martedì 16 febbraio 2010

La democrazia e il crocefisso.

Sesac, oggi, venne a farmi visita e mi consegnò questo racconto.

Lo pubblico assai volentieri.

Anche perché, quest’anno, dopi i fiori alpini dello scorso 2009, ho scelto volontariamente immagini di croci e di crocefissi ad accompagnare l’incedere dei mesi di questo nostro 2010.

Con ciò voglio ribadire la libertà di un popolo di credere e di esporre un simbolo della propria radice culturale ovunque, anche in un blog.

Buona lettura!

Sam Cardell

Tratto da “i Dialoghi” di Sesac

La democrazia e il crocefisso

Io, Sesac, tornai su in Federìa per il fine settimana.

Leone ci aveva dato appuntamento per un menù speciale tutto … suo: polenta bergamasca (alla leone) e salamella, lessa in acqua e latte, accoppiata con patate al forno.

Ne avevo già mangiato tempo prima; e il languore, salendo lungo gli innevati tornanti del Fuscagno, si manifestava nel mio cavo orale, quasi che il profumo degli ingredienti scivolasse sulle rupi innevate e, con poderosi atletici salti, giungesse fine a me per calamitarmi lassù.

Sapevo che avrei trovato una numerosa compagnia su in baita e la … motoslitta, paziente, ad attendermi per l’ultimo balzo d’innevata erta salita, tra i cembri e i larici imbacuccati.

Vi era molta neve, ancor più che la volta scorsa.

Il traffico era scarso. E nonostante che la strada fosse una fettuccia completamente bianca, che ondeggiava ebbra d’aria limpida, secca e pura tra due muri di neve compressa e ghiacciata, mi distrassi a godermi il fantastico paesaggio.

A mezza salita notai che, nell’area picnic, gli spazzaneve avevano creato un ampio spazio, forse per concedere agli sprovveduti automobilisti, che lassù si avventuravano con poco giudizio, di montare in sicurezza le necessarie catene.

Mi fermai al sole e scesi per sgranchirmi le gambe e osservare meglio.

Nonostante il termometro segnasse -18° il sole scaldava; e l’aria secca produceva, sul corpo, quella sensazione piacevole di continuo calore che la rarefazione dell’atmosfera produce sempre in quota e arrossa, inevitabilmente, le pelli chiare per la scarsità di melanina nel metabolismo.

Il paesaggio era fantastico e fiabesco. Meritava proprio un’apposita sosta.

In basso si notavano gli ultimi abeti rossi che, nonostante la slanciata mole, sembravano buffi pulcini inguaiati nella stoppa bianca. Sentivano, pure loro, il freddo intenso e calzavano ancora la bianca berretta del … riposo notturno.

Il Piazzi era davanti a me severo e imponente, incanutito tra i ghiacciai perenni. Alla sua sx orografica il severo Dosdé, seppur candido, incuteva all’osservatore il suo inquietante e ardito aspetto, tenace guardiano della Val Viola: lo guardai con ammirazione e, nello stesso tempo, con leggero tremore, come se fossi incrodato e avvinghiato alla sua ripida e strapiombante parete.

Sembravano l’attempato vegliardo padre e lo scalpitante imprudente figlio.

Girai alla mia sx lo sguardo e rividi, in lontananza, le severe torri di Fraele, un tempo porta di controllo per il viandante che voleva passare tra le due valli cristiane, ma che si differenziano profondamente per l’evangelismo della teologia della croce.

Ciò mi riportò allo scandalo delle indulgenze. E, nel nostro tempo, alla teoria sostenuta da Leone e da Aperitivo, pur con ragioni diverse, che indicavano nella fenomenologia relativista della curia papale e nel personalismo l’inevitabile decadenza, tra i fedeli, del cattolicesimo dei nostri giorni.

Ovviamente intuivo il discorso; ma, non potendo comprendere esattamente il loro profondo pensiero, mi perdevo nei meandri del ragionamento, pur vedendo i risultati storici evolversi negativamente e … chiaramente.

Intuivo il senso del totem e l’individualismo verticistico che ne derivava; ma, nello stesso tempo, mi smarrivo nel concetto di egocentrismo teocratico, contrapposto, dialetticamente, alla perfetta teosofia democratica.

