sabato 16 marzo 2013

Papa Francesco: scopa nuova, scopa bene.


Un analista non dovrebbe mai farsi contagiare dall’entusiasmo della novità, neppure se l’eletto al Soglio di Pietro possa sembrare un Papa “rivoluzionario” nelle sue prime parole e nelle sue prime azioni.
Sicuramente, Papa Francesco, già nella scelta del nome pone un intento, quasi un rovesciamento sistematico della Chiesa attuale. Lui sceglie una croce pettorale di metallo umile; il predecessore (Papa emerito) si fece confezionare casula, paramenti e abbigliamento da decine di migliaia di € dalle Benedettine di Rosano.
Le sue parole – “checcate” dall’idioma castillano e perciò in un rozzo italiano – sono quelle dell’uomo comune e molto socievole di strada, le sue azioni sono tese a rifuggire dal culto della persona totem, la sua vita precedente una dedizione austera e gesuita verso la povera gente delle Favelas.

Vale sottolineare che, mentre si diffondeva l’annuncio della sua elezione a Papa, il Parlamento argentino era impegnato in una seduta di commemorazione del defunto Presidente venezuelano Hugo Chavez. La Presidenza si rifiuta di interromperla brevemente per annunciare, salutare e festeggiare l’elezione del primo Papa argentino. Tira dritto come se la notizia non fosse pervenuta.
Ciò è riconducibile alla tensione persistente tra la Casa Rosada e l’ex porporato sulla legge relativa al matrimonio tra omosessuali, specie dopo alcune sue forti parole:
“Il popolo argentino si troverà ad affrontare nelle prossime settimane, una situazione il cui esito può ferire gravemente la famiglia ... il disegno di legge sul matrimonio per le persone dello stesso sesso. È in gioco l'identità e la sopravvivenza della famiglia: padre, madre e figli. La posta in gioco è la vita di tanti bambini discriminati in anticipo, poiché privati della crescita umana che Dio ha voluto fosse data da un padre e da una madre. La posta in gioco è un rifiuto esplicito della legge di Dio, incisa nei nostri cuori.”
A cui fece seguito poi la sua contrarietà assoluta alla regolamentazione sulla maternità surrogata e la fecondazione assistita.

Pure in campo cattolico gli entusiasmi argentini non sono stati alle stelle, considerato che Bergoglio prese una forte posizione di condanna contro la teologia della liberazione, nonostante che buona parte dei padri gesuiti, suoi confratelli, ne fosse a favore.
In campo civile è da sottolineare la sua visione sommaria economica sulla gestione del Debito sovrano e sulla distribuzione della ricchezza, come se il mondo fosse ancora ancorato al latifondismo del 900.
Emblematiche alcune sue frasi:
“Noi viviamo nella parte di mondo ove esistono le maggiori disuguaglianze, tra i paesi che economicamente sono cresciuti di più, ma nei quali la miseria è stata ridotto in misura minima. - … - Persiste un'ingiusta distribuzione dei beni, la qual cosa crea una situazione sociale che grida al cielo e limita le possibilità di una vita più piena da parte di tanti nostri fratelli. - … - Il debito sociale è immorale, ingiusto e illegittimo, specie se si verifica in una nazione che possieda le condizioni economiche necessarie per evitare i danni della povertà. - … - È necessaria una risposta etica culturale e solidale per saldare il debito sociale nei confronti di milioni di argentini, per lo più bambini e giovani, perché è imperativo lottare per cambiare le condizioni strutturali, le attitudini personali o corporative che generano questo situazione. - … - Non dobbiamo tollerare il triste spettacolo di coloro che non sanno più come mentire e si contraddistinguono per il tentativo di mantenere i loro privilegi, la loro avidità, e la loro ricchezza guadagnata con disonestà. Non ci si deve assuefare alla povertà, ma pregare perché chi ha mansioni dirigenziali comprenda che il vero potere è quello al servizio degli altri.”

Bergoglio ebbe una vocazione tardiva e una vita sentimentale comune come qualsiasi persona.
Dopo essersi laureato in chimica intraprende la vita religiosa e passa ad insegnare letteratura e filosofia nei collegi ecclesiastici. Si interessa pure più  avanti di teologia, tanto da diventare rettore della Facoltà (religiosa) di filosofia e teologia di S. Miguel.
Tuttavia, benché i Gesuiti siano abbastanza eruditi, la sua conoscenza in tali materie è sempre sommaria, adatta sì alla comunità locale latino americana (argentina), ma distante anni luce dalla profondità di pensiero e di analisi del mondo occidentale, come ad esempio di un Montini, di un Martini o di un Ratzinger.
Perciò nel mondo latino americano potrebbe essere considerato un moderato; mentre sarebbe un progressista, o rivoluzionario, in quello occidentale.
Bergoglio non è in realtà né un moderato né un progressista: è solo un gesuita austero dedito alla povera gente.

