domenica 1 marzo 2015

Dalla democrazia alla plutocrazia, grazie all’oligarchia.


Il Decreto sulle Banche popolari, che entro 18 mesi dovranno trasformarsi in S.p.A., non è solo un modo per rottamare 150 anni di storia economica, sociale e cooperativa - del e sul territorio -, ma una sostanziale volontà di trasformare, anche con altre variazioni strutturali dello Stato (Senato, Jobs act, legge elettorale …) la democrazia in plutocrazia, usando l’oligarchia.
Dire che Renzi sia un seguace del mercatismo sarebbe fuori luogo, considerato che nella sua pochezza culturale non saprà neppure cosa esso sia. Ciò significa che chi l’ha foraggiato nelle sue dispendiose campagne elettorali interne lo dirige dall’ombra non come un burattino, ma come una marionetta.
L’indizio (prova)? Alle cene americane da 1.000 € non ci vanno né i metalmeccanici, né i disoccupati, né i pensionati, né gli operai ai minimi salariali che ricevono gli 80 € in busta paga. Anche se poi, con l’aumento delle imposte, la “mancetta elettorale” deve essere resa con sostanziale aggiunta.

Le Banche popolari sono un esempio pratico di democrazia diretta nella governance. Perciò non in base alle azioni possedute, ma alla partecipazione. Il socio, oltre che cliente, diventa azionista importante, grazie al voto pro-capite. Sintetizzando: si passa dal capitale al solidale.
Prioritario diventa la persona, non il capitale. E su questo principio i Padri costituenti fondarono la Costituzione italiana.
Leone XIII nella Rerum Novarum elenca i principi cristiani e sociali di una società in fermento e in trasformazione, proprio nello stesso periodo in cui cominciavano a sorgere e a formarsi le prime banche popolari e cooperative. Quelle, per intenderci, che sono state poi la spina dorsale e il volano delle economie occidentali.
Forse non a caso sia la Rerum Novarum (15-05-1891), sia le Banche popolari, vedono la luce quale risposta cristiana e popolare alla grave crisi economica che investì per un ventennio l’occidente e gli Stati Uniti sotto il nome di Grande depressione (1873-1895).

Le crisi, nell’era moderna, esplodono sempre e inizialmente nel Mercato (Borsa).
Lo fu anche nel 1873 (8 maggio) alla Borsa di Vienna; e pochi mesi dopo (18 settembre) a quella di New York.
A Vienna avvenne per il crollo dei prezzi agricoli, dovuti all’eccedenza di derrate, a causa della forte crescita nel commercio mondiale di paesi concorrenziali emergenti nel settore, come Stati Uniti, Australia e Argentina.
Negli Usa, invece, avvenne per il fallimento, per prestiti irrecuperabili, della grande banca newyorkese Jay Cooke & Company.  Per ingenti investimenti fatti nel settore ferroviario, soprattutto nella Northern Pacific Railway.
Sia in Europa, sia negli Usa, il contagio si diffuse ovunque, causando forte disoccupazione nel settore agricolo in Europa e in quello industriale oltre oceano. Entrambi, poi, riversano il contagio sull’altro settore.
Basti ricordare a proposito che solo in meno di 6 mesi l’occupazione industriale negli Usa cadde del 35%, replicata da una di poco maggiore in Europa nel settore agricolo prima e industriale poi.
Ciò, negli anni a venire, innescò un ingente flusso migratorio interno (da campagna ad aree industrializzate) ed esterno (Nord Europa, Usa, paesi America meridionale) specie nei paesi maggiormente colpiti (Europa orientale, Spagna, Italia e Irlanda).
Ciò avvenne anche per una scarsa circolazione monetaria, dovuta alla convertibilità delle varie monete nazionali in oro (gold standard).

La Grecia è parte dell’Ue; ma chi ha messo la popolazione sul lastrico è stata la Troika (Fmi, Bce, Ue) con le sue manovre capestro. Sicché oggi la Grecia sta peggio di prima e non sarà mai in grado di rendere i soldi ricevuti per sopravvivere (in miseria).
Ora, in Grecia, vi è il governo Tsipras, forte di un vantaggio elettorale ottenuto su promesse economiche che mai riuscirà a mantenere, sia esca dalla zona €, sia dichiarando bancarotta e non rendendo più nulla a nessuno. Il suo folkloristico ministro Varoufakis (dichiarato marxista in economia) lo dice e lo ripete a chiare lettere.
Tuttavia, sia la Grecia sia l’Ue, non hanno alcun interesse o rompere drasticamente. Infatti, la prima sarebbe costretta al default immediato con fallimenti a catena delle proprie banche, la seconda dovrebbe accollarsi nei propri bilanci la perdita secca degli importi concessi (240 mld di €). E la Bce sarebbe costretta a rivedere tutto il suo programma di Q.E. sui Titoli sovrani, atto a far crollare lo spread al minimo storico.
Tradotto in soldoni per l’Italia ciò equivarrebbe a ben 42 mld; che, guarda caso, è la somma algebrica delle manovre capestro di Monti e Letta.
Per la serie: la storia alla fine dice sempre la verità a chi la sa leggere.

