martedì 14 ottobre 2014

Viaggiando in filosofia tra guerra e pace, tra economia e politica.

 
 
A Redipuglia Papa Francesco ha affermato che la guerra è una follia.
Ovviamente, dato il contesto, non entra nel merito delle guerre giuste o ingiuste. Anche se ritengo che di guerre “giuste” non ve ne siano, per il semplice fatto che a una guerra si giunge solo dopo un determinato percorso o contesto economico/politico. Per litigare bisogna essere minimo in 2.
Interessante, per l’analista filosofico, è, però il fatto che il Papa – nel prosieguo del discorso – ricordi pure che non ci si possa disinteressare del proprio fratello che è in guerra, perché Dio poi ci chiede e ci chiederà: Dov’è tuo fratello?
Ciò, filosoficamente, implica una semplice deduzione secondo la Logica del sillogismo: se il Papa (inconsciamente o consciamente) sottintenda che difronte alle guerre attuali bisogni imbracciare le armi e andare a combattere per qualcuno. Quale? Quello che ci è ideologicamente “prossimo”, soprattutto nell’interesse economico. Giacché ciò che ci è prossimo dovrebbe essere individualmente giusto.
Perché a questo punto, al di là dell’ideologia di parte di ognuno di noi, lo scindere il giusto dall’ingiusto e il politicamente corretto dallo scorretto, equivale al detto che la Verità e la Giustizia non possano essere semplicemente divise con un netto colpo di spada, che separi perfettamente i concetti avversi.
La verità e la giustizia (personali), infatti, spesso sono compagne dell’interesse che segue ogni singolo uomo.
Marx affermava che la proprietà è un furto, proprio perché qualcuno, andando a ritroso nel tempo, si appropriò di un bene comune ch’era senza steccati e padroni. Come? Con il “diritto” che si diede per l’essere giunto per primo, oppure d’essere stato più svelto (furbo) di altri a concepire l’utilità di quella (futura) “proprietà”.
Infatti, oggi, la proprietà viene valutata un diritto acquisito e consolidato, non un sopruso. Proprio perché questa è da considerarsi un interesse economico individuale.
 
Obama, dal canto suo, se ne andò all’università del Cairo a fare un discorso politicamente moralistico, più che populistico. Con il risultato pratico di togliere l’appoggio americano al Governo egiziano, peraltro subito scaricato alle prime manifestazioni popolari.
Fu l’inizio delle varie primavere arabe, che hanno prodotto il risultato attuale nei vari stati islamici: instabilità, disordini, guerre civili o internazionali.
Un anno fa Obama era pronto a bombardare la Siria, perciò a invaderla dall’alto del cielo con la scusa della giustizia sociale difronte alle barbarie della guerra. Ora, non essendo cambiato nulla rispetto ad allora, di fatto, stringe un’alleanza proprio con quella parte, Bashar al Assad, che voleva detronizzare.
Che è cambiato nel frattempo? Forse Obama s’è ravveduto cambiando idea?  No. Semplicemente ha preso atto che una fazione delle parti in causa (ISIS- magari pure armata e finanziata tempo fa dagli stessi U.S.A.) oggi sta cambiando la situazione geopolitica in Iraq e in altri stati arabi: è diventata troppo potente per gli interessi americani.
Obama bombarda la Siria con un anno di ritardo; però per potenziare militarmente il regime e non per abbatterlo. È cambiato il “nemico”, non il fine.
E mentre un anno fa Papa Francesco indiceva un’apposita giornata di preghiera per la pace contro l’imminente intervento americano, ora … forse tacitamente lo approva.
 
L’usa e getta dell’ideologia sociale, commerciale e industriale americana si applica anche in politica.
Basti citare Osama bin Laden: istruito, addestrato, armato e finanziato dagli stessi americani per contrastare gli interessi russi in Afghanistan.
Perché a molti appare chiaro che in ogni situazione politica internazionale degli ultimi decenni gli U.S.A. ci abbiano messo sempre non solo lo zampino, ma pure tutto il corpo della loro potenza economica, portandoli però a dilatare in modo spaventoso il loro Debito sovrano. Più che a triplicarlo nell’ultimo decennio.
 
Nel mondo non vi sono solo le guerre che tutti conosciamo, ma pure molte altre dimenticate dai media e da tutti. Non per caso quelle dimenticate non attraggono l’interesse economico, perciò pure militare, delle potenze occidentali, quindi degli U.S.A. e dell’Ue.
Il mondo attuale si basa unicamente sull’interesse, perciò sul guadagno pratico che una determinata situazione può dare all’economia. Basti pensare anche solo agli interessi economici e commerciali che ruotano attorno agli F35.
Se si distrugge con una guerra, prima si fanno affari con le armi, poi con la ricostruzione e la sudditanza che quel popolo deve all’“invasore/liberatore”. Ovviamente solo se ha delle ricchezze da poter dare o concedere.
 
Un Papa è l’emblema dell’idealismo puro.
Che questo poi sia trascendente e basato sul totem quello è un altro discorso. Infatti, i fedeli sono per lo più mentalisti di turno.
Molti politici inseguono lo stesso idealismo, guardandosi bene però dal renderlo Logico, perciò non interessato.
L’idealismo di per sé è un semplice postulato da cui in modo trascendente si fa poi derivare tutto. Ma, come tutti i postulati ideologici si basa solo su delle supposizioni (teoremi) che nella realtà si scontrano con le esigenze di ogni giorno.
Pure i Vangeli sono concisi e sommari discorsi idealistici, anche se poi il totem Croce pare giustificarli tutti.
Curiosamente pure il Comunismo professa gli stessi ideali, anche se sostituisce al concetto Carità/Amore quello di Uguaglianza/Giustizia.
 