Ha dichiarato che il nome Francesco è stato ispirato dal fulgido esempio del Santo di Assisi, anche se i Gesuiti hanno tra i loro santi fondatori un altro emblematico Francesco.
Tuttavia, mentre per i Minori la povertà è vista come gioioso abbraccio di una vita con gli altri e per gli altri, la concezione gesuita si compone di ben altro. Perciò di austera dedizione ai poveri, ma nella diversità.
Il rifuggire dai segni del Potere, il rifiutare il baciamani, il vestire nell’essenzialità dell’austerità, il voler saldare il conto (?), il non aver usato alla sua prima uscita l’auto di rappresentanza ufficiale e il mischiarsi con i pellegrini di S. Maria Maggiore, vanno appunto inquadrati in quest’ottica che ha sempre contraddistinto i gesuiti, specie quelli di frontiera.

Controllando alcune immagini (fotografie) recenti e datate, ho trovato in lui alcuni punti di riferimento emblematici in alcune espressioni sia riferibili a Giovanni XXIII che a Pio XII.
Nel primo caso è raffigurabile la socialità d’estrazione popolare – ma non la paciosità di Roncalli -, nella seconda la sofferenza interiore – ma non la nobiltà di Pacelli -.
Papa Francesco sarà pertanto un papa Bergoglio: il prolungamento di sé stesso in un’ottica diversa dalla precedente.

Voler essere come gli altri non è ovviamente l’esserlo.
Perciò questo Papa si troverà ben presto a dover fare i conti con ciò che è e che prima non era. Soprattutto per la sicurezza, il protocollo e il rapporto sociale.
Come si troverà a dover gestire – pur delegando – la potenza finanziaria della Chiesa con la Povertà della Chiesa stessa, sia perché la struttura dovrà comunque reggere le spese, sia perché tutte le ramificazioni esistenti nell’Alta Finanza dovranno essere o riviste o salvaguardate.
Il sognare una Chiesa povera si scontrerà con una chiesa possidente e con la … Curia.

Miserando atque eligendo è il suo motto vescovile, tratto da un’omelia di Beda il Venerabile, santo e dottore della Chiesa: “Vidit, inquit, Iesus hominem sedentem in telonio, Matthaeum nomine, et ait illi: Sequere me. Vidit autem non tam corporei intuitus, quam internae miserationis aspectibus … Vidit ergo Iesus publicanum, et quia miserando atque eligendo vidit, ait illi, Sequere me!”
E sulla Misericordia si è pure espresso in S. Maria Maggiore con i padri confessori, perché le anime oggi hanno estremo bisogno di Misericordia.
Misericordia sì, ma nella Giustizia e nel ravvedimento operoso, non nell’assoluzione a tutti i costi.
Come nella Misericordia bisognerà fare i conti con gli scandali sessuali (pedofilia) della Chiesa, una delle piaghe oggi non direi tanto frequenti in percentuale, quanto soprattutto moralmente obbrobriose per il clero.
Una Misericordia che, comunque, dovrà confrontarsi con quanto egli proclamò relativamente al sacramento dell’Eucarestia, che lo indicano favorevole verso divorziati e separati, ma non  per altre questioni sociali:
“Dobbiamo rispettare la coerenza eucaristica, vale a dire essere a conoscenza del fatto che non possono accedere alla Santa Comunione e allo stesso tempo agire con fatti o parole contro i comandamenti, soprattutto quando favoriscono l’aborto, l’eutanasia e altri gravi delitti contro la vita e la famiglia. Questa responsabilità pesa in particolare sui legislatori, i governanti e gli operatori sanitari.”

Bergoglio è Papa.
Bisognerà però vedere quale papa.
Da lui non mi attendo grandi innovazioni; come non credo possa raddrizzare l’inclinata barca di Pietro che sta facendo acqua ovunque, specie nel mondo occidentale sia in praticanti che in cognizione religiosa interiore. Una barca che tra alcuni decenni pare sia indirizzata ad essere uno sbiadito ricordo sul fondo con il trapasso delle generazioni anziane.

Gli ultimi 2 papi hanno visto sprofondare la fervenza dei cittadini, ma accrescere leggermente il loro consenso (presenze) nelle assemblee religiose. Una traslazione reale tra il sacro e il totem umano, che la Sala stampa vaticana ha tanto enfatizzato in numeri.
Pure l’ultimo appuntamento di Benedetto XVI e il primo di Francesco hanno richiamato una spontanea e imponente folla. Folla però sempre raccogliticcia e affamata del “fenomeno storico” (avvenimento).
Avventurarsi in una trattazione sociologica, specie giovanile, del vivere in diretta il fenomeno storico sarebbe interessante, ma però lunga e complessa. Come lo sarebbe scendere nella mentalità dei conclavisti sulle necessità della Chiesa, in questo e nel precedente conclave.
Un fenomeno storico che diventa il Totem salvifico per il volgo affamato di speranza e novità. Non importa quale speranza e novità.
Basti ricordare a proposito la “manipolazione” fatta a suo tempo da Wojtyla sul terzo segreto di Fatima, con l’innalzare il totem della verità profetica nella società morente di religiosità.

