martedì 23 giugno 2015

MIgranti e emigranti.


Già da tempo ero intenzionato a trattare del problema, perché questo diventa ogni giorno non solo di attualità, bensì impellente con tutte le connessioni politiche, sociali e pure religiose.
Tempo fa in un articolo - Papa Francesco: Caino, dov’è tuo fratello? – trattai marginalmente di ciò in maniera teologica e filosofica, attirandomi le ire di uno di quegli idioti “zucca banchi” accolturati ( non è un errore grafico perché sottintende coltivati) che oggi infestano, più che popolare, le chiese alla domenica.
Perché, come si sa, tra un cretino e un idiota vi è una sostanziale differenza: il cretino prima o poi capisce l’errore e si ravvede nelle sue convinzioni, mentre l’idiota persevera sempre fino alla morte.
Per la serie: solo gli asini non cambiano mai.
Molti, infatti, specie nel campo cattolico, inquadrano la questione solo nell’ottusa ottica di quel buonismo peloso e di quel pietismo urticante - basato su un’accoglienza a tutti i costi -, che è incapace di risolvere il problema non solo a breve, ma soprattutto a medio termine.
Perché se le previsioni degli esperti si avvicinano alla realtà, la migrazione dalla sola Africa verso l’Europa di ben 80 milioni di persone nei prossimi 10 anni (stima al ribasso) pone un grande problema di programmazione sociologica, politica e di welfare strutturale di come selezionare, accogliere e sistemare (con abitazioni e lavoro) una così ingente massa di persone. Basti pensare che in soli 2 paesi africani (Senegal e Ghana - paesi dove non c’è né guerra, né persecuzioni) sarebbero pronti a partire già ora ben 8 milioni di persone. E, guarda caso, tra i migranti dei barconi vi sono molti di queste nazioni.
Il problema diventa maggiormente arduo se si considera la grande crisi economica/finanziaria che ha colpito tutto il mondo occidentale e l’Europa in particolare.
 
Quando Letta lanciò Mare nostrum era ovvio che ciò avrebbe fatto aumentare a dismisura il flusso di migranti. Infatti, un conto è fare su una carretta o su un gommone qualche decina di km in mare e un altro è l’affrontare centinaia di miglia per raggiungere le coste greche o italiane. Diminuendo i rischi aumentano le probabilità e si facilita l’organizzazione d’imbarco.
Ciò fu un gravissimo errore politico del Governo italiano, nonostante, allora, le sommesse contrarietà in proposito di molti stati Ue; ora rese maggiormente eclatanti con il blocco dei varchi doganali di alcuni stati membri.
Ma, siccome la colpa spesso non è sempre addebitabile ad un singolo, ben più grave fu l’errore della politica americana, che dopo aver eletto un incapace a Presidente, pensò bene di destabilizzare tutta la zona del Maghreb, attaccando insieme a un altro incapace (Sarkozy) la Libia di Gheddafi, prima ancora del mandato Onu.
Ritengo, infatti, che a certi livelli un esperto governante dovrebbe avere già ben presente, quando decide una determinata linea politica o d’intervento armato, tutte le implicazioni future che ciò può comportare.
Questo errore macroscopico, ora riconosciuto da tutti, fu il là a quel flusso sempre più consistente di migranti verso le coste mediterranee dell’Ue.
Non voglio pensare che questi capi di stato siano malvagi, cioè che abbiano fatto ciò per un preciso progetto politico ed economico, come: destabilizzare determinate aeree geopolitiche per vendere armamenti. Anche se molti sostengono che tutto ciò fu l’esecuzione di una precisa e complessa strategia.
 
Migranti e emigranti non sono la stessa cosa. I migranti sono una massa che per varie ragioni passa da un territorio all’altro; gli emigranti sono coloro che cercano una nuova collocazione lavorativa altrove, non avendo sbocchi nel proprio paese.
Entrambi partono, ma con finalità e progettualità diverse. Portando il tutto al paradosso si potrebbe affermare che il migrante è un parassita per la società destinazione, l’emigrante un soggetto fattivo, produttivo e operativo.
Di popoli migranti è piena la storia umana, iniziando dalla tribù di Abramo, passando per le orde barbariche dei tempi romani, per giungere oggi a tutta questa massa che molti media vogliono far passare per “disperati”.
Leggendo la Bibbia, Dio ci mise poi del suo non solo con la promessa ad Abramo della Terra promessa, ma con altre azioni mirate o vendicative, come la Torre di Babele.
La prima grande emigrazione della storia avvenne negli anni della Grande depressione (1873-1895) su due direttive: la prima interna dalle aree rurali a quelle industrializzate, la seconda continentale e extra continentale. Sulla direttrice sud-nord in Europa e est-ovest verso le Americhe (Stati Uniti, Argentina, Brasile). Proseguendo poi anche nei decenni successivi.
Non a caso la Chiesa di quel tempo con un suo grande vescovo – Monsignor G.B. Scalabrini, 1839-1905 – creò una congregazione di preti atti ad assistere gli emigranti all’estero. Tanto che Leone XIII lo definì Padre degli emigranti.
Il flusso migratorio fu allora prodotto da una gravissima crisi strutturale. Quello attuale da un’incontrollata esplosione demografica.
Basti pensare che il solo Egitto è passato dai 25 milioni del dopoguerra agli oltre 80 milioni attuali. E le stesse proiezioni egiziane indicano che nei prossimi 40 anni l’attuale popolazione si raddoppierà.
 