Va però annotato che all’atto pratico il Comunismo è ormai una concezione sorpassata, proprio come il Cristianesimo perde ogni giorno smalto, quasi “catacombazzandosi” nella società occidentale.
Nessuno potrà mai dimostrare materialmente che i privilegi concessi a un Papa o a un Capo di stato di una qualsiasi repubblica socialista (comunista) siano identici e uguali a quelli di un comune credente o cittadino.
Dove sta la differenza? Nel concetto trascendente che proviene dal simbolo/totem a cui tutti guardano succubi e al quale concedono un potere/proprietà (pure decisionale) che nella realtà originaria questo non aveva.
Non a caso il concetto di dio è superiore a quello dell’uomo.
 
I Vangeli raccontano che Gesù invitava a offrire l’altra guancia a chi ti avesse percosso. Ovviamente nessun teologo è in grado di aggiungere con certezza cosa sia giusto o ingiusto fare dopo la seconda percossa.
I Vangeli tacciono in ciò sia per un motivo valido che per un altro conseguente. Il primo consiste nel fatto che Gesù – secondo gli evangelisti – non sia andato oltre questa sua affermazione; il secondo nel fatto che pure lui, forse, non sapeva cosa si dovesse fare.
Infatti – secondo i Vangeli – offrì sé stesso morendo in croce. Poi resuscitò, ma … ascese in cielo ed evitò la terza percossa.
Va comunque annotato che il potere spirituale di Gesù in terra era in contrasto col potere religioso dei potentati di allora. Al di là del giusto o dell’ingiusto, era in guerra con quelli che lo detenevano, tanto da contrastare con la sua predicazione il loro carisma secolare.
Traducendo in poche parole: era in guerra con scribi, farisei e sommi pontefici. Perse la guerra e finì in croce perché il suo potere sulle masse, nonostante i supposti e declamati miracoli, non fu sufficiente a evitargli la morte.
E, stranamente, il potere portava con sé interessi economici non indifferenti pure a quei tempi, basato soprattutto sulla decima, occulta e palese tassa mosaica in favore del Tempio.
 
In passato, anche recente, abbiamo avuto papi che han promosso guerre più o meno giuste o ingiuste. Basti citare le Crociate su tutte. E, ultimamente, pure un papa che invocò un determinato intervento armato contro una parte in conflitto. Forse pure anche per questo poi lo fecero … “santo”.
Intervenire a favore di qualcuno significa schierarsi per i suoi diritti e interessi; ne consegue che ci si schiera apertamente in guerra contro altri, quando parte degli interessi (ragioni) diventano pure i propri.
Non sempre l’intervento può essere diretto; molto spesso è anche indiretto: io ti finanzio, ti addestro, ti armo, ti sostengo economicamente e politicamente e tu combatti anche per me.
La storia recente è piena di questi interventi spesso spuri: le sanzioni per l’Ucraina, la vendita di armi ai Curdi contro l’ISIS, la lunga guerra per procura che Saddam Hussein combatté per gli americani contro gli iracheni nelle paludi intorno a Bassora. Oppure le guerre attuali solo dal cielo, fatte con cacciabombardieri, missili e droni.
 
La Chiesa è una potenza economico/finanziaria mondiale, dietro alla quale ruotano molti interessi.
Stando ai teologi la Chiesa è guidata e sostenuta dallo Pneuma, il quale investe (guida) con la sua Sapienza papi, cardinali e vescovi. Tutti costoro, nella Chiesa cattolica, sono poi nominati dal papa, che opera quale strumento umano dello Pneuma.
L’infallibilità è comunque precaria, se tutti gli ultimi papi si sono prodigati a chiedere pubblicamente scusa per i peccati passati.
Per infallibilità, ovviamente, si intende l’operato umano e non un qualsiasi e indimostrabile dogma di fede, al quale uno può credere, oppure solo … sorridere.
I palesi, attuali e clamorosi casi di pedofilia ecclesiastica – che per inciso esiste ovunque e non solo nella chiesa - soprattutto di porporati, mettono in evidenza o l’inesistenza dello Pneuma nello sceglierli, oppure la caducità della tesi dell’infallibilità, pur considerando la diversità di concetto esistente tra “Chiesa” e “chiesa”, proprio perché la loro nomina si basa sul postulato dell’illuminazione (scelta diretta) divina.
Pure Giuda Iscariota venne scelto da Gesù (Dio); ma quello aveva un compito (divino) del Padre da espletare: tradire il Figlio. Usando un paradosso: era lo strumento (capro espiatorio) del redentivo progetto millenario voluto e stabilito da Dio, onde addossare all’uomo (come ad Adamo) la colpa del proprio volere.
 
Pure l’Economia è un’ideologia teorica che spazia dal politico al sociale. Infatti, non vi sono 2 economisti che condividano appieno una determinata teoria.
Pure lo statalismo keynesiano ebbe i suoi limiti, tanto che la crisi del ’29 finì soprattutto grazie alla seconda guerra mondiale. Basti ricordare la Germania, che si risollevò dal disastro del primo conflitto mondiale con il poderoso progetto hitleriano basato sull’industria pesante (riarmo), risolvendo così disoccupazione e crisi economica.
Rispolverata e corretta da molti economisti per l’attuale crisi, la teoria keynesiana non è stato comunque capace di risollevare la situazione economica e finanziaria del globo. Ovviamente non per colpa del Keynes, che la elaborò in un particolare contesto storico e per ben altri motivi.
 
