mercoledì 9 luglio 2014

I convegni del … nulla.


 

Già tempo fa m’interessai dei periodici Convegni Ue dei Capi di Stato, definendoli – concisamente – un inutile spreco di risorse per 2 motivi.
La prima di questione economica, per il costo che l’inevitabile codazzo di uomini e mezzi comporta in simili occasioni per ovvie ragioni logistiche e di sicurezza, proprio nell’era della digitalizzazione informatica che permette videoconferenze tra i vari soggetti interessati senza che questi si muovano dalla propria sede di un solo metro.
La seconda di carattere politico, perché al di là dei trionfalistici – e inutili – comunicati finali sui risultati raggiunti, questi “proclami”, nel reale contenuto e significato dell’asettico comunicato, indicano in sostanza sia l’inutilità di questi convegni, sia il fallimento degli stessi, con annessa incapacità di gestire le questioni e la crisi.
Nulla di strano, quindi, se pure anche quello appena avvenuto non sia sfuggito alla stessa regola.
 
Chi ha buona memoria, e pensa con la testa propria e non con il mentalismo mediatico o del premier di turno, avrà ben presente che nelle varie conferenze stampa tutti – e dico tutti – i premier italiani hanno inanellato uno dietro l’altro i risultati raggiunti, come se questi risultati fossero delle pietre miliari per la politica italiana.
In effetti, questi risultati in pratica non sono mai esistiti e, al contrario, sono stati spesso dei diktat che abbiamo dovuto subire in primis dalla Merkel. Non solo: gli ultimi premier del Governo italiano sono stati … voluti e nominati … all’estero in modo indiretto.
E, caso strano, la stessa sorte ha subito sia la Grecia sia il Portogallo, gli altri 2 paesi massacrati economicamente dai diktat Ue.
 
Monti affermava che con la sua credibilità carismatica s’era salvato l’Italia dal baratro e dal finire come la Grecia. E appunto perché lui era credibile in ambito Ue ottenevamo (secondo lui) concessioni e benefici.
Va da sé che abbia strangolato tutta l’economia italiana, portando gradualmente la disoccupazione verso il 15% ufficiale; perché, volenti o nolenti, abbiamo circa più di un decimo delle persone in età lavorativa disoccupate.
I fallimenti delle aziende non hanno mai raggiunto, dal dopoguerra, una percentuale e una quantità così alta; mentre oltre 110 mila imprese hanno chiuso i battenti, creando circa 1,5 milioni di nuovi disoccupati. Ufficialmente abbiamo circa 3,3 mln di disoccupati, ai quali vanno aggiunti quelli non ufficiali o con reddito miserevole o in Cig; sommando ai quali i circa 3,5 mln di dipendenti pubblici, gli oltre 16 mln di pensionati e gli 8 mln studenti, ben si capisce come faccia poi una nazione a sostenersi economicamente. Se poi si aggiungono a queste categorie le casalinghe e gli infanti, si giunge alla tragica conclusione che il vero peso produttivo di tutta la nazione cada su circa il 35% dei cittadini.
Certo, il Pil somma tutti gli emolumenti percepiti. Tuttavia la stragrande maggioranza di questi emolumenti sono a carico dello Stato, direttamente (dipendenti) o indirettamente (Inps: pensionati).
 
Letta, dal canto suo, vantava la sua alta considerazione nelle cancellerie internazionali, tanto che, come diceva, veniva considerato uno con le palle di acciaio. Tuttavia l’acciaio è una lega pesante, tanto da affondarlo nel mare tumultuoso e burrascoso del Pd, proprio da chi continuava – a parole – a gridare la sua fedeltà al Governo: Renzi.
Il suo mandato come premier ha seguito la falsariga finanziaria montiana, tanto da affossare ulteriormente l’economia italiana.
 
Ora vi è Renzi - esaltato “novello dittatore” della Repubblica Italiana, secondo la considerazione della minoranza Pd - pronto e svelto in ciance e in promesse, senza però, finora, aver combinato nulla di nuovo.
Ai suoi predecessori, che vedevamo la ripresa dietro l’angolo – per Monti forse quello in … Sudafrica; per Letta già timidamente in atto per un miserevole 0,1% in un mese – contrappone il suo mantra: non siamo ancora fuori della crisi. Il che è innegabilmente vero, come è vero che con qualsiasi riforma di Camera e Senato non si creerà un solo nuovo posto di lavoro, come l’eventuale nuova assunzione nella pubblica amministrazione di 15.000 giovani – ammesso che ciò avvenga – non risolverà affatto l’altissima percentuale di disoccupazione interna, non riducendo neppure il mastodontico apparato statale di dipendenti se non di miserevoli 45.000 unità, ammesso che i soggetti interessati accettino di andare in quiescenza a metà stipendio.
Molti possono ritenere che il poco è sempre meglio di niente. È ovvio sottolineare che con questi numeri Renzi non porterà affatto la disoccupazione a una sola cifra (perciò sotto il 10%) - come in una sparata populista ha affermato -; salvo poi nel Def economico dichiarare che questa verrà ridotta al 12% entro il 2017.
Campa cavallo che l’erba la cresce.
La stessa cosa vale per le “sue” riforme, per le quali ora ha chiesto 1.000 giorni di tempo contro l’una al mese che trionfalisticamente aveva all’inizio del suo mandato dichiarato.
 