La società U.S.A. è un esempio pratico multirazziale e plurirazziale. Infatti, in questa si trova sia la ghettizzazione che l’integrazione.
Singolare è l’analisi sociologica del cattolicesimo, che se da un lato per fini idealistici propri predica l’accoglienza a tutti i costi – Papa Francesco: a) Chiediamo perdono per chi chiude le porte ai propri fratelli. b) Costruite ponti, non muri. – è di per sé stesso un fattore multiconfessionale e non pluriconfessionale.
Un Papa, infatti, può benissimo andare a pregare anche in una moschea o al Muro del pianto, ma la storia insegna che non può mai rinunciare alle sue peculiarità ideologica, integrandosi con le altre religioni. La stessa divisione tra le Chiese cristiane, plurisecolare o millenaria, ne è l’inconfutabile prova maggiore. Integrarsi significa soprattutto fondersi, amalgamarsi, sincretizzarsi e sincronizzarsi.
Per la serie: uniti in Cristo, ma non nella pignatta.
Traendone le conclusioni si può con estrema ragione affermare che la religione sia il confine invalicabile tra il multirazziale e il plurirazziale, proprio perché essa è un fattore corporativo sociale, tesa a differenziare più che ad amalgamare. La religione non è mai un fattore solo individuale e personale.
Non per nulla i cristiani in generale e i cattolici in particolare han sempre, nella storia, pensato d’essere la Luce tra le Tenebre del mondo. Riducendo ai minimi termini: i giusti tra gli ingiusti, i santi tra i malvagi, i benedetti tra i dannati.
 
La storia insegna che i migranti hanno solo e sempre creato società multietniche, anche quando si sono insediati per questioni di lavoro; mentre gli emigranti sempre società plurietniche. Cito, a solo esempio, gli ebrei in Egitto.
Al di là della terminologia che può essere indigesta a molti, basti dire che il migrante è un corpo estraneo alla società in cui s’insedia, mantenendo usi, costumi, lingua e tradizioni proprie. Di fatto non s’integra.
Mentre l’emigrante, dopo l’ambientamento, tende ad assimilare, diventando, di fatto, un cittadino della sua nuova patria.
Il migrante non pone radici, l’emigrante si radica. Il primo resta un corpo sociale estraneo, il secondo diventa un soggetto fattivo. Il primo è transumante, il secondo stanziale.
Ricordo che negli anni ’70, viaggiando per lavoro in Germania, già a molta distanza si riconosceva esattamente un turco; proprio come lo stesso turco oggi lo si riconosce allo stesso modo, pur essendo trascorsi decenni, nella stessa Germania.
 
I media ci propinano giornalmente che tutti questi migranti sono gente disperata in fuga da persecuzioni, fame e guerre. Se così fosse durante il secondo conflitto bellico in Europa non sarebbe rimasto più nessuno.
Ragionando più nel dettaglio e analizzando i dati ufficiali resi pubblici, si evince che i requisiti per ottenere il diritto di asilo per ragioni umanitarie (per le ragioni suddette) spetta solo a un’esigua minoranza di tutti questi migranti che approdano sulle coste Ue.
Stando ai dettami del Trattato di Dublino tutti gli altri dovrebbero essere rimandati indietro.
Singolare è poi il fatto dell’iter immigratorio scelto da questa massa di persone, fuori dai canali convenzionali e ufficiali. Perciò clandestini e illegali.
Quindi, considerato che molti di questi clandestini provengono o da paesi arabi mediterranei o da paesi dell’Africa equatoriale, va fatto pure un ragionamento a monte sulla loro “disperazione”, considerato che per giungere in Libia e imbarcarsi su un barcone vi sono migliaia di km da percorrere e, non cosa di poco conto, l’attraversamento dello stesso Sahara. Se poi aggiungiamo che per imbarcarsi devono sborsare migliaia di dollari, giova interrogarsi sul perché per costoro non sia molto più comodo, veloce ed economico, oltre che assai meno rischioso, prendere una nave o un aereo di linea per giungere nel paese prescelto.
 
L’Italia fu, in seguito alla Grande depressione, un paese di emigrazione. Tuttavia sui grandi bastimenti in partenza per le Americhe vi erano migliaia di disperati e affamati, ma muniti tutti di documenti per l’espatrio. E giunti a destinazione venivano identificati, registrati, visitati e controllati se con tutti i requisiti richiesti per essere accettati ed accolti. Quindi smistati dove serviva manodopera e si poteva dare lavoro. Magari dopo un periodo di quarantena per evitare pandemie più o meno gravi e contagiose.
La stessa cosa avveniva sulla direttrice sud-nord nel continente, anche se pure allora vi era una parte di disperati che espatriavano illegalmente passando tra le montagne.
Va però sottolineato che la società di allora richiedeva manodopera da braccia, non specializzata. Serviva una forza lavoro e non di intelletto o di specializzazione come ora. Cosa che la massa di migranti clandestini attuali non è assolutamente in grado di offrire.
 
Singolare è il comportamento dell’attuale Governo italiano, che di fronte a questa ingente marea umana si è dimostrato impotente e impreparato. Oserei dire: addirittura sprovveduto.
Non oso immaginare cosa succederà quando questa massa di migranti si raddoppierà, come da previsioni, nei prossimi mesi estivi.
Stando al Trattato di Dublino ogni persona che giunga illegalmente, perciò clandestinamente su una qualsiasi costa del territorio Ue, deve essere registrata, identificata e schedata con le proprie impronte digitali. Diversamente rispedita indietro.
Purtroppo, invece, assistiamo a gente che indisturbata gira per l’Italia senza documenti, magari anche con casi di malattie gravi e contagiose, come scabbia e malaria; come quelle ora registratesi alla stazione di Milano.
Al che è facile supporre che costoro vengano fatti semplicemente sbarcare; e senza altra prassi burocratica e di sicurezza siano lasciati andare dove meglio loro aggrada. Come Ventimiglia sta a dimostrare.
Ai valichi con Austria, Svizzera e Francia gli stati membri hanno creato o barriere blindate (Francia) o pressanti filtri ai valichi, respingendo tutti coloro che sono sprovvisti di documenti o che non hanno alcun diritto a passare (Brennero, Chiasso).  Riportando indietro quelli che dopo aver eluso i controlli vengono fermati più avanti.
 
