto compiuto e dettagliato.

Parli di esperienza politica e sindacale - nella storiografia personale quasi ti giustifichi e assolvi - condanni gli ultimi tre lustri come degenerazione; e allora mi domando da quale cultura e andazzo provenga il dissesto attuale del debito sovrano, della cultura e dell’organizzazione sociale di quelli che chiami come maestri e esempi sia politici che religiosi.

Ognuno ha i suoi Totem forse perché ci si schiera non tanto alla Giansenio - come annoti – ma alla Mānī, perciò nell’essere non corrotti, ma manichei.

La corruzione è un divenire culturale che non dovrebbe mai avvenire specie nella santità della Chiesa; di una Chiesa che dovrebbe essere Popolo di Dio e non comunità in cammino divisa in tante classi e lobby sociali di serviti e servitori.

Il Centro deve essere una fissazione di moda; sicuramente un modo di fare politica, oggi, in modo marginale.

Citi Bagnasco che suggerisce l’idea già espressa a suo tempo da Ruini sui cattolici in politica, pur con piccole varianti. Entrambi, però (permettimi il però), hanno il viso da furbetti: di quelli che comunque sono al sicuro e super partes sia socialmente che giuridicamente e finanziariamente, crisi o non crisi, pronti a cambiare ed a cavalcare una nuova idea se questa diventa di … moda.

Ti ricordi come fu considerato all’inizio il federalismo anche se proposto e ideato da un gruppo di cattolici non ortodossi al loro intendere? E come, invece, ora venga considerato?

Non credo nel Centro, né nella sua costruzione, né nella sua potenzialità futura, comunque si formi e venga denominato.

Infatti, se la sinistra è nel marasma culturale e politico babelico, la destra poggia le sue attuali fondamenta sul decisionismo e sul carisma di un uomo solo che non potrà perpetuarsi a lungo nel tempo. E dietro vi è lo stesso “nulla” della sinistra.

Tuttavia non mi considero un pessimista e ritengo la legge elettorale un falso problema.

Poi viene la recessione, l’imponenza del Debito sovrano, il malaffare e quella cultura globalizzata da New Age cara anche a molti cattolici, basata su quel personalismo (a te tanto caro) che pone la preminenza della coscienza individuale su tutto. Una coscienza personale, perciò soggettiva, sommaria e imperfetta nella conoscenza non solo del bene e del male, ma pure nell’intendere compiutamente cosa sia il bene comune, confondendolo spesso nel diritto acquisito e nell’interesse personale.

Parafrasando Sesac: con il vino vecchio difficilmente si potrà fare il nuovo.

Perciò con gli uomini che ci hanno condotto in questa situazione, specie se da carrieristi consumati di professione da decenni, non potrà mai nascere una nuova forza politica in grado di radicarsi tra la gente e creare un ciclo nuovo. E lo sbandierato azzeramento dei ruoli potrà essere solo di facciata.

Non ci credi? Aspetta l’elezione della nuova dirigenza e vedrai quanti passi indietro (o in avanti) si saranno fatti.

Oggi una nuova forza politica deve essere rivoluzionaria (innovativa) per attrarre un grande consenso, ma di una rivoluzione nuova e culturale basata su principi e valori nuovi e non stantii.

E i cattolici, come evidenziai a lungo ad una conferenza a cui partecipai tempo fa[2], hanno il dovere d’essere luce nel mondo e non la luce del mondo: essere testimoni di un mondo e di una società diversa anche se minoritari.

Ciò significa essere coerenti in ciò in cui si crede e non timorosi d’apparire, restringendo il proprio essere credente nel ghetto o nell’enclave confessionale. Si è prima cittadini che credenti, perciò appartenenti ad un Popolo sociale prima che al Popolo di Dio.

Non vi è antagonismo tra i due essere popolo, ma solo perfetta parallela convergenza. Il primo essere popolo è prioritario al secondo se si vuole essere servitori (uguaglianza) e non serviti (privilegiati teologicamente eletti).

E la coerenza impone di anteporre, anche socialmente, il diritto altrui al proprio, proprio come il Samaritano fece scendendo da cavallo, avvicinandosi (facendosi proximus) al malcapitato, piegandosi su di lui, sollevandolo e soccorrendolo con i propri averi.

E il Samaritano era un pagano politeista e non un Ebreo, a scanso di equivoci.

Vi è bisogno di una cultura diversa non solo d’essere operaio o imprenditore, laico o religioso, ma soprattutto di concepire il proprio ruolo di Persona nell’essere Popolo nello Stato e nell’Ue.