Papa Francesco è ancora un Papa neonato; che nel muovere i primi passi dovrà teologicamente e dottrinalmente fare i conti con l’agire e il pensare precedente, dell’aver vissuto e operato in una realtà terzomondista.
Per affrontare il flagello della speculazione del Mercato globalizzato - dove le prime 40 aziende del globo fanno girare e controllano oltre il 2/3 dell’economia mondiale - non ci vuole solo l’intuito misericordioso, bensì il conoscere perfettamente i meccanismi e le degenerazioni (Derivati) del sistema operativo, comprese le partecipazioni ecclesiastiche che sono presenti un po’ ovunque.
Pure la Misericordia dovrà fare i conti con la Teologia, perché se nel terzo mondo i peccati possono essere veniali, nel vertice ecclesiastico e nella realtà culturale occidentale certe sbavature hanno tutto ben altro peso.

Martini vedeva culturalmente, socialmente e operativamente lontano. Il suo confratello Bergoglio fin dove … vedrà?

domenica 10 marzo 2013

Crisi, politica e disagio sociale.


Quasi giornalmente, specie dopo le manovre restrittive del Governo Monti, anche in Italia vi sono stati e si susseguono fatti tragici che coinvolgono le coscienze di tutti: suicidi e omicidi, generati (indirettamente ma sostanzialmente) dalla grave crisi che ha colpito sia la nazione, sia buona parte del globo.
Il disagio sociale nasce soprattutto dalla convinzione interiore che il futuro sarà peggiore del già precario presente e senza speranza. Perciò un futuro nebuloso e incerto al quale né la politica, né la società sanno dare alcuna risposta o rimedio.
Giornalmente si perdono posti di lavoro per la chiusura di attività individuali o manifatturiere, creando disoccupazione crescente. Il 2/3 delle famiglie non riesce più ad arrivare alla fine del mese e si intacca il risparmio, se c’è. Le aziende non riescono più a riscuotere e quelle di credito innalzano gli interessi degli affidamenti concessi e le spese, strangolando ciò che ancora regge il mercato. L’economia reale è sottoposta a troppo stress e si sta collassando del tutto.
Lo Stato, inoltre, regge a fatica lo welfare; e per ragioni di bilancio è “costretto” a tagliare e ridurre, per la pressione dei Mercati, quegli ammortizzatori sociali o prestazioni che ancora esistono.

In questi ultimi giorni 2 fatti eclatanti hanno interessato i media e l’opinione pubblica: il suicidio di un dirigente di MPS e l’omicidio/suicidio di cui è stata teatro la sede della Regione Umbria.
A prima vista i 2 fatti potrebbero sembrare non correlati alla crisi – per sconforto individuale e pazzia -, ma, in effetti, lo sono perché a scatenare l’input è sempre un fattore destabilizzante. E la crisi, quando è grave, è sempre squilibrante per la sicurezza economica dell’individuo.

Il dirigente di MPS, infatti, è vittima indiretta di un sistema finanziario che ha spinto le aziende a rischiare più del dovuto in operazioni rischiose, le quali hanno prodotto perdite ingenti.  La crisi, a sua volta, è stata generata dalla mancata e insufficiente regolamentazione (codificazione) di basilari regole di mercato finanziario, perciò dagli errori politici dei governanti e dei legislatori nei decenni passati.
È ovvio che senza lo scandalo MPS il dirigente non si sarebbe suicidato. Come è altrettanto ovvio che, se certe pratiche rischiose non fossero state legalizzate e permesse, l’allegra gestione di MPS non ci sarebbe stata, o bloccata subito dalle autorità di controllo al suo nascere.
Perugia è l’emblema del Far West che si innesca nelle menti deboli soverchiate dalla crisi: una giustizia sommaria che ha bisogno innanzitutto della vittima “sacrificale” espiatoria, prima di accanirsi contro di sé.
In entrambi i casi la crisi – e l’insicurezza/disperazione nel futuro – ha prodotti atti diversi in persone diverse, coinvolgendo degli innocenti.
A Perugia le 2 impiegate in modo diretto. A Siena i familiari del dirigente in modo indiretto, ma non per ciò meno traumatico.

Se la crisi avanza è ovvio che alla fonte vi siano stati degli errori strutturali nello Stato. Perciò che la politica non abbia saputo prevedere, in primis, le conseguenze d’una codificazione permissiva e, in secundis, che non sia stata capace d’intervenire prontamente per rimediare e non far degenerare la situazione.
Tutto ciò ha prodotto il disagio sociale che porta con sé all’inizio preoccupazione, poi disperazione, infine violenza diretta o civile.