Al di là del fatto che l’Ue ci abbia sbattuto o no la porta in faccia sull’immigrazione clandestina, al di là del fatto che più o meno giustamente Papa Francesco dica la sua senza però proporre alcuna possibile risoluzione al problema, al di là del fatto che si abbia un Governo di eventuali sprovveduti e di incapaci in materia, sta il fatto certo che la maggior parte dei cittadini italiani e Ue è contraria a questa ingente marea di persone che si riserva sulle coste dell’Europa meridionale a mo’ di invasione, soprattutto perché ciò implica questioni di sicurezza e sociali, che farebbero lievitare notevolmente i costi pubblici.
Cameron ha vinto alla grande le elezioni britanniche sbattendo sul tavolo negli ultimi giorni la questione immigrati. In Danimarca e in altre nazioni idem. In base a ciò si può dire che il destino di un prossimo governo – non solo in Italia – è basato proprio sul problema migranti clandestini.
 
I flussi attuali migratori sono un grande problema che coinvolge non solo le coscienze, ma soprattutto la sostenibilità dei vari sistemi statali. Perché se da un lato con una lungimiranza organizzativa si possono accogliere alcune centinaia di migliaia di persone in ambito Ue, è ovvio che mai si potranno accogliere nei prossimi 10 anni ben 80 milioni di persone, specie se di gente che può solo offrire la nuda forza lavoro delle proprie braccia e non una specializzazione.
Perché, al di là delle omelie da buon parroco di campagna di Papa Francesco, si rischierà di fare la fine di quel capitano di nave, che a forza di raccogliere naufraghi in mare aperto per non farli annegare finì poi per far inabissare la propria nave per le troppe persone issate a bordo.
Domanda pertinente: andò poi in paradiso per il suo buon cuore o all’inferno per la sua dabbenaggine?
Sull’appropriata risposta, pregasi rivolgersi al … buon Dio o a Papa Francesco.

venerdì 1 maggio 2015

Fuggevol tempo.


Fuggevol tempo insegue l’eterno a piccoli passi,
atti a render lunga la vita del navigante terreno;
con gioie e dolori scandisce il veloce suo inceder
rendendo l’ignoto futuro un perenne mistero.

Dalla cascina osservo appagato la placida piana,
ruotando or ora il guardo ai candidi monti,
volgendo la mente ai ricordi del tempo passato
vagando con maturo piacere nel tempo che fu.

Tu, tempo, che fai per correre sì tanto veloce,
che rendi improbo inseguirti al mortale?
Eppure astrazione del vasto eterno tu appari,
inesistente moto d’un’apparenza letale.

Tu pensi d’esser veloce; ma la mia mente ti batte,
correndo in passato e futuro senza barriere.
Tu arranchi scandendo sempre minuti e secondi,
nel susseguirsi d’un moto che statico è.

L’uomo minacci di morte tagliando ognora la vita,
a chi pavido teme il dolore e una misera fine.
Però non sai dire che c’è oltre sta breve vita,
non sai dire il perché tu esista incerto così.

domenica 1 marzo 2015

Dalla democrazia alla plutocrazia, grazie all’oligarchia.


Il Decreto sulle Banche popolari, che entro 18 mesi dovranno trasformarsi in S.p.A., non è solo un modo per rottamare 150 anni di storia economica, sociale e cooperativa - del e sul territorio -, ma una sostanziale volontà di trasformare, anche con altre variazioni strutturali dello Stato (Senato, Jobs act, legge elettorale …) la democrazia in plutocrazia, usando l’oligarchia.
Dire che Renzi sia un seguace del mercatismo sarebbe fuori luogo, considerato che nella sua pochezza culturale non saprà neppure cosa esso sia. Ciò significa che chi l’ha foraggiato nelle sue dispendiose campagne elettorali interne lo dirige dall’ombra non come un burattino, ma come una marionetta.
L’indizio (prova)? Alle cene americane da 1.000 € non ci vanno né i metalmeccanici, né i disoccupati, né i pensionati, né gli operai ai minimi salariali che ricevono gli 80 € in busta paga. Anche se poi, con l’aumento delle imposte, la “mancetta elettorale” deve essere resa con sostanziale aggiunta.

Le Banche popolari sono un esempio pratico di democrazia diretta nella governance. Perciò non in base alle azioni possedute, ma alla partecipazione. Il socio, oltre che cliente, diventa azionista importante, grazie al voto pro-capite. Sintetizzando: si passa dal capitale al solidale.
Prioritario diventa la persona, non il capitale. E su questo principio i Padri costituenti fondarono la Costituzione italiana.
Leone XIII nella Rerum Novarum elenca i principi cristiani e sociali di una società in fermento e in trasformazione, proprio nello stesso periodo in cui cominciavano a sorgere e a formarsi le prime banche popolari e cooperative. Quelle, per intenderci, che sono state poi la spina dorsale e il volano delle economie occidentali.
Forse non a caso sia la Rerum Novarum (15-05-1891), sia le Banche popolari, vedono la luce quale risposta cristiana e popolare alla grave crisi economica che investì per un ventennio l’occidente e gli Stati Uniti sotto il nome di Grande depressione (1873-1895).

