lunedì 15 dicembre 2008

Il vento di "tramontana".

Oltre un paio di decenni fa ero ad Amburgo per lavoro. Allora non c’era, come ora, la rete telematica e bisognava recarsi sul posto per capire bene la situazione.

Avevo appena finito il mio impegno nell’azienda in cui ero ospite che mi giunge una telefonata; serve urgentemente il mio operato giù alla punta dello stivale: è successo un guaio e bisogna fare molto presto!

Un aereo è pronto per me, ma a conti fatti ci vogliono poi alcuni appoggi logistici; in più sono con Mexico (la mia auto) e dovrei tornarci per recuperarla; essendo pomeriggio inoltrato ho pure bisogno di dover riposare.

Rientro in albergo, ceno subito nonostante l’ora, mi corico e alle 4 di mattina il motore è già acceso tra il buio della primavera appena iniziata.

Non trovo nebbia fin quasi a Monaco e Mexico corre veloce con i suoi due carburatori in azione. Poi a banchi, e infine scompare, grazie a Dio.

Mentre viaggio ogni tanto allungo la mano sul sedile passeggero e dal contenitore viveri, che l’albergo mi ha premurosamente preparato, traggo ciò che mi capita a tiro: assorbo liquidi, zuccheri, frutta e altro cibo.

Mi devo pure fermare per il pieno e per un bisognino naturale.

Siamo ai tempi della Baader-Meinhof e so che alla dogana perderò un po’ di tempo. Perciò nell’avvicinarmi cerco di ideare su come evitare le lungaggini.

Mi sovviene che quello sventato di Red deve aver lasciato la sua particolare valigetta degli attrezzi nel mio baule: figurati che pacchia. Fortuna che sono là ufficialmente.

Trovo coda e punto deciso verso il parcheggio degli addetti alla dogana.

Un Polizist non vorrebbe lasciarmi entrare e gli sbatto sul grugno il passaporto con la perentoria frase: Ich brauche, mit dem Kommandanten zu spreche! E fortuna che la frase mi viene pure bene

Annuisce, mi fa parcheggiare e mi dice di seguirlo.

Dal baule traggo la valigetta di Red e lo seguo.

Un Oberleutnant è di turno e mi accoglie benevolmente.

Gli mostro la valigetta e gli dico che deve essere riportata urgentemente a Monaco. Mi chiede che contiene e gliela apro: fa un salto indietro dalla meraviglia.

Faccio un veloce discorso e lo invito a controllare un codice. Lo fa e si mette sull’attenti.

Mi saluta, mi accompagna alla porta dopo aver messo sull’… i subalterni presenti e mi augura: Gute reise, Oberst! Lo ringrazio e lo saluto a mia volta.

Toh, mi devono pur aver … militarizzato; questa mi giunge nuova!

Austria e poi … Italia, dove trovo acqua a scrosci fino oltre Verona.

… e venne notte e poi … l’alba, mentre ero sulla Salerno/Reggio Calabria.

Mi sussurro: Superba tirata, Sam!

Dopo 28 ore sono in vista dello stretto e i viveri sono esauriti da un po’.

Mi stanno attendendo e mentre faccio uno spuntino sostanzioso mi aggiornano sulla situazione. Perciò si procede e alle 16 è tutto Ok. Dio sia lodato!

Mi accompagnano in albergo dove devo distendermi dopo un frugale pasto. Prima di coricarmi faccio due passi in compagnia per digerire e nell’oscurità del tramonto un venticello fresco mi investe.

Che vento è? – “È il vento di Tramontana!” – Pure qua così fresco? – Sì! – mi si dice ridendo – Scende dai versanti orientali ancora innevati dell’Etna per poi attraversare lo stretto.

Ecco, quella montagna mi manca ed è pur sempre un tremila. Tanto non scappa e mi saprà aspettare.

Dallo stretto il soffio di “tramontana” risale, ora, da sud verso nord, dove però di solito soffia da ovest.

Qua siamo abituati al Phon, al Favonio, alla Bora da est e pure, a sera, al tramontano, fresco d’estate e gelido d’inverno. Conosciamo pure lo Scirocco, ogni tanto.

Provare a chiedere a Savino!

Lo ascolto, il soffio lontano e leggero, e mi pare che pronunci parole … antiche.

Ovviamente potrebbe trattarsi di frasi della Sibilla, che da quelle parti sta; ma … non mi pare.

Sembra arieggi l’eco di un movimento (partito) antico, fulgido per i patri suoli alcuni decenni fa, ma estintosi poi nella storia praticamente per degenerazione senile.

Tra le voci sussurranti trovo virgulti nuovi, ma anche tralci antichi, quasi pronti per essere … tagliati, apparentemente ancora vogliosi e vigorosi. Sembrano voci nostalgiche … e lamentevoli, talora quasi di Sirenetta suadente.

Diversamente dai Fratelli Bandiera, laggiù morti e sepolti con i loro compagni, per ora sono un po’ meno.

Ma da nord il gelido Favonio irrompe a caduta tra le Alpi nevose e mi spazza via queste voci languide e silenti, scompaginandole insieme alle foglie secche del faggio, affioranti tra l’alta neve; mentre un terso tramonto, lassù in cascina, mostra nel rosseggiare intenso il nerastro e triangolare Monviso a oltre 300 km a SW.

Lui parla diversamente: di un’Istituzione e non di una riedificazione!

Che sarà?

Il tempo lo dirà!

giovedì 11 dicembre 2008

Lo sbandamento decisionale sui tassi.

La BCE ha ridotto i TUS al 2,50% con un taglio di 3/4 di punto, cosa che ha fatto gridare molti alla meraviglia, non essendo mai successo in 10 anni di vita.

Altri, nello stesso tempo, l’hanno ridotto anche di più del doppio e ciò indica la gravità della situazione; e in precedenza ciò era già avvenuto altrove.