La Bibbia racconta di Terra promessa e di guerre.
È interessante notare che la promessa di Dio di una terra al suo popolo coincide con una guerra sanguinaria (si trucidavano tutti gli uomini) contro i popoli che la abitavano, dopo l’esodo egizio.
Chiedersi se fosse giusta – e non una follia – sarebbe un paradosso retorico, considerato che l’iroso dio canaanita era assai diverso teologicamente da quello attuale cristiano.
Forse il “divenire” divino, con il Figlio e lo Pneuma, ha portato l’uomo teologo a variare gradualmente l’inerente concetto della sua reale essenza teorica, ponendo questa relativa conoscenza teologica in contrasto con il concetto della guerra e relegando il giusto o l’ingiusto bellico nel confine individuale.
Val però la pena sottolineare il mentalismo fideista o ideologico politico dell’essere schierati, tipico del “popolo arcobaleno” che s’è poi vaporizzato nel nulla.
 
Nella teologia e nella dottrina cristiana un tempo veniva considerata giusta solo la guerra di difesa; e in base a questa concezione era lecito distruggere, ammazzare, contrattaccare e occupare.
Ora questo concetto s’è sfuocato nel sociale; perché, forse, il giusto è l’ingiusto è ciò che crea “spettacolo”, quindi business per i media e per le parti in causa.
Le decapitazioni dell’ISIS da una parte, gli attacchi mirati israeliani dall’altra, la guerra dal cielo americana (più o meno con armi “intelligenti”) e le sanzioni e contro sanzioni russo/occidentali fanno parte d’uno spettacolo (gioco politico) inglorioso che attrae – magari creando orrore e nello stesso tempo famelica curiosità di sangue versato - le masse schierate.
Perché è ovvio che se nessuno bramasse guardare in modo ossessivo i vari videoclips delle decapitazioni operate da alcuni miliziani ISIS, queste perderebbero totalmente il loro interesse politico e mediatico al quale i miliziani puntano. Diventerebbero nella realtà un semplice e inutile sanguinario atto individuale dello stesso miliziano.
 
Un detto sapienziale afferma: mal che si vuole non duole.
Infatti, per paradosso, non “duole” a chi per interessi economici o politici si trova poi senza testa, a chi si serve di aerei e cloni per sprecare ingenti risorse finanziarie per distruggere la controparte, a chi con le sanzioni economiche e politiche lede gli interessi d’affari e commerciali di molte aziende, creando inevitabilmente crisi aziendali e occupazionali.
La crisi del ’29 sfociò poi - quasi indirettamente, ma non affatto casualmente – nella seconda guerra mondiale. Era una crisi prodotta da un’eccedenza di prodotti agricoli; mentre questa è stata prodotta da un “eccedenza” e da un uso spropositato e improprio di prodotti finanziari artificiosi e taroccati. In poche parole: la finanza creativa.
 
Renzi, da dilettante boyscout, cerca di dimenarsi nella palude di problemi molto più grandi della sua capacità culturale e conoscitiva, pur se affiancato da altri.
È in guerra con il popolo Pd (gli iscritti e non chi lo ha voluto artificiosamente e interessatamente segretario), tanto da perderne oltre 400 mila in un solo anno, con la minoranza del partito (che, in effetti, sarebbe poi la maggioranza reale), con altre forze politiche, con imprenditori, sindacati e non ultima, ma pure basilare, con una parte della dirigenza ecclesiastica.
Nonostante ciò, seguendo un malvezzo politico non solo italiano, trova il tempo d’essere sempre a zonzo a spese del contribuente, come se i problemi di casa non fossero sufficienti a tenerlo occupato.
 
Per fare la guerra non c’è bisogno d’imbracciare un’arma.
Sempre secondo un detto sapienziale: ne uccide più la lingua della spada.
La lingua dell’economia è spesso l’arma che oltre a determinare guerre materiali si serve della finanza per farla, con il massiccio ausilio dei media, pronti a giustificare tutto con il loro bombardamento mediatico.
Oggi non è tanto il business annuale di bilancio di società e stati che determina il corso economico, ma il “quanto perde l’altro più di me” per diventare mio succube. In questo modo si dilapidano ingenti ricchezze di tutti, vanificando il lavoro e il risparmio di decenni. L’esplosione dei Debiti sovrani è l’inevitabile conseguenza diretta.
Relativamente ai Debiti, val la pena ricordare che prima la crisi era causata dalle banche, in stato fallimentare senza gli imponenti finanziamenti pubblici Ue, Bce e nazionali.
Poi, in concomitanza con l’avvento di Monti (2012), grazie ad un imponente battage mediatico, affiancato da ingenti e massicci attacchi speculativi allo spread di alcune nazioni, gli imputati sono diventati i Debiti sovrani.
Perché l’imputato della crisi fu cambiato nel soggetto? Perché senza il nuovo capro espiatorio non si sarebbero potute imporre quelle manovre (tasse e tagli) che, di fatto, hanno poi strangolato tutta l’economia.
Cui prodest? Al progetto politico globalizzato che porterà inevitabilmente nel tempo alla riduzione di salari, per assottigliare il divario esistente con la manodopera dei paesi emergenti, dove il lavoratore è un Numero produttivo e non una Persona.
Infatti, sotto la battaglia in Italia sull’Art. 18 sta proprio questo.
Prima si crea crisi e conseguente disoccupazione; poi si riducono i salari. Non potendo svalutare la moneta (€), si polverizzano i redditi.
 
