Tratta, come consuetudine, della vita degli animali della foresta e dei fatti di un tempo che fu.
Sam Cardell
Tratto da “i
Dialoghi” di Sesac
Letterina di Leone alla Befana.
Leone
si svegliò all’albeggiare, come sua consuetudine.
Aveva dormito lassù in altura,
con accanto Billyno.
Fuori c’era la neve; ma dentro si
stava bene, perché il camino era stato acceso tutta la notte.
Era una splendida tersa giornata,
resa maggiormente limpida in altura dal pungente freddo intenso. Guardando in
basso, pur nella bruma ancora intensa, si scorgeva il mare di nebbia che celava
ai mortali la piana, fino alla muraglia appenninica.
A nord, invece, le alte vette
delle Orobie svettavano superbe, come tante candide vergini intente ad
attendere l’arrivo dello sposo, rimirando, nell’oscurità scemante, la sfera
celeste per cogliere l’arrivo dell’astro codato che glielo annunciasse vicino.
Il galletto di Gini
strillò acuto il suo abituale buongiorno, rompendo la quiete dell’abetaia a
monte della cascina e facendo sobbalzare il gruppo di cinghiali che rovistavano
la cote erbosa del pascolo.
Lassù, nell’alto del cielo, tra i
primi raggi del sole che iniziavano a rischiararlo, si dipinse una lunga scia.
Leone, intento a preparare la
colazione, la osservò divertito e disse: Guarda, Billyno, pure la Befana si è ammodernata e va a
reazione!
Leone non era solito fare
letterine per avere doni. Sapeva che nella vita aveva fatto troppe cose e che
perciò le sue richieste, nella migliore delle ipotesi, sarebbero state ignorate
da dei infanti, santi, beati e arzille vecchiette a cavallo di scope fatate,
con la ramaglia in avanti. Perché la riconoscenza era spesso disconosciuta pure
da queste figure mitologiche.
Si ricordò di ciò mentre, facendo
colazione, si gustava la focaccia fatta la sera prima, accompagnandola con
sorsate di fumante caffelatte; mentre Billyno si lappava letteralmente la sua
razione, divorando quasi la ciotola e incurante delle urla di Bruno,
intento a richiamare, per la corsa mattutina di coppia, la sua attenzione dalla
cascina, posta più in basso e distante un tiro di schioppo.
Pertanto, dopo aver sparecchiato
e lasciato una tazza e della focaccia per la sicura visita mattutina di Gini,
decise, data l’età, ch’era l’ora di scriverne una, perché secondo il detto
sapienziale vi è sempre una prima volta nella vita.
Prese, perciò, carta e penna,
aprì l’uscio a Billyno che si lanciò saettante verso l’accorrente Bruno, si
sedette in capo al tavolo e cominciò a scrivere, favorito nella concentrazione
dalla quiete montana.
“Cara Befana,
abbi pazienza delle richieste di un vecchio. Ormai.
Vero, tu mi troverai ancora giovane, come mi dice sempre quella befana di Leonessa. Quella, per
intenderci, che nella tosca terra ogni tanto ti dà una mano a distribuire doni
ai bimbi buoni e carbone ai cattivi.
Ti pare così, anche perché, forse, porto ancora le prime orecchie,
nonostante i cervi cambino il loro palco ogni anno.
Tu, stanotte, ti sei dilettata a correre ovunque, là dove di
solito non giunge la Lucia e il Nicola.
Ovviamente la tua origine è assai più antica e dovuta al mitraismo. Forse per questo sei proprio vecchia, lacera, spettinata,
sdentata e un po’… strega.
I grandi druidi, dopo i fatti di Ponte Milvio, pensarono bene di
metterti all’indice, bruciando per secoli con piacere tutte quelle che, secondo
la loro illuminata e magnanime intelligenza e cultura, ti potevano imitare. Poi,
più avanti, in parte ti riabilitarono, anche perché col manicheismo si creò un dualismo giustificativo dell’esistente.
Nell’antico ti identificarono in Diana, altri in Sàtia o in Abùndia,
altri ancora in Strenia e nei Magi.
I sudditi di Patatona in Holda o Berchta, incuranti dal fatto
che il tuo nome attuale ‘Befana’, sia una
corruzione lessicale del greco ἐπιφάνεια in Befania o Bifania.
Non voglio però tediarti tracciando la tua agiografia. Perciò passerò
al dunque.
