lunedì 22 agosto 2011

Viaggiando tra teologia e teologi.

(Questo articolo trae la sua origine dall’analisi di un documento, facilmente visionabile cliccando sul seguente link: “Chiesa 2011: una svolta necessaria”. Per comodità, data l’ampiezza del documento, non l’ho contestualmente riportato insieme all’articolo.)


Viaggiando tra teologia e teologi.


Scorrendo da analista il documento redatto da molti teologi tedeschi – come dice il titolo: Memorandum dei teologi -, non ho faticato molto a capire la diversità inoppugnabile tra Chiesa di Roma (italiana) e Chiesa teutonica, che è impregnata sempre in distinguo particolari propri di una cultura con ampie radici luterane, pur se teoricamente le 2 chiese sono parte di un’unica Chiesa universale.


Le conoscenze teologiche giovanili, rafforzate dall’aver partecipato da attore, con altri, a diverse e notevoli tavole rotonde – negli anni in cui fui ospite per impegni personali in quel di Torino - mi sono state utili a concepire, oltre che a comprendere, le importanti e schematiche proposte del gruppo di teologi tedeschi, assimilabili a grandi linee, pur se in folto numero, a dei dissidenti (protestatari).


Vorrei però ricordare, come dico spesso pure a dei vescovi, che l’essere teologicamente ferrato è utile, ma ciò non vuol dire essere per forza un filosofo completo. Molti esponenti ecclesiastici posseggono, infatti, ciò che da decenni etichetto con la formula “monocultura da sacrestia”, spesso totalmente scollegata da altre e necessarie discipline che sono utili per fare di un uomo di Chiesa (ministro o semplice credente) un consapevole e completo, in senso lato, cittadino di questo mondo.


E appunto per questo Kant affermava che “la teologia è la più inutile delle scienze”.


Infatti, un conto è proporre teoremi idealistici religiosi e un altro è il collegarli sapientemente all’economia, alla finanza e a tutte quelle problematiche sociali che fanno parte integrante e importante del nostro mondo globalizzato. Diversamente il discorso è sempre monco e relativo, scevro dalla realtà e ancorato solo all’idealismo peripatetico.


Il documento non afferma cose sbagliate, ma cose in buona parte condivisibili. Ciò che è fuori luogo sono certe considerazioni fatte da gente che dovrebbe essere esperta ed avere nel proprio bagaglio anche la risoluzione alle varie problematiche espresse, però in perfetta sintonia con la teologia cattolica.


Perciò appunterò il mio interesse su tali incongruenze.




Il contendere trae l’origine eziologica dalla pedofilia ecclesiastica, per avventurarsi poi in una contestazione aperta e a tutto campo, pur se programmatica e propositiva, alle linee ufficiali della Chiesa Cattolica.


Sul trono di Pietro siede ora il settimo papa tedesco, considerato da tutti, in base a nazionalpopolare concetto, un papa “teologo”; mentre, in effetti, è solo un profondo e sapiente cultore della Storia della teologia. Se tutti coloro che insegnano storia della filosofia e della teologia fossero filosofi e teologi, il mondo sarebbe uno scrigno di sapienza e di sapere; ma, purtroppo, non è così. Non esisterebbero più problemi, neppure nella Chiesa.


Dal documento, pur se necessariamente stringato, si comprende pure questo: i teologi firmatari dovrebbero (il condizionale è d’obbligo dato il documento scarno) essere non teologi veri, ma solo cultori di storia della teologia. Infatti, si dichiarano “professori”. Diversamente certe affermazioni non verrebbero fatte, né sottoscritte.


La pedofilia è un antico male (vizio) antropologico umano che, se praticata da un religioso, specie se di alto grado, appare tanto più odiosa e scandalosa. Però non è un peccato solo di alcuni membri della Chiesa, bensì dell’umanità. E, seguendo alcune statistiche, pare che nella Chiesa sia molto minore che nel resto della società.


La Chiesa predica le regole etiche e morali; ma nessuna di queste è in grado di far cambiare un uomo, specie se questi ne approfitta per realizzare i propri fini e interessi. Costui, tuttavia, ha diritto alla misericordia del perdono, perciò ad essere sempre accolto se si ravvede, sia costui laico o religioso.


Si combatte il peccato, mai il peccatore!


L’annunziare il Vangelo e accogliere nel perdono il peccatore pentito è il vero compito della Chiesa: la Redenzione!


Pietro tradì per ben 3 volte Gesù in rapida successione; ciò nonostante Egli edificò su di lui la sua Chiesa (Mt 16, 18.19).



Le problematiche espresse sono reali; le deduzioni, le obbiezioni e le proposte sono superficiali e proprie di chi vede la realtà non da cittadino, ma solo da credente che si creda prediletto e illuminato.


