sabato 23 gennaio 2010

Le tre gravi e imponenti crisi infinite: la crisi culturale.

Premessa.

A Orbetello si indice un pubblico concorso e vi partecipano 24 laureati, alcuni dei quali con corsi di specializzazione aggiuntiva o di master.

Succede che tutti non siano ammessi alla prova orale per gli innumerevoli errori che hanno commesso nella prova scritta.

E non solo. Si dice, infatti, che pur candidandosi a mansioni direttive comunali, non sapessero cosa significassero “appalto” e altri lemmi, assolutamente normali, nel linguaggio comune di ogni giorno.

Tempo fa mi chiamò un noto uomo politico, invitandomi a fargli visita perché mi avrebbe dovuto chiedere alcune cose.

Ci andai e mi interrogò su diverse problematiche. Con me avevo mia madre novantenne e ancor lucidissima, che fece solo le elementari, non essendoci a quel tempo altro.

Per non stare in auto al freddo, ad attendermi, entrò pure lei; non disse una parola oltre ai saluti e ascoltò solo.

Alla fine ce ne andammo e, in auto, mi chiese candidamente nella sua semplicità:

Costui è quel tale che tu dici che fece per anni il presidente della … e che è in …?

Sì, Madame. – risposi –

Quell’ignorante[1] lì che non capiva neppure ciò che gli spiegavi più volte? – obiettò -

Sì, proprio lui. Il grave non è la sua impreparazione, ma il fatto che persone così occupino, o abbiano occupato per anni, posti di grande rilievo e strategici nello scacchiere nazionale. E se chi è al vertice è a questo livello culturale ci si può immaginare come siano quelli che gli stanno dietro.

La crisi culturale.

Oggi si parla moltissimo di capitale umano e molti cattolici anche di personalismo.

Spesso i due termini sono strettamente connessi.

Entrambi, per essere proficuamente applicati, hanno bisogno di un’inderogabile esigenza: che la persona li basi sulla fiducia reciproca nel rispetto dei ruoli.

Tradotto in moneta sonante vi deve essere la percezione di Stato da parte del cittadino; e da parte dello stato l’esatta percezione del Cittadino e delle sue inderogabili esigenze. Sono entità paritetiche che si basano una sull’altra vicendevolmente.

E ciò non deve avvenire solo nello Stato, ma pure nella Chiesa.

Da una parte (persona) vi deve essere la fiducia e dall’altra (stato) la concessione del credito.

Credito non inteso come entità finanziaria, ma come esatta intuizione del valore patrimoniale del cittadino che compone lo stato: persona che forma un popolo e non numero che assomma una nazione.

Esattamente l’opposto di quanto, ora, spesso avviene, sia nel Governo, sia in Parlamento, sia nella Nazione o nella Chiesa.

Uno Stato (o Chiesa) è la somma di “X” persone, le quali esprimono una cultura in grado di produrre un’etica sociale che crea ricchezza morale nel paese. E la ricchezza venale è tanto maggiore quanto il capitale umano è preparato socialmente a coesistere nel rispetto vicendevole.

Entrambi, Stato e Chiesa, debbono essere Popolo e non comunità.

La ricchezza venale globale è in perfetta correlazione con la cultura sociale. Perciò è di pochi quando si basa sull’egocentrismo individualista, e di molti quando il rispetto culturale è fondato su valori e principi unanimemente riconosciuti da tutti.

Diversamente abbiamo solo i “serviti” e i “servitori”; i primi dei quali hanno invertito a loro favore il ruolo che proclamano di essersi assunti, sia che siano politici, o industriali, o finanzieri, o ecclesiastici o dirigenti in generale.

Pure la nostra attuale società politica e religiosa si basa su una forma a piramide costituita, la cui base sta in terra e il vertice in alto.

Perciò il cittadino/credente sopporta tutto il peso della struttura, venendone soverchiato e spesso schiacciato.

La piramide, però, dovrebbe essere geometricamente rovesciata, perciò con il vertice che sostiene tutto in base al detto di Archimede:

Datemi un punto di appoggio e vi solleverò il mondo.

Archimede, in verità, chiedeva pure una leva, la quale si divide in due bracci: braccio di potenza (P) e braccio di resistenza (R).

La piramide (Società) rovesciata dovrebbe perciò basarsi su un punto di appoggio predefinito (Cultura) e su una leva (Nazione) che si divide in braccio di potenza (Popolo) e braccio di resistenza (Repubblica/politica).

Ma non vi può essere Popolo se il cittadino è un numero e non una persona, come non vi può essere Repubblica se invece del concetto democratico di Popolo vi è solo quello di Comunità.

La cultura è la base di ogni società; e la cultura genera un’ideologia che fa da motore all’incedere della società.

Una società che non esprime una propria cultura, perciò un’ideologia precisa, è uno zombi composto da tante comunità che vanno per conto loro, come parti estranee di un unico corpo altamente handicappato.