È una guerra palese, e nello stesso tempo sotterranea, che si combatte a cielo aperto, facendo come gli struzzi per non vederla; salvo poi scandalizzarsi e inorridirsi davanti ad alcune teste che cadono.
Durante la Rivoluzione francese le teste rotolavano a decine ogni giorno sotto la lama della ghigliottina e il popolo correva assetato a godersi lo spettacolo, ammantato da motivazioni di giustizia sociale.
All’estero – compresa la Chiesa – tutti si arrabattavano per impedire che quella svolta basata su Liberté, Légalité, Fraternité contagiasse i propri domini, coalizzandosi per contrastare la nuova repubblica, a quei tempi una vera innovazione sociale.
La Rivoluzione francese nacque pure essa da una grave crisi economica, che vedeva il popolo affamato, mentre la nobiltà gozzovigliava e dilapidava. Famosa ed emblematica a tal proposito la frase di Maria Antonietta: Non hanno pane? Mangino brioche!
Ne seguì a livello internazionale un lungo periodo bellico, intramezzato da guerre di difesa e di conquista. Mentre, in Francia, repubblica e restaurazione tendevano a sovrapporsi con dittature più o meno palesi.
 
La crisi prodotta dai prodotti finanziari ha creato una turbolenza economica, poi politica e infine sociale. Grazie alla globalizzazione ha contagiato tutto il globo, creando un fertile terreno per inquietudini sociali e guerre localizzate geograficamente, ma internazionalizzate dagli eventi politici.
Affermare che il mondo è in mano a degli idioti sprovveduti sarebbe solo un paradosso discorsivo. Dire, invece, che gli interessi economici e finanziari ne sono la causa è abbastanza ragionevole.
Nel 2012 fu assegnato il Nobel per la Pace all’Ue, dimenticando le guerre indirette che l’occidente produceva. Poco prima, nel 2009, lo stesso Nobel era stato assegnato a Obama con similari affermazioni.
Tutto ciò nonostante Ue e U.S.A. abbiano esportato altrove le guerre, impegnate continuamente con proprie truppe a “diffondere” con la forza delle armi la loro democrazia.
Risultato pratico di tutta la vicenda è che Obama debba essere considerato il Presidente americano più guerrafondaio di tutti i tempi. Come molti altri capi di Stato promette da una parte e fa l’opposto dall’altra.
 
Bush condiva i suoi discorsi giustificativi chiamando in causa Dio. Il Papa lo chiama in causa contro (o pro) la guerra.
Il concetto di Dio, però, è un postulato teorico immanente del ragionamento umano, che serve a giustificare un discorso trascendente (postulati derivati: anima, coscienza, giustizia … democrazia), perciò idealistico.
Proprio come molto spesso la giustizia motiva la guerra, oppure la legalità la dittatura.
Ma se Dio cacciò, secondo la Genesi (mitologia sacra), Adamo (umanità) dal Paradiso terrestre per il suo Peccato originale – condannandolo, di fatto, alla morte corporale e non a quella eterna (i padri della Chiesa lo considerano santo) -, anziché prendersela con Sé stesso per non avergli dato nella creazione la conoscenza atta a non peccare, la guerra è già insita nello stesso concetto di Dio.
Prima, infatti, guerreggiò con Lucifero (relegandolo agli Inferi), poi se la prese con l’uomo cacciandolo, infine con il suo stesso Popolo eletto e l’umanità (diluvio, torre di Babele, Sodoma e Gomorra e … il giudizio universale finale).
Se ne deduce che la sua creatura per antonomasia – lo creò simile a Sé – compia gli stessi atti (o sbagli) del suo creatore.
Gli stessi dei ellenici guerreggiavano spesso tra loro sull’Olimpo per interessi personali, schierandosi poi da una parte o dall’altra nelle guerre umane terrene (Omero).
Proprio come il Cristianesimo nel corso dei secoli ora condannò e ora giustificò le guerre, secondo gli interessi di parte. Magari benedicendo le armi avverse su sponde opposte.
 
L’interesse crea l’economia di uno stato. L’economia crea la politica, perciò lo schierarsi da una parte o dall’altra per ottenere i maggiori benefici possibili.
Se ne deduce che la guerra e la pace siano il frutto di un processo economico e politico, che, in base alla sua intensità d’interesse, possa generare larvate guerre (contrapposizioni) sociali, oppure aperti e sanguinosi scontri bellici atti a concedere al più forte la supremazia sulla parte avversa.
La prima legge della giungla è quella della forza. E la forza della società è quella dell’economia i cui bracci armati sono la politica e la finanza.
 
 

 

mercoledì 10 settembre 2014

Crescita, Debito sovrano e i falsi problemi di politica economica.


Draghi, alla Bce, ha ridotto ulteriormente il costo del danaro e i Mercati hanno reagito positivamente nella giornata; forse perché gli stessi mercati sono, in effetti, quelli che da questa liquidità a costo quasi zero (0,05%) trarranno i benefici maggiori.
Ben diversa è invece la prospettiva dell’economia reale che, oltre a languire, manifesta gravi problemi di deflazione.
Pur con molto ritardo la Bce si è incamminata verso una politica sempre più marcata di Quantitative Easing (QE), seguendo l’esempio americano che da inizio crisi ha permesso all’economia stelle e strisce di non affondare, come invece a fatto quella del vecchio continente seguendo la linea della sola austerità. Produrrà abbondante monetarismo, sia immettendo grande liquidità nel sistema finanziario, sia acquistando Titoli sovrani, specie dei paesi in difficoltà.
Il Giappone negli anni ’90 ha fatto scuola in questo senso. Ha mantenuto invero l’economia in linea di galleggiamento, ma è bene sottolineare che ha dilatato in 5 lustri il proprio Debito sovrano a quasi il 300% del proprio Pil.
Ne consegue che tutte le economie che s’incamminano su questa strada, avendo l’ossessione della Crescita per reggere i costi dei propri apparati, si ritrovino prima o poi in … brache … rotte di tela.
Con l’era Bush junior e Obama il Debito americano ha raggiunto il 150% del proprio Pil, quello italiano lo tallona al 140% ormai e le altre economie, compresa quella tedesca, seguono a ruota.
Tutte le maggiori economie mondiali – Cina e India comprese – stanno dilatando il proprio Debito.
 