Nel nostro mondo globalizzato, ma lo era pure prima, l’essere credente è in subordine all’essere cittadino, appunto perché il rispetto verso le ragioni altrui, quindi diverse, impone la testimonianza del proprio credere; ma non la consapevolezza che il nostro credere sia verità assoluta e l’unica perfezione solo perché si è credenti, o teologi.


Voi siete la luce del mondo” (Mt 5,14) non significa essere “la” (assoluta e unica) Luce del mondo, tanto nel diritto che nella morale.


La verità non è trascendentale, ma è strettamente collegata a quelle dimensioni geometriche variando le quali si ottengono punti di vista, perciò pure di apprendimento e di concezione, totalmente diversi e talora pure opposti.


E per essere breve citerò solo il concetto di preveggenza, proprio perché questo immette, anche teologicamente, un punto geometrico di osservazione variabile, per cui la predestinazione individuale, anche biblica, viene a cadere.


Lutero affermava “pecca fortius, ama fortiter”; e pare, in alcuni punti, lo stesso punto logico di partenza del ragionamento del documento sulla coscienza e sul peccato.


Lutero, tuttavia, non credo che fosse molto ferrato in geometria, pur se conosceva le tre unità di misura geometrica: altezza, larghezza, profondità. 3 unità che sono un’unica e identica unità, ruotata in modi diversi. Se a questa semplice e plurima unità aggiungiamo il tempo, lo spazio, la velocità, la materia, la distanza, la pressione e la gravità, ben si capisce che il concetto di Dio, di Chiesa e di Società cambia in modo sostanziale.



Il punto 1 “Strutture di partecipazione” pone in stretta correlazione la partecipazione con la credibilità, come se ciò fosse vero, immettendo come conseguenza la decisionalità democratica, che ontologicamente entra in aperta collisione tra Verità della Parola e verità del credente.


Se il concetto di democrazia nella Chiesa si risolvesse solo in ciò, compresa la scelta, dalla base, di vescovo e ministro, anche se in modo partecipativo, noi non avremmo una chiesa fondata sulla testimonianza (predicazione) di Gesù, ma solo sulla democrazia anglosassone propria del neoliberismo cattolico nordamericano.


La Chiesa non è una monocrazia teologale, perciò trascendentale o verticistica, ma una perfetta democrazia teosofica, immanente al popolo di Dio, che si esplica totalmente in un Concilio. Nel quale esistono 3 tempi: quello della problematica, quello del dibattito e quello della decisione. Decisione che viene sempre presa a maggioranza semplice, perciò del 50%+1 dei padri conciliari.


La democrazia della Chiesa - ma ciò anche in una semplice democrazia sociale - impone poi a tutti di accettare le decisioni approvate e di farle proprie, appunto perché tali decisioni assumono nell’Ecclesia l’assistenza di Dio e perciò della sapienza dello Pneuma. Non accettarle e farle proprie significa essere scismatici, quindi porsi fuori dalla Chiesa stessa: essere un altro (diverso) popolo di un dio personalizzato. Proprio come la preminenza della coscienza individuale nel protestantesimo lo spacca in molteplici diversità che diventano singolarmente quasi infinite. In tal caso non si è più Popolo, ma solo setta.


La democrazia della Chiesa ha tempi lunghi, perciò non umani, appunto perché ciò e connesso al tempo dell’eternità di Dio, anche ammettendo la logica hegeliana del suo divenire. L’incedere del tempo è solo una variabile geometrica e come tale ininfluente alla Verità, che è la base e il fine del procedere della Chiesa.


La democrazia ecclesiale, se intesa come semplice partecipazione decisionale, è una degenerazione intellettuale, sia perché la scelta (voto) del colto equivarrebbe a quella dell’incolto, sia perché la Verità non è un mero fatto democratico di somma di voti, ma di profonda (perfetta) conoscenza di problematiche complesse che hanno il loro conoide naturale nell’assemblea conciliare dei padri o, in modo molto minore e localizzato, nei vari sinodi ecclesiali episcopali. Un’assemblea che pur non essendo di origine strettamente elettiva è il frutto di tanti figli del Popolo di Dio che hanno risposto consapevolmente e volontariamente ad una chiamata. Perciò raccolgono le esigenze e le istanze del Popolo e le analizzano all’interno della Chiesa nel rispetto del proprio essere pastori.


Diversamente non vi sarebbe l’esigenza di avere un vescovo o un ministro (sacerdote).




Un documento è sempre un positivo punto di contatto, perciò aperto al dialogo. Non lo è, però, quando si addossano colpe individuali, pur se di eminenti personalità, alla Chiesa tutta. Sembra che la Chiesa sia allo sbando totale, in mano ad inetti o, peggio ancora, a connivenze interessate.


In verità la Chiesa è in mano al Cristo, perciò al Padre. E ciò è bene non dimenticarlo teologicamente.



Singolare appare il pensiero sulla risoluzione della carenza di sacerdoti (punto 2: Comunità), risolvibile ipoteticamente con i preti sposati e con il ministero femminile. Singolare furbata … d’origine protestante.