Trichet aveva sposato l’austerità. Draghi ha sposato il monetarismo. Entrambe le linee economiche non risolveranno il problema crisi, specie se tutto è basato sul Pil.
Scorrendo gli annali economici della Grande depressione, si evince che il Pil delle nazioni interessate è sempre stato positivo, nonostante la fortissima deflazione che in quegli anni si manifestò. Praticamente anche durante la crisi continuò a crescere allo stesso ritmo del ventennio precedente.
Riporto all’attenzione del lettore la percentuale di Pil relativo ad alcune nazioni europee, relativa agli anni 1870 e 1890, ante e durante crisi.
Italia: 8,2%, 9,4%; Germania (guglielmina): 16,6%, 26,4%; Austria-Ungheria (Asburgo): 11,3%, 15,3%; Francia: 17,8%. 19,7%; Gran Bretagna: 19,6%, 29,4%; Russia: 22,9%, 21,1%.
Vi furono però drastiche riduzioni dei salari, nonostante Pil quasi ovunque a due cifre. Ben lontani dai Pil attuali negativi o di poco sopra lo zero.

Tanto allora come ora, una piccola percentuale di persone (alta borghesia) accrebbe notevolmente la propria ricchezza individuale, mentre la massa andò in miseria.
Le concomitanze tra le 2 crisi – ma potremmo metterci anche quella del ’29 – sono sovrapponibili in diversi fattori, tra i quali spiccano: attacco al sindacalismo, esplosione della disoccupazione, riduzione e limitazione dei diritti individuali, passaggio di ricchezza da molti a pochi, drastica riduzione della massa circolante monetaria.
E proprio su quest’ultima concomitanza punterei la mia attenzione, considerato che allora fu la convertibilità delle monete con l’oro a produrla, mentre ora è la moneta elettronica, che più che un’ulteriore possibilità per il cittadino sta diventando per legge un’imposizione.
Monti, Letta o Renzi poco cambia. La situazione è quella che è e il cambio di macchinista è solo una scusa per tener buoni i viaggiatori (cittadini) sempre più in difficoltà, mentre nel sottofondo si tessono i progetti dei pochi che effettivamente governano l’economia e la finanza. Dunque gli stati.
Pure in Grecia han cambiato macchinista, stavolta però non per imposizione o manovre esterne ma per volontà del popolo. Però il macchinista si è trovato su una locomotiva praticamente senza energia, colma di problemi per lo più creati nel passato da pochi, ma fatti pagare per bene ai molti.

La realtà è che pure il costo di questa crisi, causata dall’abuso e dall’uso di prodotti finanziari impropri, venga fatto pagare duramente a tutti.
All’Ue, e pure Renzi, continuano a pontificare sulle riforme che devono essere fatte, anche se alla fin fine queste non vengono mai elencate per nome in modo che il popolo le conosca e possa esprimersi.
Non credo che tutte quelle oggi messe in cantiere dal governo Renzi possano risolvere la situazione, visto che la risoluzione della crisi sta altrove.
Che lo spread italiano sia sceso a 100 sul Bund è un buon segno. Però è ovvio chiedersi perché mai la Bce  non abbia adottato subito questa misura correttiva, quando la speculazione finanziaria cominciò ad accanirsi sullo spread di Grecia (giunto fino a 2.800 ptb), Portogallo, Spagna e Italia.
Che è cambiato da quando lo spread italiano era a 500 ptb rispetto a ora che è a 100? Nulla; anzi è peggio più ora di prima, se consideriamo che il Pil, la disoccupazione e l’ammontare del nostro Debito sovrano hanno inanellato performance negative una dietro l’altra. (Debito sovrano: allora 1.750 mld, ora  2.250).

Dire, come ha fatto Salvini, che “Renzi? È il servo sciocco di Bruxelles. serve a nulla. Di sicuro c’è che col suo operato, e con un consenso minoritario elettorale, vuole imporre al Paese, e anche al Pd, il proprio diktat. Infatti, alle europee il Pd ha sì ottenuto il 41% dei voti (comunque minoritario alla somma del 59% delle altre forze politiche), però con una percentuale di affluenza estremamente bassa e prossima al 60% degli aventi diritto, che rende il suo successo molto più risicato e prossimo in realtà al 30% circa.
La legge elettorale che propone, con il premio di maggioranza al primo partito, non è altro che la negazione della democrazia, perché dà nelle mani di pochi il potere che dovrebbe essere quello di molti.
L’oligarchia è la negazione della democrazia. In pratica il suo contrario. Specie se si procederà con dei nominati e non con degli eletti.
Un premier però passa e non dura in eterno. Ciò vuol dire che sotto le pressioni e le manovre Ue e Bce ci stanno forze capaci di indirizzare ben oltre i propri progetti.