In Economia non vi è nulla di scontato perché l’essenza dei bilanci a lungo andare si riduce a tre soli fattori: entrate, uscite, utile di esercizio (positivo o negativo).
Qualsiasi ente o azienda non può reggere a lungo una perdita se non con il beneplacito consenso dei propri creditori. Che in economia politica corrispondono a: finanziarie e privati.
Se il Giappone riesce a non fallire, con il debito che si ritrova, è perché il suo Popolo lo finanzia senza alcuna remora. Infatti, il Debito del sol levante è quasi interamente in mani nazionali.
Traendone le considerazioni, seguendo una perfetta Logica filosofica a carattere di politica economica, si giungerebbe alla strana (assurda) conclusione che, in effetti, il Giappone è fallito, ma che tutti, finanziatori compresi, fanno finta di non accorgersene.
Perché? Perché l’ammetterlo significherebbe riconoscere che pure gli stessi finanziatori sono falliti, giacché il loro credito verso lo stato è diventato in realtà inesigibile. Si regge unicamente sul continuo rifinanziamento di quel Debito. Mai si potrà in breve tempo chiudere la pendenza creditoria. Ci vorrebbero secoli di sani bilanci.
Vi è la possibilità in economia di poter chiudere un debito? Certo: solo producendo utili in grado di ripianarlo. Ma se gli eventuali utili sono fagocitati dall’aumento continuo del Debito, se ne deduce che qualsiasi Crescita – grande o piccola che sia - sia di per sé stessa la causa dell’aumento del Debito stesso.
Perché? Perché la crescita è fittizia e basata solo sull’aumento del Pil. In pratica non tiene in nessun conto la redditività reale dell’investimento, ma è impostata solo sul volume d’affari complessivo prodotto dal prodotto interno lordo. Non si fonda sulla ricchezza, bensì sud debito!
Il rapporto degenerante è imperniato, perciò, sul fattore di bilanciamento in percentuale tra Debito e Pil. Se crescono entrambi il rapporto può restare anche prossimo al rapporto dell’anno precedente, creando l’illusione che le cose stiano andando bene.
Esempio pratico per il profano: a) poniamo Pil a 1.000 e Debito a 2.000 – rapporto 100%; b) anno seguente: Pil a 1.100 (con incremento 10% - utopistico -), Debito a 2.200, rapporto 100%.
Tuttavia la nudità disarmante di questi numeri indica solamente che il Debito si è incrementato di altre 200 unità, raddoppiando lo stesso incremento del Pil, pur mantenendo la stessa percentuale di rapporto.
Se ne consegue che lo Stato interessato sia su una via economica fallimentare. Per dirla crudamente: di fatto, è già fallito.
Poniamo ora nell’anno seguente: c) Pil a 1.100, Debito 2.090, rapporto 90%.
Ne consegue, anche sulla base di quest’ultima ipotesi, che pur riducendo il rapporto stesso, anche fino al 90%, il debito continui ad incrementarsi, nonostante una crescita del 10% del Pil.
La risposta è semplice a questa considerazione: il Pil è lordo e pur con percentuale d’incremento a 2 cifre non è in grado di reggere la spesa.
Spesa che può essere dovuta o a costi o a investimenti. Investimenti che però non sono in grado di reggere comunque i costi. Perciò di ridurre non la percentuale di rapporto, ma l’ammontare complessivo del Debito.
 