E la stessa cosa vale per la Chiesa, società nella società, che basa il suo esistere su un’etica particolare, capovolta nel sistema concettuale.

Infatti, non è l’etica che detta le regole morali, ma la morale che detta l’etica. Il che è umanamente e filosoficamente fuorviante.

In realtà, l’etica ecclesiastica è un insieme di regole morali da imperativo categorico, che traggono le loro origini da risposte escatologiche primordiali. E queste sono sì sapienziali, ma unicamente perché l’uso delle stesse ha prodotto una certa civiltà asservita al mistero deduttivo eleusino: la concezione empirica deduttiva, di cui la Scolastica fu il massimo fulcro prima della decadenza dovuta all’avvento della società industriale, basata sul pragmatismo operativo.

Gli imperativi categorici sfuggono all’induzione analitica, soverchiati dalla trascendenza empirica, viziata da secoli di aggiustanti processi ideologici tesi ad asservire un principio/postulato: Dio.

La Scolastica venne sostituita dal neopositivismo e questo, a sua volta in questi ultimi decenni, dalla fenomenologia personalista relativistica, di cui il personalismo cattolico ne è il precursore naturale e imperfetto.

La fenomenologia personalista, tuttavia, tende a trasformare il concetto di popolo in quello di comunità. Ne consegue che pure quello di democrazia tenda a degenerare nella conclamazione personalista del vertice statale/ecclesiale.

Il secolo scorso ha prodotto il personalismo, in risposta sopratutto al massimalismo nichilista o alle dittature fasciste di dx e di sx, tese a massificare l’uomo.

La concezione personalista[2] basa il suo credere ideologico sulla particolarità e irripetibilità della singola persona umana, mettendola alla centralità del sistema ideologico sociale.

Facendo ciò, però, non ci si avvide che si scardinava il principio di società, vincolandolo alla singolarità e all’unicità della singola persona: la persona al centro della galassia, nella quale il “centro” non era più il sistema cosmogonico sociale (Popolo), ma ogni singola/unica/irripetibile persona, mondo egocentrico a sé stante nel cosmo universale.

La particolarità assoluta come prodotto valoriale fondante della società!

In pratica, grazie alla coscienza individuale che privilegia inevitabilmente le proprie esigenze, si ipotizzano tante galassie ideologiche che, invece di amalgamarsi tra di loro, si estraniano e si fronteggiano vicendevolmente.

Si ha, infatti, il personalismo anarcoide, quello nichilista, quello contiguo massimalista e quello religioso che si scinde in diversi rami: personalismo cattolico, personalismo comunitario, personalismo anglosassone e personalismo americano, facilmente accomunabile al neoliberismo postindustriale di stampo religioso, da cui proviene il pallino per gli affari della Chiesa attuale.

La persona al centro della società ha una necessità inderogabile: essere vincolata ad una propria certezza.

E questa certezza, nella persona, si fonde con la propria coscienza; la quale, a sua volta si basa forzatamente su una determinata propria cultura che forgia un’etica particolare e individuale.

La centralità della persona, intesa come irripetibile e come essenza valoriale assoluta, non assurge a valore oggettivo, ma unicamente soggettivo. E se questa soggettività si basa su una cultura sommaria, questa produrrà un’etica superficiale che, a sua volta si impernierà su una morale parziale e soggettiva.

Nulla da eccepire, perciò, se la politica viaggia attualmente sulla base del populismo e del qualunquismo, interagendo nella società sul concetto di comunità in difesa di singoli interessi corporativi.

Il cittadino si invera socialmente nell’esigenza del bisogno, che non ha la prerogativa della necessità primaria, ma solo di quella terziaria.

Ne consegue che la coscienza individuale è sommaria, perché basata su un’esigenza terziaria; e appunto per questo prodotta e supportata da una cultura schematica che poggia su una morale trascendente e compendiata e non su un’etica basilare.

E l’emorragia imponente di fedeli, che la Chiesa ha subito in questi ultimi tre decenni, è l’indice superlativo di quanto una certa cultura sapienziale ancestrale, basata su degli imperativi categorici morali, abbia rotto l’equilibrio precario tra cultura e morale, specie con l’avvento, dopo il Vaticano II°, di una tendenza fenomenologica personalista e relativista, poggiata sul culto personalistico del vertice ecclesiale.

Il Vaticano II° ha fallito? No! Semplicemente: ha fallito quella maggioranza di prelati che hanno trasformato il popolo in comunità e il sacramento in sacralità, perciò in spettacolarizzazione fine a sé stessa dell’evento relativista.

E pure nello Stato ciò avviene; perché il pragmatismo dirigenziale è di norma vincolato ad esigenze di mediare tra le richieste delle varie comunità/lobby che si fronteggiano economicamente e che così agiscono perché fraintendono (eufemismo) il concetto di popolo e di democrazia.