Le crisi, nell’era moderna, esplodono sempre e inizialmente nel Mercato (Borsa).
Lo fu anche nel 1873 (8 maggio) alla Borsa di Vienna; e pochi mesi dopo (18 settembre) a quella di New York.
A Vienna avvenne per il crollo dei prezzi agricoli, dovuti all’eccedenza di derrate, a causa della forte crescita nel commercio mondiale di paesi concorrenziali emergenti nel settore, come Stati Uniti, Australia e Argentina.
Negli Usa, invece, avvenne per il fallimento, per prestiti irrecuperabili, della grande banca newyorkese Jay Cooke & Company.  Per ingenti investimenti fatti nel settore ferroviario, soprattutto nella Northern Pacific Railway.
Sia in Europa, sia negli Usa, il contagio si diffuse ovunque, causando forte disoccupazione nel settore agricolo in Europa e in quello industriale oltre oceano. Entrambi, poi, riversano il contagio sull’altro settore.
Basti ricordare a proposito che solo in meno di 6 mesi l’occupazione industriale negli Usa cadde del 35%, replicata da una di poco maggiore in Europa nel settore agricolo prima e industriale poi.
Ciò, negli anni a venire, innescò un ingente flusso migratorio interno (da campagna ad aree industrializzate) ed esterno (Nord Europa, Usa, paesi America meridionale) specie nei paesi maggiormente colpiti (Europa orientale, Spagna, Italia e Irlanda).
Ciò avvenne anche per una scarsa circolazione monetaria, dovuta alla convertibilità delle varie monete nazionali in oro (gold standard).

La Grecia è parte dell’Ue; ma chi ha messo la popolazione sul lastrico è stata la Troika (Fmi, Bce, Ue) con le sue manovre capestro. Sicché oggi la Grecia sta peggio di prima e non sarà mai in grado di rendere i soldi ricevuti per sopravvivere (in miseria).
Ora, in Grecia, vi è il governo Tsipras, forte di un vantaggio elettorale ottenuto su promesse economiche che mai riuscirà a mantenere, sia esca dalla zona €, sia dichiarando bancarotta e non rendendo più nulla a nessuno. Il suo folkloristico ministro Varoufakis (dichiarato marxista in economia) lo dice e lo ripete a chiare lettere.
Tuttavia, sia la Grecia sia l’Ue, non hanno alcun interesse o rompere drasticamente. Infatti, la prima sarebbe costretta al default immediato con fallimenti a catena delle proprie banche, la seconda dovrebbe accollarsi nei propri bilanci la perdita secca degli importi concessi (240 mld di €). E la Bce sarebbe costretta a rivedere tutto il suo programma di Q.E. sui Titoli sovrani, atto a far crollare lo spread al minimo storico.
Tradotto in soldoni per l’Italia ciò equivarrebbe a ben 42 mld; che, guarda caso, è la somma algebrica delle manovre capestro di Monti e Letta.
Per la serie: la storia alla fine dice sempre la verità a chi la sa leggere.

Trichet aveva sposato l’austerità. Draghi ha sposato il monetarismo. Entrambe le linee economiche non risolveranno il problema crisi, specie se tutto è basato sul Pil.
Scorrendo gli annali economici della Grande depressione, si evince che il Pil delle nazioni interessate è sempre stato positivo, nonostante la fortissima deflazione che in quegli anni si manifestò. Praticamente anche durante la crisi continuò a crescere allo stesso ritmo del ventennio precedente.
Riporto all’attenzione del lettore la percentuale di Pil relativo ad alcune nazioni europee, relativa agli anni 1870 e 1890, ante e durante crisi.
Italia: 8,2%, 9,4%; Germania (guglielmina): 16,6%, 26,4%; Austria-Ungheria (Asburgo): 11,3%, 15,3%; Francia: 17,8%. 19,7%; Gran Bretagna: 19,6%, 29,4%; Russia: 22,9%, 21,1%.
Vi furono però drastiche riduzioni dei salari, nonostante Pil quasi ovunque a due cifre. Ben lontani dai Pil attuali negativi o di poco sopra lo zero.

Tanto allora come ora, una piccola percentuale di persone (alta borghesia) accrebbe notevolmente la propria ricchezza individuale, mentre la massa andò in miseria.
Le concomitanze tra le 2 crisi – ma potremmo metterci anche quella del ’29 – sono sovrapponibili in diversi fattori, tra i quali spiccano: attacco al sindacalismo, esplosione della disoccupazione, riduzione e limitazione dei diritti individuali, passaggio di ricchezza da molti a pochi, drastica riduzione della massa circolante monetaria.
E proprio su quest’ultima concomitanza punterei la mia attenzione, considerato che allora fu la convertibilità delle monete con l’oro a produrla, mentre ora è la moneta elettronica, che più che un’ulteriore possibilità per il cittadino sta diventando per legge un’imposizione.
Monti, Letta o Renzi poco cambia. La situazione è quella che è e il cambio di macchinista è solo una scusa per tener buoni i viaggiatori (cittadini) sempre più in difficoltà, mentre nel sottofondo si tessono i progetti dei pochi che effettivamente governano l’economia e la finanza. Dunque gli stati.
Pure in Grecia han cambiato macchinista, stavolta però non per imposizione o manovre esterne ma per volontà del popolo. Però il macchinista si è trovato su una locomotiva praticamente senza energia, colma di problemi per lo più creati nel passato da pochi, ma fatti pagare per bene ai molti.