Gli stati si strutturarono diversamente per superare la Grande depressione, sfociando poi nel colonialismo; e a seguire in ben 2 sanguinose guerre mondiali.
Si operarono concentrazioni a carattere industriale, si crearono le trust (monopoli – grandi corporation di enti minori), si misero le barriere doganali e lo stato diventò esso stesso consumatore (interventismo) di prodotti interni, onde mantenere alto il livello dei prezzi, perciò la redditività, per attrarre in tal modo investimenti.
La storia, tuttavia, ci dice che la ricetta adottata fallì, perché i paesi coloniali furono in grado solo di fornire materie prime a basso costo, ma non di assorbire il surplus di prodotti industriali.
Politicamente gli stati produssero delle dittature di dx o di sx, riducendo ulteriormente sia le libertà individuali sia i diritti.
Ora pare che la dittatura vada verso la plutocrazia, servendosi dell’oligarchia per giungere al suo scopo.

I grandi Debiti sovrani nazionali per essere ripagati avrebbero bisogno non di anni, ma di molti secoli.
Mussolini per risolvere la questione del Debito sovrano adottò il famoso colpo di spugna; ma allora le nazioni erano perlopiù autarchiche e se lo potevano permettere.
Oggi, invece, il Debito è in mano ai grandi potentati finanziari (Bce, Fmi, multinazionali finanziarie, banche internazionali) che non possono permettersi di perderlo, salvo ridistribuire nuovamente la ricchezza dai pochi ai molti e fallire. Ne consegue che dopo aver elevato lo spread al massimo, onde guadagnare il più possibile, ora lo riducano al minimo per non perdere tutto ciò che hanno guadagnato.

lunedì 2 febbraio 2015

Sociologia del politico; e non solo.

L’occasione dell’elezione, avvenuta, del nuovo Presidente della Repubblica mi ha riportato a delle riflessioni decennali su cosa spinga un uomo ad accettare prima e a ricoprire poi una determinata carica.
Il mio pensiero non è rivolto per nulla, se non indirettamente, al nuovo eletto, di cui non voglio e non posso parlare, non conoscendolo affatto.
Spesso, nella dietrologia dell’esaltazione politica (o giudiziaria), ho sentito parlare di alcuni come di grandi (fedeli) servitori dello stato; quando, a ben guardare, considerati i benefit, la lauta retribuzione (o indennità), la carriera e i privilegi, si dovrebbe sempre parlare di serviti dello stato. Con buona pace dei servi veri, identificabili, ad esempio, negli schiavi di un tempo, nei servi della gleba e in tutti quei cittadini che oggi tirano la carretta con stipendi o pensioni da fame.
Diciamolo francamente: considerare dei privilegiati della società come servi è un’offesa alla decenza dell’etica sociale.

Molto tempo fa conobbi casualmente, nel mio girovagare per lavoro, una di quelle rarissime persone che sono da considerarsi fuori da ogni standard comune.
Costui era il migliore nel suo campo e si avvaleva di altri migliori, nella loro qualifica professionale, che vi potessero essere, non in una nazione bensì in tutta la terra. Operava con un gruppo ristretto, secondo le esigenze, composto al massimo da 15/20 persone, compreso il funzionario di collegamento che lo stato committente gli metteva a sua completa disposizione.
Percepii che, se vi era umanamente qualcosa d’impossibile, con lui ciò fosse fattibile. Portando il tutto al paradosso si potrebbe dire: era il braccio destro di Dio.
Vestiva e si comportava come un comune mortale. Tuttavia, avvicinandolo, si percepiva subito il grande carisma che trasmetteva. Nessun distintivo o divisa di comando. Nessuna pretesa o esigenza di apparire. Nessuna superiorità manifesta con collaboratori/subalterni. Anzi: un’estrema riservatezza che l’ignaro osservatore poteva scambiare magari per timidezza.
Ebbi la possibilità, trovandomi nello stesso albergo per un certo periodo, di familiarizzare e di scambiare alcune riflessioni generali con lui, anche senza minimamente entrare nella reale consistenza della sua attività. In ciò mi favorì molto il mio sapere filosofico, essendo costui amante della filosofia.
Appresi, perciò, che, tolte le sue spese vive, il resto del compenso dovutogli lo devolveva sempre in attività filantropiche e umanitarie. Tuttavia non era ricco. Era, soprattutto, “povero” nella sostanza del suo spirito. Possedeva però un grande ricchezza: il suo cervello.
Accettava incarichi solo se li riteneva utili e giusti. Ne convenni che neppure tutto il potere e l’oro della terra potesse indurlo a fare una cosa che ritenesse sbagliata.
La cosa che più mi appassionò fu che mi parve la metempsicosi di Lucius Quinctius Cincinnatus (Tito Livio, Ab Urbe condita libri, I, 30), l’antico, mitico nobile romano della gens Quinctia, che assumeva l’incarico del potere solo quando era strettamente necessario, lasciandolo poi subito a compito svolto per tornare alla sua abituale attività.
Cosa oggi quasi improponibile per tutti i politici attuali, che di questa nobile sociale attività ne han fatto una longeva e lucrosa professione.
Infatti, in tutta la mia vita, finora ho conosciuto solo un (noto) politico che devolve tutta la propria indennità a fini umanitari. Pur se va sottolineato che costui è un benestante.