Secondo Renzi la posizione italiana al recente vertice Ue ha ottenuto una grande vittoria che, sinceramente, mi è impossibile vedere, anche perché le regole sono sempre inalterate, mentre il nostro Debito sovrano cresce inesorabilmente e viaggia sui 2.200 mld. In pratica intorno al 140% del Pil.
Perciò, ammesso che la Commissione Ue conceda una deroga al pareggio di bilancio e nonostante che l’anomalo – secondo i tedeschi - operato di Draghi alla Bce abbia ridotto notevolmente il monte interessi sui Titoli sovrani nazionali, sarà molto difficile avere risorse disponibili per rilanciare l’economia.
Squinzi afferma che l’Italia non sta più sul baratro, anche perché forse, sul bordo non ci sta più, ma c’è … caduta dentro. Infatti, le aziende continuano a chiudere e a fallire e la disoccupazione cresce.
 
Elencare tutte le promesse inattuate di Renzi sarebbe facile, come è facile prevedere che la copertura una tantum trovata quest’anno per gli 80 € “elettorali” - non è forse voto di scambio? – nel 2015 imporranno una manovra di almeno 20 mld di €, quasi uguale a quella capestro di Monti. Senza calcolare che con le nuove tasse, proprie e improprie del governo Renzi, la tassazione ha raggiunto un record storico nazionale mai toccato dall’inizio del Regno d’Italia, perciò non solo della Repubblica. Record che ci pone tra i 28 Paesi Ue all’invidiabile primo posto.
Ci si affida ad un’auspicata flebile ripresa, che però gli enti interessati alla previsione correggono continuamente al ribasso. Perciò, se i prossimi mesi saranno a Pil prossimo allo zero o leggermente negativo, una manovra correttiva sarà forzatamente necessaria già in autunno.
 
L’Ue, per accontentare tutti nei comunicati finali, punta alla flessibilità (???) sui bilanci, ricorrendo agli strumenti già previsti nei trattati.
Ciò significa che nulla cambierà.
Renzi, perciò, può benissimo dichiarare fiero i grandi risultati ottenuti.
Salvo poi, nel  suo discorso al Parlamento Ue, tornare alla carica sulla tematica, per vedersi subito “sbertucciato” dal capogruppo Ppe Manfred Weber e, poco dopo, anche dal governatore della Bundesbank Jens Weidmann. Non a caso entrambi tedeschi.
Perché, in effetti, condivido le preoccupazioni tedesche (anche se interessate) riassumibili in: dove Renzi prenderà i soldi considerato il costo dell’apparato statale e l’ingente Debito sovrano che l’Italia ha?
Sforare il debito è facile, magari aggiungendo altri 100/150 mld nel tentativo di rilanciare i consumi e abbassando l’imposizione fiscale. Però, se la ripresa probabilmente sarà comunque lenta e inefficace, ci ritroveremmo con un’Italia ulteriormente zavorrata e sempre più malata, buttando alle ortiche tutti i sacrifici – più o meno giustamente – fatti.
 
L’amletico dilemma è: come rilanciare il Pil e con questo la crescita?
Abolendo il Senato o facendo altre riforme inutili ai fini macroeconomici e adatte solo a garantire il potere ad un certo gruppo dirigente a scapito della democrazia popolare?
Oppure  snellendo drasticamente il mastodontico apparato statale, creando ancora almeno un altro milione di disoccupati o di pensionati?
Oppure  sforando il bilancio per ridurre la tassazione diretta e indiretta?
 
Credo che in Italia, ma pure in  Ue, non vi sia una ricetta utile a risolvere il problema della disoccupazione, perché se la disoccupazione esiste è perché manca il lavoro e non vi è più interesse a fare Impresa.
Negli ultimi decenni, infatti, con la Legge Amato che parificava le banche commerciali a quelle d’affari si è creato il presupposto dell’attuale crisi, seguendo l’esempio americano che, non per nulla, è stato l’origine della crisi globale.
I pratica si è stabilito che non era più conveniente investire nel Lavoro, ma che fosse molto più redditizio investire nel finanziario, perciò nell’aleatorio (Derivati).
Non si è capito – o non si è voluto capire, ignorandolo – che non vi può essere per molto Finanza senza Impresa, perché viene a mancare il valore vero e reale della Produttività, la sola in grado di creare Reddito e Lavoro.
 