La realtà è che pure il costo di questa crisi, causata dall’abuso e dall’uso di prodotti finanziari impropri, venga fatto pagare duramente a tutti.
All’Ue, e pure Renzi, continuano a pontificare sulle riforme che devono essere fatte, anche se alla fin fine queste non vengono mai elencate per nome in modo che il popolo le conosca e possa esprimersi.
Non credo che tutte quelle oggi messe in cantiere dal governo Renzi possano risolvere la situazione, visto che la risoluzione della crisi sta altrove.
Che lo spread italiano sia sceso a 100 sul Bund è un buon segno. Però è ovvio chiedersi perché mai la Bce  non abbia adottato subito questa misura correttiva, quando la speculazione finanziaria cominciò ad accanirsi sullo spread di Grecia (giunto fino a 2.800 ptb), Portogallo, Spagna e Italia.
Che è cambiato da quando lo spread italiano era a 500 ptb rispetto a ora che è a 100? Nulla; anzi è peggio più ora di prima, se consideriamo che il Pil, la disoccupazione e l’ammontare del nostro Debito sovrano hanno inanellato performance negative una dietro l’altra. (Debito sovrano: allora 1.750 mld, ora  2.250).

Dire, come ha fatto Salvini, che “Renzi? È il servo sciocco di Bruxelles.”  serve a nulla. Di sicuro c’è che col suo operato, e con un consenso minoritario elettorale, vuole imporre al Paese, e anche al Pd, il proprio diktat. Infatti, alle europee il Pd ha sì ottenuto il 41% dei voti (comunque minoritario alla somma del 59% delle altre forze politiche), però con una percentuale di affluenza estremamente bassa e prossima al 60% degli aventi diritto, che rende il suo successo molto più risicato e prossimo in realtà al 30% circa.
La legge elettorale che propone, con il premio di maggioranza al primo partito, non è altro che la negazione della democrazia, perché dà nelle mani di pochi il potere che dovrebbe essere quello di molti.
L’oligarchia è la negazione della democrazia. In pratica il suo contrario. Specie se si procederà con dei nominati e non con degli eletti.
Un premier però passa e non dura in eterno. Ciò vuol dire che sotto le pressioni e le manovre Ue e Bce ci stanno forze capaci di indirizzare ben oltre i propri progetti.

Gli stati si strutturarono diversamente per superare la Grande depressione, sfociando poi nel colonialismo; e a seguire in ben 2 sanguinose guerre mondiali.
Si operarono concentrazioni a carattere industriale, si crearono le trust (monopoli – grandi corporation di enti minori), si misero le barriere doganali e lo stato diventò esso stesso consumatore (interventismo) di prodotti interni, onde mantenere alto il livello dei prezzi, perciò la redditività, per attrarre in tal modo investimenti.
La storia, tuttavia, ci dice che la ricetta adottata fallì, perché i paesi coloniali furono in grado solo di fornire materie prime a basso costo, ma non di assorbire il surplus di prodotti industriali.
Politicamente gli stati produssero delle dittature di dx o di sx, riducendo ulteriormente sia le libertà individuali sia i diritti.
Ora pare che la dittatura vada verso la plutocrazia, servendosi dell’oligarchia per giungere al suo scopo.

I grandi Debiti sovrani nazionali per essere ripagati avrebbero bisogno non di anni, ma di molti secoli.
Mussolini per risolvere la questione del Debito sovrano adottò il famoso colpo di spugna; ma allora le nazioni erano perlopiù autarchiche e se lo potevano permettere.
Oggi, invece, il Debito è in mano ai grandi potentati finanziari (Bce, Fmi, multinazionali finanziarie, banche internazionali) che non possono permettersi di perderlo, salvo ridistribuire nuovamente la ricchezza dai pochi ai molti e fallire. Ne consegue che dopo aver elevato lo spread al massimo, onde guadagnare il più possibile, ora lo riducano al minimo per non perdere tutto ciò che hanno guadagnato.

lunedì 2 febbraio 2015

Sociologia del politico; e non solo.

L’occasione dell’elezione, avvenuta, del nuovo Presidente della Repubblica mi ha riportato a delle riflessioni decennali su cosa spinga un uomo ad accettare prima e a ricoprire poi una determinata carica.
Il mio pensiero non è rivolto per nulla, se non indirettamente, al nuovo eletto, di cui non voglio e non posso parlare, non conoscendolo affatto.
Spesso, nella dietrologia dell’esaltazione politica (o giudiziaria), ho sentito parlare di alcuni come di grandi (fedeli) servitori dello stato; quando, a ben guardare, considerati i benefit, la lauta retribuzione (o indennità), la carriera e i privilegi, si dovrebbe sempre parlare di serviti dello stato. Con buona pace dei servi veri, identificabili, ad esempio, negli schiavi di un tempo, nei servi della gleba e in tutti quei cittadini che oggi tirano la carretta con stipendi o pensioni da fame.
Diciamolo francamente: considerare dei privilegiati della società come servi è un’offesa alla decenza dell’etica sociale.