Unicuique suum!

Il mio sguardo si fissò, indi, sulla possente cresta che in parte cela dietro a sé le 13 cime, degna del sinuoso verticale flusso di un diagramma fluttuante degli isterici mercati finanziari dei nostri giorni.

Mi richiamò alla mente il manzoniano Resegone, in paragone nanerottolo casereccio e tontolone rispetto a queste dirupanti e svettanti cime.

La osservai a lungo al generoso soffio caldo del sole, riconoscendo ad una ad una le varie punte, mentre loro parevano ammiccarmi e invitarmi ad un nuovo amorevole rendez-vous.

Uno stridulo intermittente suono mi distolse dall’estasi emotiva, richiamandomi alla realtà ed agli amici che mi attendevano: il rompiscatole cellulare frignava, pretendendo la mia attenzione.

E, un simile piccolo aggeggio, mal si amalgama con il concetto che in gioventù avevamo del cellulare: tozzo mezzo atto a trasportare reclusi.

Noi, ufficialmente mai entrati in quel glabro vano, siamo ora prigionieri di un sì piccolo oggetto.

… Giunsi allo spiazzo dove il poderoso Terra sonnecchiava al sole e dove la paziente motoslitta mi stava da tempo attendendo.

Vi salii. Il motore cominciò il suo poderoso canto e allietò con potenti modulazioni, or ridondanti, or soffuse e quasi timorose, la gelida foresta d’aghifoglie che precedeva la baita, appollaiata lassù, in alto, in un ridente spiazzo ricavato su un ardito ballatoio.

Billy ci corse, solitario, incontro, quasi incuriosito dal rumore proveniente dalla fitta abetaia; e approfittò di un sinuoso tornante che ridusse, quasi fermandoci, il nostro incedere, per accoccolarsi festante, con un balzo, tra le mie braccia.

Leone era già al lavoro davanti ad un grande paiolo in cui la pregiata mistura giallastra ribolliva a polle intermittenti, come tanti soffioni boraciferi.

La rimestava in continuazione mentre la discussione, tra gli astanti, verteva sul crocefisso che alcuni, nella società, avrebbero voluto eliminare da ogni locale pubblico.

Stranamente Leone pareva essersi estraniato dal dibattito, quasi asceticamente assorto dal suo compito culinario.

Teneva in mano quello che lui chiamava il mestolo e che altri chiamavano il bastone della polenta. Era una lunga posata di legno, appiattita nella parte inferiore a mo’ di stretta paletta, con la quale rimestava continuamente la gialla e dorata torta di mais.

Quando il bollente miscuglio cominciò a raggrumarsi lo lasciò un attimo e, dalla tavola, prese dell’Asiago che, sminuzzando in tenui fettine, fece cadere nel paiolo.

Rimestò nuovamente per alcuni minuti finché il tutto si amalgamò. Poi si sedette su una poltrona vicina dopo aver regolato il fuoco, quasi a riposarsi.

Osvi stava dicendo che ognuno dovrebbe essere padrone in casa propria, in ossequio ad uno slogan elettorale di una certa forza politica, riferendosi a quell’islamista che aveva tolto e lanciato dalla finestra di un pubblico locale un crocefisso.

Leone lo osservava, ascoltandolo e vedendolo accalorato, sorridendo quasi compiaciuto e divertito dal suo infervorarsi.

Poi, dopo un po’, si rialzò e tornò al paiolo, prendendo simultaneamente la parola nell’impugnare il mestolo.

Nella grande stanza, alla sua prima frase, il silenzio sorse profondo, solo in parte rotto dal gorgoglio dei cibi in cottura sul fuoco.

Credo che il discorso non vada tanto impostato in modo idealistico, bensì secondo una logica democratica.

E, questa, impone una semplice realtà: quella della volontà della maggioranza di esprimere la propria cultura e il proprio credere, non solo sociale, ma pure religioso. Perciò di dotarsi, come i nostri avi, dei simboli propiziatori che meglio crede.

Non condivido la pretesa di una certa tesi, propria del fondamentalismo islamico, per la verità da noi avvalorata solo da pochissime persone o da alcuni esagitati massimalisti, che intende il crocefisso solo come simbolo religioso individuale, che non appartiene a tutti e che offende, nella crudezza rappresentativa, la sensibilità di alcuni.