Tuttavia, nel mondo protestante, il ruolo del ministero è assai diverso da quello cattolico, soprattutto perché l’eucarestia – perciò la messa – (e i sacramenti in genere) è una pura rievocazione, e non una vera consacrazione. Nel ministero protestante vi è un’assunzione di responsabilità nella comunità, ma non una donazione vocazionale definitiva.


Si lamenta l’essere “bruciati” di molti sacerdoti nella gestione di comunità sempre più grandi, dimenticando che lo “sposato dovrà dividersi tra famiglia e ministero, essendo, di fatto, a mezzo servizio.


La chiamata al sacerdozio la vedo come un’assunzione del ministero a tempo pieno e non compatibile con l’essere sposati. Prete e coniuge sono mondi diversi e difficilmente compatibili, appunto perché sono 2 scelte primarie di vivere il cristianesimo in modo opposto. Il prete si dona alla comunità (prossimo), il coniuge alla famiglia. Cambiano finalità e impegno; e il prete si brucerebbe ancor prima oberato da altre incombenze.


I preti non si esauriscono; ma possono cadere nello sconforto, nell’abulia, nella frustrazione e nella convinzione d’essere dei falliti.


In passato ho dovuto assisterne alcuni; e, facendolo, ho capito che il problema basilare non era quello di una crisi personale, bensì quello di una carente e impropria preparazione, sia che il prete lo fosse da molto tempo, sia che fosse giovane.


Ciò che bisogna riformulare velocemente è l’iter procedurale e culturale che viene impartito al candidato nei seminari, oggi databile ancora alla consuetudine dei secoli scorsi.


Preparare un uomo ad essere sacerdote di Cristo non può prescindere della piena, totale e consapevole conoscenza delle rinunce volontarie a cui ci si sottoporrà, sia nel campo affettivo che in quello sessuale.


Un discorso molto vasto - molto confuso nel documento – è poi quello che si impernia sull’amore e sulla sessualità, divisibili i due campi diversi: in donazione e in attrazione. Cosa che i teologi firmatari non hanno né abbozzato, né espresso, né forse neppure mai percepito.


E su questo concetto si impernia il matrimonio cattolico, pur ammettendo che la società tutta (perciò pure la Chiesa) non è in grado di dare una preparazione adeguata ai futuri coniugi, proprio come avviene in molti altri campi sociali. Molto spesso ci si limita semplicemente ad unire religiosamente, o civilmente, una coppia, scambiando l’esigenza di sessualità con quel concetto lato di famiglia che impone ben altri impegni e doveri.


Si codifica un diritto, dimenticando che questo viene conquistato col dovere consapevole e volontario.


L’omosessualità non impone l’omofobia religiosa/sociale, ma neppure la codificazione che una simile devianza debba essere considerata una normalità individuale. E, di norma, questa realtà trae le sue origini dall’appartenere (crescere) in un sistema decadente e sfasato di vita sociale.


I teologi in questione forse identificano la Chiesa nella Società; ma ciò che può essere compreso e tollerato – non accettato – nella società, non lo può essere nella Chiesa, proprio perché la coscienza individuale deve sottostare non a scelte personali di comodo, ma ad una Legge divina che prescinde dalla propria scelta individuale.


Il codificare ogni comportamento umano come legale (normale) anche all’interno della Chiesa porta solo all’anarchia della coscienza individuale, davanti alla quale la Parola passa in subordine.



La Chiesa in futuro potrà fare molte aperture; ma queste non spettano né ai teologi, né ai vescovi (papa compreso), né alla democrazia di una comunità religiosa. Spettano unicamente alla vera Ecclesia, che in un Concilio e da un Concilio trae la sua illuminata Sapienza. Poi, tutti sono chiamati a partecipare ed ad essere di stimolo e di aiuto con la loro opera e con il loro pensiero.


Serve un nuovo grande concilio in grado di dare un indirizzo definitivo al mondo cattolico globalizzato!


Gli ultimi decenni hanno propugnato nella chiesa una cultura fenomenologica, fatta propria anche dagli ultimi 2 papi. E questa cultura, dedita alla sacralizzazione (spettacolarizzazione) mediatica, ha perso per strada circa i 2/3 dei fedeli, specie nel mondo occidentale.


La religione non è un divertimento, ma una scelta di vita che non ha nulla a che fare né con il modernismo, né con il tradizionalismo.


I problemi esistono e vanno affrontati, ma non con il solo personalismo verticistico.


Il problema non è un puro fenomeno che lo si risolve con legalizzazioni religiose o civili; proprio come la credibilità della Chiesa non viene affidata ad una pura e semplice visualità mediatica, ma ad una cultura consapevole e profonda in grado di analizzare, risolvere e prevenire ogni situazione degenerante sia nell’ambito religioso, sia in quello civile.




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