Una delle leggi e delle riforme oggi necessarie – in pratica la principale – è quella di poter finanziare le imprese manifatturiere a costi bassi, agendo per legge sui tassi: stabilendo un tasso di usura invalicabile.
La Bce di Draghi offre alle banche danaro allo 0,15%, vincolandolo al finanziamento delle aziende. Quindi le risorse sono già disponibili.
Però le aziende si trovano a sostenere poi tassi alti nella forbice 5%-10%, che con le aggiunte dei vari oneri e balzelli possono raggiungere in certi casi anche il 15%. Un costo impossibile da sopportare – oggi – nel fare impresa.
Perciò, se Renzi vuole effettivamente fare le riforme e rilanciare la crescita, stabilisca in comunione con l’Ue dei tassi usura per le banche, senza i quali mai ci sarà voglia e spirito di impresa.
Si fa impresa solo se vi è convenienza e utilità,  mai se costrizione e perdita.
 
Con l’aumento dell’imposta sulle rendite finanziare al 26% il governo Renzi va nella direzione opposta a quella di favorire l’impresa, creando un ulteriore baratro tra redditi di Titoli sovrani e redditi da impresa. In pratica, considerata la tassazione doppia, sottraendo i capitali necessari alle aziende, specie a quelle quotate al Mercato che per varie ragioni sono costrette a rafforzare la capitalizzazione per far fronte ai danni della crisi.
Si tolgono risorse al lavoro per darle al Debito.
 
Avere un’Ue nominale non serve a nessuno; e prima o poi si giungerà alla sua disgregazione, perché non basta la moneta Euro a fare il collante tra 28 Stati.
Servono regole uniformi sovranazionali che prevedano: un costo (tassazione) del lavoro uguale ovunque, un costo del danaro uguale ovunque, un’imposizione sui redditi uguale ovunque, una ri-localizzazione delle imprese sui territori con un progetto comunitario, in grado di supportare i vari stati nel rendere le imprese soggetti stabili e giuridici del territorio.
Perché senza impresa  non vi è occupazione, senza occupazione non vi è consumo, senza consumo non vi è crescita e sviluppo.
 
I convegni Ue finora sono stati solo passerelle mediatiche per i vari Capi di Stato o di Governo, inutili - o assai marginali - ai fini dell’integrazione comunitaria di tipo federale.
Non hanno affrontato né risolto la crisi, acuendola per lo più nelle nazioni deboli.
Tutti han cercato di difendere le posizioni acquisite, spesso a scapito di quelle altrui. Ciò nonostante i comunicati ufficiali finali.
In pratica si possono definire in modo perfetto i convegni del nulla.
 
Le ultime elezioni comunitarie hanno evidenziato l’avanzata degli euroscettici anche in nazioni – come la Francia – dove la situazione è ben diversa economicamente, anche se non florida.
Si dice che il Pd renziano abbia contrastato questa deriva. In effetti, è il contrario, perché proprio il Pd renziano può essere considerato uno dei partiti maggiormente euroscettici in ambito Ue. Basti citare il suo stesso intervento al Parlamento di Strasburgo  e le sue continue idiosincrasie politiche rispetto alla Germania merkelliana, ad là dei sorrisini di facciata.
Renzi sarà pure diplomaticamente rozzo e con l’istinto autistico del dover essere il gradasso Capitan Fracassa. Tuttavia chi crede nell’Ue non infarcisce i suoi discorsi di frasi pessimistiche sulla fine dell’Ue, anche se condizionate  dai tanti “se”.
Perché a nulla serve scontrarsi rissosamente - come i bulli - con fior di personaggi, che per capacità, ruolo e cultura lo sovrastano nettamente. Anzi, da questi dovrebbe imparare dove e come saper intervenire, perché i moniti sarà pur vero che non arrivano direttamente dal Governo tedesco, ma da via parallele per far capire pure ai sordi l’antifona.
 