Si ha, pertanto, una forte diaclasi tra le varie enclavi sociali che, quasi scisse in caste, non riescono ad intuire l’esigenza della controparte e, con questa, neppure l’utilità finale della propria.

Ne sortisce uno scontro continuo di ceti e comunità, asserviti al capitale, perciò all’interesse economico delle varie classi, intente per lo più ad aumentare il proprio benessere sottraendolo alle controparti.

Il personalismo comunitario (Maritain e Mounier) è valido se la cultura è sommaria?

Parzialmente sì se la comunità si sente popolo e non si ghettizza. Diversamente esso sfocia in quell’integralismo e fondamentalismo barricato su un’idea religiosa sociale, che fa balenare, nella coscienza individuale, la certezza che il popolo debba essere asservito alla comunità.

Non esiste più la verità, ma una verità soggettiva comunitaria vincolata al proprio credo.

E se questa verità si basa su dettami trascendenti, ecco che, allora, il principio e valore religioso “pretende” di essere “realtà” per tutta la nazione, invece di essere “testimonianza” nella “carità” del proprio credere e nel servizio.

Questa carenza culturale la si osserva perfettamente in politica, perciò pure in quegli uomini che, per interesse soggettivo carrieristico, pretendono di difendere e di innalzare per bandiera principi e valori conclamati; ma che, in pratica, li hanno calpestati, o calpestano impunemente, con la loro coscienza asservita al proprio egocentrismo individuale.

Abbiamo cattolici ferventi che guadagnano in un anno 10/100/1000 volte più di chi a parole proclamano di difendere, senza curarsi di distribuire una parte della loro ricchezza per chi ne ha grande bisogno.

Ed è singolare che poi pretendano che sia la comunità tutta che si debba far carico delle problematiche nazionali, impersonando, nella pratica, la mosca cocchiera che intende dirigere il carro trainato dal bue.

Non si sentono popolo, ma parte a sé stante e comunità privilegiata dirigenziale a cui il benessere è dovuto.

Si può essere credibili a difendere, da leader politici, la “famiglia” dopo aver impunemente calpestato la propria? O meglio: quando si scambia per famiglia una pura convivenza interessata che dura finché è conveniente?

Si può difendere il lavoratore, che perde il lavoro non per sua colpa, e la società meno abbiente quando la forbice di reddito tra il politico e il bisognoso è tanto elevata?

Cosa manca a costoro? La cultura del servizio e la concezione che i principi e i valori non possono prescindere dall’essere, essi stessi, comunità che è sopratutto popolo.

Tutto ciò avviene pure nella chiesa, dove alle buone parole idealiste, di un’enciclica o di una pastorale, fanno da contro altare investimenti speculativi o indumenti personali e oggetti che costano decine di volte il reddito del comune mortale.

La crisi politica[3] e quella finanziaria[4] sono strettamente collegate e traggono la propria origine da quella culturale.

Sono il frutto del decadimento generale, favorito per lo più dalla carente istruzione che Chiesa e Stato sono stati in grado di dare.

La ricchezza, si afferma giustamente, non è solo quella strettamente venale, perciò il possesso di una certa massa valutaria.

Ricchezza è pure il benessere del cittadino, la pace (compresa quella sociale), la prosperità e la possibilità di lavoro per tutti, che dà al singolo individuo l’orgoglio e la certezza di essere autosufficiente.

La democrazia, per non diventare oligarchia, ha bisogno del vero concetto di popolo; perciò della percezione che la singola diversità, che contraddistingue una persona dall’altra, è un plurimo valore aggiunto basato sulla parità del diritto sociale.

Diritto che non può mai essere la pretesa dell’avere, ma la comprensione che il capitale umano si basa sulla fiducia reciproca dell’essere operativamente diversi nell’uguaglianza esistenziale.

Il capitale umano è il fulcro di ogni società; ma per essere valorizzato non può essere asservito al consumismo spiccio, figlio del business/capitale.

Per crescere ha bisogno che i valori, compresi quelli economici e finanziari, siano vincolati al territorio e che, perciò, siano attori attivi dello sviluppo.

Ciò non significa essere protezionisti o chiudere la porta allo sviluppo extranazionale, bensì comprendere che anche gli altri popoli, pur con cultura, sviluppo e ideologia/religione diversi da noi, hanno il nostro stesso diritto di esistere e di vivere senza essere colonizzati.

Le multinazionali hanno il dovere di creare sviluppo anche altrove e non solo di migrare dove il facile guadagno li porti.

Il loro impegno non può essere vincolato al solo mero bilancio, perché allora l’azionista, imprenditore e dirigente sono schiavi del capitale.

Siamo partiti da due premesse sintomatiche di come la cultura in generale, che comprende pure la preparazione professionale a svolgere un determinato compito, sia oggi molto carente.

E se chi (politico) vuol dirigere il popolo, o (dirigente) una società o un ente pubblico, non ha la cultura/preparazione per svolgere il proprio compito di servizio (pur) remunerato, allora società e chiesa sono allo sbando.