Trichet si è accorto, unitamente ai suoi colleghi, che la situazione è grave e che “la riduzione del TUS è consentita, ora, dal raffreddamento[1] dell’inflazione”.

Già in estate avevo sollevato tale problema ed evidenziato che l’economia si stava fermando e che urgeva, ed era già tardivo, intervenire pesantemente sui tassi.

Il problema non era l’inflazione, perché questa era stata abbondantemente gonfiata dai Futures sulle materie prime da una bolla speculativa poi esplosa, bensì una politica fiscale ed economica dissennata, specie in Italia, che aveva costretto molte aziende a chiudere o a trasferirsi altrove con le unità produttive.

Mi chiedo a che punto saremmo oggi se il Governo Prodi fosse ancora in piedi, considerato che la Sx insiste pedantemente per ridurre drasticamente le tasse, dopo averle alzate oltre la tolleranza fisiologica nel suo breve, fortunatamente, disastroso passaggio di potere.

La scorsa settimana ho fatto visita a diversi stabilimenti e ho visto lo sfacelo produttivo che li ha investiti.

Chi oggi produce ancora, anche se a rilento, lo fa per amor di personale, per immagazzinare e nella speranza che la situazione non degeneri ulteriormente, perché allora sarebbe il disastro anche per le aziende finanziariamente sane e autosufficienti nella capitalizzazione.

Le banche non hanno ridotto drasticamente il tasso Euribor[2] e vanno a rilento, anche perché debbono recuperare produttività ed ammortizzare, chi più chi meno, la debacle speculativa a cui si erano inopinatamente sottoposte.

Perciò tutti hanno paura e cercano di non esporsi ulteriormente, sperando in un … miracolo che non verrà.

E le Borse, con il loro progressivo scendere altalenante, sono il termometro produttivo di una situazione che se fosse stata prevista prima, dai responsabili economici e finanziari, non avrebbe trascinato con sé pure l’economia reale.

La prospettiva è che il mese prossimo la BCE dovrà tagliare almeno di 1/2 punto ancora il TUS e che dovrà continuare a farlo nei mesi successivi fino a farlo scendere all’1%; mentre la Fed scenderà addirittura allo 0,5%, dimezzando l’attuale.

Ciò indica solo una cosa: il portare il costo del denaro a minimi inimmaginabili per invogliare gli investimenti e far ripartire l’economia.

Ma ciò che è possibile in teoria è improbo nella pratica, perché le banche sono molto restie ad esporsi ulteriormente in finanziamenti che sono maggiormente rischiosi oggi, specie se dati ad aziende che sono in grave crisi produttiva e commerciale e con un indebitamento già accentuato.

Il settore auto evidenzia ovunque i suoi limiti e Obama afferma che non è disposto ad investire ulteriormente in aziende che, comunque, saranno costrette poi a fallire. E lo stesso discorso può essere fatto su molti altri settori produttivi, anche nel tecnologico e nel largo consumo.

Perciò lancia il suo piano di provvisorio salvataggio del settore automobilistico, entrando come Stato nell’assetto azionario (20%).

Tenere in piedi aziende obsolete e con indebitamento accentuato porta, da una parte, a salvaguardare l’occupazione momentanea e, dall’altra, a caricare il sistema economico di ulteriori spese. L’operazione di salvataggio/acquisizione Alitalia è un esempio pratico dei grandi costi sociali che comporta sulla comunità intera: investimenti a rischio da parte di audaci imprenditori che provano a rilanciarla, accollamento dei debiti a spese dei contribuenti, onde permettere agli acquisitori di non essere falliti in partenza.

Questa operazione, da ovunque la si guardi, pone in evidenza l’enorme spreco di denaro pubblico che sarebbe potuto essere usato assai più proficuamente in altro modo, se il sano realismo politico e finanziario non fosse stato ottenebrato dal bieco nazionalismo campanilistico.

Credo che il Sistema abbia fatto il suo tempo e che i palliativi statali atti a sostenere con ulteriore debito/disavanzo l’iniziativa privata, o pubblica, abbia manifestato i suoi limiti.

Ora si cerca di inondare il sistema finanziario di miliardi di € e di $; e l’UE si accinge ad immettere obbligazioni (bonds) proprie nel sistema per sostenere la domanda e l’economia reale.

Ciò che appare evidente è che ai sostanziosi debiti nazionali (enorme per l’Italia), si cercherà di sopperire con ulteriori debiti comunitari. In pratica: finanziare debiti con ulteriori debiti! Infatti, la “ricchezza” non piove dal cielo per grazia ricevuta e prima o poi bisognerà pareggiare il conto, o pagando i debiti creati, o facendo default.

Perciò, ben che vada, la situazione di collasso totale potrà solo essere rinviata, ma non scongiurata a lungo termine.

Negli States sembra che il nuovo staff governativo intenda puntare velocemente sulle teorie keynesiane, investendo sia in strutture che nelle stesse aziende. Perciò si dilaterà ulteriormente il già imponente debito pubblico ottenendo probabilmente a breve alcuni risultati, ma caricando le generazioni future di un gravame insopportabile.

E se si sbaglierà qualcosa sarà la fine dell’imperialismo politico, militare e sociale americano: imploderà!

Pur non essendo contrario a priori a tale politica economica, osservo solo che il non scindere le aziende sane da quelle in agonia per troppi debiti permette sì di mantenere un coefficiente paritario di occupazione, ma, come la vicenda Alitalia dimostra, il mancato decisionismo iniziale per troppa tattica politica porta inevitabilmente con sé un danno maggiore, sia nel sociale/occupazionale, sia nello spreco di risorse pubbliche a carico della comunità.

Negli anni ’70 e successivi, già crisi precedenti[3] avrebbero dovuto allertare il sistema; ma con le teorie keynesiane si è voluto proseguire ed il risultato è oggi lampante da vedere: un disastro annunciato.