Quest’Ue è di là da venire.
La crisi non penso sia finita, perché tale potrà essere considerata solo quando la disoccupazione scenderà ai livelli prossimi ai precedenti.
La disoccupazione salirà ancora almeno fino al 2015, indebolendo ulteriormente territori e popoli. Ciò significa che altre aziende saranno costrette a chiudere.
Con la sola Finanza non si campa, anche perché la crisi attuale ha dimostrato che la speculazione ha dilaniato pure capitali e risorse di tutti gli istituti finanziari, molti dei quali han dovuto correre ai ripari per non fallire, talora pure con gli aiuti dei vari stati.
Relativamente all’Italia mi è impossibile capire come si possano rilanciare crescita e consumi con stipendi di molto inferiori a quelli di altre nazioni sul nostro livello, neppure se elemosinati dagli 80 € mensili – 1.000 o 1.100 non fanno differenza – e da pensioni estremamente basse poco sopra i 500 €.
Se si vuole costruire e mantenere l’Ue  bisogna cambiare passo, sia nei paesi mediterranei sia in quelli nordici.
Perché il rischio reale è che le nazioni siano sempre più commissariate nei propri bilanci, facendo montare quell’avversione popolare che per ora si è solo parzialmente manifestata.

 

domenica 1 giugno 2014

Il gioco delle 3 carte.

 
 
A molti sarà talora capitato d’imbattersi in chi fa il gioco delle 3 carte, dove gli attori sono almeno 4: il biscazziere, il compare, il finto giocatore e il giocatore … pollo da spennare.
 
Per farlo serve poco: inventiva, 3 carte, un tavolino, un paio di soci  e la credulità del finto guadagno nel … pollo. Perché  è ovvio che il biscazziere faccia sempre uscire la carta che vuole e che in quel momento gli è maggiormente utile per portare avanti il gioco il più a lungo possibile.
Ovviamente il gioco non avviene solo in questa modalità materiale truffaldina, considerato che pure in politica viene spesso praticato con le promesse o facendo vedere le lucciole come lanterne macroscopiche, spesso grazie alla compiacenza dei media.
Un noto cattedratico, rettore in passato di un prestigioso ateneo italiano, parlando dell’imminente tornata elettorale così mi esprimeva in una mail privata, trattando d’economia: il 25 maggio vedremo con chiarezza quanti idioti grulli vi sono in Italia.
Considerato il risultato avuto ce ne sono non tanti, ma … troppi.
 
Ovviamente al lettore si lascia la facoltà d’interpretazione secondo la sua idea politica.
 
Considerato ciò che un politico spesso dichiara, amo e mi onoro d’essere considerato un gufo. Perché i gufi non sono molti e vedono meglio di molti altri pure nell’oscurità delle fumogene ciance politiche.
L’economia si fa con i numeri  e i numeri economici sono dalla parte dei gufi, non di coloro che credono a babbo natale o alla befana, oppure alla beneficenza a costo zero.
 
Che l’Ue abbia sbagliato politica economica in tutta la crisi è lampante. Che la Bce di Trichet – e anche di Draghi all’inizio -  abbia fatto l’esatto contrario di quanto, andava fatto è sotto gli occhi di tutti. Che la Merkel abbia operato benissimo per la Germania e malissimo per il resto dei Paesi Ue è tanto naturale quanto ovvio. Che le società finanziarie che hanno prodotto la crisi siano state beneficiate  dalle finanze pubbliche e che il popolo abbia alla fine pagato i danni degli altri è consequenziale.
Negli U.S.A. la crisi non è stata né risolta, né superata; però  il paese è galleggiato sopra la crisi, pur implementando notevolmente  il  proprio Debito sovrano, con la conseguente perenne diatriba sul Fiscal cliff tra Presidente e Senato.
Ne consegue che né il monetarismo (Qe) americano, né l’austerità Ue si siano dimostrati idonei a risolvere la crisi. Crisi che, anche grazie alla correzione di alcune politiche, si è ora assestata sul fondo recessivo, ben lungi però dell’essere stata risolta; ma, al massimo, s’è esaurita naturalmente da sé nella sua spinta depressiva.
 
In Italia è strumentale l’atteggiamento di personalità e di forze politiche che, dopo aver avallato e approvato – magari obtorto collo - le manovre capestro di Monti, e pure di Letta, ora alzino la cresta pretendendo di fare l’esatto contrario e di scagliarsi contro l’Ue. Per la serie abituale di: le colpe sono sempre degli altri.
Singolare è poi la linea programmatica del nuovo Governo, che a parole intende “beneficiare” molti, salvo poi castrarli con mancate deduzioni, aumento di accise e tasse.
Ovviamente l’operato della Bce ha fatto scendere notevolmente il costo relativo al Tasso sul Debito sovrano, ma che questo risparmio lo si voglia sprecare in manovre populistiche di consenso elettorale mi pare semplicemente obbrobrioso.
 
Il gioco delle 3 carte si basa su 2 fattori: la considerazione soggettiva della propria capacità e il facile guadagno.
Per cui il giocatore – in questo caso l’elettore – pensa di poter capovolgere la situazione della crisi volgendola a proprio favore a costo quasi zero con una fulminea scorciatoia.
Tuttavia, chi conosce bene la teoria sui giochi di John Nash – poi adottata pure dal Pentagono, la cui ricerca aveva finanziato – sa benissimo che non vi è alcun gioco che garantisca vincite a costo zero.
Ciò avviene per tutti, perciò per il cittadino, per gli organi nazionali e internazionali e pure per i politici. E, di norma, è poi il banco che vince sempre.
 