E, con questi, pure il cittadino/credente che sarà sempre di più comunità e mai popolo, con buona pace di qualsiasi formula filosofica personalistica o fenomenologica: mere astrazioni al servizio del qualunquismo e del populismo propagandistico.




[1] - In verità usò un termine dialettale analogo, che tuttavia non ha un significato spregiativo, ma unicamente riduttivo. In pratica indica il limite sapienziale e culturale della persona interessata.

venerdì 25 dicembre 2009

Natale 2009

Colui che viene dopo di me, è superiore a me, perché era prima di me.

Forse qualcuno potrebbe scambiare questa frase non per una citazione natalizia.

In realtà fa parte del Vangelo di oggi; e è tratta dal Prologo di Giovanni[1].


È il terzo Natale che ci troviamo e da allora siamo diventati una compagnia molto più vasta: ora siamo una numerosa Comunità telematica che vuol essere sempre Popolo.

Meglio ancora sarebbe se tutti ci sentissimo Popolo di Dio in cammino.


Molti mi han chiesto che tematica avrei trattato quest’anno e … questa, ora, è la mia risposta:

È Natale!

Un Natale di speranza che porta con sé la gioia per un futuro … migliore che spetta a noi costruire giorno dopo giorno.

Un Natale forse più sereno nelle prospettive prossime, anche se ancora assai nebulose e incerte per molti: per chi il lavoro lo perderà, per chi l’ha già perso e ora non ce l’ha, per chi si trova nella necessità, o nel dolore, o nel lutto, o nelle avversità di una vita giornaliera che impone, a tutti, una grande sociale solidarietà. E anche per tutti quelli che hanno timore del futuro perché sono incapaci di vedere il fondo a questa lunga recessione.


La solidarietà per il cristiano non dovrebbe esistere: dovrebbe identificarsi con la Carità.

Quella carità silenziosa, fattiva, operosa e fraterna che si basa sul comprendere il diritto altrui a vivere nel decoro e nell’uguaglianza dell’indipendenza economica.

Quella carità che impone di far fruttificare i talenti, che abbiamo ricevuto alla nascita, anche per chi questi non li ha e si trova nella necistà.

Quella carità che nella famiglia, ma pure nella società, antepone il diritto altrui al proprio nella donazione unilaterale convinta.

Quella carità che nell’amore trova lo slancio personale per condividere con altri la vita o alcune porzioni d’essa.

Quella carità che ha bisogno di una cultura non improvvisata, basata saldamente sulla roccia di principi e valori universali e non solo personali.

Quella carità che, nel nostro primo Natale[2], basai sugli uomini di buona volontà.

Giorni fa, girovagando in altura tra l’alta neve, Leone si imbatté in un solo Uomo in tutto il giorno: un uomo nudo.

“Mi fermai accanto e gli feci un attimo compagnia. L’uomo era … nudo, ma mi … riscaldava. Io ero vestito, ma non sapevo … riscaldarlo.

Strano destino di uomini. E nel silenzio assoluto ci scambiammo alcune … parole.”.[3]

E, strano a dirsi, quell’uomo nudo stava “nascendo”: nudo nella nascita come nella morte; nudo come tutti noi, davanti a lui, anche se vestiti.

Nudo e solo!

Perché l’Avvento è ormai, pure religiosamente, una tradizione pleonastica in un mondo che ha fretta di inseguire la vacuità dell’edonismo egocentrico.

Perché da soli si nasce e da soli si muore, anche se qualcuno ci è accanto; qualcuno che però non nasce o muore con noi.

Però si nasce per qualcuno; e talora pure si muore.

Si nasce se accolti nell’amore, desiderati e accettati anche se casuali. Si muore per l’indifferenza, vinti dall’egoismo altrui.


Oggi è nato di nuovo!


E più che un annuncio è un grido gioioso di speranza. Un grido che deve essere percepito per non restare opera morta.

È nato per noi e per l’umanità, per dare speranza a tutti.

Nasce nella continuità, insieme e accanto ad ognuno di noi.

“… Ero nudo, e mi rivestiste; …”[4]; ma non di panni, anche se la pietà popolare gli mise intorno ai fianchi di cembro uno straccetto azzurro cobalto: azzurro intenso come la speranza della fede.

Ha bisogno, identificandosi in ogni altro essere umano, d’essere ricoperto dall’amore vicendevole che riscalda il cuore, in quell’essere prossimo[5] per gli altri che ci fa sentire popolo e società.

Ecco perché ci attende a braccia spalancate, bisognoso del nostro vero e grande amore.

Colui che viene dopo di me, è superiore a me, perché era prima di me.

Frase escatologica dal risvolto morale e religioso?

No! Unicamente frase sociale.