Nel dopoguerra l’Italia iniziò a fare dei sostanziali investimenti strutturali.
Tra questi l’A1 da Milano a Napoli. Fu costruita in 9 anni, con una media di circa 99 km all’anno.
Quest’arteria era tuttavia necessaria al paese, sia per ammodernarlo sia per renderlo efficiente.
Allora si facevano opere necessarie alla crescita del paese.
Ora si è costruita la BreBeMi tra Brescia e Milano, nonostante ci sia già, anche più breve nel tracciato, la funzionale e scorrevole A4.
Quest’opera (finora deserta) dai costi rilevanti – a mio modesto parere – non serviva affatto al paese, ma solo per incrementare il lavoro, cioè a far crescere il Pil e il bilancio dei soliti costruttori, che, guarda caso, sono poi spesso i finanziatori o dei partiti o di importanti esponenti di partito.
Non a caso i finanziatori del rottamatore Renzi ora occupano importante cariche dirigenziali.
L’attuale linea economica della Bce dovrebbe essere funzionale alle aziende. Il costo del danaro si è ridotto ai valori Usa e giapponesi, ma non sarà sufficiente a far ripartire il paese.
Il motivo è semplice: ad un costo Bce prossimo allo zero si contrappone il tasso bancario nazionale, che fa pagare alle aziende tassi minimi dal 5% in su (rapporto minimo: 1.000%).
Con questa disparità da usura non si andrà da nessuna parte.
Questo Governo, specie con il suo Premier, è svelto in ciance; ma, finora, inesistente in opere.
Ai più, specie all’estero, pare il governo dei “bamboccioni e dei bambinoni”[1], se pure Barroso a Cernobbio ne declama (diplomaticamente) l’inefficienza assoluta.
Molti esponenti di importanti vertici tedeschi hanno già più volte alzato la voce, mentre quotate testate internazionali, dopo un primo tempo di attesa, ora si schierano contro questo esecutivo.
Non è tuttavia la supposta incapacità del pretenzioso Renzi e dei suoi giovani ministri a negare una valida prospettiva al paese, bensì il fatto che nella politica italiana non vi siano personalità capaci e adatte a far risorgere l’economia nazionale, senza zavorrarla ulteriormente con il Debito pubblico.
Renzi è cresciuto nell’orto dell’incuria progettuale politica.
Dichiara di voler assumere 145.000 precari della scuola nel 2015, scordandosi nello stesso tempo d’affermare che il personale statale deve essere snellito.
Trovi una logica per sé, se vuol avere credibilità, più che per chi l’ha votato direttamente o indirettamente.
In ambito Ue vi è la perenne diatriba tra stati su come allentare i limiti di bilancio, dimenticando, di fatto, il Fiscal compact.
Perché se gli investimenti per crescere incrementeranno ulteriormente – come vorrebbe Renzi – il Debito sovrano e il Pil, allora la via della decadenza economica assoluta verso il fallimento sarà inevitabile.
Ovviamente una via alternativa al disastro c’è.
Si chiama: produrre utili, e con questi ricchezza e occupazione, iniziando a ridurre l’ammontare reale del Debito sovrano.
La Crescita la si fa sulla capacità di produrre ricchezza, perché la ricchezza è l’unica in grado di ridurre il Debito.
Diversamente, inseguendo il rapporto Debito/Pil, si produrranno solo altri guai.
Perché, in sostanza, oggi si insegue la crescita del Pil come se fosse la panacea di ogni male, aumentando (quando va bene) con questo pure il Debito. Tutti se la godono beati pensando che sia tutto rose e fiori, mentre con l’ignoranza di politica economica si continuano a ripetere gli stessi errori che ci hanno condotto a questa gravissima, e non ancora sufficientemente compresa, recessione, preludio allo sconquasso finale.



[1] - Citazione tratta da una mail privata, giuntami da un’importante funzionario d’uno stato dell’Ue. L’ho tradotta in italiano, benché giuntami in lingua estera.

mercoledì 9 luglio 2014

I convegni del … nulla.


 

Già tempo fa m’interessai dei periodici Convegni Ue dei Capi di Stato, definendoli – concisamente – un inutile spreco di risorse per 2 motivi.
La prima di questione economica, per il costo che l’inevitabile codazzo di uomini e mezzi comporta in simili occasioni per ovvie ragioni logistiche e di sicurezza, proprio nell’era della digitalizzazione informatica che permette videoconferenze tra i vari soggetti interessati senza che questi si muovano dalla propria sede di un solo metro.
La seconda di carattere politico, perché al di là dei trionfalistici – e inutili – comunicati finali sui risultati raggiunti, questi “proclami”, nel reale contenuto e significato dell’asettico comunicato, indicano in sostanza sia l’inutilità di questi convegni, sia il fallimento degli stessi, con annessa incapacità di gestire le questioni e la crisi.
Nulla di strano, quindi, se pure anche quello appena avvenuto non sia sfuggito alla stessa regola.
 
Chi ha buona memoria, e pensa con la testa propria e non con il mentalismo mediatico o del premier di turno, avrà ben presente che nelle varie conferenze stampa tutti – e dico tutti – i premier italiani hanno inanellato uno dietro l’altro i risultati raggiunti, come se questi risultati fossero delle pietre miliari per la politica italiana.
In effetti, questi risultati in pratica non sono mai esistiti e, al contrario, sono stati spesso dei diktat che abbiamo dovuto subire in primis dalla Merkel. Non solo: gli ultimi premier del Governo italiano sono stati … voluti e nominati … all’estero in modo indiretto.
E, caso strano, la stessa sorte ha subito sia la Grecia sia il Portogallo, gli altri 2 paesi massacrati economicamente dai diktat Ue.
 
Monti affermava che con la sua credibilità carismatica s’era salvato l’Italia dal baratro e dal finire come la Grecia. E appunto perché lui era credibile in ambito Ue ottenevamo (secondo lui) concessioni e benefici.
Va da sé che abbia strangolato tutta l’economia italiana, portando gradualmente la disoccupazione verso il 15% ufficiale; perché, volenti o nolenti, abbiamo circa più di un decimo delle persone in età lavorativa disoccupate.
I fallimenti delle aziende non hanno mai raggiunto, dal dopoguerra, una percentuale e una quantità così alta; mentre oltre 110 mila imprese hanno chiuso i battenti, creando circa 1,5 milioni di nuovi disoccupati. Ufficialmente abbiamo circa 3,3 mln di disoccupati, ai quali vanno aggiunti quelli non ufficiali o con reddito miserevole o in Cig; sommando ai quali i circa 3,5 mln di dipendenti pubblici, gli oltre 16 mln di pensionati e gli 8 mln studenti, ben si capisce come faccia poi una nazione a sostenersi economicamente. Se poi si aggiungono a queste categorie le casalinghe e gli infanti, si giunge alla tragica conclusione che il vero peso produttivo di tutta la nazione cada su circa il 35% dei cittadini.
Certo, il Pil somma tutti gli emolumenti percepiti. Tuttavia la stragrande maggioranza di questi emolumenti sono a carico dello Stato, direttamente (dipendenti) o indirettamente (Inps: pensionati).
 
Letta, dal canto suo, vantava la sua alta considerazione nelle cancellerie internazionali, tanto che, come diceva, veniva considerato uno con le palle di acciaio. Tuttavia l’acciaio è una lega pesante, tanto da affondarlo nel mare tumultuoso e burrascoso del Pd, proprio da chi continuava – a parole – a gridare la sua fedeltà al Governo: Renzi.
Il suo mandato come premier ha seguito la falsariga finanziaria montiana, tanto da affossare ulteriormente l’economia italiana.
 