Per i politici non ho mai avuto una buona considerazione. Almeno per quelli attuali. Eppure quanti ne ho personalmente conosciuti.
Mai, nonostante le sollecitazioni, ho voluto entrare in politica, pur collaborando con qualsiasi gruppo che intendesse elaborare progetti o idee, al di là del suo schieramento. Né mai ho votato candidati che non ritenessi degni, come persone, d’essere votate. Ho sempre guardato alla sostanza dell’uomo, non alla sua apparenza.
Non amo il manager di stato; amo l’Uomo che dona la sua disponibilità e sapere alla nazione.
Sono molto lontani, anni luce, i tempi nei quali Alcide De Gasperi viveva come una persona comune, morendo pure “povero”, con la sola casa avita di proprietà e con pochi vestiti. Ciò, pur avendo ricoperto tutte le più alte cariche dello Stato (ultimo presidente del Consiglio dei Ministri del Regno e primo della Repubblica e poi ancora in seguito, capo provvisorio dello Stato, ministro, onorato dalla ticker-tape parade) e del partito (segretario).
Ritengo che i politici Padri costituenti fossero attenti soprattutto ai Diritti, lasciandoci, con la Costituzione, un esempio fulgido della preminenza del valore della Persona su tutto. I diritti, infatti, sono strettamente connessi a quei Valori che sono basilari per una pacifica, operosa, civile convivenza sociale d’uguaglianza nella diversità.
Riducendo i diritti si svilisce la persona. La si riduce a numero ed oggetto burocratico, a processo qualunquista di bilancio, basato sulla nuda capacità produttiva che può dare in quel preciso momento. Diversamente è scarto.

Oggi, più che dei politici, abbiamo dei sociologi (arruffoni), intenti a modificare la Costituzione e i Diritti secondo ciò che per loro è opportuno fare in quel momento, anziché ciò che è giusto. Forse perché il giusto è il … loro tornaconto.
Basti, ad esempio, osservare con quale leggerezza si proceda allo smantellamento progressivo del welfare, all’Art. Quinto e alla stessa legge elettorale; oltre a produrre quelle varie leggi (degeneri) che hanno il solo scopo di legalizzare dei vasti problemi sociali, che lo Stato nei suoi corpi operativi (scuola, forze dell’ordine, parlamento, burocrazia) non è in grado di gestire o risolvere.
Basta un’alternanza politica per cambiare ciò che prima si è fatto, capovolgendo priorità e finalità.
Senza dire poi del riciclaggio continuo di personaggi politici di spicco, che passano da un incarico all’altro con tale disinvoltura e continuità da poter essere considerati i deus ex machina dello Stato.
E che dire poi degli arrembanti pollastri, che senza alcuna esperienza si propongono di cambiare tutto solo perché culturalmente pregni di un (incauto) pragmatismo?

Quando la politica diventa un lavoro ha già perso i nobili connotati di valori sulla quale i greci antichi han basato il concetto di Democrazia, spostando (di norma) il proprio baricentro verso o la dittatura (uomo, partito), o la regalità (re, imperatore), o la plutocrazia (possesso di beni), o l’oligarchia (gruppi ristretti di potere), o la teocrazia (religione), o la finanza (bilancio, mercato), generando corruzione, mentalismo, conflitti sociali, servitù, estremismi e anarchia.
Tutte queste degenerazioni della democrazia fanno ampio uso dei media, utilizzati come inserti subliminali per condizionare il pensiero delle masse. Conclamando, continuamente e ripetutamente, verità e necessità che nella realtà sono solo un’esigenza di parte: di quella che detiene il potere.

Il secolo scorso è stato contraddistinto, in molte nazioni, da pluridecennali gestioni del potere, con caratteristiche spesso dittatoriali nei paesi terzomondisti/sottosviluppati e musulmani. Mentre, nei paesi occidentali mediterranei, ciò è avvenuto con una democrazia disarticolata, che ha spesso limitato al lumicino, con il professionismo politico, il naturale, necessario e utile ricambio di generazioni e idee.
Curiosamente tutte queste forme di potere hanno palesato ovunque corruzione e peculato, crollando poi nella cachessia sotto gli scandali. Se molti paesi oggi sono da lungo in recessione è dovuto principalmente, anche se non in toto, all’operato amministrativo e legislativo di quelle “dinastie” di politici.