Abbiamo voluto, tutti, vivere oltre le nostre possibilità, tramandando all’infinito la risoluzione delle problematiche che avanzavano minacciose all’orizzonte.

Obama viene dall’Illinois e da Chicago: uno stato e una città per fama politicamente corrotti.

Con ciò non intendo dire che abbia degli scheletri nell’armadio, ma solo rilevare che la politica in quella regione è molto particolare ed affidata spesso ad avventurieri che, con spregiudicatezza, hanno operato per scalare certe posizioni.

Il governatore precedente (repubblicano) è in carcere per corruzione e l’attuale (democratico) lo sarà tra breve per vicende poco cristalline (eufemismo).

Non per nulla era la “casa” di Al Capone e della mafia italoamericana.

Basti ricordare il sospetto che l’elezione di Kennedy avvenne probabilmente per i voti che il sindaco di allora riuscì a procurargli con manovre poco ortodosse.

Perciò appare consequenziale, anche se solo ipotetico, che gli esponenti politici che “escono” da quello stato debbano, per forza di cose, aver avuto contiguità con certe forze per scalare certe posizioni, avventurandosi spesso in oscuri compromessi.

Rifacendomi ad un concetto simbiologico di Carlos Cinco, mi verrebbe spontaneo affermare che la mentalità che permea i politici di quella zona debba essere, appunto, assai similare in tutto in entrambi gli schieramenti, basandomi sia sulle cause, sia sugli eventi che sugli effetti, proprio come da un seme di una pianta non ne può nascere un’altra.

Guardando l’iter della campagna elettorale sia nelle primarie che nelle presidenziali non mi tornano diversi conti per i troppi walzer ideologici e strategici. Ciò significa che con troppa disinvoltura si è cavalcato l’onda emotiva popolare, operando con sufficiente spregiudicatezza politica per centrare l’obbiettivo.

La sua elezione mi ha lasciato indifferente e attendo la controprova dei fatti.

In campo economico dovrà, inevitabilmente, discernere tra aziende sane e cachettiche e tra America ed Europa, salvaguardando pure il liberismo democratico e isolandolo dalla globalizzazione finanziaria selvaggia.

In campo politico dovrà dimostrare l’acume realistico e non la spavalderia e il populismo finora palesato, creando di conseguenza una rete di rapporti paritari e non imperialisti con gli altri stati.

In campo militare dovrà decidere tra la ritirata in Iraq in tempi brevi e la salvaguardia della democrazia e stabilità del governo di quel paese; senza dimenticare l’Afganistan, dove i Talebani hanno ripreso sotto controllo circa il 2/3 del paese e dove si annida e prospera il terrorismo internazionale, basato su un integralismo dottrinale ideologico.

In campo strategico produrre un’assonanza sincretica tra le varie problematiche ed esigenze nei vari paragrafi appena esposti.

Il compito, pertanto non sarà facile e l’economia non potrà decollare proficuamente senza un poderoso abbattimento della spesa complessiva. Perché appare chiaro che l’America non potrà reggere a lungo il sostegno finanziario fraterno all’Europa, una spesa (indebitamento) colossale per salvare finanza e industria, un investimento poderoso in ammodernamento ed infrastrutture e, infine, una dissanguante emorragia finanziaria per assecondare la sicurezza interna e la guerra esterna al terrorismo.

Tutte queste ragioni porteranno inevitabilmente gli U.S.A., per non implodere, a rinchiudersi su sé stessi e le altre nazioni, Europa compresa, a dover investire ulteriormente per mantenersi in piedi efficienti.

Perciò, con tali premesse, è chiaro che anche da noi le cause/effetto, che da tempo erano evidenti sul tappeto, sono state politicamente (dagli Stati) e finanziariamente (BCE e Banche centrali) sottovalutate, quando non totalmente ignorate.

La strenua difesa della politica dei tassi alti della BCE con l’obbiettivo, errato, di contrastare una spuria inflazione, l’imprevidenza degli Stati a prevedere prima e a contrastare poi l’avanzata del tornado finanziario, la poca avvedutezza politica nazionale di favorire l’emigrazione delle aziende manifatturiere in aree geografiche emergenti, sono le tre parche funeste che hanno prodotto la recessione, la bolla speculativa della globalizzazione selvaggia e il collasso economico e produttivo.

Titolati esperti pronosticavano per fine anno il Future sul petrolio a 240 $ al barile, mentre invece siamo ora sui 40.

Ai primi sintomi del tornado finanziario si era ipotizzato un breve periodo (6/9 mesi) di stagnazione, mentre invece siamo in recessione.

Dopo i primi interventi nazionali per salvaguardare l’esistenza di grosse aziende dal crack incombente si è ipotizzato una possibile ripresa verso la prossima primavera, mentre ora tutti concordano che l’intero 2009 sarà l’anno peggiore.

La recessione sarà lunga e non si sa ancora con precisione quando si toccherà il fondo. Con sé porterà, inevitabilmente, fallimenti, disoccupazione, conseguente turbolenza sociale e ulteriori grandi debiti in aggiunta ai già imponenti nazionali.

L’Italia emette bonds (titoli di stato) con un tasso dell’1% superiore alle altre principali nazioni; e ciò significa solo che per attrarre capitali bisogna innalzare il tasso reddituale, data l’ipotetica insolvenza nostra. Perciò la nostra spesa per investire è già superiore, nei costi, a quella altrui.

Nella primavera prossima, da quanto viene comunicato, saranno in scadenza ben 200.000 mld di € di titoli, che dovranno necessariamente essere ricollocati per non andare in default.

Il nostro Stato incassa in un anno 320.000 mld di € di tasse, mentre ha un debito pubblico di oltre 1.600.000 mld di €; perciò per azzerarlo ci vorrebbero almeno 5 anni di tasse complessive senza spendere un eurocent.