E non mi pare che né tu né quelli che “vogliono” fondare il nuovo partito abbiano in tal senso una visione complessiva di tutto ciò degna del lemma di Progetto.

Vorrei chiudere con uno degli ultimi paragrafi di un mio articolo[3]:

L’interesse generale deve prevalere, quale principio esistenziale, sul benessere individuale immediato o futuro.

Va pertanto rivisto lo welfare, il sistema strutturale di stato, il concetto di diritto, l’uso del lavoro con le sue regole e con il radicarlo sul territorio, la codificazione del mercato, l’eliminazione degli strumenti finanziari rischiosi e spuri, il controllo delle aziende che pur essendo giuridiche devono sottostare alla fisicità di sentirsi esse stesse Popolo.

Innovare significa cambiare il proprio concetto/diritto d’essere un servito per diventare un servitore, onde essere tutti popolo, specie là dove il benessere e le immunità di reddito (pure di indennità) elevano i singoli a privilegiati.

E per farlo bisogna mettere il capitale disponibile e i talenti individuali al servizio di tutti; serve donarsi specie per chi ne ha bisogno, nella convinzione che l’opulenza individuale sia solo l’usurpazione del diritto altrui e la negazione del dovere proprio.

I beni, in sostanza, li dobbiamo ritenere in affidamento e non abusarne per l’interesse individuale..

Diversamente che saremo? Il serpente tentatore annidato sull’albero della conoscenza: quello che può creare consenso (voti) ma non cambiare lo stato delle cose e della società.

Aborri tanto il berlusconismo. Eppure in giro non vedo nulla di meglio, neppure tra i cattolici.

Sempre con immutata simpatia.

Cari saluti, Savino.

domenica 6 giugno 2010

Il Debito sovrano: interconnesione tra economia, finanza e politica.

Fitch ha tagliato anche il debito sovrano della Spagna.

L’Ue, prevedendolo, aveva messo ha disposizione, in sintonia col Fmi e la Bce, circa 750 mld di €, onde contrastare e bloccare le possibili ondate speculative dei mercati finanziari, tese non solo ad affossare il valore venale del singolo titolo, bensì l’ stesso che, comunque, al Forex continua a flettere.

Simultaneamente, pur con molto ritardo, la governance Ue – in pratica le conclusioni condivise dei capi di stato delle nazioni Ue – hanno invitato (imposto) tutti gli stati membri a rivedere i loro programmi espansivi sia sociali che strutturali.

Questa lapidaria e semplice disposizione ha indotto la ragazza[1] ad aumentare la pressione fiscale (tasse), a tagliare lo welfare e a imporre alcune regole restrittive ai mercati mobiliari (Borsa).

In Grecia, già nell’abisso del default senza gli aiuti comunitari, si sono avuti drastici tagli agli statali, alle pensioni, agli stipendi, aumento di tasse e restrizioni finanziarie.

In Spagna e Portogallo analogie procedurali, anche se meno draconiane.

In Italia una finanziaria correttiva 2011/2012 necessaria per frenare l’espansione del debito pubblico, lieve nel movimento attuale, ma imponente nel monte accumulato nei decenni passati.

E … seguendo tutti gli altri stati.

I mercati, tuttavia, sono ancora molto volatili, oserei dire a tratti quasi isterici, l’/$ è sceso a 1,20 e il valore patrimoniale dei titoli ridotto di oltre un terzo in circa un mese. Vi sono esperti che sussurrano che l’ scenderà sino alla parità.

Perché ciò avviene, nonostante questa ingente massa di danaro pronta ad essere immessa sul mercato e le manovre correttive dei singoli stati?

Perché si è intervenuti molto tardi fidando nell’equilibrio naturale che i mercati potevano dare e, causa maggiore e di non poco conto, perché tutte le risorse da immettersi sul mercato dovranno necessariamente essere raccolte sul mercato stesso.

Perché? Perché i risparmi sono già stati bruciati dal Debito sovrano dei singoli stati o dalle aziende finanziarie (banche centrali, commerciali o d’affari): il mondo da alcuni decenni sta in piedi esclusivamente sul debito!

Viviamo tutti oltre le nostre reali possibilità.

E la crisi reale, quella che investe come un’onda lunga popoli e aziende, comincia proprio ora, dopo i vari sconquassi finanziari dei mercati globalizzati.