Molto tempo fa conobbi casualmente, nel mio girovagare per lavoro, una di quelle rarissime persone che sono da considerarsi fuori da ogni standard comune.
Costui era il migliore nel suo campo e si avvaleva di altri migliori, nella loro qualifica professionale, che vi potessero essere, non in una nazione bensì in tutta la terra. Operava con un gruppo ristretto, secondo le esigenze, composto al massimo da 15/20 persone, compreso il funzionario di collegamento che lo stato committente gli metteva a sua completa disposizione.
Percepii che, se vi era umanamente qualcosa d’impossibile, con lui ciò fosse fattibile. Portando il tutto al paradosso si potrebbe dire: era il braccio destro di Dio.
Vestiva e si comportava come un comune mortale. Tuttavia, avvicinandolo, si percepiva subito il grande carisma che trasmetteva. Nessun distintivo o divisa di comando. Nessuna pretesa o esigenza di apparire. Nessuna superiorità manifesta con collaboratori/subalterni. Anzi: un’estrema riservatezza che l’ignaro osservatore poteva scambiare magari per timidezza.
Ebbi la possibilità, trovandomi nello stesso albergo per un certo periodo, di familiarizzare e di scambiare alcune riflessioni generali con lui, anche senza minimamente entrare nella reale consistenza della sua attività. In ciò mi favorì molto il mio sapere filosofico, essendo costui amante della filosofia.
Appresi, perciò, che, tolte le sue spese vive, il resto del compenso dovutogli lo devolveva sempre in attività filantropiche e umanitarie. Tuttavia non era ricco. Era, soprattutto, “povero” nella sostanza del suo spirito. Possedeva però un grande ricchezza: il suo cervello.
Accettava incarichi solo se li riteneva utili e giusti. Ne convenni che neppure tutto il potere e l’oro della terra potesse indurlo a fare una cosa che ritenesse sbagliata.
La cosa che più mi appassionò fu che mi parve la metempsicosi di Lucius Quinctius Cincinnatus (Tito Livio, Ab Urbe condita libri, I, 30), l’antico, mitico nobile romano della gens Quinctia, che assumeva l’incarico del potere solo quando era strettamente necessario, lasciandolo poi subito a compito svolto per tornare alla sua abituale attività.
Cosa oggi quasi improponibile per tutti i politici attuali, che di questa nobile sociale attività ne han fatto una longeva e lucrosa professione.
Infatti, in tutta la mia vita, finora ho conosciuto solo un (noto) politico che devolve tutta la propria indennità a fini umanitari. Pur se va sottolineato che costui è un benestante.

Per i politici non ho mai avuto una buona considerazione. Almeno per quelli attuali. Eppure quanti ne ho personalmente conosciuti.
Mai, nonostante le sollecitazioni, ho voluto entrare in politica, pur collaborando con qualsiasi gruppo che intendesse elaborare progetti o idee, al di là del suo schieramento. Né mai ho votato candidati che non ritenessi degni, come persone, d’essere votate. Ho sempre guardato alla sostanza dell’uomo, non alla sua apparenza.
Non amo il manager di stato; amo l’Uomo che dona la sua disponibilità e sapere alla nazione.
Sono molto lontani, anni luce, i tempi nei quali Alcide De Gasperi viveva come una persona comune, morendo pure “povero”, con la sola casa avita di proprietà e con pochi vestiti. Ciò, pur avendo ricoperto tutte le più alte cariche dello Stato (ultimo presidente del Consiglio dei Ministri del Regno e primo della Repubblica e poi ancora in seguito, capo provvisorio dello Stato, ministro, onorato dalla ticker-tape parade) e del partito (segretario).
Ritengo che i politici Padri costituenti fossero attenti soprattutto ai Diritti, lasciandoci, con la Costituzione, un esempio fulgido della preminenza del valore della Persona su tutto. I diritti, infatti, sono strettamente connessi a quei Valori che sono basilari per una pacifica, operosa, civile convivenza sociale d’uguaglianza nella diversità.
Riducendo i diritti si svilisce la persona. La si riduce a numero ed oggetto burocratico, a processo qualunquista di bilancio, basato sulla nuda capacità produttiva che può dare in quel preciso momento. Diversamente è scarto.

Oggi, più che dei politici, abbiamo dei sociologi (arruffoni), intenti a modificare la Costituzione e i Diritti secondo ciò che per loro è opportuno fare in quel momento, anziché ciò che è giusto. Forse perché il giusto è il … loro tornaconto.
Basti, ad esempio, osservare con quale leggerezza si proceda allo smantellamento progressivo del welfare, all’Art. Quinto e alla stessa legge elettorale; oltre a produrre quelle varie leggi (degeneri) che hanno il solo scopo di legalizzare dei vasti problemi sociali, che lo Stato nei suoi corpi operativi (scuola, forze dell’ordine, parlamento, burocrazia) non è in grado di gestire o risolvere.
Basta un’alternanza politica per cambiare ciò che prima si è fatto, capovolgendo priorità e finalità.
Senza dire poi del riciclaggio continuo di personaggi politici di spicco, che passano da un incarico all’altro con tale disinvoltura e continuità da poter essere considerati i deus ex machina dello Stato.
E che dire poi degli arrembanti pollastri, che senza alcuna esperienza si propongono di cambiare tutto solo perché culturalmente pregni di un (incauto) pragmatismo?

Quando la politica diventa un lavoro ha già perso i nobili connotati di valori sulla quale i greci antichi han basato il concetto di Democrazia, spostando (di norma) il proprio baricentro verso o la dittatura (uomo, partito), o la regalità (re, imperatore), o la plutocrazia (possesso di beni), o l’oligarchia (gruppi ristretti di potere), o la teocrazia (religione), o la finanza (bilancio, mercato), generando corruzione, mentalismo, conflitti sociali, servitù, estremismi e anarchia.
Tutte queste degenerazioni della democrazia fanno ampio uso dei media, utilizzati come inserti subliminali per condizionare il pensiero delle masse. Conclamando, continuamente e ripetutamente, verità e necessità che nella realtà sono solo un’esigenza di parte: di quella che detiene il potere.