La situazione greca è emblematica al proposito, anche se i media ormai sorvolano, ignorandola, l’evolversi della grave situazione attuale che il paese ellenico sta vivendo.
Vi sono manifestazioni di piazza quasi giornaliere e spesso violente che rendono palese sia la disperazione, sia la povertà, sia la disoccupazione generalizzata, spesso coinvolgendo banche o negozi che vengono assaliti, distrutti o svuotati.
Troppe famiglie non hanno risorse per vivere, riscaldarsi, dare educazione alla prole, curarsi e usare persino i mezzi di trasporto per andare al lavoro. Certe madri portano i propri figli piccoli sulle porte dei conventi, ivi abbandonandoli perché i religiosi potranno offrir loro maggiore assistenza dei genitori. La povertà è ormai generalizzata, ovunque e sempre più preoccupante e destabilizzante.
Atene – mi diceva un conoscente giorni fa – dopo l’imbrunire pare una città morta e nei palazzoni residenziali pochissime finestre appaiono illuminate. Al loro interno mancano spesso la luce e il riscaldamento e talora anche l’acqua, perché i servizi vengono tagliati per morosità manifesta (forzata) degli utenti.

La Grecia è stato il primo paese Ue a subire le conseguenze della crisi, generata anche da una fraudolenta gestione politica del bilancio.
Altri paesi l’hanno seguita; e il rigorismo penitenziale Ue la sta rendendo ormai generalizzata ovunque, pure nella prospera Germania che nell’ultimo trimestre è andata in recessione di Pil.
La situazione italiana è precipitata sotto Monti, indiscusso esecutore dei dettami Ue basati sulla preminenza del Mercato, perciò asservito alle manovre speculative dell’Alta Finanza.

L’insicurezza, sempre crescente nel futuro, crea quel disagio sociale che rende l’individuo aggressivo come la bestia della foresta che lotta per sopravvivere. E quando uno Stato non sa dare risposte pronte e utili a risolvere le problematiche, allora il malcontento e la protesta, prima civile e poi violenta, accrescono la rabbia sociale, che diventa diffusa specie nei giovani, piagati già da tempo da carenti sbocchi di lavoro.
Questo degradato stato sociale non solo genera atti inconsulti e tragici, ma è fertile terreno per i populismi e i qualunquismi, spesso anticamera delle dittature.
Ne consegue che la crisi attuale ha prodotto progressivamente: crisi dei Mercati (Borse), crisi economica, crisi politica e istituzionale, rabbia contro la casta e i partiti, protesta sempre più forte, lotta sociale, antipolitica, qualunquismi e populismi, radicalizzazione dello scontro politico e atti inconsulti tragici. Insomma: un grande disagio sociale generalizzato.

Il risultato elettorale è stato la conseguenza della crisi e dell’incapacità della politica di saper dare risposte adeguate. Perciò, vista l’impostazione voluta dall’Ue, è una crisi strutturale di sistema. Una crisi che si aggraverà ulteriormente se il Fiscal compact non sarà riveduto e corretto.
Il cittadino cerca nuove vie anche senza una prospettiva precisa, affidandosi a promesse che non potranno essere mantenute.
Un cambiamento pone sempre la speranza di una possibilità diversa, a cui il debole e l’incompetente si affida. Ecco, dunque, il crollo del consenso verso chi ha fallito e il sorgere di nuovi movimenti o forze politiche.

La nostra società occidentale è a una svolta epocale, condizionata da risposte che devono essere concrete. Senza le quali è probabile che vi siano stravolgimenti politici e sociali che si basino su risposte opposte alle attuali, magari anche violente come già in Grecia succede.
Queste risposte sono il frutto di qualunquismi e populismi e si chiamano: uscita dall’€ (perciò dall’Ue) e ritorno ai nazionalismi contrapposti.
Nazionalismi che tuttavia l’Ue non ha saputo estinguere per insufficiente visione, capacità e volontà politica.


mercoledì 6 marzo 2013

Politica in evoluzione o in dissoluzione?


I risultati elettorali non hanno facilitato il lavoro di Napolitano. Anzi, lo hanno maggiormente reso ingarbugliato.
Infatti, tolto il Centro Civico di Monti – che se si andrà a votare nuovamente verrà estromesso dal Parlamento – vi sono 3 forze (coalizioni) politiche che sono quasi a pari merito, con poca differenza.

Il CentroSx di Bersani è arrivato primo per una manciata di voti, assicurandosi il premio di maggioranza alla Camera; tuttavia al Senato dovrà per forza ricorrere all’aiuto di altri per poter tentare di fare almeno le cose necessarie, la prima delle quali è eleggere il nuovo Presidente della Repubblica.
Bersani & C. pensavano di vincere a man bassa, ma in realtà hanno perso milioni di voti, lasciando sul terreno quasi una decina di punti in percentuale.
Chi ricorderà le spacconate dialettiche di Renzi a Palermo - sul sorpasso a Berlusconi, su Sicilia e Lombardia – potrà ben capire la delusione profonda della Sx italiana, tanto abbacchiata quanto depressa.