Ciò che sostiene gli stati è il valore patrimoniale complessivo dei propri cittadini.

L’Italia su ciò è messa discretamente.

In Grecia, ad esempio, il Debito sovrano parifica il patrimonio delle famiglie, in Spagna il rapporto è di 1 a 2, in Italia di 1 a 6 … e via dicendo.

Più il valore patrimoniale è alto rispetto al Debito, meno rischi si corrono sui mercati finanziari: la possibilità di fare impresa e di produrre reddito è, infatti, maggiore, potendo attingere a risorse aggiuntive interne.

Per questo motivo la Grecia si è collassata prima dell’Italia, nonostante questa abbia il terzo debito mondiale in termini assoluti.

La solvibilità del Debito sovrano oggi viene dettata unicamente dai mercati e nessuna liquidità è in grado di contrastarli, neppure quella di 750 mld. Al massimo droga l’andamento a breve, per poi, al primo starnuto (Ungheria) ripiombare ancora verso il basso.

La fiducia, infatti, non poggia mai sul debito ingente, ma sul risparmio vero e sulla solvibilità.

Perciò: o si correggono i mercati o si riducono i debiti sovrani.

Ridurli è il problema di tutti, considerato che ciò implica sacrifici generalizzati e sicuro malcontento con possibili moti di piazza. E la Grecia in ciò fa testo, anche se tale malumore pervade pure la Bulgaria, la Romania e l’Ungheria: anelli deboli (e indesiderati) di un’Europa solo sulla carta.

Portando ad esempio il Debito italiano, considerato che il suo ammontare sta raggiungendo i 2.000 mld di € e supponendo che fosse possibile ridurlo di 50 mld all’anno per azzerarlo ci vorrebbero almeno 4 decenni.

Ciò, ammesso che sia possibile, significherebbe riportare indietro il benessere sociale di quasi un secolo.

La Merkel, anche se in elezioni locali, ha pagato pesantemente il sostegno alla crisi greca, mal visto dai 2/3 della popolazione.

La politica, pertanto, cerca via alternative per non essere estromessa o annientata dal malcontento col voto popolare.

Ciò significa che l’interesse nazionale o, da noi, il tanto decantato e pubblicizzato “bene comune” coincidano unicamente, sia per le religioni che per lo stato, con il mantenimento dello status quo attuale, perciò con il perdurare il rispettivo potere.

Tutto ciò per sottolineare gli ingenti interessi che ruotano intorno al possibile condizionamento delle masse grazie ai media e all’uso che ne viene fatto delle risorse raccolte (offerte e 8/000) o con l’imposizione fiscale.

Ognuno cerca di combattere con le armi che ha; e parte dell’opposizione in Italia sparge invereconde “verità” di tipo miracolistico sui rimedi da adottarsi, come se invece di un ingente debito vi fosse un enorme “tesoretto”.

L’economia oggi dipende dalla finanza e buona parte della crisi è da addossarsi non tanto agli sbagli economici fatti, bensì allo sperpero di finanza pubblica e privata accumulata negli anni. Spesso per condizionare il consenso.

I dati macroeconomici indicano che nel primo trimestre di quest’anno eurolandia ha accresciuto il proprio Pil dello 0,2%.

Le cifre positive sono sempre benvenute; ma quando queste sono solo a decimali è ovvio che non valgano molto.

In dettaglio si ha: Francia +0,1%, Germania +0,2% e Italia ben 0,5%.

Detto così non solo sembrerebbe che si abbia il vento in poppa, ma che la crisi recessiva sia ormai, per l’Italia, alle spalle, essendo il dato più del doppio della media Ue.

Guardando bene i dati specifici si scopre, però, che tale (insignificante) aumento del Pil italiano ed Ue sia solo dovuto al ripristino delle scorte ed all’aumento della spesa pubblica.

Perciò: un dato positivo da considerare in modo negativo.

La disoccupazione, infatti, aumenta ovunque, l’ ha già ceduto oltre un 20% al $ e i mercati finanziari puntano decisi al ribasso con perdite maggiori, mentre i CDS, per tutelarsi sui Debiti sovrani, hanno raddoppiato il loro indice in pochi mesi.

Ora, considerato che lo scorso anno si ebbe una perdita media di Pil intorno al -6%, procedendo con questo incremento annuale per tornare a prima ci vorrebbero, in eurolandia, la bellezza di 30 anni. L’esempio matematico è un paradosso, ma rende perfettamente l’idea di quanto sia ingarbugliata la situazione.