Il secolo scorso è stato contraddistinto, in molte nazioni, da pluridecennali gestioni del potere, con caratteristiche spesso dittatoriali nei paesi terzomondisti/sottosviluppati e musulmani. Mentre, nei paesi occidentali mediterranei, ciò è avvenuto con una democrazia disarticolata, che ha spesso limitato al lumicino, con il professionismo politico, il naturale, necessario e utile ricambio di generazioni e idee.
Curiosamente tutte queste forme di potere hanno palesato ovunque corruzione e peculato, crollando poi nella cachessia sotto gli scandali. Se molti paesi oggi sono da lungo in recessione è dovuto principalmente, anche se non in toto, all’operato amministrativo e legislativo di quelle “dinastie” di politici.

La vita di ognuno insegna che le motivazioni cambiano ad ogni ciclo della propria età. Stranamente ciò non avviene nei politici di professione che la intendono come carriera, iniziando da giovani e cessando solo quando il deficit fisico gli impone obbligatoriamente lo stop.
Analizzando la vita pubblica di questi personaggi, tuttavia, appare evidente che mutano facilmente obiettivo, finalità e status, come i camaleonti (idee, partito) da una parte e come la mantide religiosa (cannibalismo correntizio) dall’altra.
Spulciando poi il loro stato patrimoniale pubblico, si nota come nel corso degli anni questo tenda ad accrescersi continuamente, elevando progressivamente il loro status sociale e immobiliare.
Sicché, si può concludere, da servitori diventano dei serviti. Anche dopo il ritiro; per quei “diritti acquisiti” che i politici, nel legiferare, sono molto attenti a rendere duraturi.
Diritti che la Fornero è stata pronta a modificare per il povero (popolo), ma non per il ricco (politico, burocrate, dirigente pubblico).
Per rendersene conto basta controllare chi usufruisce delle pensioni d’oro.
 

venerdì 23 gennaio 2015

Quell’appetibile cibo chiamato Banca popolare.


Presentando in conferenza stampa il Decreto sulle Banche popolari, Renzi così si è espresso, testualmente: Abbiamo troppi banchieri ma facciamo poco credito, bisogna aprirsi ai mercati e all’innovazione. Il nostro sistema bancario è solido, sano e serio, ma deve cambiare.
Innanzitutto molti esperti si chiedono perché mai un Governo proceda su un tema tanto delicato con un Decreto, che, come si sa, riveste una tematica di urgenza. Quando, a più riprese, rimandi quello sul terrorismo.
Se si fosse voluto procedere su questa problematica, un Disegno di Legge sarebbe stato molto più consono.
A meno che sotto le sembianze dell’interventismo renziano non si nascondano ben altri motivi, molto meno nobili della conclamata intenzione di rimodernare l’Italia. I maligni … sostengono: svendere l’Italia.

I Paesi scandinavi e la stessa Germania sono ricchi d’istituti bancari con le caratteristiche delle nostre Banche popolari. La Merkel ha difeso a denti stretti la libertà operativa e statutaria di questa tipologia di banche, anche contro l’appetito della supervisione egemonica della Bce. E nessuno, là, si sogna di rendere per Decreto le principali banche di credito cooperativo in S.p.A.
Il fatto che queste nazioni non siano in recessione è, infatti, dovuto anche all’esistenza di queste banche radicate sul territorio, che per il loro sistema statutario di governance e di voto non possono essere scalate.
Credo che senza tali banche anche gli stati nordici sarebbero ora in recessione. Sono, infatti, quelle che hanno continuato a finanziare imprese e famiglie; al contrario delle grandi S.p.A., che, sotto la pressione degli azionisti, hanno ritenuto poco remunerativo operare nel concedere credito, attratte dalla redditività facile della speculazione finanziaria. Col bel risultato che molte hanno poi dovuto essere salvate da finanziamenti pubblici, nonostante le pesanti ricapitalizzazioni per le perdite subite; quando, come in America, non sono fallite.

Analizzando, tramite i bilanci pubblici, i risultati ottenuti dalle banche nazionali si evince che la motivazione addotta da Renzi sia proprio la classica foglia di fico, o il frutto di mala informazione.
Infatti, le banche tradizionali hanno sofferenze medie poco sotto il 10%, mentre le Popolari solo al 2,5%. La redditività è scarsa nelle prime e il triplo nelle seconde. Le prime praticano poco credito ad aziende e famiglie, le seconde le sostengono con il quintuplo dell’affidamento praticato dalle prime.
Le Popolari hanno mantenuto l’occupazione; le altre hanno ristrutturato e ridotto drasticamente il personale, creando pertanto disoccupazione.
Ciò, ovviamente, non considerando le grandezze reciproche. Perché, allora, le differenze in favore delle Popolari avrebbero coefficienti stratosferici rispetto ai grandi gruppi bancari nazionali.
Sicuramente a Renzi questi risultati debbono parere assai scarsi se vuole renderle come quelle che sul mercato fanno peggio.
Qualcuno dovrebbe chiarirgli che è il Mercato (risultati) che rende una banca migliore di un’altra in competitività, finanziamento e sicurezza finanziaria. Stando agli ultimi stress test della Bce, infatti, le Popolari hanno in percentuale dovuto rifinanziarsi assai meno delle S.p.A., perché la loro capitalizzazione e riserva erano, in ossequio ai dettami di Basilea, in percentuale assai vicine ai parametri richiesti.
Tutto ciò senza considerare la vicenda di Mps (Siena), che nonostante i forti finanziamenti pubblici avuti non è ancora riuscita a uniformarsi alle direttive di sicurezza della Bce.
In sostanza il sillogismo “grande banca, grande credito” nel sistema produttivo italiano non ha mai funzionato ed è una diceria metropolitana da sfatare.
Nell’era della globalizzazione va coniugato il principio – specie in Italia, dove il tessuto economico e industriale è basato sulle Pmi (piccole e medie imprese) – che il localismo bancario corrisponda a propri sistemi di economia locale (perché ciò è il necessario intreccio di sviluppo del territorio), idonei a reggere la sfida dell’economia globale.