La vita di ognuno insegna che le motivazioni cambiano ad ogni ciclo della propria età. Stranamente ciò non avviene nei politici di professione che la intendono come carriera, iniziando da giovani e cessando solo quando il deficit fisico gli impone obbligatoriamente lo stop.
Analizzando la vita pubblica di questi personaggi, tuttavia, appare evidente che mutano facilmente obiettivo, finalità e status, come i camaleonti (idee, partito) da una parte e come la mantide religiosa (cannibalismo correntizio) dall’altra.
Spulciando poi il loro stato patrimoniale pubblico, si nota come nel corso degli anni questo tenda ad accrescersi continuamente, elevando progressivamente il loro status sociale e immobiliare.
Sicché, si può concludere, da servitori diventano dei serviti. Anche dopo il ritiro; per quei “diritti acquisiti” che i politici, nel legiferare, sono molto attenti a rendere duraturi.
Diritti che la Fornero è stata pronta a modificare per il povero (popolo), ma non per il ricco (politico, burocrate, dirigente pubblico).
Per rendersene conto basta controllare chi usufruisce delle pensioni d’oro.
 

venerdì 23 gennaio 2015

Quell’appetibile cibo chiamato Banca popolare.


Presentando in conferenza stampa il Decreto sulle Banche popolari, Renzi così si è espresso, testualmente: Abbiamo troppi banchieri ma facciamo poco credito, bisogna aprirsi ai mercati e all’innovazione. Il nostro sistema bancario è solido, sano e serio, ma deve cambiare.
Innanzitutto molti esperti si chiedono perché mai un Governo proceda su un tema tanto delicato con un Decreto, che, come si sa, riveste una tematica di urgenza. Quando, a più riprese, rimandi quello sul terrorismo.
Se si fosse voluto procedere su questa problematica, un Disegno di Legge sarebbe stato molto più consono.
A meno che sotto le sembianze dell’interventismo renziano non si nascondano ben altri motivi, molto meno nobili della conclamata intenzione di rimodernare l’Italia. I maligni … sostengono: svendere l’Italia.

I Paesi scandinavi e la stessa Germania sono ricchi d’istituti bancari con le caratteristiche delle nostre Banche popolari. La Merkel ha difeso a denti stretti la libertà operativa e statutaria di questa tipologia di banche, anche contro l’appetito della supervisione egemonica della Bce. E nessuno, là, si sogna di rendere per Decreto le principali banche di credito cooperativo in S.p.A.
Il fatto che queste nazioni non siano in recessione è, infatti, dovuto anche all’esistenza di queste banche radicate sul territorio, che per il loro sistema statutario di governance e di voto non possono essere scalate.
Credo che senza tali banche anche gli stati nordici sarebbero ora in recessione. Sono, infatti, quelle che hanno continuato a finanziare imprese e famiglie; al contrario delle grandi S.p.A., che, sotto la pressione degli azionisti, hanno ritenuto poco remunerativo operare nel concedere credito, attratte dalla redditività facile della speculazione finanziaria. Col bel risultato che molte hanno poi dovuto essere salvate da finanziamenti pubblici, nonostante le pesanti ricapitalizzazioni per le perdite subite; quando, come in America, non sono fallite.

Analizzando, tramite i bilanci pubblici, i risultati ottenuti dalle banche nazionali si evince che la motivazione addotta da Renzi sia proprio la classica foglia di fico, o il frutto di mala informazione.
Infatti, le banche tradizionali hanno sofferenze medie poco sotto il 10%, mentre le Popolari solo al 2,5%. La redditività è scarsa nelle prime e il triplo nelle seconde. Le prime praticano poco credito ad aziende e famiglie, le seconde le sostengono con il quintuplo dell’affidamento praticato dalle prime.
Le Popolari hanno mantenuto l’occupazione; le altre hanno ristrutturato e ridotto drasticamente il personale, creando pertanto disoccupazione.
Ciò, ovviamente, non considerando le grandezze reciproche. Perché, allora, le differenze in favore delle Popolari avrebbero coefficienti stratosferici rispetto ai grandi gruppi bancari nazionali.
Sicuramente a Renzi questi risultati debbono parere assai scarsi se vuole renderle come quelle che sul mercato fanno peggio.
Qualcuno dovrebbe chiarirgli che è il Mercato (risultati) che rende una banca migliore di un’altra in competitività, finanziamento e sicurezza finanziaria. Stando agli ultimi stress test della Bce, infatti, le Popolari hanno in percentuale dovuto rifinanziarsi assai meno delle S.p.A., perché la loro capitalizzazione e riserva erano, in ossequio ai dettami di Basilea, in percentuale assai vicine ai parametri richiesti.
Tutto ciò senza considerare la vicenda di Mps (Siena), che nonostante i forti finanziamenti pubblici avuti non è ancora riuscita a uniformarsi alle direttive di sicurezza della Bce.
In sostanza il sillogismo “grande banca, grande credito” nel sistema produttivo italiano non ha mai funzionato ed è una diceria metropolitana da sfatare.
Nell’era della globalizzazione va coniugato il principio – specie in Italia, dove il tessuto economico e industriale è basato sulle Pmi (piccole e medie imprese) – che il localismo bancario corrisponda a propri sistemi di economia locale (perché ciò è il necessario intreccio di sviluppo del territorio), idonei a reggere la sfida dell’economia globale.