Come sai non ho mai chiesto nulla ad alcuno. Al contrario ho
sempre dato con piacere e convinzione.
Ergo: non chiedo nulla neppure a te! Chiedo e pretendo solo da
me stesso.
Voglio solo dialogare, esprimendo alcune osservazioni di merito.
La prima è che tu, unitamente ai colleghi che ti precedono, sei
diventata un fatto consumistico, anche se la tua tradizione parte in origine
dal solstizio d’inverno e dei 12 giorni d’interregno nei quali il Sol Invictus fa i primi vagiti.
Allora, dati i calendari, il solstizio era l’attuale 25. E, guarda caso, pure i
cristiani poi fecero nascere in quella data il bambinello per antonomasia. Non per nulla il sole al mattino tende a levarsi
più tardi fino a tale data, onde favorirti con maggior tempo nel tuo scorrazzare
affaccendato tra comignoli e camini.
Approfittando di ciò il deus di ‘Fiat voluntas mea’ ha voluto
quotare il suo cavallo rampante, usando come tua comparsa, a ‘mo di
portafortuna, quel grullo ciancione a cui tu sempre portasti e porti Tir di
carbone, sia per le bugie che dice ogni giorno, sia per le malefatte che fa,
sin da quando era il Grillo Guantolla.
Se avessi una richiesta da farti ti direi: mettigli un po’ di buon
senso in zucca e modestia nel comportamento, perché lui crede d’essere il
meglio del meglio, mentre tutti i benpensanti lo ritengono l’idiota di turno.
Dici che ha molto seguito? Mi pare naturale. Nel tuo svolazzare
su 'sto mondo non hai mai notato quanti sono le pecore che seguono il caprone e
quante le persone che san far funzionare la loro testa? Sai, costoro non si
accorgono neppure se si cambia il caprone, perché vanno a testa bassa, e la
loro intelligenza si limita a seguire le zampe di questo. Non guardano alla
testa, perché non son capaci di alzare lo sguardo da terra.
La seconda e che tu, ora, dovresti cambiare look. Sei un po’
come me: non ti curi proprio dell’aspetto, ma solo della sostanza.
Come potresti cambiare? Beh, dati i tempi ci sarebbe solo l’imbarazzo
della scelta.
Ora va assai di moda essere gay, oppure migrante, oppure
transessuale e … ancora. Cornuto/a? No, quello no. È già demodé da secoli, tanto
che pure quelli che usano il ‘minchia’ ad ogni parola ci passano pure sopra. Si
sono emancipati, convinti ormai d’esserlo sempre stati fin dal … concepimento,
proprio perché il loro motto è: femmena è!
Sai, magari, la tua popolarità schizzerebbe alle stelle – scusa,
lo so che ci voli già tra queste; era solo un modo di dire – e ti giungerebbero
letterine su adozioni o su uteri in affitto per avere figli che diversamente
sarebbe impossibile ottenere.
Dici che non lo farai mai? Non preoccuparti. A farlo ci pensa
già quel pollo grullo etrusco. Dove non arriverà con mancette elettorali ci
arriverà con questo.
Cosa fa fare oggi ad un politico la … popolarità! Cose …
impossibili. Pardon, tu diresti … turche. Però non farti sentire da … Putin,
che con quelli ce l’ha a morte. Lo so, convengo, cose russe non sarebbe la
stessa cosa.
Beh, cara Befana, il sole batte già pure qua.
Ora sarai sulla via del ritorno verso la tua magione, un po’
stanca e infreddolita.
Pertanto chiudo, perché diversamente la letterina ti giungerebbe
per il prossimo … tuo giro. Anche se avrei molto altro da dirti.
Copriti bene, sta riparata e non prendere la bronchite come me. Quella?
Beh, credo il dono della tua collega … befana etrusca.
Sai, non aveva più carbone da … darmi.”
Piegò il foglio in 4 parti; lo
pose all’angolo del tavolo e si accinse a spedirlo.
In quel mentre la porta si aprì e
Billyno e Bruno entrarono trafelati, seguiti da Gini per il rinfresco
mattutino.
Una folata gelida invase la
stanza. Carpì il foglio posto sull’angolo della tavola, lo aspirò fuori con un
getto potente e lo innalzò nell’alto del cielo, là dove un oggetto misterioso
tracciava una lunga scia nel blu cobalto.
Fu così che la Befana ricevette
la letterina di Leone.
Sesac