mercoledì 10 settembre 2014

Crescita, Debito sovrano e i falsi problemi di politica economica.


Draghi, alla Bce, ha ridotto ulteriormente il costo del danaro e i Mercati hanno reagito positivamente nella giornata; forse perché gli stessi mercati sono, in effetti, quelli che da questa liquidità a costo quasi zero (0,05%) trarranno i benefici maggiori.
Ben diversa è invece la prospettiva dell’economia reale che, oltre a languire, manifesta gravi problemi di deflazione.
Pur con molto ritardo la Bce si è incamminata verso una politica sempre più marcata di Quantitative Easing (QE), seguendo l’esempio americano che da inizio crisi ha permesso all’economia stelle e strisce di non affondare, come invece a fatto quella del vecchio continente seguendo la linea della sola austerità. Produrrà abbondante monetarismo, sia immettendo grande liquidità nel sistema finanziario, sia acquistando Titoli sovrani, specie dei paesi in difficoltà.
Il Giappone negli anni ’90 ha fatto scuola in questo senso. Ha mantenuto invero l’economia in linea di galleggiamento, ma è bene sottolineare che ha dilatato in 5 lustri il proprio Debito sovrano a quasi il 300% del proprio Pil.
Ne consegue che tutte le economie che s’incamminano su questa strada, avendo l’ossessione della Crescita per reggere i costi dei propri apparati, si ritrovino prima o poi in … brache … rotte di tela.
Con l’era Bush junior e Obama il Debito americano ha raggiunto il 150% del proprio Pil, quello italiano lo tallona al 140% ormai e le altre economie, compresa quella tedesca, seguono a ruota.
Tutte le maggiori economie mondiali – Cina e India comprese – stanno dilatando il proprio Debito.
 
In Economia non vi è nulla di scontato perché l’essenza dei bilanci a lungo andare si riduce a tre soli fattori: entrate, uscite, utile di esercizio (positivo o negativo).
Qualsiasi ente o azienda non può reggere a lungo una perdita se non con il beneplacito consenso dei propri creditori. Che in economia politica corrispondono a: finanziarie e privati.
Se il Giappone riesce a non fallire, con il debito che si ritrova, è perché il suo Popolo lo finanzia senza alcuna remora. Infatti, il Debito del sol levante è quasi interamente in mani nazionali.
Traendone le considerazioni, seguendo una perfetta Logica filosofica a carattere di politica economica, si giungerebbe alla strana (assurda) conclusione che, in effetti, il Giappone è fallito, ma che tutti, finanziatori compresi, fanno finta di non accorgersene.
Perché? Perché l’ammetterlo significherebbe riconoscere che pure gli stessi finanziatori sono falliti, giacché il loro credito verso lo stato è diventato in realtà inesigibile. Si regge unicamente sul continuo rifinanziamento di quel Debito. Mai si potrà in breve tempo chiudere la pendenza creditoria. Ci vorrebbero secoli di sani bilanci.
Vi è la possibilità in economia di poter chiudere un debito? Certo: solo producendo utili in grado di ripianarlo. Ma se gli eventuali utili sono fagocitati dall’aumento continuo del Debito, se ne deduce che qualsiasi Crescita – grande o piccola che sia - sia di per sé stessa la causa dell’aumento del Debito stesso.
Perché? Perché la crescita è fittizia e basata solo sull’aumento del Pil. In pratica non tiene in nessun conto la redditività reale dell’investimento, ma è impostata solo sul volume d’affari complessivo prodotto dal prodotto interno lordo. Non si fonda sulla ricchezza, bensì sud debito!
Il rapporto degenerante è imperniato, perciò, sul fattore di bilanciamento in percentuale tra Debito e Pil. Se crescono entrambi il rapporto può restare anche prossimo al rapporto dell’anno precedente, creando l’illusione che le cose stiano andando bene.
Esempio pratico per il profano: a) poniamo Pil a 1.000 e Debito a 2.000 – rapporto 100%; b) anno seguente: Pil a 1.100 (con incremento 10% - utopistico -), Debito a 2.200, rapporto 100%.
Tuttavia la nudità disarmante di questi numeri indica solamente che il Debito si è incrementato di altre 200 unità, raddoppiando lo stesso incremento del Pil, pur mantenendo la stessa percentuale di rapporto.
Se ne consegue che lo Stato interessato sia su una via economica fallimentare. Per dirla crudamente: di fatto, è già fallito.
Poniamo ora nell’anno seguente: c) Pil a 1.100, Debito 2.090, rapporto 90%.
Ne consegue, anche sulla base di quest’ultima ipotesi, che pur riducendo il rapporto stesso, anche fino al 90%, il debito continui ad incrementarsi, nonostante una crescita del 10% del Pil.
La risposta è semplice a questa considerazione: il Pil è lordo e pur con percentuale d’incremento a 2 cifre non è in grado di reggere la spesa.
Spesa che può essere dovuta o a costi o a investimenti. Investimenti che però non sono in grado di reggere comunque i costi. Perciò di ridurre non la percentuale di rapporto, ma l’ammontare complessivo del Debito.
 