Padoan, dal canto suo, afferma che vi è stata collaborazione con Bankitalia e che gli istituti interessati diventeranno più forti. Tanto forti, aggiungo, da essere facili future prede immediate del capitalismo d’assalto.
Come ha detto Renzi al Parlamento Ue alla chiusura del semestre italiano, molti vorrebbero avere il risparmio italiano. E un modo per averlo è impossessarsi delle Popolari.

Se le Popolari finora sono sfuggite a Opa, concordate o ostili, è dovuto al proprio statuto, che ha una peculiarità importante: ogni azionista ha a disposizione un voto, indipendentemente dalle azioni possedute.
Perciò: una testa un voto. Mentre per le altre banche: un voto per ogni azione.
Il nocciolo del Decreto, infatti, impone alle Popolari con utili superiori agli 8 mld – tra le quotate: Ubi, Banco Popolare, Bpm (Milano), Bper (Emilia romagna), Creval (Credito Valtellinese), Popolare di Sondrio; fuori mercato: Popolare di Vicenza, Veneto Banca e Popolare di Bari - di cambiare entro 18 mesi il proprio Statuto, rendendo le delibere approvabili con un voto per ogni azione posseduta.
Questo è l’unico cavallo di Troia possibile per impossessarsi delle Popolari. Perché proprio queste banche sono il serbatoio privilegiato del risparmio privato con circa il 60%.  Per cui, calcolando che in base a stime ufficiali questo si attesti su ben 9.000 mld di €, il conto è … subito fatto.

Uno tra i più importanti gruppi finanziari inglesi, al solo sentore della notizia, ha stanziato una somma da capogiro per acquisire un’importante Popolare italiana.
Non per nulla il mercato (Borsa) ha festeggiato sotto la pressione di ingenti acquisti di azioni, che attualmente sono sottoquotate rispetto al valore nominale per la crisi speculativa e depressiva dei mercati finanziari. Il valore azionario delle Popolari in pochi giorni è aumentato in media tra il 20% e il 30%.
Le Popolari, inoltre, detengono in portafoglio una buona quantità dei propri titoli, con l’intento di calmierare in questo modo le oscillazioni drastiche di mercato. Diventare azionista di riferimento di una Popolare significherà impossessarsi anche del potere di voto che questo tesoretto interno può portare, perciò con la possibilità di saltare a piè pari, nella governance, eventuali cartelli ostili.

Le Popolari nascono nella seconda metà del 1800, sul modello della Volksbank (letteralmente: banca del popolo) tedesca, su idee introdotte in Italia grazie agli studi di Luigi Lazzati.
Sono enti a carattere cooperativo solidale, dove l’unione del poco (risparmio) di tutti diventa utile, basilare e necessario allo sviluppo del territorio.
Nel dopoguerra sono le artefici del boom economico con i loro finanziamenti, tanto da poter essere considerate a ragione i pilastri della rinascita nazionale dalle macerie della guerra. Non a caso il Nord, dove le Popolari sono maggiormente presenti, è l’avanguardia e il traino dell’economia nazionale.
Anche con l’avvento della parificazione con le banche d’affari, le Popolari si sono contraddistinte per il presidio e il sostegno del territorio, continuando a fare credito alle Pmi e alle famiglie, nonostante la crisi. Oltre che, con le proprie Fondazioni, a sostenere e valorizzare il territorio con progetti e attività culturali. Cito, unicamente ad esempio, la biblioteca Luigi Credaro della Popolare di Sondrio.

Draghi ha lanciato il suo nuovo metodo di Quantitative easing sui Titoli sovrani, a 60 mld al mese per 18 mesi. A conti fatti ben 1.080 mld di €, perciò di monetarismo che prima o poi produrranno svalutazione strisciante, atta a sostituire l’attuale deflazione.
Le due manovre – Governo, Bce – sono, in effetti, tra loro slegate, ma in sostanza coniugate. Perché non a caso la pancia delle banche S.p.A. italiane è zeppa di Titoli sovrani, creando un connubio pernicioso che avvita ulteriormente, senza fine, la connessione tra Stato e banche, riassumibile in: io finanzio il tuo debito e tu garantisci il mio.
Il problema è che in questo modo il Debito sovrano continuerà a crescere e che il risparmio sarà usato per finanziare il debito e non lo sviluppo, perciò la crescita teorica del Pil e non quella reale.
Sicuramente, non a caso, in Germania si è levata la voce dell’influente consulente economico del governo Merkel – mentre la Premier fa buon viso e cattivo gioco – Hans-Werner Sinn, che ha definito illegale la manovra di Draghi.