Perché se noi intendiamo il nostro prossimo (genitore, coniuge, figlio, parente, amico, concittadino …) come colui che viene dopo il nostro individualismo di persona, ma che è superiore a noi nel suo diritto paritario di esistere, perciò non può essere calpestato, allora è ovvio che debba essere considerato prima di noi.

E lo è il possibile nascituro, che l’uomo e la donna chiamano magari involontariamente alla vita; come lo è l’anziano che nel suo decadimento fisiologico ha bisogno, più che dell’assistenza, del calore dell’amore d’essere ancora considerato persona e non un peso e un costo, di cui disfarsene relegandolo nella solitudine di qualche ricovero.

Lo è l’operaio, che oggi il capitale considera solo un oggetto produttivo, macchina da cambiare e da buttare se non rende più, come … altrove si può realizzare.

Lo siamo tutti noi che lo Stato percepisce come tanti numeri e che molti politici manovrano per il loro unico tornaconto di carriera.

Noi tutti siamo nudi: nudi perché indifesi.

Nudi e indifesi, oggi, nel grembo materno, quando per egoismo si decide di non procreare, perché il piacere è svincolato dall’affetto.

Nudi e indifesi nella necessità, quando la gente ci passa accanto senza curarsi del nostro impellente bisogno.

Nudi e indifesi quando la famiglia abbandona l’anziano al suo … destino.

Nudi e indifesi quando la famiglia, solo di nome, si spacca perché basata unicamente sull’egoismo istintuale del piacere sessuale.

Nudi e indifesi quando il capitale d’assalto e selvaggio ci toglie il lavoro per essere unicamente schiavo del business.

Nudi e indifesi quando la martellante pubblicità ci toglie, con prodotti inutili, il magro reddito che percepiamo.

Nudi e indifesi quando la politica dei mestieranti e dei carrieristi ci attrae con promesse che non verranno mai mantenute.

Nudi e indifesi quando ci lasciamo abbindolare dal populismo e dal qualunquismo “fascistoide” di qualche profeta di sventura, che si erge a paladino della libertà.

Nudi e indifesi quando la cultura calpesta il diritto, il principio e il valore in cui crediamo.

Nudi e indifesi quando l’oligarchia politica e del becero integralismo intellettualoide ci vuole togliere pure la … fede.

L’Uomo non è ancora nato. È nudo, è indifeso e spalanca le sue braccia per essere accolto; ma l’indifferenza sociale lo abbandona a sé stesso, perché il sacrificio per l’altro viene percepito come disvalore e debolezza.


Un giorno mi fecero questa domanda: Le tre parole che oggi giorno sono molto importanti.

Risposi: Io sono il Dio mio, e non esiste altro Dio fuori di me!

È una triste considerazione purtroppo attuale.

È Natale!

E noi abbiamo bisogno di rinascere come Popolo e non come semplice ghettizzante comunità, perché l’interesse nostro non può sopra valicare quello altrui.

Dobbiamo rinascere recuperando quella cultura e quei valori che, più che cristiani, sono garanzia di un sistema sociale, basato sulla pace, sull’uguaglianza e sulla fraternità.

E siamo nati perché “Ci fu un uomo mandato da Dio, il cui nome era … (quello di tutti noi)!”[6]

Il Natale è un bene da condividere e una gioia da comunicare agli altri.

Guai se lo rinchiudiamo nel nostro puro egoismo consumistico del dare e ricevere regali in base a una convenienza sociale.

Perché la Carità/Amore impone il dono unilaterale dello slancio interiore: un dare volontario che non ha bisogno del ricevere, ma che nel contraccambio affettivo e sociale crea quella grande ricchezza che genera la certezza non di essere coppia e comunità, bensì famiglia e popolo.

E allora non saremo soli e nudi, ma vestiti di quella grande ricchezza interiore che ci fa sentire persona e non oggetto dell’interesse o del desiderio estemporaneo altrui.

E pure quell’uomo solo e nudo, che giace tenace tra il gelo dell’indifferenza generale, non avrà allargato le sue braccia, inutilmente, per essere accolto e amato da noi.

Perché senza amore/accettazione non vi è la Vita; e se non nasce la vita non vi sarà più neppure la morte.

Vi sarà solo la casualità soggetta alla contingenza dell’estemporaneità dell’egoismo umano, schiavizzato come oggetto del capitalismo globalizzato selvaggio.


A tutti voi vada il mio sentito


Felice Natale 2009!



[1] - Gv 1,15

[2] - Natale 2007

[4] - Mt 25,36

[5] - proximus: che ci sta vicino, perciò accanto.

domenica 13 dicembre 2009

Le tre gravi e imponenti crisi infinite: la crisi politica.

La crisi politica.

Gli uomini fanno la politica; ma se questi perdono l’orizzonte del loro procedere la politica va in crisi.

L’orizzonte non è il fine perseguibile, ma il progetto in cui crede la società. E il credere è ciò che dà convinzione e produce l’energia per raggiungere l’obbiettivo.