Il CentroDx - che all’inizio della campagna elettorale era dato dai sondaggi e dagli esperti come dissoltosi nelle proprie ceneri - ha invece effettuato una poderosa rimonta, tanto che durante lo spoglio per parecchio è stato davanti al CentroSx, anche se per pochi voti. Va considerato uno dei 2 vincitori morali di queste elezioni.
Berlusconi è stato ancora – nonostante i suoi guai giudiziari più o meno veri (persecutori) – il vero mattatore e indiscusso leader della Dx, che senza di lui avrebbe fatto flop. Tuttavia, l’aver a suo tempo dato la fiducia a Monti, lo ha relegato ad un ruolo di minoranza, anche se non di subalternità.

Grillo, con il suo M5S è stato il vero mattatore (involontario), avendo raggiunto il ragguardevole traguardo di primo partito del paese. Se avesse creato una piccola coalizione, oggi, probabilmente, avremmo una nuova forza e maggioranza; magari indigesta ai più e rischiosa, ma comunque significativa e in grado di sostenersi da sé senza l’appoggio di alcuno.
La sua è tuttavia una forza precaria, oserei dire raccogliticcia. Tenerla a freno e imbrigliarla secondo i voleri di Grillo e Casaleggio sarà facile all’inizio, ma difficile strada facendo. È un movimento trasversale molto diverso dalla Lega, essendo sparso ovunque e non basato su problematiche geografiche. Ha raccolto protesta e aspirazioni per un nuovo modo di fare politica, perciò per produrre un ricambio di uomini e generazionale. Non ha radici profonde di substrato culturale. Deve consolidarsi, radicarsi e maturare in ideologia, programmi e competenza.
Grillo, a suo tempo, voleva concorrere alle Primarie del CentroSx, ma la dirigenza non lo ha voluto, più che temuto.
Infatti, considerato che lo scontro era ipotizzabile tra Renzi e Bersani, il suo concorrere avrebbe alterato l’equilibrio interno al Pd, diventando la mina vagante in grado di modificare i rapporti di forza tra i 2 principali concorrenti. Per Tabacci, Puppato e Vendola – con tutto il rispetto possibile – è stato subito chiaro che il loro ruolo era solo quello di non limitare a soli 2 i petali teorici da sfogliare, avendo tutti un consenso da prefisso telefonico.

Napolitano non ha molte alternative da scegliere, visti i risultati elettorali. Potrà basarsi sul senso di responsabilità dei partiti, però già messo a dura prova dal fallimento totale del Governo Monti.
Bersani pare puntare su Grillo, che comunque ha sempre dichiarato che non darà alcuna fiducia, se non ad un proprio governo.
Un governo, anche per pochi mesi, con il CentroDx, più che non essere possibile non è ipotizzabile con Bersani segretario. Per fare che ciò si realizzi è ovvio che debba prima rassegnare le dimissioni per lasciare spazio ad altri.
Il partito è in fibrillazione, Renzi è sornione in attesa – è di ieri la sua convocazione a Palazzo Chigi; cosa che ha indispettito la dirigenza -, e Sel è pronto a mettersi di traverso. Ogni ipotesi su un nuovo assetto interno del partito è possibile, ma poco probabile se non con vistose lacerazioni e fratture.
Perciò l’attuale politica (impostazione) di Bersani pare non avere molto futuro, perché sarebbe comunque una transizione obbligata verso nuove elezioni.
Un eventuale governo con Monti non avrebbe i numeri per reggere, neppure con l’astensione di M5S, che in Senato varrebbe come votare contro.
Una coalizione con tutti dentro, tolto Grillo, sarebbe la ripetizione dell’esperienza Monti.
I numeri concedono solo 3 ipotesi: Bersani & Grillo, Bersani & Berlusconi, Bersani & Berlusconi & Monti.

L’ingorgo istituzionale del semestre bianco non concede a Napolitano di sciogliere le Camere e indire nuove elezioni. Perciò prima bisognerà giocoforza eleggere il suo successore.
Qua, le possibilità sono diverse, anche perché – se non erro – dopo le prime 3 chiame in cui sono necessari i 2/3 dei voti si passa al 50%+1 dei votanti.
Considerati i numeri disponibili degli elettori reciproci di parte, qua dopo la terza votazione potrebbero bastare i voti di Bersani & Monti.

La partita per un eventuale nuovo accordo tra i partiti dovrà per forza passare da sole 2 ipotesi.
La prima per un accordo complessivo vasto tra 2 delle 3 forze politiche quasi paritarie, utile ad eleggere il Presidente della Repubblica e per formare un governo, almeno di transizione, per fare alcune cose prima del ritorno al voto.
La seconda per nominare solo il Presidente e tornare subito al voto con l’attuale legge elettorale.
Comunque sia entrambe le ipotesi saranno dannose al Pd, che verrà presumibilmente bastonato dagli elettori alla prossima tornata, come tutti i ronzini che hanno fallito il ruolo assegnatogli.