A questo punto bisognerebbe chiedersi quale impatto abbiano avuto sull’economia e sulla crisi sia i vari decreti/riforme Renzi, sia i vari finanziamenti Bce alle banche, per le imprese, a tasso quasi nullo.
Considerati i risultati e le continue affermazioni che a breve inizierà la ripresa – da anni continuano a dirlo, ma mai arriva – viene il sospetto che nel settore banche vi sia già chi ha deciso chi sia il vincitore nella partita di mercato tra S.p.A. e Popolari.
Come? Semplice: togliendo dal campo di gioco il giocatore (squadra) migliore in prestazioni, efficienza e redditività, specie se la squadra avversa è già in passivo nel risultato.
Ad maiora!
 

domenica 18 gennaio 2015

Je ne suis pas Charlie!



ovvero:
 
La degenerazione sociale della laicità e della religione.

Le scritte Je suis Charlie si sono sprecate in questi giorni,  succedutisi ai tragici fatti di Parigi.
Tuttavia, al di là dello sdegno e della solidarietà – di norma di convenienza politica (capi di Stato) e umorale  (massa popolare) – val la pena chiedersi perché non solo ciò accada, ma, soprattutto, perché la “società” occidentale produca questi frutti.
I “terroristi” non venivano, infatti, da stati esteri a vocazione islamica, ma erano per lo più “figli” francesi, da più generazioni, di quella laicità francese nazionale che trae le sue prime origini dalla stessa Rivoluzione francese: liberté, egalité, fraternité.
 
Sarebbe interessante chiedersi perché mai la Francia, dopo la grandeur di de  Gaulle, abbia inteso riprendere una nuova via espansionistica sia in Africa centrale (Mitterand), generando lo “sconosciuto” alla Corte dell’Aja massacro dei Tutsi, sia sulla costa nordafricana (Sarkosy), attaccando, ancor prima di un manovrato e politico mandato Onu e Nato, la Libia di Gheddafi.
Come sarebbe interessante chiedersi perché mai oggi si setacci in Francia a tappeto la periferia parigina, dopo aver allevato, ospitato e protetto per decenni molti esponenti del terrorismo internazionale. Valga per tutti citare Battisti, fatto poi espatriare altrove quando non era più possibile trattenerlo legalmente senza doverlo consegnare alle autorità italiane.
 
La Francia è un  caleidoscopio illogico della laicità.
Tant’è che alla fine non trova di meglio che l’arrestare  un comico, accusandolo di fomentare la xenofobia.  Che poi, a ben guardare, è ciò che da anni Charlie Hebdo fa con la sua satira caustica e irreverente, per non dire spesso oltraggiosa verso le idee religiose e politiche altrui. Basti citare l’iconoclasta e sodomitica vignetta sulla Trinità di tempo fa.
Ma, se per catalogare e liquidare Charlie Hebdo vale già di per sé la sua ideologia politica - che a mio parere lo rende un giornale decadente, degno solo della concezione sociale che persegue –, ben più ampio e articolato dev’essere l’analisi sulla laicità francese, incapace di comprendere e risolvere le problematiche interne esplose poco tempo fa con la rivolta delle banlieu, da considerarsi un solo gradino più alto delle bidonville terzomondiste. E ciò sia con governi di dx che di sx. Banlieue che sono a predominanza islamica.
 
In sostanza la Laicità consiste in uno stato aconfessionale, dove la religione e i valori vengono demandati come optional al singolo cittadino. Lo stato si assume il ruolo di consentire la libertà di opinione, di stampa, di formazione (crescita/istruzione) sociale (scolastica) del cittadino, di direttiva strutturale dell’organizzazione e dell’amministrazione della nazione. Poi, quasi l’anarchia assoluta di valori, proprio perché ciò che è sacro per qualcuno può essere abbietto e decadente per altri. La libertà individuale sopra tutto. Pure, per sommo eccesso, quella di fare terrorismo e di uccidere.
In teoria razze e religioni dovrebbero vivere in perfetta armonia sotto l’egida della garanzia istituzionale e della tolleranza sociale, anche se ciò è utopistico e non avviene.
 