L’abbassare il TUS porta inevitabilmente con sé l’abbassare anche le rendite finanziarie sui bonds e a rendite basse non possono corrispondere rischi elevati.

La reticenza delle banche a concedere prestiti è basata, oggi, anche su queste premesse, specie se la roulette borsistica le ha ottenebrate nel valore patrimoniale.

Fortunatamente oggi le auto si vedono ancora girare e la gente non andare a piedi scalzi e mezza ignuda. Ciò significa che una certa consistenza patrimoniale familiare esiste ancora e che su questa si può, ottimisticamente, implementare una graduale e lenta ripresa: c’è ancora chi lavora, produce, commercia, investe e fa girare l’economia!

Ma ciò lo si potrà fare solo se non vi sarà il crollo totale della fiducia nazionale vicendevole: tra istituzioni e cittadini, tra banche ed aziende, tra banche e clienti con depositi, tra imprenditori ed operai e, soprattutto, tra elettori ed eletti.

Perché è ovvio che quando i tassi saranno all’1%, i margini di manovra per correggere eventuali errori non ci saranno più, a meno che oltre a dare il denaro al privato o al pubblico per investire si dia pure, anziché ricevere, un interesse aggiuntivo come premio.

Però, come mi scrive un amico assai ferrato in economia, oggi ci sono ancora spazi utili per le favole, ma non nella progettazione delle istituzioni sociali o – per gli stessi motivi – nei calcoli tecnici per la realizzazione di strutture.

E proprio sulla base di questa acuta considerazione si può concludere che i tassi bassi sono i benvenuti, anche se assai tardivi; ma che non saranno affatto sufficienti se il Politico oggi si alienerà la fiducia dell’elettore, tacendogli la grave situazione che stiamo attraversando.

Perché la fiducia nelle istituzioni, e di conseguenza reciproca tra le parti, non scema per cause immotivate, bensì solo perché nessuno vuole, o è in grado, di spiegare al popolo ciò che sta avvenendo.

In seguito alla Guerra dei 6 giorni si fermò il traffico domenicale per un certo periodo motivandolo; oggi, forse, sarebbe assai utile che i nostri Politici ci spiegassero realmente dove stiamo andando, cosa ci attende e perché si opera in un certo modo.

Lo spargere ottimismo è una virtù e non una colpa: lo diventa (colpa) se non vi è il motivo d’essere ottimisti.



[1] - Tecnicamente: deflazione.

[2] - In rapporto diretto al TUS.

[3] - Anche se piccole turbolenze rispetto al tornado attuale.

giovedì 4 dicembre 2008

La Sapienza nella Chiesa nella comprensione delle problematiche attuali.

Giuseppe, nel suo post “Dialogo interreligioso impossibile” [1], più che porsi l’interrogativo se sia attuabile il dialogo tra le varie religioni, pone sul piatto discorsivo un interrogativo trasversale intrigante ed inquietante: chi oggi, nella Chiesa, possa avere la Sapienza e, con questa, il diritto di proclamarla con autorità, considerato pure che chiama in causa la Gerarchia in una sostanziale dissociazione sulla tematica espressa.

Ovviamente non intendo entrare nel merito del dialogo[2] sulla possibilità o meno che ciò possa avvenire; perché ciò che l’articolista ha posto in essere, pur inconsciamente, è un problema che spesso la chiesa (gerarchia di pastori) ha affrontato nel corso dei secoli, dichiarando espressamente il suo diritto naturale ad espletare tale funzione: il diritto ad essere guida!

Il lettore attento avrà notato che nel mio articolo datato del ’96[3], non solo affianco in parte Giuseppe, ma dichiaro apertamente l’erroneità di tale concezione con riferimenti precisi sulla fallibilità di tale conclamata prerogativa.

Lo scorrere del tempo, inoltre, mi è stato fedele alleato, mostrando gli errori iniziali, commessi dalla gerarchia, su tali tematiche.

Ciò nonostante riconosco il grande valore che l’insegnamento dei Pastori può dare, anche se talora imperfetto, specie se si considera che tutti sono chiamati, avendo ricevuto con il sacramento crismale lo Pneuma, a costruire col pensiero e con l’azione la Sapienza della Chiesa in cammino.

Da ciò traspare evidente il concetto che nella Chiesa vi è una certa Sapienza che può essere in contrasto con la sapienza gerarchica.

Ovviamente non sto giocando sulle parole Chiesa e chiesa, perché ciò credo sia ampiamente comprensibile a tutti.

Perciò mi soffermo un attimo, con questo articolo/riflessione, sul concetto collegiale di Chiesa: Popolo in cammino in Unione al Cristo.

Per fare ciò faccio un passo indietro, differenziando il credo canonico ortodosso da quello cattolico.

Il Papato reclama per sé il diritto alla supremazia gestendo, di fatto, con una propria “corte” (governo), tutto il sistema Chiesa e chiesa in modo praticamente insindacabile su tutto il globo.

Il Primate ortodosso (normalmente il Metropolita) afferma una sola preminenza zonale della Chiesa a lui soggetta, lasciando agli altri Primate la gestione della loro. Ciò, ovviamente, non crea contrasto dottrinale perché la credenza è identica nelle varie chiese che possono avere esigenze sociali assai diverse per la loro localizzazione logistica.

Non per nulla il Papa non è mai riuscito a visitare la Russia; e ciò per un motivo preciso che è sempre stato sottovalutato dalla gerarchia cattolica: l’essere ospite in una Chiesa che è sempre Chiesa in Cristo, ma parallela e autonoma alla sua autorità.

In pratica da una parte, il papato, si cerca di consolidare il proprio potere teocratico, dall’altra, il primate, si riafferma il “primus inter pares” di ognuno nella propria giurisdizione.

Mi soffermo un attimo sul concetto di “scomunica” per comprendere appieno il discorso.