In un paese normale – vedi la Germania della Grande coalizione – Pd e Pdl, data la straordinarietà della situazione, avrebbero subito unito le forze per formare un governo per fare l’essenziale, anche se solo su pochi punti.
Però è ovvio che questo Pd di Bersani abbia nel proprio Dna ancora tutti quei miliardi di cromosomi di falce e martello che fanno odiare l’avversario più che il considerarlo un pari grado nella democrazia, specie se quell’avversario ti abbia battuto più volte e ridotto per 2 decenni all’angolo.
Occhetto fece l’errore, con la sua gioiosa macchina da guerra, di considerare la partita già chiusa dopo il crollo della Dc.
Bersani ha fatto lo stesso errore dopo le dimissioni del Governo Berlusconi e l’intermezzo di quello transitorio di Monti.
Perciò il suo tentativo di tentare con Grillo è pleonastico più che reale, anche se legittimo da … tentare.

La Democrazia non è il darsi un semplice aggettivo nel nome del partito. È, soprattutto, il battersi durante la campagna elettorale con ogni mezzo e forza e l’accantonare subito dopo le armi per tornare cittadini paritetici di una stessa nazione, in grado di collaborare e costruire con tutti quelli che siano disponibili.
Bersani - appunto perché ancora piccolo – dovrebbe rileggersi la Storia, quando i suoi “padri” politici si sedettero con tutti gli avversari a costruire la nuova Italia con la Costituzione. Una bella Costituzione tuttora, anche se … vecchiotta.
Forse, allora, apprenderebbe che l’essere il leader di una coalizione non è necessariamente il ritenere il proprio interesse superiore a quello della nazione.
L’Italia attende; i Mercati pure.
Napolitano per intanto medita, ma non pare molto propenso a dare carta bianca a Bersani per un possibile flop annunciato con un tentativo che più che razionale si dimostra velleitario già solo in abbozzo.

sabato 2 marzo 2013

Quello strano e sospetto inciucio tra governi e la Goldman Sachs.


Che la Goldman Sachs sia la banca che comanda il Mercato non è un mistero.
Che suoi ispettori siano stati inviati come consulenti al capezzale del malato Governo greco – sortendone i disastrosi risultati che tutti vediamo – è una cosa nota.
Che suoi consulenti[1] siano stati piazzati (chiamati) in posti di rilievo, spesso e volentieri in situazioni democratiche particolari, può sembrare anche “sospetto”.
Che l’Italia, con il Governo Monti, abbia ripetuto gli stessi provvedimenti restrittivi fotocopia della Grecia, ottenendone identici risultati è altrettanto naturale e … ovvio.
Insomma: vi sono troppi indizi che possono portare a naturali considerazioni logiche.

La Democrazia italiana sta vivendo uno dei suoi momenti peggiori, specie sotto il versante economico, occupazionale e di stabilità e credibilità politica. Non solo non vi è un partito maggioritario, ma ben 3 gruppi contrapposti che con poca differenza di consenso si contendono il potere: CentroDx, CentroSx, M5S.
Le elezioni hanno dato un responso chiaro, specie dalla gente che vuole poter vivere, lavorare e progredire non nell’opulenza, ma nel modesto e necessario decoro: basta con questa degenerante politica economica che peggiora la situazione! È la sentenza chiara emessa dal Popolo italiano, che ha bocciato totalmente la velleitaria e superba coalizione di Monti, entrata in Parlamento solo per il rotto della cuffia.
Negli ultimi decenni - dal dopoguerra in poi - il numero dei disoccupati non è mai stato così elevato, la recessione del Pil non è mai stata tanto violenta, il Debito sovrano non ha mai raggiunto tale apice. E ciò nonostante l’auspicato (eufemismo) apporto di un “normale” spocchioso professore[2] - fatto diventare tanto “immenso”, dai media e da pressioni politiche internazionali, quanto degeneranti sono stati i suoi provvedimenti fatti passare con continui voti di fiducia e con la minaccia di “o così o è ancora così” - che ha solo peggiorato la situazione.
L’Ue, ovviamente, non è che vada molto meglio, considerato che, ad ogni piè sospinto, pare implodere tra continue e ricorrenti crisi dei vari stati, non ultima la Slovenia.