Il crocefisso non esprime nulla di tutto ciò; ma sottolinea a tutti gli osservatori, credenti o agnostici, la solidarietà sociale dell’accettare anche ciò che non sempre ci è individualmente utile: è l’essere popolo e società nell’offrire a tutti il nostro valido e laborioso, nonché a volte doloroso e faticoso, aiuto.

Se non si rinuncia a qualcosa di noi stessi per offrirlo alla società, questa diventa solamente un contenitore, in cui l’egocentrismo individualista sostituisce l’essere popolo con l’essere solo comunità.

E una comunità, come si sa, specie se difende il proprio interesse corporativo, si estrania dal concepire popolo noi stessi.

Perciò, il dividerci su un simbolo come il crocefisso, come pure il sottostare alle pretese altrui di imporci il loro solo intendere, ammantandolo del principio irrinunciabile di libertà, tende solo a sopra valicare la libertà altrui, perciò, in questo caso, pure quella del nostro intendere ideologico e religioso.

La nostra libertà, come dissero i nostri avi, si ferma dove comincia quella altrui nel rispetto dei diritti di ognuno.

Noi, non imponiamo all’islamista di abiurare al proprio credere, né di rinunciare ai suoi simboli religiosi. E non lo facciamo neppure con l’agnostico.

Chiediamo solo, che il volere dell’intendere democratico della maggioranza di popolo venga rispettato, proprio perché quel simbolo garantisce anche il diritto di chi la pensa diversamente.

Si fermò un attimo e, lasciato il mestolo, prese una forchetta per controllare la cottura della salamella. La schiumò, aggiunse altro latte e ridusse il fuoco.

Nessuno fiatò.

Indi, riprese:

Ovunque noi troviamo la croce e non solo nelle chiese. La vediamo sulle vette alpine, ai lati delle antiche vie, or nei campi di pianura, or nei pascoli d’altura. La vediamo sulle tombe dei nostri avi o dove loro sono morti.

La poniamo su ogni tomba, anche su quella di chi, pur battezzato, credeva poco o non credeva affatto.

La vediamo pure dentro di noi, come, io, la sto tracciando col mestolo, nel rimescolare questa torta di mais; gesto necessario, propiziatorio e di ringraziamento che i nostri vecchi sempre facevano.

La croce è l’intersecarsi di due rette ruotate in posizione diversa. In vie teorica è la stessa retta che assume posizioni opposte: verticale e orizzontale.

La croce indica la vita: una vita che finisce e che ricomincia, proseguendo, in altra dimensione. Se non vi è la morte materiale non vi può essere neppure la nascita, perciò la vita. È la metempsicosi personale di ognuno, anche se non materiale; ma lo diventa, nella realtà della fede, con la resurrezione finale.

Sono due mondi che si incrociano proprio nella morte, come i due bracci della croce: il mondo di qua e quello di là.

Dio, secondo il cristiano, morì pure lui in croce. Ma non tanto sulla croce materiale, bensì su quella del suo divenire, come tanto bene Hegel esplica nella Logica con l’assoluta devastazione di Dio nella storia. Concetto che pure, con poca diversità, espresse, secoli prima, anche Anselmo d’Aosta o, nei nostri giorni, la corrente teologica evangelica del Dio è morto.

Un tempo avevamo le invasioni dei barbari, degli arabi e dei turchi, quindi degli islamici.

Vi era chi intendeva conquistare e chi voleva preservare. Eppure i simboli convissero pacificamente dopo le cruente battaglie di mare e terra.

Ora abbiamo l’immigrazione incontrollata: nuova invasione barbarica di gente che vive con presupposti diversi dai nostri. Non combatte come un tempo, ma accampa diritti senza sobbarcarsi dei doveri.

Si vogliono scuole a proprio uso e consumo; si vogliono case, assistenza, moschee a spese delle casse statali. Non lavorano per avere un diritto, ma lo pretendono per il solo fatto d’essere qua da noi.

Sono gente disperata con poca cultura, perché chi questa ce l’ha viaggia sicuro in altro modo e con documenti regolari, comportandosi e vivendo diversamente.