Dirigenti della Fed ipotizzano che le banche della zona dovranno svalutare in un prossimo futuro il loro capitale di circa 200 mld: una cifra spaventosa se rapportata a quanto messo in cantiere (i 750 mld) per sostenere i Titoli sovrani e l’ stesso.

La Cina, dal canto suo, si avvia ad avere una crisi sui mutui di gran lunga superiore ai sub prime americani, che sono stati il là all’attuale crisi globalizzata.

Infatti, nessuna economia, neppure se controllata dallo stato, può permettersi aumenti di Pil a due cifre per più anni senza dover necessariamente investire, perciò indebitarsi, in modo eccessivo.

Difatti pure la Cina sta correndo ai ripari con l’innalzamento delle riserve finanziarie obbligatorie, con la restrizione e selezione del credito e con l’aumento dei tassi.

Il deprezzamento /$ è in realtà una svalutazione strisciante e massiccia operata sul risparmio privato, sulle rendite e sugli stipendi, maggiormente accentuata dalla simultanea discesa dei titoli mobiliari.

Si usa il mercato per svalutare.

E lo si fa, a mio parere, per un motivo pratico e politico: perché si è convinti che l’imponente somma di 750 mld non possa minimamente contrastare il mercato e verrebbe subito bruciata senza ottenere risultati duraturi.

Perciò meglio controllare una discesa progressiva, memori dell’enorme sbaglio operato dall’Italia negli anni ’90 che in 15 g bruciò qualcosa come 120 mila mld di £, dovendo poi ancora svalutare e correre ai ripari con una manovra correttiva imponente e immediata non avendo più riserve.

Purtroppo la svalutazione, reale o strisciante, porta sempre con sé l’inflazione con tutto ciò che ne consegue, specie per le fasce deboli, l’occupazione e la sicurezza del lavoro (non “sul lavoro” come diritto acquisito).

In compenso l’ammontare del Debito resta.

Al convegno di ottobre un cattedratico, dopo aver ascoltato il mio intervento, che definì audace e innovativo, si mostrò, in privato, da un lato consenziente e ammirato e dall’altro mi obbiettò che comunque il mercato è il mercato e non lo si può cambiare.

Al che gli risposi testualmente: Se non correggeremo velocemente il mercato l’EU forse sopravvivrà, ma allora sarà il ricovero dell’economia mondiale, simile a quello dell’anziano che attende solo di finire i suoi giorni. E questa prospettiva proprio non mi piace affatto.

Vi sono alternative a questo triste andamento? Certamente; perché la regola economica per rilanciare l’economia si chiama unicamente Innovazione e non investimento/finanziamento sul debito, dilatandolo a dismisura.

Grecia e Ungheria sono piccole regioni con pochi abitanti; pur tuttavia il loro rischio default affossa i mercati, l’ e la stabilità stessa dell’Ue, bruciando nel contempo ricchezza e valore patrimoniale senza grandi risultati pratici.

Perciò le conseguenze di un eventuale attacco al Debito sovrano di Spagna e Italia pongono l’ipotesi di uno scenario economico/finanziario apocalittico non troppo fantasioso.

Innovare in economia e in finanza significa oggi avere il coraggio di modificare il mercato, specie dove questo crea disfunzioni enormi.

Per farlo, però, vi deve essere il sostegno di tutti i grandi paesi o, almeno, della maggioranza di quelli occidentali. Gli altri, inevitabilmente, verrebbero poi a ruota.

E ciò anche a costo di ridurre momentaneamente la globalizzazione dei mercati.

Il mercato attuale si basa ancora sulla concezione rurale dell’inizio del secolo scorso.

È passato dalla crisi del 29 a quella degli anni 80, per finire a quelle recenti attuali. Ciò nonostante è diventato istantaneo (telematico) e globalizzato; e nel bel mezzo vi sono state guerre devastanti.

Pure la società, compresa la religione, si basa ancora sulle stesse ideologie ottocentesche rurali, come le strutture organizzative degli Stati (partiti, sindacati, federazioni e … banche).

L’economia rurale, in effetti, era una gestione quasi autarchica della vita, della finanza e dell’economia, dove tutto veniva preso e commisurato al produrre e al consumare nel territorio. E, in quest’ottica, la tutela della persona era basilare.

Per ovviare a ciò e per innalzare il Pil economico si è giunti al consumismo, poggiandolo però non sul risparmio ma sull’indebitamento, perciò ipotecando il risparmio futuro; e, con questo, le generazioni a venire.