L’orizzonte deve essere definito e sempre perfezionato; perché è il naturale sviluppo culturale della volontà umana di migliorare e aggiornare il proprio sistema sociale di convivenza nella pace, nell’uguaglianza nella diversità e nella laboriosità, fondato sul progresso del dare a tutti una decorosa possibilità di vita.

La globalizzazione ha prodotto l’annullamento virtuale dei confini nazionali e le grandi potenze, U.S.A. in primis, hanno pensato bene di esportare il loro modello sociale anche altrove, specie là dove l’interesse proprio le portava.

Prima la Russia ed ora la Nato si sono infognati in Afganistan, e altrove, con motivi politici non proprio comprensibili.

Non volendo chiudere le proprie frontiere si è pensato bene di cercare di controllare il territorio altrui. Ci si è dimenticati che non serve avere il controllo dei sassi, come nelle guerre dei secoli scorsi, bensì quello delle persone. E le persone non sono le stesse di quelle dei secoli scorsi, anche in un paese che può essere considerato tuttora terzomondista.

Controllare l’Afganistan, paese dalle centinaia di etnie, è un problema titanico e lo si può ottenere solo in un modo: distruggere materialmente l’avversario con armi tattiche. Però manca la volontà politica per via del consenso nazionale interno e internazionale in generale.

Portare centinaia di migliaia di uomini laggiù ha un costo talmente elevato (in morti e in denaro) che non servirà a molto; come non servirà a molto costruire e ammodernare un paese che vive culturalmente in un mondo arcaico, perché per attuare in modo proficuo un simile progetto politico e culturale ci vogliono più generazioni e non alcuni anni solo.

Lo si potrà ammodernare, esteticamente, nelle città principali, ma non in periferia dove la “ribellione” cova il dissenso sulla volontà di vivere secondo leggi antiche, anche se per noi retrograde, basate su dei postulati religiosi islamici e su delle tradizioni tribali.

La geografia morfologica afgana è tale che ogni etnia è disgiunta dalle altre per naturali ostacoli territoriali, che sono resi spesso, specie in inverno, quasi insuperabili confini per la comunicazione e la cultura, isolando, di fatto, una tribù dall’altra.

L’islamismo non è un mondo omogeneo, come il cristianesimo, e la sua galassia ingloba migliaia di universi diversi, talora anche contrapposti.

Perché il problema non è tanto la religione stessa, bensì l’uso che i potentati vogliono farne di questa. Basta guardare all’Iran.

E, di norma, più la cultura sarà carente e superata da eventi internazionali, più l’integralismo e il fondamentalismo faranno presa nelle enclavi tradizionaliste, formattando quel becero odio e quell’innata indipendenza alle idee altrui (esterne) che esulano dal costruire un ordine mondiale, per rintanarsi nell’anarchismo tribale.

Se ne deduce che l’Afganistan sarà per gli occidentali un fallimento costosissimo e … annunciato, se si continuerà su questa falsariga.

Obama, nel suo innato populismo culturale, ha pure molti spunti positivi. Il problema suo è però quello di coniugare l’idea con l’esigenza, il pragmatismo con l’uguaglianza, l’economia con il bilancio, il progetto interessante con l’opportunità e, non ultima, l’esperienza sua con la diplomazia internazionale.

Insomma: un bel guazzabuglio intellettuale.

Perché chi motiva la guerra, facendo ricorso dialettico e giustificativo ad esperienze dei secoli scorsi, nate sulla base di ideologie totalitarie e completamente diverse, ammette solo d’essere incapace di concepire il tempo in cui siamo.

E finora non si sono visti dei risultati pratici se non di apparente maquillage ideologico. Al contrario ha innescato un’escalation militare preoccupante che coinvolge pure i principali paesi Nato.

Ciò, se mi è concesso, non è indice di lungimiranza, né di sano pragmatismo; bensì di confusione interna progettuale che è soggetta a spinte corporative e a tentativi poco convinti di risolvere a monte il problema.

I grandi cambiamenti epocali hanno bisogno di tempo e si evolvono per un progetto che, intuito da pochi, viene, poi, fatto comprendere e percepire a tutti.

Le idee per un nuovo mondo ci sono, ma hanno bisogno d’essere comprese dai politici per essere realizzate; ma se il politico è datato e ancorato al suo solo modo operativo di vedere è ovvio che, tale politico, sia di impedimento all’evolversi della società.

E, purtroppo, buona parte della classe politica (e religiosa) attuale non è molto adatta a comprendere ed a condurre un cambiamento epocale che coinvolga, soprattutto, dei principi e dei valori perfezionati, in un mondo dove l’etica ha perso il suo ruolo di guida intellettuale, soppiantata dall’economia e dalla finanza globalizzata preferibilmente selvaggia.

L’economia e la finanza sono necessarie all’evolversi del progresso umano; diventano un ingombro e un grande ostacolo quando la loro importanza assurge a valore quasi assoluto, vincolando il business del capitale, perciò il guadagno, a priorità incondizionata di sviluppo, specie se fondato sul debito.