Questa può essere emessa da qualsiasi vescovo e in via teorica due vescovi possono scomunicarsi vicendevolmente.

Perciò un papa può scomunicare un vescovo; e il vescovo scomunicato può, a sua volta, scomunicare il papa.

L’autorità che ha emesso la sentenza (o suo successore) può revocare tale condanna.

Nei secoli scorsi ciò è già avvenuto più volte; ora si cerca di evitare il conflittuale evitando pubblicamente tale opzione poco cristiana.

Lo Scisma d’Oriente[4] è avvenuto principalmente per una questione di potere, perciò di supremazia; e i due vescovi, di Roma e di Costantinopoli, si sono scomunicati a vicenda.

Ovviamente il mondo è andato avanti ugualmente ed ognuno dei contendenti ha proceduto per i fatti suoi.

Che poi i due protagonisti siano tra i dannati per la scomunica ricevuta, oppure no, non è tanto importante, essendo unicamente superfluo e velleitario.

Nei secoli abbiamo avuto pure delle scomuniche che col senno di poi possiamo definire errate; e ciò dimostra unicamente la fallibilità di certe prerogative.

Alcuni casi, come Galileo e Savonarola, sono emblematici delle cantonate che la gerarchia ha preso nella sua storia.

Tutto ciò sta a dimostrare che la Verità e la Sapienza non sono l’imprimatur consequenziale ad una carica gerarchica verticistica, ma solo un modo operativo che può portare, talora, all’errore.

Il Papa, ovviamente, non è infallibile e lo stesso Ratzinger[5] invita i suoi lettori a criticarlo tranquillamente se non si è d’accordo con lui.

Ciò, implicitamente, evidenzia il personalismo ideologico che, come tale, non può essere rivestito d’infallibilità.

Diversa è la situazione se il Papa parla “ex cathedra”; ma ciò avviene unicamente nella declamazione di dogmi particolari che come tali, essendo teorici, non possono essere dimostrati o negati né tramite la scienza, né col ragionamento logico: perciò basta la dichiarazione, tramite il Papa, dello Pneuma. Basti pensare, ad esempio, ai due dogmi mariani sull’Immacolata e sull’Ascensione.

La stessa cosa vale per le Verità conciliari, appunto perché in quel frangente si parla come Chiesa e non come gerarchia: verità che hanno ricevuto l’imprimatur dello Pneuma.

Difatti, la Chiesa non ha mai revocato dei dogmi precedenti, anche se assai datati nel tempo, appunto perché ciò contrasterebbe con la Sapienza/Verità dello Pneuma.

Quando si inizia un Conclave, mentre i cardinali elettori entrano, si canta il “Veni Creator Spiritus” e si aggiunge subito “illumina la mente dei tuoi cardinali”[6], appunto perché nella chiesa cattolica viene riconosciuta la supremazia teocratica del pontefice e il suo diritto a parlare ex cathedra anche al di fuori di un concilio: il Papa, quindi, come scelta dello Spirito Santo tramite i cardinali elettori.

Si pone perciò il problema, se il Papa non è sempre depositario dell’infallibilità sapienziale, di distinguere tra il pensiero suo personale e quello della Chiesa/Ecclesia, perciò come comunità intera che ha in sé spinte e differenziazioni spesso sostanziali.

Ed è ciò che Giuseppe ha fatto dissociandosi dal pensiero pontificio, pur non entrando nel merito se abbia ragione lui o il Papa in tale ipotetica diatriba.

Perché, teoricamente, l’interpretazione sua potrebbe essere superficiale, o errata, del pensiero papale, perciò viziata all’origine.

E lo stesso discorso può e deve essere fatto per tutti gli altri vescovi, appunto perché il papa è un vescovo e tra i vari vescovi spesso vi sono impostazioni sostanziali diversificate su una stessa problematica.

Tutti i cattolici, come dicevo in un paragrafo iniziale, hanno avuto il sacramento crismale; e su questa base sono chiamati a costruire la Sapienza dell’Ecclesia, secondo i talenti che il buon Dio ha loro dato in affidamento.

Basti pensare ai moltissimi teologi che erano laici o semplici religiosi, senza essere vescovi.

La storia del pensiero cristiano ne può evidenziare una moltitudine e pure quantificare quanto il loro “pensiero” sia servito alla Chiesa per sviluppare e perfezionare la propria Sapienza.

Il non essere sempre in sintonia con la gerarchia pone in essere due diverse problematiche di non poco conto:

a) La prima riguarda il sistema dottrinale, perciò dogmatico, e di conseguenza il principio dei valori non negoziabili: Vita e Famiglia.

b) La seconda prende in considerazione le migliorie che possono e debbono essere aggiunte al vivere giornaliero; perciò tutti quei derivati valoriali che affiancano i valori primari in una successione a cascata, tanto nel vivere ecclesiale, quanto in quello civile.

La prima ipotesi, mettendo in discussione i presupposti basilari della dottrina, pone pure in discussione il concetto stesso di Chiesa. Perciò chi mette in controversia la dottrina dogmatica diventa eretico; e nel farlo diventa entità estranea alla Chiesa stessa: non si riconosce più in Essa.

Se il papa o i vescovi parlano (in tutti i vari modi possibili) di tali Verità è ovvio che siano nel giusto e non possono essere messi in discussione, come non può essere messo in discussione lo stesso semplice fedele che disquisisce con capacità e con piena adesione alla dottrina dogmatica.

Il concetto espresso non è, pertanto, il semplice pensiero del singolo credente, anche se importante nel ruolo gerarchico, bensì quello stabilito dallo Pneuma nell’Essere Chiesa in Cristo. In questi casi chi ci parla è Dio stesso con la sua Sapienza!

Diversa è la seconda ipotesi, perché il modo di essere Chiesa/Ecclesia segue lo sviluppo del pensiero, il quale è correlato al progresso, alle esigenze e alle necessità del tempo.