In pratica un’economia non sostenibile a lungo termine, come i fatti odierni stanno a dimostrare.

Si è ingenerato il concetto di felicità e di benessere, implementandoli su quello del possedere e dell’apparire: il credere d’essere e non l’essere.

E lo hanno fatto stato, azienda e privato, usando l’arma dei media nel condizionamento di massa e il debito.

Si è degenerato dall’idea di Keynes, snaturandone il vero e pregevole messaggio sociale.

In un’anarchia di mercato, priva di regole e fidando sul solo mercato interno, il Debito sovrano è esploso quasi ovunque e l’avvento dell’Ue in alcuni stati lo ha quasi cullato e favorito con finanziamenti a pioggia che hanno dilapidato risorse ingenti.

Si è affidato al solo mercato la possibilità di regolare e smussare possibili eccessi sia dei titoli che delle valute.

Ad un mercato, però, che era ed è basato su concezioni e regole ancora rurali.

A peggiorare la situazione si è legiferato, sotto spinte lobbistiche, per consentire nuovi strumenti finanziari in grado di produrre in breve grandi guadagni (o enormi perdite).

I Derivati, in pratica, sono serviti a ciò e sono la causa della gravissima crisi attuale che si trascina, sempre peggio, da troppo tempo, aprendo ogni giorno inquietanti scenari nuovi.

L’Ue non è uno Stato, ma una Nazione di Popoli. Un nuovo tipo di confederazione diversa dalle precedenti (Svizzera e U.S.A).

Popoli che sono composti sì di persone, ma che vincolano queste, uscendo dal loro territorio locale, ad assoggettare il proprio individuale interesse e principio di persona a quello di Popolo. Devono inglobarsi in un corpo unico nella valorizzazione delle reciproche diversità.

Tornare indietro sarebbe catastrofico. Perciò servono urgentemente nuove regole, nuovi principi e nuovi assetti in grado di garantire il benessere di tutti e non il semplice status quo esistenziale attuale del falso benessere poggiato sul consumismo e sul debito.

E questo è il compito della Politica, ma pure della Chiesa: il garantire un federalismo solidale in grado di esaltare le ricchezze locali per valorizzare il “risparmio” di tutti nell’interesse generale.

Servono in pratica un’economia ed una finanza ecosostenibili nel futuro, che salvaguardino il presente e pure il divenire delle generazioni.

L’alternativa è l’ospizio in attesa della fine.

Attualmente la persona basa il suo esistere sul diritto acquisito con la sola nascita e con l’addossare alla comunità il dovere.

Vi è bisogno di sostituire il diritto e dovere con il Voldere: volere il dovere. Onde essere non semplice persona, bensì Popolo.

Ciò implica a tutti l’addossarsi le proprie responsabilità, nella comprensione che insieme si vive, si produce, si risparmia, si pagano (riducono) i … Debiti sovrani e si rinasce. Si è, in sostanza, vero Popolo e … samaritano.

E lo si fa solo innovando la società e con questa noi stessi.

L’interesse generale deve prevalere, quale principio esistenziale, sul benessere individuale immediato o futuro.

Va pertanto rivisto lo welfare, il sistema strutturale di stato, il concetto di diritto, l’uso del lavoro con le sue regole e con il radicarlo sul territorio, la codificazione del mercato, l’eliminazione degli strumenti finanziari rischiosi e spuri, il controllo delle aziende che pur essendo giuridiche devono sottostare alla fisicità di sentirsi esse stesse Popolo.

Innovare significa cambiare il proprio concetto/diritto d’essere un servito per diventare un servitore, onde essere tutti popolo, specie là dove il benessere e le immunità di reddito (pure di indennità) elevano i singoli a privilegiati.

E per farlo bisogna mettere il capitale disponibile e i talenti individuali al servizio di tutti; serve donarsi specie per chi ne ha bisogno, nella convinzione che l’opulenza individuale sia solo l’usurpazione del diritto altrui e la negazione del dovere proprio.

I beni, in sostanza, li dobbiamo ritenere in affidamento e non abusarne per l’interesse individuale.

Il compito della politica è quello di uniformare la vita di ogni persona nella dedizione per tutti.

Quello della Chiesa di riscoprire l’epica del cristianesimo nella dedizione totale.

L’Ue è un Popolo vario e composito.