Gli 80 € in busta paga, per una determinata categoria di dipendenti con redditi modesti, possono essere considerati un elemento economico di superamento della crisi, oppure – come dice Berlusconi – una mancetta elettorale?
I conti son subito fatti: 80 € mensili x 10 mln di soggetti fanno una bella sommetta, la cui copertura non può essere assicurata dal solo modestissimo e infinitesimale aumento del Pil che questa può produrre, anche se scorporata poi dall’imposizione fiscale a cui è soggetta.
9,6 mld di € - tale infatti è il costo del bonus voluto da Renzi: (80x12=960x10 mln=9,6 mld) – è una somma tale che non è facilmente reperibile, considerate anche le difficoltà che il governo Letta ebbe a suo tempo nel trovare quel solo 1 mld che sarebbe stato necessario a scongiurare l’aumento di un punto di Iva dal 21% al 22%.
Ecco allora spuntare, dal cilindro del prestigiatore, le anomale – perché poco pubblicizzate – coperture: aumento delle accise sui carburanti (il pozzo di S. Patrizio di quasi tutti i Governi), aumento dell’imposizione sulla casa (Tarsi  - da non confondere con l’antico popolo orientale -) a cui pure gli inquilini da quest’anno saranno assoggettati, aumento dell’imposizione al 26% sulle rendite finanziarie, eliminazione della deduzione di 680 € sul coniuge a carico e, non ultimo e meno importante, la richiesta all’Ue di rinvio  del pareggio di bilancio fino al 2017.
Ciò che vuol dire? Che continueremo allegramente ad incrementare il nostro Debito sovrano per altri anni, gravando l’economia nazionale di ulteriore handicap futuro. Perché se la copertura per le manovre di “beneficienza” renziana ci fossero è ovvio che simili aumenti non sarebbero giustificati, né all’Ue si ricorrerebbe (fidenti, ma non certi)  per il rinvio sul pareggio di bilancio.
Ne consegue che le conclamate dichiarazioni che il finanziamento relativo agli 80 € deriverà tutto da tagli alla spesa pubblica siano da considerare pura … aria fritta. Salvo poi scoprire se quella determinata spesa pubblica tagliata non sia di servizi prestati, come ad esempio la sanità, che porterebbero ulteriori costi per l’utente, assimilabili ad altre tasse.
 
Un amico economista si è preso la briga di fare un calcolo finanziario per vedere quanto gli aumenti già stabiliti avrebbero inciso sulle tasche di ogni contribuente, compresi, ovviamente, i beneficiari degli 80 €.
Ha preso in considerazione diversi parametri: contribuenti complessivi, tipologia di reddito, possessori prime e seconde case, inquilini in affitto, famiglie con coniuge a carico, rendite finanziarie, possessori di autoveicoli e media km annuali fatti e … altri ancora, scoprendo – anche se il calcolo è parziale e provvisorio – che ogni contribuente si troverà a sborsare in più almeno in media circa 800/1.000 € l’anno, proprio mentre i redditi sono destinati a scendere ulteriormente per la recessione in atto. Sempre non calcolando eventuali manovre  correttive di bilancio in corso d’opera.
Sicché, pur usando la media di Trilussa sui polli mangiati pro-capite, si giunge alla plateale conclusione che  pure il beneficiario degli 80 € mensili vada alla fine in perdita netta sul suo reddito annuale.
 
Molti affermano che l’uscita dall’€ sarebbe disastrosa per le varie economie nazionali. Proprio come molti dicevano a suo tempo che la mancata adesione all’€ sarebbe stato un disastro.
Da parte mia osservo solo che essendo entrambe le manovre – adesione e uscita – non comparabili con analoghi precedenti storici e finanziari, ogni illazione è puramente ipotetica e soggettiva.
Certo è che l’€ è stato mal gestito nella sua costruzione, specie nel parametro di cambio italiano che, di fatto, ha inflazionato, quando non dimezzato, il potere d’acquisto del reddito individuale. Come irrazionale e un salto nel buio sarebbe la fuoruscita dall’€ senza un dettagliato piano finanziario e politico in grado d’eliminare le possibili turbolenze economiche che il mercato speculativo potrebbe instaurare.
 