Una volta si viaggiava a piedi o con un animale, oggi si procede con l’auto e con l’astronave; ed è ovvio che questa sostanziale diversità di procedere ponga in essere problematiche completamente diverse, che debbono essere rapportate in sintonia alla dottrina operativa ecclesiale.

Il credente che lo fa, comunque, deve avere la capacità non di solo contestare, ma di saper costruire con lungimiranza un correttivo parziale, o sostanziale, a quanto la Gerarchia “interpreta” nella convinzione d’essere in buona fede.

Ciò implica il corretto e preventivo studio e comprensione del discorso altrui, sul quale poter basare un’analisi dettagliata del possibile errore procedurale discorsivo. Il non farlo porta il credente, chiunque questi sia, ad agire con pressapochismo, perciò senza un’eziologia, una metodologia analitica e una gnoseologia della tematica trattata.

Le problematiche oggi sul tappeto sono principalmente di due tipologie precise: scientifiche e sociali.

La scientifica pone in evidenza la liceità di certe modalità operative; mentre quella sociale evidenzia sostanzialmente il corretto rapporto tra credenti nella comunità ecclesiale e tra cittadini nella pacifica convivenza operativa tra diverse realtà sociali.

Entrambe hanno stimoli ed esigenze mutanti, appunto perché le problematiche che innescano sono in continuo fermento per il variare della loro causa/effetto. Debbono, comunque, essere in perfetta sintonia alla dottrina dogmatica, basata sui valori non negoziabili.

Il Pastore, spesso, ha una monocultura religiosa, anche perché nella formazione “professionale” non gliene è stata impartita altra. Perciò basando tutto sulla dottrina dogmatica è facile che certe realtà non gli siano perfettamente comprensibili o che gli sfuggano totalmente, essendo spesso lontano e distaccato dalla realtà sociale, quasi rintanato nella sua torre d’avorio. In pratica più che essere Pastore nel gregge è Pastore fuori dal gregge; e la sua lontananza è spesso correlata al grado gerarchico acquisito.

Da qui, ovviamente, può scaturire un errore valutativo o cognitivo; ed allora è compito del credente cercare di arginare questo possibile errore, operando con la sua conoscenza in sintonia alla comunità ecclesiale.

Il credente, da parte sua, è spesso carente nel dogmatico/religioso e può sottovalutare il problema nel rapporto dottrinale.

Come si vede il connubio tra pastore e credente non è facilmente complementare nel rapporto gerarchico, essendo per lo più complanare; e spesso può portare ad incomprensioni reciproche ed a contrasti ecclesiali più o meno palesi. Per farsene un’idea basti pensare alla politica o a quanto certe correnti sociali siano mal viste dalla gerarchia.

Ho spesso la percezione che i Pastori siano spesso arroccati artatamente sulle loro posizioni privilegiate e non tanto per i benefit che sfruttano più o meno pubblicamente, quanto per il distacco con cui seguono l’evoluzione del gregge loro affidato.

Anziché essere servitori sono unicamente dux; ma in questo modo non si entra in sintonia con l’Ecclesia, ma si pone il concetto stesso di Chiesa in subalternità alla gerarchia.

Chiesa/Ecclesia è invece un’unica realtà indivisibile dove tutti debbono essere nello stesso tempo pastori e gregge, anche perché non può esistere un gregge senza un pastore. Il pastore, pertanto è parte integrante del gregge, quindi gregge lui stesso; diversamente non si ha un gregge, ma solo un branco.

E, se Chiesa è il gregge divino in cammino, in essa non vi possono essere diversità sostanziali del genere animale: perciò l’uomo pastore da una parte e l’animale pecora dall’altra, appunto perché il vero e unico pastore che conduce la Chiesa è Cristo con la sua Essenza superiore divina. Tutti gli altri sono pecore, più o meno grandi, impegnate nel servizio reciproco, come la pecora madre assiste l’agnellino.

Non vi sono gradi gerarchici nel servizio e nell’espletamento della Carità, appunto perché questa include prioritariamente il mettersi al servizio dell’altro e non l’esserne servito.

Ma ciò che appare contrastante in apparenza tra gerarchia e popolo si stempera nello scorrere del tempo, anche perché il Pastore futuro cresce permeato delle nuove esigenze sociali e delle inerenti problematiche connesse, correggendo, con le necessità sapienziali del gregge, i possibili errori valutativi della gerarchia precedente, superata dagli eventi.

Ma tutto ciò avviene non solo in religione, ma anche nel sociale, quindi nella società civile.

Ovviamente sarebbe molto meglio se la gerarchia riuscisse prontamente a recepire le istanze del gregge, onde indirizzarlo saggiamente nella risoluzione delle problematiche insorgenti; ma ciò, forse sarebbe pretendere troppo.

Come, forse, sarebbe pretendere troppo che la gerarchia concepisse il proprio essere pastore come servizio all’altro, nell’umiltà dell’ascolto, nel consiglio e nell’insegnamento fraterno, nella disponibilità ad essere Samaritano piegato sul proprio fratello, sia questo pecora o pastore.

Ma l’uomo non è perfetto, come non è perfetta la Chiesa; diversamente questa non sarebbe Popolo/gregge in cammino, ma solo un sistema sociale/religioso, da secoli perfetto e immutabile, di essere in sintonia con il proprio Creatore/Pastore.

Personalmente non apprezzo molto l’attuale filosofia fenomenologica della Gerarchia e per tanti motivi che, da anni, continuo a sottolineare; ma non intendo discutere di questo.

Tale filosofia ha evidenziato, riconoscendoli, gli errori passati; e i vertici ecclesiali hanno pure chiesto scusa per tali sbagli. Cosa a mio parere ininfluente, perché sostanzialmente la Storia li aveva già ampiamente evidenziati.