Però i cabarettisti, i bellimbusti, gli intrallazzatori, gli speculatori, i fisici … teorici, i qualunquisti, i populisti e i … puttanieri oggi servono a poco in questa crisi, se nel loro essere persona non si adattano soprattutto ad essere Popolo.

Per risolverla servono coraggio e decisione e la comprensione convinta dei possibili rimedi senza ulteriori tentennamenti, non fidando nel solo mercato o coltivando l’interesse di parte, sia economico che politico.




[1] - Così Helmut Kohl indicava sempre Angela Merkel, probabilmente per quella sua istintuale prassi operativa che le occlude la visione politica ed economica generale, proprio come l’inesperienza dei ragazzi porta a sottovalutare o a sopravvalutare la realtà contingente.

domenica 2 maggio 2010

Un lungo "maggio" d'intenso lavoro.

La Grecia è una piccola regione con poco più di 11 milioni di abitanti.

Ciò nonostante l’ è sotto attacco, i mercati finanziari impazziscono e l’Ue e il Fmi devono intervenire pesantemente per evitare un nuovo e imponente tracollo finanziario globale.

In verità la Grecia non è il “problema” finanziario dell’Europa e del pianeta, come non lo fu la Lehman Brothers, prodromo iniziale strategico all’attuale crisi in atto, non assimilabile neppure lontanamente ai blandi effetti negativi finanziari creati dagli attacchi alle Torri gemelle l’11 Settembre.

Un capitolo a parte andrebbe riservato alle agenzie di rating che emettono giudizi spesso … temerari oltre che superficiali, specie, quasi sempre, a mercati aperti.

Basti pensare che, ad esempio, la Parmalat e la stessa Lehman Brothers erano considerate fino a 24 h prima del tracollo, da queste stesse società, da tripla A: il meglio che si potesse trovare sul mercato!

Ora i titoli greci sono dichiarati spazzatura, il Portogallo (altra piccola nazione) declassato e la Spagna stessa incriminata.

La situazione è drammatica localmente, ma non lo dovrebbe essere per tutto il pianeta.

La speculazione si acuisce sui mercati finanziari, fidando sull’isterica fiducia che i risparmiatori hanno nel futuro.

Chi segue il trading non può non aver notato che, quando il ribasso si avventa sui titoli, l’offerta raggiunga cifre enormi, anche se poi la reale trattazione di quei prezzi attaccati si riduca, come minimo, ad un centesimo di volumi.

I titoli dei vari Paesi sono di norma sottoscritti per più della metà da soggetti esteri, proprio come buona parte del debito americano è sottoscritto dalla Cina. E ciò vale anche per l’Italia.

Il debito americano è il vero pericolo all’economia globale per le grandi dimensioni che ha assunto, non tanto nel pubblico, quanto nel privato. La somma di pubblico e privato raggiunge una montagna troppo alta da … scalare; e, in misura minore, il discorso vale anche per l’Inghilterra.

Eppure vengono considerati, a torto, paesi affidabili!

Se la speculazione dovesse colpire i titoli di stato degli States, come lo è per la Grecia ora, non credo che vi potrebbe essere alcun rimedio.

Ciò, tuttavia, non avverrà per un semplice motivo: il tracollo americano sarebbe traumatico per tutti, compreso gli stessi speculatori che andrebbero in malora come tutta l’economia del pianeta. Le cifre finanziarie in questione sarebbero troppo ingenti per chiunque.

Il rischio non varrebbe la candela.

Perciò, per speculare, è assai meglio “condizionare” il mercato dei piccoli.

L’Argentina ha in parte superato il default pregresso; ma, analizzandone i conti, non pare che dal passato abbia tratto gli insegnamenti del rigore necessario dovuto.

La politica, perciò, viene chiamata pesantemente in campo con le sue scelte strategiche e sociali.

E lo diventa anche per il caso Grecia, giacché, a livello Ue, si sono persi mesi importanti per evitare troppo spreco di danaro comunitario, intruppati tra personalismi ed egoismi nazionali che ora costano moltissimo di più.

Un esempio?

Fino a circa un mese fa la Grecia aveva bisogno di circa 22 mld di €, ora di 45 immediati per arrivare alla fine dell’anno; e poi altrettanti per ciascuno dei prossimi 2 anni, sperando che questa immensa massa monetaria sia sufficiente a placare la sfiducia dei mercati.

Se questa immensa somma fosse data alla Lombardia, quasi analoga negli abitanti, tutti nuoterebbero … nell’oro come il papero di Disney.