Facendo le debite somme sui risultati elettorali Ue si può notare che il trionfo del Pd sia dovuto solo al  crollo del Centro di Monti, svaporato dal 10% allo 0,7%. Segno che  il gioco delle 3 carte alla fine consente all’elettore di accorgersi della “truffa” avuta, anche se non  di ripetere lo stesso errore.
La Dx, in verità, ha pure incrementato complessivamente i propri voti, pur in presenza dello scorporo in varie formazioni, grazie al sostanziale recupero della Lega. Mentre la vera sorpresa viene da M5S, che tuttavia è più portato ad ottenere risultati nazionali che comunitari, considerato pure ch’era la prima volta che si presentava a questa competizione.
 
Pure per i risultati elettorali vige la regola del gioco delle 3 carte, proprio per la stessa ragione espressami in mail dal noto accademico a cui ho accennato inizialmente.
Per cui, traendone le necessarie conclusioni a carattere sociologico/politico, possiamo identificare il biscazziere nel Premier di turno, il compare nei partiti che lo sostengono, il finto giocatore nei media che lo idealizzano a Totem più del dovuto e, infine, il giocatore pollo nell’elettore, che si troverà sempre a pagare il salato conto finale.
Ovviamente la media di Trilussa era basata sui polli mangiati anche … dal biscazziere.
 
 
 
 


mercoledì 23 aprile 2014

Pasqua 2014.



Victimæ paschali laudes immolent Christiani.
Risorgesti, e risorgerai; risorgi la Tua Chiesa!
Che qual tremebonda fanciulla erra dubbiosa
tra brume deserte d’emorragica disaffezione.

Agnus redemit oves. Solo Francesco è poco!
L’amoroso curato non pasce gregge ovunque
di pecore sperse nel tremolante lume di fede,
dove Dio è morto in cuori, in menti e popoli.

Mors et Vita duello conflixere mirando: Dux
della vita risorgi! Splendi e illumina la Chiesa.
Rendila fedele testimone di verità e dedizione.
Fa vittoriosa la vita sulla teologia della Morte.

La Croce è un legno acerbo che non divampa,
la Resurrezione un arcaico costrutto passato,
l’Ascensione il bagliore che illumina il Verbo,
la Chiesa uno smarrito Popolo in fuga perenne.

Che rimane oggi della tua Passione, o Cristo?
Un ricordo sbiadito in cuori perversi e induriti.
Rendi Pasqua realtà! Perché il quesito non  sia:
Scimus, scimus Christum surrexisse a mortuis?

Un inno s’innalzi tra sacre vetuste mura ubertose
e inondi la tiepida àura di fede paurosa e smarrita
Scimus Christum surrexisse a mortuis vere!
Tu nobis, victor Rex, miserere. Amen. Alleluia.


domenica 13 aprile 2014

Crisi, ripresa, lavoro, riforme, Italia e … dintorni.


Talora mi si chiede quando questa crisi finirà.
È una domanda a cui è difficile rispondere perché non dipende solo dalla crisi con annessa recessione e disoccupazione, ma da molti fattori umani tra cui: politica, Governo e capacità culturale e industriale. Cose, tutte, che a questo nostro Paese mancano da anni.
E l’eventuale ripresa è proprio legata a questi fattori.

Per iniziare vorrei citare un detto sapienziale: can che abbaia non morde.
Proprio per indicare che non è con la sola voglia di fare e con il continuo cianciare che si risolvono i problemi. Se così fosse l’Italia, con Renzi, avrebbe già risolto tutte le proprie difficoltà, perché a lui le parole, e le promesse, escono dalla bocca con … estrema facilità. È un diluvio … naturale.
Ormai è a cavallo da 3 mesi; ma, personalmente, non ho ancora visto realizzato alcuno dei suoi punti programmatici, che con cadenza di 1 al mese avrebbero dovuto rivoluzionare l’Italia. Perciò si vede che usi un calendario diverso dal comune cittadino, dove forse il “suo” mese supera in giorni gli … anni.
Non per nulla prima dichiara che possiamo abbattere subito la disoccupazione sotto le 2 cifre, salvo poi vedere nel Def che solo per il 2017 si scenderà (forse) al … 12%. Un’inezia, considerato che ora siamo al 13%!
Se son rose ... fioriranno e … pungeranno.

Al di là della battuta il problema non è Renzi. È, semmai, di una classe politica che, nella quasi sua totalità,  è incapace di governare. Lasciando, di conseguenza, un vuoto dirigenziale sfruttabile da abili e spericolati arrampicatori.
Oggi – ma pure ieri con la premiata coppia ossidata Monti/Fornero; e prima con altri – si lancia il nuovo Job Act per creare lavoro, dimenticando che il problema non è il lavoratore, ma il lavoro che manca.
Magari qualche giovane in cerca di trastullo intellettuale ripropone i prepensionamenti per fare posto ai giovani, con l’ovvio risultato che vi sarà un doppio costo finale da pagare: pensionato e lavoratore.
Un piano sul lavoro non può prescindere che solo da un dettagliato piano industriale del Paese. Nessuna legge sul lavoro ha mai prodotto un posto di lavoro, né mai lo produrrà se non vi sarà dietro una precisa strategia industriale.
Abbiamo smantellato quasi tutto o per imposizioni Ue, o seguendo l’imperante moda ideologica della globalizzazione e delocalizzazione. Termini che, pur essendo industrialmente e economicamente molto diversi, per la cultura imprenditoriale attuale si sono come fusi in un unico concetto: andare a produrre dove è più conveniente economicamente e non … socialmente. Miopia industriale e politica.