Spesso alimentano la delinquenza, vengono sfruttati dalla malavita nostra in combutta con la loro, si arrangiano e si riuniscono in ghetti.

Questa non è emigrazione, bensì desolazione umana che aizza la repulsione del diverso; non si amalgamano nella società, ma vivono secondo le loro tradizioni tribali.

Strano modo, da un lato, d’essere ospiti e di integrarsi con gli ospitanti.

Strano modo, dall’altro, di fare politica e di condurre una nazione.

Si sta soffiando, in questo modo, sul fuoco dello scontro etnico. E i presupposti sono già vistosi, non solo là dove i disordini sono già avvenuti, ma pure in quei palazzi ghetto dove gli extracomunitari vivono senza preoccuparsi di pagare luce, gas, acqua, … e i servizi ricevuti, perché tutto è loro dovuto.

Nessuna forza politica e religiosa è esente da questo disastro incalzante, spesso anche perché la dietrologia sulla questione viene usata come arma dialettica nell’addossarsi le colpe.

La croce e il crocefisso, di riflesso, sono il segno della civiltà: della nostra civiltà basata su certi principi e valori. E dovrebbero essere, pure, il segno della democrazia e della volontà popolare.

Questa, tuttavia, è ormai sconosciuta a molti politici, anche di grido, che oggi applaudono e domani contestano.

Pure tra noi vi sono gli idioti idealisti, a tutti i livelli della società, di grado e di responsabilità. Questi vedono nell’ottusità del loro intendere la sola verità esistente; e ce la vorrebbero imporre.

Si arriva a pretendere di non svolgere un ruolo istituzionale, come ad esempio la giustizia o la docenza, perché in quell’aula vi è un crocefisso: un ostacolo … insormontabile a svolgere un compito retribuito.

Nel paese vi è sempre una maggioranza parlamentare, or ampia, or risicata; però c’è. E questa decide in base ad un suffragio elettorale che la legittima. E se a questa maggioranza sta bene la croce e il crocefisso, è dovere del cittadino dissidente uniformarsi alla volontà della maggioranza, non per imposizione, ma per la regola democratica dell’essere popolo e nazione.

Vi è, inoltre, la possibilità di indire un possibile referendum, se vi è una certa base propositiva.

Insomma: se si vuol mettere in discussione la croce e il crocefisso si proceda, ma poi si rispetti la volontà del popolo uniformandosi ad essa.

Per impegni ho viaggiato talora in paesi islamici e, in questi, mi veniva, di norma, esplicitata al mio arrivo la raccomandazione a non esporre, o manifestare, i simboli della nostra fede, perciò non solo la croce.

Sicché se siamo ospiti dobbiamo nascondere, e se ospitiamo dobbiamo celare.

Strano modo d’essere cittadini globalizzati, popolo e nazione che ha una sua identità e cultura.

La polenta ora era densa e si avvinghiava al mestolo come una grande e soda pagnotta.

Leone la rimescolò ancora per alcune volte, poi accantonò il mestolo e la fece saltare nel paiolo che posò, poi, per alcuni istanti ancora sul fuoco. Infine lo tolse dal fuoco e scodellò la polenta fumante su un grande piatto di legno di faggio, unto in precedenza con del burro.

Controllò la salamella, la posò sul tavolo e la affettò in regolari pezzi, mentre Madame toglieva le patate dal forno.

Accomodatevi dove più vi aggrada e servitevi. A chi non piace offriremo altro e ciò che il convento può passare.

Speriamo che qualche fondamentalista, o idiota idealista casereccio, oltre al crocefisso non ci voglia togliere anche la salamella.

E, allora, sarebbe un grosso guaio, perché la polenta perderebbe il suo degno compare.

Nella sala, posto in alto sulla parte ad est, troneggiava un artistico, antico e grande crocefisso ligneo di cembro.

Scrutava da lassù l’assortita compagnia che s’accomodava alla lunga tavola, quasi divertito e attratto dal profumato menù. Sembrava voler annuire, guardandoci col suo capo reclino, al discorso di Leone.

Rimase un posto, in fondo alla tavola, proprio dirimpetto a Leone e sotto il crocefisso.

Nessuno degli astanti lo occupò, lasciandolo idealmente all’uomo … crocefisso.

Sesac

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