Tuttavia ritengo che la fallibilità gerarchica sia maggiormente a rischio con tale filosofia, appunto perché il “fenomeno” tende analiticamente a stemperare l’azione e perciò a giustificare l’errore.

Complementarità, sussidiarietà, solidarietà, concertazione … sono le parole apparentemente d’ordine anche in ambito ecclesiale relativamente al sociale; però ci si dimentica che queste forme sono degenerazioni pratiche peggiorative, anche se positive per certi aspetti, del fulgido concetto di Carità, perciò dell’essere Samaritano nella stessa Chiesa e di riflesso anche nella Società.

Credo che la Chiesa abbia l’obbligo morale e dottrinale d’essere luce nella società, ben sapendo che però è solo una parte della società; ma non per questo ha il diritto di imporre a tutti, anche a chi non condivide, certi concetti valoriali.

Non so se sia possibile il dialogo con alcune religioni, specie con quelle che tendono a sopravvaricare e a sottomettere (annientare) le altre.

Però una certezza personale ce l’ho: con il dialogo si costruisce, si trasmettono idee, si concepisce e si fanno percepire i possibili errori procedurali.

Diversamente la Chiesa non sarebbe Popolo in cammino: verso la Verità/Sapienza e perfezione di Dio.




[2] - Anche perché non conosco il testo pontificio.

[4] - Avvenne nell’anno 1054 ed è chiamato in due modi contrapposti, sinonimi di colpe specifiche di chi volle lo scisma: Scisma d’Oriente da parte dei cattolici e Scisma dei Latini da parte degli ortodossi.

[5] - Benedetto XVI.

[6] - Libera traduzione adattata al frangente citato: mentes tuorum visita

sabato 29 novembre 2008

À la recherche du temps d'école.

(Ricordi della “squola”)

Voi dite che c’è un errore nel titolo?

No! È esatto, perché l’ho sempre scritta così. Difatti la maestra mi dava sempre “O. S.”, ch’io e i miei genitori intendevamo, fieramente, “Ottimo Scolaro”.

Al nono anno di prima elementare non capivamo perché io fossi sempre in prima e gli altri alle … superiori. Le chiedemmo spiegazioni e ci disse che equivaleva ad “Ottimo Somaro”.

Al momento non capimmo bene anche perché avevo solo due gambe e neanche la … coda, neppure di paglia; poi ce lo spiegarono altri, e qua finì la mia carriera scolastica.

Dopo alcuni decenni conobbi Gianni Z…, che in comune con me aveva qualcosa. Aveva fatto per 10 anni la prima, e per questo ricevette pure un premio per il record raggiunto: gli diedero tanto di passaporto e lo inviarono in Svizzera a lavorare!

Sicché, essendomi fermato al nono anno e non avendo battuto il suo record nazionale … rimasi senza … premio.

Poi giunse il tempo del militare e mi inviarono con gli alpini come conduttore di … muli. Pensavano che tra quadrupedi ci si potesse intendere, data l’affinità parentale.

Io non potevo soffrirlo; e lui, il mulo, invece mi s’era affezionato e mi seguiva ovunque. Forse m’aveva preso per un’asina; ma essendo un mulo non si poteva addossargli … colpa alcuna.

Sicché il Signor Capitano, vedendo la mia idiosincrasia per la bestia e le nostre … beghe sui sentieri alpini, era solito dirmi: “Sei un gran salame!”.

Ovviamente da noi il salame lo si fa buono, per cui, essendo il salame buono, ne andavo assai fiero; ed ero felice pure quando i commilitoni me lo ripetevano.

Infine mi congedarono e, accomiatandomi, il Signor Capitano mi disse: “Sam, non sa quanto sono felice di non avere più tra i piedi un salame casinista come lei!”.

Forte dell’esperienza scolastica precedente stavolta capii velocemente, anche se tardi.

Solo il mulo “ragliò” divertito e immalinconito per la mia partenza!

Poche tempo fa, appena dopo il D.L. 137, mi giunse il Beppe, noto cameraman professionale, per intervistarmi su dei datati ricordi “squolastici”.

Il Beppe, da tutti conosciuto solo così, è un tipo timido anche se per la sua professione non si direbbe.

Ha una collezione notevole di maglie di moltissimi giocatori di calcio di Serie A, compresi tutti i campioni; maglie autentiche, ovviamente, che gli sono state donate dai giocatori stessi.

Lui non è molto alto, fa spesso jogging, capelli lunghi scuri alla … femminuccia con barba e … mamma giunonica e alta due spanne più di lui. Tradotto il tutto in percentuale lui è il 50% di Franchina.

Alcuni amici si chiedono, ridendo, perché tutti la chiamino così e non … Francona.

Venne e mi disse: “Sam, tu sei forte e vorrei intervistarti sui tuoi ricordi di scuola!”

Ovviamente il vedermi davanti tale aggeggio (telecamera) mi mandò su di giri e pensai che forse sarei diventato … importante e … famoso: doveva essere il mio colpo della … fortuna. Perciò accettai di buon grado.

Cominciò così la mia ora di … gloria!

B: Ti ricordi della tua maestra?

S: Certo! E come non potrei?

B: Me la potresti descrivere?

S: Ovviamente! Era minuta, circa 155 cm, carina, capelli neri con pettinatura a caschetto, sempre elegante con gonna scura che gli copriva le ginocchia; non l’ho mai vista con i pantaloni.

B: Com’era con voi ragazzi?

S: Come una mammina; sempre disponibile e attenta a che non combinassimo pasticci. E per premiarci ogni tanto ce li portava lei; per cui noi anche solo con uno ciascuno eravamo al settimo cielo. Sai, Beppe, erano tempi in cui si era felici con poco!

B: Allora ti ha seguito per 5 anni?

S: No! Per 9!

B: Non capisco! Come mai 9 se le elementari sono 5?