L’Italia ha circa 60 mln di abitanti, contro gli 82 mln della Germania. Tuttavia la politica dei decenni passati ha creato da noi un mastodontico apparato burocratico di “stipendificio” pubblico con quasi 3,5 mln di dipendenti statali, contro i soli 1,7 mln della Germania.
I numeri di per sé non sono mai catalogabili in base alla sola grandezza, come apprese a sue spese il ministro Robert McNamara negli U.S.A. durante la guerra del Vietnam.
Ciò per dire che, pur avendo solo la metà dei nostri dipendenti pubblici, non per questo la Germania funziona peggio dell’Italia. Anzi!
L’avere tanti lavoratori pubblici è indubbiamente un costo eccessivo per lo Stato; ma, potrebbe essere anche un’enorme ricchezza.
Pre-pensionarne 85 ml, come intenderebbe con grande acume strategico e economico la Madia, non risolverebbe né il gap burocratico sull’impiego pubblico tra Germania e Italia, né inciderebbe affatto sul costo economico complessivo. Sempre da pagare sono, anche da pensionati.
Pensare a licenziarne centinaia di migliaia significherebbe porre un grave problema sociale ed accrescere la disoccupazione. Ridurrebbe il costo dell’apparato statale, ma, nello stesso tempo, diminuirebbe pure il Pil. E la Grecia insegna che operando su questo fronte il Pil cala drasticamente, portando subito in forte e prolungata recessione.

Monti e Fornero, pur con la nomea famosa, han fatto cose tanto ovvie e semplici da poter essere considerate sia banali che dannose. Come poi si è visto.
Il lavoratore, pubblico o privato, deve essere considerato un capitale economico e non solo umano.
Compito della politica e della dirigenza (statale e industriale), perciò anche di un Governo, è quello di saper far produrre al meglio il personale che ha. Diversamente vuol dire che non solo è incapace di operare, ma pure di progettare e governare un Paese. Mangia il pane (stipendio) a tradimento.
Ed è ciò che oggi all’Italia manca, succube pure dei diktat della Troika, fallimentare pure essa nella gestione della crisi.

Si dice che il costo del lavoro in Italia sia eccessivo. Lo è non tanto come costo del lavoratore, bensì dell’imposizione fiscale.
Ecco perciò la trovata (furbata populista) degli 85 € di Renzi per la tipologia di lavoratori a reddito medio basso. Non, ovviamente, per pensionati o autonomi, considerato che molte Partite I.V.A. celano dei lavoratori dipendenti. Il che già crea una forte disparità sociale che potrebbe anche essere poi considerata “incostituzionale”. Basti solo ricordare molti dei Decreti Monti, poi bocciati dalla Corte Costituzionale, perciò alla fine “inutili”.
Peccato che Renzi intenda però togliere, per bilanciare la spesa, la deduzione fiscale sul coniuge, che, di fatto, renderebbe quasi nullo l’aumento avuto in busta paga. Senza poi calcolare che tanti pensionati, esclusi dall’aumento, si troverebbero proprio per la mancata deduzione un’analoga decurtazione degli emolumenti percepiti.
Renzi, da giovane esuberante, forse non si avvede che sta creando una guerra fiscale sotterranea tra padri e figli. Anche se finora la famiglia è stata l’ammortizzatore sociale della crisi per molti, specie per i giovani disoccupati o in crisi reddituale.

Pare che le riforme siano il nocciolo della questione economica. Tutti le invocano, molti le sollecitano, ma pochi sanno che la vera riforma che necessita a qualsiasi paese in crisi è quella di avere una strategia economica di sviluppo produttivo e industriale, senza la quale si è inevitabilmente condannati alla disintegrazione economica e sociale.
Sicché in Ue e ai vertici istituzionali si vedono le lucciole, scambiandole per lanterne.
Renzi, dopo tanto cianciare sui costi della politica, pare che nei fatti abbia dimenticato l’abolizione (e restituzione) del finanziamento pubblico attuale dei partiti, già, a sua volta bocciato da un Referendum. E la stessa Corte Costituzionale, tanto prodiga in certe situazioni, mai ha pensato (stabilito) che in base all’ampio risultato di quel referendum il finanziamento pubblico ai partiti sia incostituzionale.