Ora vi è Renzi - esaltato “novello dittatore” della Repubblica Italiana, secondo la considerazione della minoranza Pd - pronto e svelto in ciance e in promesse, senza però, finora, aver combinato nulla di nuovo.
Ai suoi predecessori, che vedevamo la ripresa dietro l’angolo – per Monti forse quello in … Sudafrica; per Letta già timidamente in atto per un miserevole 0,1% in un mese – contrappone il suo mantra: non siamo ancora fuori della crisi. Il che è innegabilmente vero, come è vero che con qualsiasi riforma di Camera e Senato non si creerà un solo nuovo posto di lavoro, come l’eventuale nuova assunzione nella pubblica amministrazione di 15.000 giovani – ammesso che ciò avvenga – non risolverà affatto l’altissima percentuale di disoccupazione interna, non riducendo neppure il mastodontico apparato statale di dipendenti se non di miserevoli 45.000 unità, ammesso che i soggetti interessati accettino di andare in quiescenza a metà stipendio.
Molti possono ritenere che il poco è sempre meglio di niente. È ovvio sottolineare che con questi numeri Renzi non porterà affatto la disoccupazione a una sola cifra (perciò sotto il 10%) - come in una sparata populista ha affermato -; salvo poi nel Def economico dichiarare che questa verrà ridotta al 12% entro il 2017.
Campa cavallo che l’erba la cresce.
La stessa cosa vale per le “sue” riforme, per le quali ora ha chiesto 1.000 giorni di tempo contro l’una al mese che trionfalisticamente aveva all’inizio del suo mandato dichiarato.
 
Secondo Renzi la posizione italiana al recente vertice Ue ha ottenuto una grande vittoria che, sinceramente, mi è impossibile vedere, anche perché le regole sono sempre inalterate, mentre il nostro Debito sovrano cresce inesorabilmente e viaggia sui 2.200 mld. In pratica intorno al 140% del Pil.
Perciò, ammesso che la Commissione Ue conceda una deroga al pareggio di bilancio e nonostante che l’anomalo – secondo i tedeschi - operato di Draghi alla Bce abbia ridotto notevolmente il monte interessi sui Titoli sovrani nazionali, sarà molto difficile avere risorse disponibili per rilanciare l’economia.
Squinzi afferma che l’Italia non sta più sul baratro, anche perché forse, sul bordo non ci sta più, ma c’è … caduta dentro. Infatti, le aziende continuano a chiudere e a fallire e la disoccupazione cresce.
 
Elencare tutte le promesse inattuate di Renzi sarebbe facile, come è facile prevedere che la copertura una tantum trovata quest’anno per gli 80 € “elettorali” - non è forse voto di scambio? – nel 2015 imporranno una manovra di almeno 20 mld di €, quasi uguale a quella capestro di Monti. Senza calcolare che con le nuove tasse, proprie e improprie del governo Renzi, la tassazione ha raggiunto un record storico nazionale mai toccato dall’inizio del Regno d’Italia, perciò non solo della Repubblica. Record che ci pone tra i 28 Paesi Ue all’invidiabile primo posto.
Ci si affida ad un’auspicata flebile ripresa, che però gli enti interessati alla previsione correggono continuamente al ribasso. Perciò, se i prossimi mesi saranno a Pil prossimo allo zero o leggermente negativo, una manovra correttiva sarà forzatamente necessaria già in autunno.
 
L’Ue, per accontentare tutti nei comunicati finali, punta alla flessibilità (???) sui bilanci, ricorrendo agli strumenti già previsti nei trattati.
Ciò significa che nulla cambierà.
Renzi, perciò, può benissimo dichiarare fiero i grandi risultati ottenuti.
Salvo poi, nel  suo discorso al Parlamento Ue, tornare alla carica sulla tematica, per vedersi subito “sbertucciato” dal capogruppo Ppe Manfred Weber e, poco dopo, anche dal governatore della Bundesbank Jens Weidmann. Non a caso entrambi tedeschi.
Perché, in effetti, condivido le preoccupazioni tedesche (anche se interessate) riassumibili in: dove Renzi prenderà i soldi considerato il costo dell’apparato statale e l’ingente Debito sovrano che l’Italia ha?
Sforare il debito è facile, magari aggiungendo altri 100/150 mld nel tentativo di rilanciare i consumi e abbassando l’imposizione fiscale. Però, se la ripresa probabilmente sarà comunque lenta e inefficace, ci ritroveremmo con un’Italia ulteriormente zavorrata e sempre più malata, buttando alle ortiche tutti i sacrifici – più o meno giustamente – fatti.
 
L’amletico dilemma è: come rilanciare il Pil e con questo la crescita?
Abolendo il Senato o facendo altre riforme inutili ai fini macroeconomici e adatte solo a garantire il potere ad un certo gruppo dirigente a scapito della democrazia popolare?
Oppure  snellendo drasticamente il mastodontico apparato statale, creando ancora almeno un altro milione di disoccupati o di pensionati?
Oppure  sforando il bilancio per ridurre la tassazione diretta e indiretta?
 