Ciò comporta la preminenza dell’economia sulla persona. In pratica si asservisce l’uomo/persona ad oggetto del soggetto economia/finanza: il contingente sottoposto all’astratto.

I vertici religiosi e Obama si affidano a concetti idealistici che sono per lo più innegabilmente veri, perciò condivisibili. Tuttavia questi sono svincolati da quel sano pragmatismo operativo a cui, per non essere inutili, dovrebbero essere sempre affiancati.

Il Papa è la personificazione dell’idealismo. Ciò nonostante il suo essere “servito” lo pone in contrasto con l’essere “servitore”, creando di fatto quella disuguaglianza sociale e ecclesiale in grado di produrre il culto personalistico.

E analogo concetto vale per il vertice politico che si dichiara sempre garante e in difesa dei principi costituzionali, anche se questi principi, degenerando dal servizio al cittadino alla sua schiavizzazione, dovrebbero essere corretti e riformulati prontamente.

Ne consegue che il rapporto tra il vertice e la base si sgretoli, che la Chiesa perda in credibilità e in fedeli, che la religione new age assuma connotati di personalismo individualistico basato sulla propria sola coscienza (modo e interesse di vedere), che il Popolo di Dio si trasformi in comunità ghettizzante, che il populismo e il qualunquismo prendano continuamente piede tra gli sfiduciati e i delusi, che i Poteri dello Stato si scontrino tra loro cercando di assumere quei controlli che la stessa Costituzione, che vogliono a parole difendere, non concede loro affidandoli ad altri.

In Italia stiamo da tempo assistendo ad uno scontro pernicioso tra Magistratura ed Esecutivo, dove la prima, anziché essere l’interprete della Legge, si arroga il diritto di “fare” la legge, esautorando il Legislativo sia con deduzioni ideologiche di costituzionalità più o meno reali, sia ponendo anzitempo dei veti pesanti all’incedere del Parlamento.

La res publica diventa res privata corporativa, atta non solo a mantenere, ma anche ad ampliare il proprio ambito di competenza del potere, sostituendo il potere sovrano che vede il Popolo prim’attore con l’esprimere nel voto la propria insindacabile volontà.

Il concetto di Popolo tende ad essere soppiantato da quello di Comunità. Una comunità che si differenzia dal popolo perché ristretta e arroccata su propri interessi e idee che si scontrano con quelli di altre comunità.

Tutto ciò è l’incipit dicotomico non di una carenza culturale dell’idea democratica, bensì della fine della democrazia; per il semplice fatto che il concetto di maggioranza non è più subordinato al volere democratico del 50%+1 dei voti espressi, ma, unicamente, al proprio interesse di parte e quindi di comunità.

La comunità diventa più importante del popolo; perciò si astrae dal sentirsi popolo per far valere sulla maggioranza il proprio interesse. E, in questa (comunità), il personalismo assume quei connotati individualistici che rendono l’individuo egocentrico alla realtà, tanto nella società che nella Chiesa.

È il vizio e la tara dell’ideologia personalista, sia questa di matrice religiosa o agnostica o materialista.

Di norma si procede per autoreferenzialità, dove il soggetto interessato e in causa dichiara solennemente, davanti alla società la propria “verità” a valore assoluto.

I vari Presidenti declamano il loro valore e il loro giusto incedere traendo forza dal potere che detengono, i soggetti corporativi (industriali, politici e finanziari) la loro pretesa che precede nella società l’esigenza degli altri, e i vertici religiosi, infine, declamano il loro intendere quale verità trascendente loro affidata.

Questa autoreferenzialità, tuttavia, è assai relativistica; e diventa la “verità” altrui grazie al culto personalistico che fa del soggetto, posto al vertice del potere politico o religioso, un simbolo fenomenologico (il Totem) che trae la verità unicamente dal proprio relativismo contingente.

Siamo nella fenomenologia relativistica che, specie in campo religioso, intende, in questo modo assurdo, contrastare proprio il relativismo dilagante!

Ecco perché vi sono le diverse “verità” comunitarie che nascondono, tutte, l’interesse settoriale di chi le declama o le rappresenta.

Ciò porta alla semplice conclusione che il comune cittadino perderà del tutto la fiducia nel vertice piramidale, soverchiato dal populismo qualunquista che lo inebetisce.

Oggi si è prodotto il bipolarismo, credendo che fosse la risoluzione dei problemi dell’impalcatura vecchiotta della nostra Costituzione. Si è pure puntato sul bipartitismo e in parte si son ridotte le forze minori che creavano il cespuglio anarcoide parlamentare e governativo. Un bipartitismo, tuttavia, che ha assunto, in sostanza, più l’entità di un cartello elettorale invece di un vero e proprio partito.