La Legge elettorale pare la madre di tutte le battaglie. O, meglio: pareva.
Ora, infatti, la si vuol legare all’abolizione del Senato, rendendolo un semplice organo di rappresentanza con la metà circa degli attuali membri. Però si intende lasciare inalterato il numero dei Deputati della Camera.
In conseguenza di ciò la riduzione del costo dei 2 Palazzi sarà irrisoria, sia perché come struttura organizzativa saranno comunque entrambi sempre da mantenere come costi, sia perché la riduzione dei parlamentari sarà alla fine null’altro che di 1/4.
Renzi vuole che i nuovi Senatori non siano pagati. Perciò va da sé che i futuri senatori debbano essere pagati in altro modo, perciò aumentando i vari emolumenti che percepiscono da comuni o regioni.
Se questa impostazione istituzionale andrà in porto così come la si vuole far passare, rende chiaro che con l’eventuale premio di maggioranza alla Camera si voglia instaurare una dittatura democratica che segua l’uomo solo al comando. Quell’uomo solo che non solo in Italia[1] ha creato, nel secolo scorso, danni imponenti a tutta l’umanità.
La Grecia è nel sesto anno di recessione e il popolo è ridotto nell’indigenza assoluta.
Le cure della Troika non hanno sortito alcun effetto, visto che pure nei giorni scorsi è stata finanziata, per non fallire, di altri 8,5 mld di €.
Simultaneamente, considerati i sondaggi elettorali che indicano come possibile vincitrice alle prossime elezioni europee la sinistra radicale, si è fatta un’operazione mediatica demagogica, facendo tornare con molta enfasi in anticipo  frettoloso sul Mercato i Titoli ellenici. Anche se sarebbe molto interessante andare poi a scoprire nel dettaglio chi siano stati nella realtà i veri … acquirenti/sottoscrittori.
Però, nonostante queste cortine fumogene erette davanti alla realtà, il Debito sovrano ellenico è intorno al 180% del Pil, considerando pure che certe voci di spesa non vengono conteggiate in questo.
Purtroppo, anche se in forma minore, la stessa cosa avviene in altri paesi, compresa l’Italia, dove il Debito sovrano continua a crescere.
Renzi vuole ridiscutere gli accordi con l’Ue, perciò con l’asse franco tedesco che lo ha imposto a tutti.
Interessante sarà vedere come un “bambinone” – come da molti in ambito Ue viene ritenuto – possa ottenere la credibilità e il carisma politico necessario.
Non credo che gli altri si facciano carico dei debiti altrui, anche se l’Italia diventasse petulante come un … bimbo capriccioso.

Diversi assetti istituzionali non creeranno lavoro. Al massimo potranno favorirlo.
La vera riforma è quella di saper creare e progettare un piano industriale stabile ed efficiente, non tanto capace di attrarre investimenti esteri, ma di legare le aziende al territorio. Di renderle soggetti stabili di un’economia nazionale, anche nella globalizzazione.
Un amico politico si batte per una Banca europea effettiva e per una banca nazionale in grado di                                                                         fare da volano agli investimenti. Cosa utile e auspicabile, anche se nulla senza un vero piano industriale.
Che vi sia una legge elettorale diversa, un Senato solo consultivo, una Camera con  un premio di maggioranza, altri marchingegni istituzionali o una nuova Costituzione non creerà alcun posto di lavoro se non vi sarà un progetto specifico produttivo sul nostro futuro.

Lo Stato è, con i suoi 3,5 mln di dipendenti, il primo datore di lavoro in Italia. Polverizzando nella classifica produttiva qualsiasi altra azienda.
Che ne vuol fare di questa enorme massa di lavoratori? Non di sfaticati!
Li sa e può far produrre al meglio garantendo loro lavoro per il bene del Paese? Governanti e politici sono in grado di progettare per loro e per tutti un futuro? Hanno la capacità di farlo?
Perché il problema è semplice: si vuole procedere a caso fidando nello stellone italico, oppure si vuol pensare nei fatti al futuro?
E il futuro qual è per creare ripresa, investimenti e lavoro? Su cosa si vuole investire: farmaceutico, acciaio, manifatturiero, agricoltura, tessile, artigianato, metallurgico, … nanotecnologie, informatica?
Renzi e la classe politica ce lo dicano. Diversamente se non sanno fare vadano a casa e tacciano per sempre.
                                                                                                                                                                                                                                     




[1] - Mussolini in Italia, Hitler in Germania, Franco in Spagna, Mao Tse-tung in Cina, Lenin e Stalin in Russia. Solo per citare i principali.