Tradotto in moneta sonante, alla Trilussa, il costo addebitabile ad ogni singolo cittadino italiano per sostenere la Grecia, perciò l’€ stesso, sarà di circa poco inferiore ai 300 € complessivi nel triennio, in linea con quanto costerà ad ogni altro cittadino europeo.

Perciò, se il sistema salta (l’€), saranno grandi dolori per tutti; specie per chi, come le nazioni a sud, ha maggior debito e meno riserve ed energie da immettere sul mercato. Non per nulla le resistenze, anche se poco plausibili politicamente, della Germania sono comprensibili.

I mercati, senza una regolamentazione restrittiva e normativa oggi fanno ciò che vogliono, affidati alla sola mercé di quelle aziende che, avendole e non avendole, sono in grado di immettere sui mercati cifre astronomiche anche in un solo giorno.

Negli anni passati sono sempre stato restio alla formazione politica dell’Ue, motivandola pure con scritti ed interventi. Tanto da essere bollato da alcuni superficialoni come “euroscettico”.

La mia contrarietà era basata non sull’unione stessa, ma alla modalità attuativa, troppo semplicistica e senza vincoli precisi, che la facessero diventare un corpo unico e non un semplice amorfo agglomerato politico e sociale, come, in effetti, ora è.

L’Italia politica si attuò nel 1870 con la presa di Roma; quella sociale reale, a molti decenni di distanza, è lungi ancora dell’avvenire.

Perciò figuriamoci l’Europa, divisa strutturalmente tra paesi del nord e quelli del sud non solo operativamente e strutturalmente; proprio come la nostra Italia è divisa logisticamente tra nord e sud: un nord a mentalità anglosassone, un sud latino.

La Finanza tedesca è quella che detta l’incedere alla Merkel, vincolandone le scelte.

Vi sono molti indizi che fanno presagire un’irritazione sempre maggiore a stare nell’Ue in generale e nell’€ in particolare, proprio perché ciò include costi supplementari che non sono compensati in toto da benefici.

Basti ricordare che la Germania dovrà addossarsi l’onere maggiore del sostegno alla Grecia: il 60% in più circa di quanto costerà all’Italia.

Vi sono già ipotesi più che realistiche a svincolare subito la Germania dall’€ in caso di default di alcuni paesi, dividendo di fatto l’Ue in due diverse entità:

a) la prima, anglosassone, ancorata alla Germania con i vari paesi satelliti viciniori, e con la possibile aggiunta della Francia;

b) la seconda, latina, ancorata all’Italia con tutti i paesi latini e mediterranei. In questo deprecabile (anche se a mio parere solo fantapolitico) caso l’Italia si spaccherebbe subito in due, con il nord che andrebbe a nord con la Germania, lasciando il sud e il centro al proprio destino.

Ecco perché si è perso troppo tempo per salvare la Grecia, onde impedire poi che altri paesi dell’area P.I.I.G.S. fossero sotto scacco della speculazione.

Proprio come il caso della Lehman Brothers ha evidenziato sui mercati internazionali.

Tra nord e sud Europa vi è la differenza somatica propria della diversità insita tra l’individuo che fa sistema e lo statalismo che fa assistenzialismo. Come avviene, in sintesi ridotta, anche in Italia tra il Nord e il Sud.

A sommi capi non per nulla il nord è a maggioranza di matrice religiosa protestante, perciò laica, mentre il sud è cattolico, perciò confessionale. Diversità ideologiche che portano con sé altro: il pragmatismo operativo da una parte e la pretesa del diritto acquisito dall’altra.

La Grecia prima ha bleffato sui propri conti, poi ha dichiarato che avrebbe accettato alle sue condizioni ed ora che … senza aiuti sarà la catastrofe. Uno strano modo, si fa per dire, di procedere: il tirare la corda fin quando si stia rompendo.

Una delle diversità industriali maggiori è la produttività tra nord e sud, identificabile alla stessa situazione italiana.

Non per nulla, in Italia, al Nord è sorta la Lega, dove la gente si è “stufata” di dover mantenere il sud all’infinito.

E questa stessa idea pervade la stragrande maggioranza dei tedeschi che si domandano perché mai, dopo aver pagato per potenziare i paesi poveri dell’Ue, ora debbano pagare anche per mantenere le pensioni d’oro che questi percepiscono senza essersele guadagnate.

Si può parlare sì di egoismo, ma di un egoismo che nasce dagli errori strategici della politica: quelli di una fusione che non doveva avvenire a qualsiasi condizione e senza alcun amalgama sovrannazionale.