E qui cascò l’Asino. Mi ingarbugliai un po’; ma mi ricordai del mulo ch’era più intelligente di me e, per prender tempo, feci finta di non capire. D’altronde ero davanti alla telecamera e non potevo fare una figura barbina come in passato con “O. S.” e “salame”.

S: Sono sicurissimo e non mi sono sbagliato! L’ebbi per 9 anni di fila!

B: Scusa, ma qualcosa non quadra. Non voglio contraddirti, ma solo capire. Se le classi sono 5, come ha potuto essere con te per 9 anni?

S: Perché era talmente brava ed affezionata a noi che mentre faceva la maestra studiava ancora. Per cui dette gli esami e passò professoressa salendo di grado. Perciò: 5 da elementari, 3 di medie e 1 di ginnasio. Poi si sposò ed andò ad abitare altrove, per cui ottenne il trasferimento.

B: Grazie! Ora capisco! Insomma: sei stato soddisfatto di lei?

S: Certo! E come non avrei potuto esserlo con una tale brava maestra?

B: Capisco! Ora dimmi: sai cos’è il 137?

S: Come non potrei? 1 sono io, 3 siamo in famiglia e 7 i giorni che debbo lavorare per mantenerla!

B: Io intendevo il nuovo decreto ministeriale; ne sai qualcosa?

S: Non mi sono mai interessato delle cose più grandi di me!

B: Te lo spiego brevemente: prima si davano i giudizi ed ora si daranno i voti. Condividi?

S: Sinceramente avendo sempre avuto il giudizio “O. S.” avrei preferito che si proseguisse con il giudizio; ma essendo fuori da tempo mi sta bene pure così?

B: Scusa Sam: mi hai detto “O. S.”?

Mi accorsi in tempo che l’asino era cascato nuovamente, ma con freddezza superai la defaillance all’istante.

S: Certo, proprio così! O sta per ottimo; poi devi sapere che lei dopo il voto metteva sempre le iniziali del nostro nome, per non confonderci con altri quando li leggeva. Perciò significava: Ottimo Sam!

B: Capisco! Senti, vi insegnava pure canto?

S: E come no! Noi seguivamo Carosello perché, allora, poi ci mandavano a letto. Per cui avevamo una predilezione particolare per una canzoncina.

B: Me la potresti dire?

S: Le stelle sono tante milioni di milioni, la stella di Gelmoni vuol dire … qualità!

B: Forse ti sbagli e volevi dire Negroni!

S: Ora che me lo ricordi sì! Sai, sono passati tanti anni e i nomi non sono stati mai il mio forte.

B: Cantavate pure anche altre canzoni?

S: Certo; però tante le ho dimenticate.

B: Ne ricordi un’altra e cosa diceva?

S: Una sì; però non ricordo più la musica! Diceva: Stella, stellina, tu sei la più piccina e brilli sempre come una lucciolina; e nella buia notte sei la nostra bella lucina e sempre sei a noi assai vicina!

B: Sam, sei sicuro di non sapere nulla del D.L. 137? Sai, mi pare che ti voglia prender gioco di me e del telespettatore!

S: Ma se te l’ho detto prima cosa mi ricordava tale numero.

B: Ora dimmi: andresti ancora a scuola volentieri con le maestre attuali?

S: Certo, anche perché oggi mi paiono molto meglio e meno castigate di un tempo.

B: Insomma ti piacerebbe tornare bambino e sul banco di scuola?

S: Bambino no, sul banco di scuola sì! Infatti, troverei bello essere preso in braccio da una giovane e bella maestrina per essere coccolato e vezzeggiato. A te no? Però, scusa, dimenticavo che tu hai già Franchina.

B: Cambiamo discorso! Il cognome Gelmini non ti dice niente?

S: Veramente no! Mi pare il diminutivo di Gelmo. Non è che per caso sia sua figlia?

B: Ma tu, scusa, non guardi la televisione?

S: No, Beppe, e per un semplice motivo: non ce l’ho!

B: Allora vorresti farmi credere che tu sei uno di quelli che non la guarda? Mi vuoi fregare? Tutti ce l’hanno e la guardano.

S: Io no! Se vuoi puoi venire a rovistare in tutta la casa. Lo faccio perché la mia brava maestra diceva sempre: “Bambini, guardate poco la televisione; che poi vi crea problemi agli occhi e vi rimbambisce il cervello!”. Ed allora ho sempre dato retta al suo insegnamento. Diversamente come avrei potuto prendere sempre “O. S.”?

B: Mi sa che per oggi basta. Grazie della collaborazione, Sam!

Passano alcuni giorni e la trasmissione va in onda. I conoscenti mi fermano per strada e si complimentano con me.

Incontro pure un coetaneo che mi saluta, ride e mi dice:

“Scusa, Sam, ma noi non avevamo per maestro Don Giovanni? Non ti ricordi? Perché hai descritto così bene la tua maestra se lui era un prete?”.

S: Che vuoi che ti dica? Sono passati decenni e non me lo ricordo affatto. Poi col Beppe davanti, che ha i capelli lunghi, la telecamera, le luci e … l’emozione forse sarò andato in tilt. L’avrò scambiata con quella dell’asilo o del … catechismo.

Detto ora, dopo averci meditato: forse ho meritato ancora O. S., forse mi sarò sbagliato o, forse, l’età mi starà facendo un brutto scherzo con la memoria.

Sarà stato uomo o donna?

Ma, allora, eravamo tanto tonti che mangiavamo ancora i … cavoli, per cui tutto è possibile, compreso il confondere il maestro con la maestra. Entrambi, dopotutto, portavano la … gonna!

Per cui tutto è possibile.

Maintenant il me vient un doute atroce: j'aurai fait pour 9 ans la premier élémentaire ou je me trompe aussi sur celui-ci? Peut-être comme elle sera allée ?