Nel dopoguerra l’Italia iniziò a fare dei sostanziali investimenti strutturali.
Tra questi l’A1 da Milano a Napoli. Fu costruita in 9 anni, con una media di circa 99 km all’anno.
Quest’arteria era tuttavia necessaria al paese, sia per ammodernarlo sia per renderlo efficiente.
Allora si facevano opere necessarie alla crescita del paese.
Ora si è costruita la BreBeMi tra Brescia e Milano, nonostante ci sia già, anche più breve nel tracciato, la funzionale e scorrevole A4.
Quest’opera (finora deserta) dai costi rilevanti – a mio modesto parere – non serviva affatto al paese, ma solo per incrementare il lavoro, cioè a far crescere il Pil e il bilancio dei soliti costruttori, che, guarda caso, sono poi spesso i finanziatori o dei partiti o di importanti esponenti di partito.
Non a caso i finanziatori del rottamatore Renzi ora occupano importante cariche dirigenziali.
L’attuale linea economica della Bce dovrebbe essere funzionale alle aziende. Il costo del danaro si è ridotto ai valori Usa e giapponesi, ma non sarà sufficiente a far ripartire il paese.
Il motivo è semplice: ad un costo Bce prossimo allo zero si contrappone il tasso bancario nazionale, che fa pagare alle aziende tassi minimi dal 5% in su (rapporto minimo: 1.000%).
Con questa disparità da usura non si andrà da nessuna parte.
Questo Governo, specie con il suo Premier, è svelto in ciance; ma, finora, inesistente in opere.
Ai più, specie all’estero, pare il governo dei “bamboccioni e dei bambinoni[1], se pure Barroso a Cernobbio ne declama (diplomaticamente) l’inefficienza assoluta.
Molti esponenti di importanti vertici tedeschi hanno già più volte alzato la voce, mentre quotate testate internazionali, dopo un primo tempo di attesa, ora si schierano contro questo esecutivo.
Non è tuttavia la supposta incapacità del pretenzioso Renzi e dei suoi giovani ministri a negare una valida prospettiva al paese, bensì il fatto che nella politica italiana non vi siano personalità capaci e adatte a far risorgere l’economia nazionale, senza zavorrarla ulteriormente con il Debito pubblico.
Renzi è cresciuto nell’orto dell’incuria progettuale politica.
Dichiara di voler assumere 145.000 precari della scuola nel 2015, scordandosi nello stesso tempo d’affermare che il personale statale deve essere snellito.
Trovi una logica per sé, se vuol avere credibilità, più che per chi l’ha votato direttamente o indirettamente.
In ambito Ue vi è la perenne diatriba tra stati su come allentare i limiti di bilancio, dimenticando, di fatto, il Fiscal compact.
Perché se gli investimenti per crescere incrementeranno ulteriormente – come vorrebbe Renzi – il Debito sovrano e il Pil, allora la via della decadenza economica assoluta verso il fallimento sarà inevitabile.
Ovviamente una via alternativa al disastro c’è.
Si chiama: produrre utili, e con questi ricchezza e occupazione, iniziando a ridurre l’ammontare reale del Debito sovrano.
La Crescita la si fa sulla capacità di produrre ricchezza, perché la ricchezza è l’unica in grado di ridurre il Debito.
Diversamente, inseguendo il rapporto Debito/Pil, si produrranno solo altri guai.
Perché, in sostanza, oggi si insegue la crescita del Pil come se fosse la panacea di ogni male, aumentando (quando va bene) con questo pure il Debito. Tutti se la godono beati pensando che sia tutto rose e fiori, mentre con l’ignoranza di politica economica si continuano a ripetere gli stessi errori che ci hanno condotto a questa gravissima, e non ancora sufficientemente compresa, recessione, preludio allo sconquasso finale.



[1] - Citazione tratta da una mail privata, giuntami da un’importante funzionario d’uno stato dell’Ue. L’ho tradotta in italiano, benché giuntami in lingua estera.

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