Forse non è un puro caso se Parigi veniva considerato già tempo fa l’icona della libertà sessuale con i suoi locali a luci rosse, se la letteratura vi ambientava storie di trasgressione sessuale, se pure un puttaniere può assurgere alle massime cariche dello stato, se agli avversari politici veniva tranquillamente recisa la testa dopo un processo sommario di sola appartenenza ad una determinata classe sociale o politica, se la libertà nazionale portava poi a guerre d’espansione imperiale e coloniale, se con la scusa della democrazia da esportare si va a guerreggiare, bombardare, occupare ed ammazzare anche fuori dei propri confini.
Tutto ciò è il fallimento della laicità!
 
La religione, dal canto suo, va distinta sommariamente in 2 categorie, che non sfuggono però a medesime problematiche sociali di tolleranza e coesistenza pacifica: monoteista e politeista.
La monoteista più che credere in una sola divinità (Dio) dà all’Essente la peculiarità di personalità: mentre la politeista va considerata come una semplice ideazione umana (monoteismo esclusivo) o una diversa concezione/forma di Dio (monoteismo inclusivo).
Valga per esemplificazione la concezione cristiana. Infatti, mentre nella politeista vi è l’uomo che si fa dio, con il cristianesimo avanza la concezione del Dio che si fa Uomo, anche se poi questo divenire/diveniente ha nella sua origine l’illogicità escatologica. Praticamente sono entrambe lo stesso procedimento  atto a esaltare la grandezza e la supremazia dell’uomo su tutto il resto del creato: l’uomo è il centro del mondo, perciò pure di Dio che si fa tale.
Ora, lasciando perdere le antiche o minori, ormai solo appartenenti alla storia e alla letteratura monoteista (atonismo, zoroastrismo, sikhismo, bahaismo), va sottolineato che le tre principali religioni monoteiste (ebraismo, cristianesimo, islamismo) hanno caratteristiche belligene per 2 motivi:
 
      a)      il primo è che la loro apparizione ha portato con sé guerre di occupazione e di sopraffazione;
b)      il secondo è che si ritengono le uniche depositarie della peculiarità del vero Dio, perciò portatrici della  Verità.
 

Ognuna di queste accampa il diritto di unicità primaria, perciò d’essere l’unica depositaria della Verità: la supremazia sulle altre. Come lo stesso cattolicesimo la avanza verso il protestantesimo e l’ortodossismo (letteralmente: corretta opinione).
Tutte reclamano l’unicità della propria origine, facendola discendere dal patriarca Abramo.
L’essere belligene, allora, dove sta? Proprio nel fatto di conclamare la propria supremazia nell’unicità. Ciò include il proselitismo e l’espansionismo territoriale, che poi comprende pure l’immanenza della struttura sociale e quindi anche politica.
 
Le religioni sono astrazioni. E le astrazioni non dovrebbero, in quanto tali, essere belligene. Ciò che le rende tali e l’interpretazione singola che i vari individui (fedeli) danno alla stessa religione, asserviti al totem personale.
In base a ciò non credo che ora sia in atto una guerra di religione, ma solo esasperazioni di gruppi o singoli che esaltano il proprio credere in modo inclusivo. Perché una delle prerogative delle religioni è proprio quella di essere interpretata da ognuno in modo individuale, generando, di conseguenza, non l’unicità di Dio, ma la molteplicità di un  singolo Dio.
Non per nulla, nell’Islam, si considera(va) che il paradiso sta sulla punta delle nostre spade.
 
Molto interessante è stato il discorso che il presidente egiziano Abd al-Fattah al-Sisi  ha fatto giorni fa davanti a dotti e iman islamici al Cairo. Quando, sostanzialmente, ha affermato che nella religione vi deve essere qualcosa di aberrante e da modificare se 1,5 mld di musulmani per vivere devono  concepire di uccidere i rimanenti 7 mld di abitanti del globo.
Perché proprio in questo pensiero sta il problema sociale e politico di coesistenza e tolleranza dei nostri tempi, che, in ultima analisi consiste nella degenerazione sociale della laicità e della religione.
Perché, se non si capisce ciò, è ovvio che l’esaltazione e la difesa della libertà assoluta di satira sia assimilabile, ma non giustificabile, allo stesso terrorismo omicida; e che, prima o poi, possa portare anche ad una  vera e propria guerra di religione. Perché non è la singola religione che può creare una guerra, ma il fanatismo religioso che pretende d’essere la verità assoluta nel nome di Dio.
Quanti, tra i musulmani, sono in grado di comprare e leggere Charlie Hebdo, perciò di indignarsi per le vignette? Ne consegue che le feroci manifestazioni di massa nei paesi islamici siano manovrate, manipolate e aizzate da alcuni fanatici iman fondamentalisti. Non per nulla avvengono al venerdì, giorno islamico di preghiera.
Spesso, pure la satira sarcastica, è una similare e contrapposta forma di fanatismo laicista.

Ecco perché, nel mio piccolo, affermo: Je ne suis pas Charlie!
Non voglio riconoscermi in questa decadente laicità fine a sé stessa, priva dei valori di tolleranza, rispetto e coesistenza pacifica.
Est modus in rebus.