L’allargamento Ue ha peggiorato la situazione e aumentato i costi, favorendo solo le multinazionali che hanno potuto vagare indisturbate dove l’utile poteva essere maggiore, impoverendo in tal modo l’impianto produttivo strutturale dei singoli paesi avanzati.

A contraltare, il prestito di solidarietà alla Grecia pone la Germania quale maggiore beneficiaria nell’utile sugli interessi del 5,5% che la Grecia pagherà, avendo questa la possibilità di piazzare sul mercato propri titoli (per finanziare il salvataggio greco) a tassi minori, perciò con un gap reddituale superiore ad ogni altro.

L’Italia, ad esempio, paga 1/4 di punto in più per raccogliere i capitali necessari, essendo il suo debito di molto maggiore.

Stesso discorso analogo vale per il deprezzamento dell’€, atto a favorire le esportazioni tedesche.

Il problema non è la redditività, bensì la capacità del finanziato di restituire il capitale al finanziatore e quando.

La solvibilità si calcola non tanto sul Pil prodotto, ma sull’utile che lo stesso Pil può potenzialmente generare; e la zavorra degli interessi, che il debito pubblico crea, è un divoratore instancabile del Pil stesso.

135 mld di € complessivi, sempre che bastino, sono una cifra colossale che difficilmente la Grecia sarà in grado di restituire tra 10 anni, specie se a questi interessi si debbano aggiungere gli altri del debito pubblico già sul mercato, a tassi decisamente superiori.

I salari nel nord Europa sono maggiori che al sud, anche se la vita costa potenzialmente di più.

Questa differenza salariale è dovuta non solo alla produttività, ma, soprattutto, alla capacità tecnologica di saper immettere sul mercato prodotti ad alto contenuto tecnologico, dove il guadagno può essere maggiore per carenza di concorrenza. E la Grecia, come molti altri paesi latini, scarseggia nella redditività e nella produzione innovativa.

Sostengo che, ora che l’Ue è fatta, anche se solo in modo germinale, il processo non possa essere interrotto, bensì vada corretto e potenziato in modo che l’amalgama crei una coesione sovranazionale produttiva e un nuovo grande paese.

Per ottenere ciò bisogna correggere velocemente le storture politiche che esistono tra le varie nazioni aderenti, vincolandole ad una centralità politica ed economica di grande rigore specie sui bilanci pubblici.

Diversamente si andrà, pur con gli aiuti, verso il default strutturale di alcuni paesi, creando, di fatto, la disgregazione dell’unione stessa.

L’unione e la fusione devono essere velocemente incrementata in una centralità decisionale, pure nel rispetto delle varie esigenze nazionali.

L’ipotesi di una Finanza tedesca che si prepari a lasciare l’Ue e l’€, per salvare il salvabile nel peggiore dei casi, non è troppo irrealistica se si procederà sulla falsariga di quanto fatto finora. È un fatto pragmatico di un’ipotesi eventuale e non remota.

L’indecisione politica della Merkel, sul caso Grecia, è stata fallimentare sotto tutti i punti di vista: isteria dei mercati finanziari, maggiorazione dei costi da sostenere, perdite patrimoniali sulle partecipazioni azionarie, accelerazione del collasso economico greco, indebolimento politico dell’Ue e sfiducia dei cittadini sul futuro.

È, però, comprensibile se si guarda all’opinione pubblica tedesca, alla quale la Merkel dovrà dare giustificazione alle prossime elezioni.

Il primo maggio un tempo era la festa dei lavoratori; ora è quella del lavoro.

Un lavoro lungo e incessante che aspetta la politica, per correggere velocemente gli errori strategici di un’Unione che doveva essere più selettiva ed omogenea.

Per uscire dalla crisi finanziaria, che può coinvolgere i paesi P.I.I.G.S. e disgregare l’Ue, non sarà sufficiente il solo mese di maggio: servirà un maggio molto lungo, dove le mosse politiche e finanziarie non potranno essere procrastinate e sbagliate, comprese quelle immediate.

Pure i cittadini dell’Unione sono attesi ad un lungo maggio, non solo di lavoro, ma pure di austerità e di sacrifici per ridurre i debiti pubblici che la gestione allegra delle finanze pubbliche nei decenni precedenti ha creato.

E ciò se non si vorrà avere un futuro assai peggiore dell’attuale e traumatico per tutti, specie per i meno abbienti.