Lo scorso anno gli asserviti media si erano premurati con continui battage a innalzare sul monte delle divinità (l’Olimpo dell’eccellenza globale) i 2 Super Mario del momento, salvatori della patria con modalità diverse: Mario Monti e Mario Draghi.
Il primo chiamato ad essere Premier italiano, il secondo Presidente della Bce. Entrambi – ed è uno strano caso – sono da annoverarsi tra gli International Advisor della Goldman Sachs.
Tuttavia ciò non sarebbe di per sé una prova della connessione tra potere politico e alta finanza, se i casi più che sospetti non interessassero altre persone.
Draghi, per intenderci, è colui che Giulio Tremonti sta da tempo indicando sotto l’epiteto di “criminale” per la sua lettera ricattatoria inviata, come Presidente della Bce, al Governo Berlusconi e prodromo all’avvento di Monti. Tanto che a Umberto Bossi fece dire a suo tempo che la lettera era una fucilata a tradimento. Infatti, alla Spagna, che stava molto peggio dell’Italia, una similare ingerenza ricattatoria non fu praticata.
Le coincidenze, ovviamente, non si fermano qua, considerato pure che Romano Prodi pare tornato in pubblica visione in questi giorni di turbolenza politica. Strano a dirsi altro International Advisor della stessa Goldman Sachs; e, strano a dirsi, chiacchierato possibile pretendente alla poltrona di Presidente della Repubblica.
Nell’ombra vi è pure un altro personaggio che con “leggi” riformiste indirizzò a suo tempo l’Italia verso il baratro: Giuliano Amato, ex premier ed ora commissario straordinario del Governo Monti, pur essendo stato estromesso anni fa dal Parlamento dal voto popolare. Definito a suo tempo da molti come il “dottor sottile”, e come il “tisico intellettuale” da alcuni analisti che la vedevano diversamente. Altro chiacchierato soggetto che viene indicato nel toto presidente.
Pure Draghi era stato gettonato come possibile candidato, prima come probabile presidente del Consiglio e poco fa come possibile presidente della Repubblica. Entrambe le cariche sono state subito rifiutate per opzione alla poltrona della Bce.

Draghi, Monti, Prodi e Amato sono coloro che credono non nell’Ue, ma in una certa Ue, che va ad identificarsi, sovrapponendosi, ad una specifica gestione dell’€: quella dipendente e al servizio del Mercato. Di cui la Goldman Sachs regge a suo piacimento le fila e, per conseguenza, ne indirizza, guidandola, la speculazione, che spoglia gli stati delle loro ricchezze.
Amato fece a suo tempo un’imponente finanziaria di 90 mila mld – definita salvifica -, dopo che in 2 settimane con Ciampi – allora governatore della Banca d’Italia, poi diventato presidente della Repubblica – si bruciarono in una dissennata scelta finanziaria di difesa della ₤ (Lira italiana) riserve per oltre 120 mila mld, dovendo svalutare comunque poi la valuta italiana.
Prodi è colui che si beò di averci portato in Europa con altre manovre capestro, capaci di affossare a suo tempo Pil e produzione solo momentaneamente per la sua breve durata come premier.
Le connessioni, insomma, sono molteplici e sono assai … intriganti.

L’italiano non è un nazionalista, ma un europeista convinto. Non però dell’Europa del mercato.
Perciò monta tra i cittadini, e soprattutto tra le imprese, l’avversione ad una certa politica, specie a quella asservita al mercato. Il Popolo si sta ribellando arrabbiato.
Pure Bersani, dopo la batosta elettorale, sta innalzando le sue scarse antenne cognitive verso un’Ue diversa, incalzato in casa da quel qualunquista – Renzi – che coglie ogni occasione favorevole per proporsi come possibile leader e presidente del Consiglio. Destabilizzatore più che rottamatore.
Con lui l’Italia sarebbe sicuramente alla frutta: è un politico (scarso intellettualmente, ma grande in ambizione) di professione e con limitati risultati amministrativi al suo attivo, se non quello pubblico di mostrarsi come la novità del nostro tempo.
Renzi ha subito la batosta delle primarie, nonostante che al primo turno vi siano stati più di 1 milione di votanti fuori dal partito, perciò avvicinati con manovra pilotata esterna. Al voto politico i suoi candidati sono stati bocciati dall’elettorato, compreso quel Gori artefice mediatico del suo lancio.
Vuole incalzare Grillo e M5S, che però ha una potenza di fuoco e di consenso travolgente. Se prenderà la leadership, per dimissione dell’attuale direttivo PD, avvierà il partito, già in decadenza, alla dissoluzione progressiva.

Appare strano che 3 International Advisor occupino, o abbiano occupato, posti chiavi della politica e della finanza. Appare sospetto che questi – o altri che sono asserviti alla stessa ideologia finanziaria – siano fatti balenare come possibili pretendenti alla presidenza della Repubblica.
Appare coinvolgente che tutti questi abbiano perseguito una certa politica e che abbiano praticato, o forzato, - ognuno nel loro ruolo - grandi manovre restrittive sulla nazione, auto referenziandosi e sostenendosi nel sostituirsi o riciclarsi.
Appare addirittura assurdo che tali manovre abbiano favorito grandi gruppi finanziari, che queste persone non siano mai intervenute a regolamentare gli abusi e le storture del Mercato o che si siano interessate dell’economia reale del Paese sostenendola.