Veltroni ha sbagliato tattica (e comprensione democratica) dando forza ad un piccolo partito qualunquista che, in questo modo, ha avuto la possibilità, grazie all’alleanza, di assurgere ad importanza numerica, attingendo tra gli scontenti e gli sfiduciati della sinistra.

Il bipolarismo, in verità, è collaudato in Italia dall’ultima guerra mondiale, anche se solo dagli anni ’90 in poi ha prodotto un vero bipolarismo che ha concesso l’alternanza tra maggioranza e opposizione. Le elezioni politiche avvenute da quel periodo in avanti hanno, infatti, finora sempre prodotto un’alternanza di governo.

Il bipolarismo maggioritario è ciò che attualmente garantisce una stabilità governativa, se visto come vero bipolarismo e non come cartello elettorale di comodo. Quello, per intenderci, attuato dai due tentativi fallimentari di Prodi.

Non è il miglior sistema democratico assoluto; ma lo è, attualmente, per poter ammodernare e risolvere a grande maggioranza (e non risicata) in modo veloce i problemi della nostra società.

Forse sarebbe migliore un bipolarismo secco, ma la storia non si fa con i se e con i ma.

Vi è poi il Centro, che latra come il cane che nella notte ha paura e riesce a reggere grazie a continue manovre, peraltro mal riuscite, che dovrebbero produrre un nuovo maquillage e una nuova strategia; ma, con le vecchie modalità, uomini e sistemi è difficile “credere” nel nuovo. Basti pensare alla politica dei due forni.

È, infatti, un agglomerato informe e disomogeneo, dove gli addetti (politici e parlamentari) vanno e vengono a loro piacimento, cercando di creare nuovi cespugli, di ricollocarsi nei campi limitrofi, di stringere oggi alleanze per stracciarle facilmente domani.

Il Centro può essere una grande alternativa e speranza futura, però non questo centro che sa unicamente di “centrino” e che si accontenta di un consenso elettorale da prefisso telefonico proveniente da settori nostalgici della vecchia area DC.

Per creare un Centro vero servono nuove idee, nuovi uomini e nuove strategie.

Serve, innanzitutto, un Uomo vero in grado di recepire le istanze della società, di farsi carico dei problemi, di mettersi al servizio di quell’utilità generale, il tanto declamato Bene comune, che oggi è personificato solo nell’interesse di alcuni.

Le idee ci sono; ma per “questi” esponenti politici, dediti da sempre alla carriera personale, sono non solo incomprensibili, ma, soprattutto, per loro emarginanti.

Il Politico si confronta con tutti e da tutti cerca di recepire l’istanza sociale. Molti degli attuali, invece, professano pubblicamente e con fierezza (sic!) la loro avversione (in alcuni casi l’odio) per altri, chiudendo anzitempo non solo la porta al colloquio, ma pure a quel confronto democratico in grado di perfezionare l’idea di tutti.

E quando uno afferma fieramente “Io con quello non parlo e non ho nulla a che fare” declama solo la propria inciviltà sociale, specie se si erge a paladino di valori cristiani o democratici.

La Sx si è frantumata per lo scadente risultato elettorale e, prima ancora, per il fallimento governativo che le ha tolto il consenso generale. La Dx si è invece ricompattata e amalgamata grazie a questo.

I problemi non sono comunque risolti e i malumori, tanto a sx quanto a dx, come al centro, sono continui, creando attriti e distinguo che esemplificano perfettamente la disconoscenza del concetto democratico e del ruolo sociale che compete alla maggioranza e all’opposizione, sia nella nazione che nel partito.

Si frantuma la società e la comunità in sponde contrapposte, dove ci si combatte senza creare ponti.

Siamo scampati alla depressione, ma i problemi che hanno creato la recessione sono ancora tutti sul tappeto.

Tremonti non è un mio idolo; ma all’uomo riconosco la ferrea volontà di procedere con attenzione e con rigore. Bravo!

Dubai e Grecia sono il campanello d’allarme dello spendere/scialacquare che assurge alla falsa nomea dell’investire nello sviluppo. Poi chi verrà? Facile prevederlo se la recessione continuerà a colpire forte e non vi sarà una rapida (improbabile) ripresa: Spagna, Portogallo, Irlanda …

Il vero sviluppo si basa sul risparmio! E quando si sentono ministri che propugnano spese aggiuntive, declamandosi economisti per il pezzo di carta avuto, allora viene da chiedersi cosa questi ci stiano a fare in un Consiglio dei Ministri.

La democrazia è l’accettare la decisione assunta collegialmente dall’organo esecutivo, sia che abbia deciso all’unanimità, sia che abbia deciso a maggioranza relativa.

La civiltà democratica impone il rispetto delle regole. E queste stabiliscono che tutti debbono portare il loro modo di vedere, ma poi l’accettare ciò che si è stabilito.

Esattamente l’opposto di quanto ora avviene, sia nel Governo, sia nel Parlamento, sia nella nazione.