Padoan, dal canto suo, afferma che vi è stata collaborazione con Bankitalia e che gli istituti interessati diventeranno più forti. Tanto forti, aggiungo, da essere facili future prede immediate del capitalismo d’assalto.
Come ha detto Renzi al Parlamento Ue alla chiusura del semestre italiano, molti vorrebbero avere il risparmio italiano. E un modo per averlo è impossessarsi delle Popolari.

Se le Popolari finora sono sfuggite a Opa, concordate o ostili, è dovuto al proprio statuto, che ha una peculiarità importante: ogni azionista ha a disposizione un voto, indipendentemente dalle azioni possedute.
Perciò: una testa un voto. Mentre per le altre banche: un voto per ogni azione.
Il nocciolo del Decreto, infatti, impone alle Popolari con utili superiori agli 8 mld – tra le quotate: Ubi, Banco Popolare, Bpm (Milano), Bper (Emilia romagna), Creval (Credito Valtellinese), Popolare di Sondrio; fuori mercato: Popolare di Vicenza, Veneto Banca e Popolare di Bari - di cambiare entro 18 mesi il proprio Statuto, rendendo le delibere approvabili con un voto per ogni azione posseduta.
Questo è l’unico cavallo di Troia possibile per impossessarsi delle Popolari. Perché proprio queste banche sono il serbatoio privilegiato del risparmio privato con circa il 60%.  Per cui, calcolando che in base a stime ufficiali questo si attesti su ben 9.000 mld di €, il conto è … subito fatto.

Uno tra i più importanti gruppi finanziari inglesi, al solo sentore della notizia, ha stanziato una somma da capogiro per acquisire un’importante Popolare italiana.
Non per nulla il mercato (Borsa) ha festeggiato sotto la pressione di ingenti acquisti di azioni, che attualmente sono sottoquotate rispetto al valore nominale per la crisi speculativa e depressiva dei mercati finanziari. Il valore azionario delle Popolari in pochi giorni è aumentato in media tra il 20% e il 30%.
Le Popolari, inoltre, detengono in portafoglio una buona quantità dei propri titoli, con l’intento di calmierare in questo modo le oscillazioni drastiche di mercato. Diventare azionista di riferimento di una Popolare significherà impossessarsi anche del potere di voto che questo tesoretto interno può portare, perciò con la possibilità di saltare a piè pari, nella governance, eventuali cartelli ostili.

Le Popolari nascono nella seconda metà del 1800, sul modello della Volksbank (letteralmente: banca del popolo) tedesca, su idee introdotte in Italia grazie agli studi di Luigi Lazzati.
Sono enti a carattere cooperativo solidale, dove l’unione del poco (risparmio) di tutti diventa utile, basilare e necessario allo sviluppo del territorio.
Nel dopoguerra sono le artefici del boom economico con i loro finanziamenti, tanto da poter essere considerate a ragione i pilastri della rinascita nazionale dalle macerie della guerra. Non a caso il Nord, dove le Popolari sono maggiormente presenti, è l’avanguardia e il traino dell’economia nazionale.
Anche con l’avvento della parificazione con le banche d’affari, le Popolari si sono contraddistinte per il presidio e il sostegno del territorio, continuando a fare credito alle Pmi e alle famiglie, nonostante la crisi. Oltre che, con le proprie Fondazioni, a sostenere e valorizzare il territorio con progetti e attività culturali. Cito, unicamente ad esempio, la biblioteca Luigi Credaro della Popolare di Sondrio.

Draghi ha lanciato il suo nuovo metodo di Quantitative easing sui Titoli sovrani, a 60 mld al mese per 18 mesi. A conti fatti ben 1.080 mld di €, perciò di monetarismo che prima o poi produrranno svalutazione strisciante, atta a sostituire l’attuale deflazione.
Le due manovre – Governo, Bce – sono, in effetti, tra loro slegate, ma in sostanza coniugate. Perché non a caso la pancia delle banche S.p.A. italiane è zeppa di Titoli sovrani, creando un connubio pernicioso che avvita ulteriormente, senza fine, la connessione tra Stato e banche, riassumibile in: io finanzio il tuo debito e tu garantisci il mio.
Il problema è che in questo modo il Debito sovrano continuerà a crescere e che il risparmio sarà usato per finanziare il debito e non lo sviluppo, perciò la crescita teorica del Pil e non quella reale.
Sicuramente, non a caso, in Germania si è levata la voce dell’influente consulente economico del governo Merkel – mentre la Premier fa buon viso e cattivo gioco – Hans-Werner Sinn, che ha definito illegale la manovra di Draghi.

A questo punto bisognerebbe chiedersi quale impatto abbiano avuto sull’economia e sulla crisi sia i vari decreti/riforme Renzi, sia i vari finanziamenti Bce alle banche, per le imprese, a tasso quasi nullo.
Considerati i risultati e le continue affermazioni che a breve inizierà la ripresa – da anni continuano a dirlo, ma mai arriva – viene il sospetto che nel settore banche vi sia già chi ha deciso chi sia il vincitore nella partita di mercato tra S.p.A. e Popolari.
Come? Semplice: togliendo dal campo di gioco il giocatore (squadra) migliore in prestazioni, efficienza e redditività, specie se la squadra avversa è già in passivo nel risultato.
Ad maiora!