Credo che in Italia, ma pure in  Ue, non vi sia una ricetta utile a risolvere il problema della disoccupazione, perché se la disoccupazione esiste è perché manca il lavoro e non vi è più interesse a fare Impresa.
Negli ultimi decenni, infatti, con la Legge Amato che parificava le banche commerciali a quelle d’affari si è creato il presupposto dell’attuale crisi, seguendo l’esempio americano che, non per nulla, è stato l’origine della crisi globale.
I pratica si è stabilito che non era più conveniente investire nel Lavoro, ma che fosse molto più redditizio investire nel finanziario, perciò nell’aleatorio (Derivati).
Non si è capito – o non si è voluto capire, ignorandolo – che non vi può essere per molto Finanza senza Impresa, perché viene a mancare il valore vero e reale della Produttività, la sola in grado di creare Reddito e Lavoro.
 
Una delle leggi e delle riforme oggi necessarie – in pratica la principale – è quella di poter finanziare le imprese manifatturiere a costi bassi, agendo per legge sui tassi: stabilendo un tasso di usura invalicabile.
La Bce di Draghi offre alle banche danaro allo 0,15%, vincolandolo al finanziamento delle aziende. Quindi le risorse sono già disponibili.
Però le aziende si trovano a sostenere poi tassi alti nella forbice 5%-10%, che con le aggiunte dei vari oneri e balzelli possono raggiungere in certi casi anche il 15%. Un costo impossibile da sopportare – oggi – nel fare impresa.
Perciò, se Renzi vuole effettivamente fare le riforme e rilanciare la crescita, stabilisca in comunione con l’Ue dei tassi usura per le banche, senza i quali mai ci sarà voglia e spirito di impresa.
Si fa impresa solo se vi è convenienza e utilità,  mai se costrizione e perdita.
 
Con l’aumento dell’imposta sulle rendite finanziare al 26% il governo Renzi va nella direzione opposta a quella di favorire l’impresa, creando un ulteriore baratro tra redditi di Titoli sovrani e redditi da impresa. In pratica, considerata la tassazione doppia, sottraendo i capitali necessari alle aziende, specie a quelle quotate al Mercato che per varie ragioni sono costrette a rafforzare la capitalizzazione per far fronte ai danni della crisi.
Si tolgono risorse al lavoro per darle al Debito.
 
Avere un’Ue nominale non serve a nessuno; e prima o poi si giungerà alla sua disgregazione, perché non basta la moneta Euro a fare il collante tra 28 Stati.
Servono regole uniformi sovranazionali che prevedano: un costo (tassazione) del lavoro uguale ovunque, un costo del danaro uguale ovunque, un’imposizione sui redditi uguale ovunque, una ri-localizzazione delle imprese sui territori con un progetto comunitario, in grado di supportare i vari stati nel rendere le imprese soggetti stabili e giuridici del territorio.
Perché senza impresa  non vi è occupazione, senza occupazione non vi è consumo, senza consumo non vi è crescita e sviluppo.
 
I convegni Ue finora sono stati solo passerelle mediatiche per i vari Capi di Stato o di Governo, inutili - o assai marginali - ai fini dell’integrazione comunitaria di tipo federale.
Non hanno affrontato né risolto la crisi, acuendola per lo più nelle nazioni deboli.
Tutti han cercato di difendere le posizioni acquisite, spesso a scapito di quelle altrui. Ciò nonostante i comunicati ufficiali finali.
In pratica si possono definire in modo perfetto i convegni del nulla.
 
Le ultime elezioni comunitarie hanno evidenziato l’avanzata degli euroscettici anche in nazioni – come la Francia – dove la situazione è ben diversa economicamente, anche se non florida.
Si dice che il Pd renziano abbia contrastato questa deriva. In effetti, è il contrario, perché proprio il Pd renziano può essere considerato uno dei partiti maggiormente euroscettici in ambito Ue. Basti citare il suo stesso intervento al Parlamento di Strasburgo  e le sue continue idiosincrasie politiche rispetto alla Germania merkelliana, ad là dei sorrisini di facciata.
Renzi sarà pure diplomaticamente rozzo e con l’istinto autistico del dover essere il gradasso Capitan Fracassa. Tuttavia chi crede nell’Ue non infarcisce i suoi discorsi di frasi pessimistiche sulla fine dell’Ue, anche se condizionate  dai tanti “se”.
Perché a nulla serve scontrarsi rissosamente - come i bulli - con fior di personaggi, che per capacità, ruolo e cultura lo sovrastano nettamente. Anzi, da questi dovrebbe imparare dove e come saper intervenire, perché i moniti sarà pur vero che non arrivano direttamente dal Governo tedesco, ma da via parallele per far capire pure ai sordi l’antifona.
 
Quest’Ue è di là da venire.
La crisi non penso sia finita, perché tale potrà essere considerata solo quando la disoccupazione scenderà ai livelli prossimi ai precedenti.
La disoccupazione salirà ancora almeno fino al 2015, indebolendo ulteriormente territori e popoli. Ciò significa che altre aziende saranno costrette a chiudere.
Con la sola Finanza non si campa, anche perché la crisi attuale ha dimostrato che la speculazione ha dilaniato pure capitali e risorse di tutti gli istituti finanziari, molti dei quali han dovuto correre ai ripari per non fallire, talora pure con gli aiuti dei vari stati.
Relativamente all’Italia mi è impossibile capire come si possano rilanciare crescita e consumi con stipendi di molto inferiori a quelli di altre nazioni sul nostro livello, neppure se elemosinati dagli 80 € mensili – 1.000 o 1.100 non fanno differenza – e da pensioni estremamente basse poco sopra i 500 €.
Se si vuole costruire e mantenere l’Ue  bisogna cambiare passo, sia nei paesi mediterranei sia in quelli nordici.
Perché il rischio reale è che le nazioni siano sempre più commissariate nei propri bilanci, facendo montare quell’avversione popolare che per ora si è solo parzialmente manifestata.