Portando il discorso al paradosso si potrebbe avanzare l’idea che tra Popolo italiano – spalleggiato soprattutto da Grillo e Tremonti – e Goldman Sachs vi sia in corso una guerra istituzionale. Il primo cerca di difendere la propria autonomia operativa e istituzionale, la seconda cerca di piazzare ovunque i propri uomini per trarne tutti i benefici possibili.
In questo scenario di disfacimento poco edificante e rassicurante va a sovrapporsi la crisi del Fiscal Cliff [3], che alla fine del 2012 è solo stata procrastinata, ma non risolta. Obama, com’era prevedibile, ha dovuto oggi alzare bandiera bianca, per cui gli U.S.A. andranno in recessione e produrranno poco meno di 1 milione di disoccupati in più nel 2013 per i tagli lineari.
Ciò inciderà sia sui mercati che sull’Ue in modo negativo.
I Repubblicani si sa dove stiano e i loro capitali pure. Perciò, nonostante la multinazionale Goldman Sachs finanzi la campagna presidenziale in modo bipartisan, è utile chiedersi a chi giovi. I grossi investitori di Wall Street, infatti, pensano che il loro status reddituale non venga intaccato dalla conseguente recessione, stando così le regole di Mercato.

Diversamente dagli States, l’Ue è solo una larvata e ipotetica federazione. Perciò la grandezza, sicurezza e stabilità del $ non ha proprio nulla da spartire con l’€.
Teoricamente il Fiscal Cliff potrebbe essere una potente arma atta a condizionare ulteriormente l’Europa, utile a chi specula principalmente sul Mercato.
A Draghi va dato atto che col suo avvento alla Bce ha cambiato buona parte della politica finanziaria di Trichet. Dal rigorismo esasperato e dall’uso errato del TUS si è passati ad una via operativa intermedia di LTRO, perciò di sostegno ai Titoli sovrani dei vari stati, operando sul finanziamento delle banche che li detengono.
D’altronde una politica di vero Quantitative easing non è possibile oggi in Ue, considerata la differenza abissale tra lo status della Fed con quello della Bce. Perciò: monetarismo interventista ausiliario, più che reale.

 Monti ha dichiarato più volte che la fine della crisi è dietro l’angolo. Draghi che siamo ancora in recessione, ma che tra pochi mesi inizierà la ripresa graduale, anche se debole.
In realtà la ripresa è ben lungi dal venire; mentre la recessione non ha ancora toccato il proprio apice. Le loro affermazioni debbono solo essere considerate psicologiche iniezioni di fiducia sul futuro, ad uso e consumo … dell’ammalato.
Monti, dal canto suo, più che gestire il Debito ha prodotto il problema del Debito, con un battage mediatico da terrorismo psicologico che i Mercati hanno prontamente saputo sfruttare. Non per nulla con lui il rapporto con il Pil ha toccato il 127%.
Su questo scenario complesso spuntano le dichiarazioni di Grillo, che vede tra non molto l’utilità (certezza) che il Paese vada in bancarotta. Solo da allora si potrà pensare ad un rilancio sotto il governo di M5S.

Grillo, ovviamente, non è i deputati “grillini”. Il mondo di Grillo è un mondo trasversale di protesta e di forte richiesta di un cambio sostanziale della politica, da ottenersi con un ricambio di uomini e idee.
Appunto per questo la totale implosione e bancarotta del Paese non sarà intesa come salutare e propedeutica sia dalla base degli elettori che degli stessi onorevoli (Ndr, cittadini). Il tanto peggio tanto meglio non è adatto all’Italia di oggi.

La crisi è venuta dalla speculazione selvaggia, perciò dal Mercato. Chi l’ha finora pagata sono stati sempre e solo i cittadini.
Però il Mercato nessuno l’ha voluto e saputo riorganizzare, regolamentandolo in modo nuovo.
Chi dirige il Mercato ha però dei suoi uomini nei punti chiave. Advisors che retribuisce con opulenza.
Perciò Grillo è utile a scardinare questa ragnatela di connessioni, anche se è rischioso portare volontariamente il Paese al collasso strutturale.
Come diceva Aristole: est modus in rebus. Spetta a Napolitano, e al suo successore, trovarlo per il bene del Paese e di tutti i cittadini.
Un Napolitano che però in passato ha subito forti pressioni per agire in un determinato modo.
Si spera solo che il suo successore non sia ancora un International Advisor della Goldman Sachs; perché allora il potere dell’Alta finanza non potrebbe più essere considerato uno strano e sospetto inciucio, ma solo un’assoluta e inconfutabile certezza.



[1] - Per approfondimenti vedere anche: Monti? No, grazie; preferisco le valli!
[2] - Per approfondimenti vedere anche: Lettera aperta ad un esimio … “Professore”.

[3] - Per approfondimenti vedere anche: Fiscal cliff.